Una volta seduto, Mansani si allentò la sciarpa, perché la lana gli dava prurito al mento; si sfilò i guanti, buttò indietro il cappello, e tirò fuori il pacchetto di Macedonia dalla tasca interna della giacca. La prima sigaretta della giornata: la migliore. L’accese, l’aspirò profondamente, e ricacciò il fumo dalla bocca e dal naso.
La carrozza era semivuota, ma si sarebbe riempita strada facendo. Erano sei mesi che partiva a quell’ora, e i viaggiatori abituali li conosceva tutti. Operai per la maggior parte; qualche studente, qualche altro impiegato. Il giovedì viaggiava anche gente di campagna, contadini, fattori: e quelli che salivano a San Vincenzo, non trovavano più da sedere.
Mansani si levò il cappello, appoggiò la testa alla spalliera e chiuse gli occhi. Un minuto dopo, s’era assopito. Aprì gli occhi quando il treno si mosse; cambiò posizione e si riaddormentò.
Si svegliò passato Vignale. Il sole s’era appena levato; il cielo appariva sgombro. Mansani si stirò: gli faceva piacere che fosse una bella giornata, anche se lui l’avrebbe passata chiuso in ufficio. Si levò l’impermeabile e lo posò sulla reticella. Il cappello lo lasciò invece sul sedile davanti, per tenere il posto a Franceschino.
A Campiglia c’era una piccola folla. Mansani tirò giù il vetro e si sporse dal finestrino per comprare il giornale. Nella confusione non riusciva a richiamare l’attenzione della donna. «Signora; signora» ma quella non sentiva. Si accorse di lui all’ultimo momento: fecero appena in tempo a scambiarsi il giornale e i soldi.
La carrozza s’era riempita; alcune persone erano in piedi. Mansani notò una ragazza che aveva visto altre volte. «Signorina. Signorina, c’è un posto» e liberò il sedile.
«Grazie» fece la ragazza arrossendo. Sedette e si mise a guardar fuori. Aveva i capelli di un color biondo spiga, e gli occhi di un azzurro cupo. Stava composta, con le mani in grembo. Aveva le mani tozze e i polsi grossi; le unghie, le portava tagliate corte.
Mansani spiegò il giornale, diede una scorsa ai titoli della prima pagina e passò alle notizie sportive. Cominciò a leggere l’articolo sul campionato di calcio. Abbassando il giornale, incontrò lo sguardo della ragazza: che si affrettò a distoglierlo. “Chissà chi è” pensava Mansani. Gli piaceva: così giovane, senza trucco; e con quell’incanto che dà l’innocenza.
Mansani sospirò: le ragazze oneste, non facevano più per lui. Una ragazza onesta non dà certo retta a uno sposato. Uno sposato, bisogna che si contenti delle donne poco perbene. E deve agire con prudenza, in modo che la moglie non venga a saper nulla.
In tre anni di matrimonio, Mansani aveva avuto due relazioni. E tutt’e due le volte aveva fatto le cose pulite. Nessuno s’era accorto di niente. Mansani aveva ragione di essere contento di sé. Verso la moglie, aveva provato un po’ di rimorso; ma s’era consolato pensando che dopo tutto non le aveva causato dolore. “Occhio non vede, cuore non duole” dice il proverbio.
A San Vincenzo, salì anche più gente che a Campiglia. Franceschino a stento raggiunse l’amico. Mansani allargò le braccia, come per dirgli che non gli era stato possibile tenergli il posto. «Tieni, leggi» e gli diede il giornale.
Franceschino era anche lui di Cecina. Da giovane la sua sola occupazione era stato il calcio. Aveva giocato nel Solvay, nel Cecina e un anno anche nel Livorno. Ora faceva l’assicuratore: ma a giudicare dal modo com’era vestito e dalle sigarette che fumava, doveva passarsela maluccio.
Anche Mansani aveva conosciuto giorni migliori. Il padre era un negoziante di ferramenta, e svolgeva altre attività. Aveva perfino impiantato una piccola fabbrica. Dopo la sua morte le cose s’erano messe male. La gente diceva che i figli non erano stati all’altezza della situazione, ma il fatto è che negli ultimi anni il vecchio Mansani aveva arrischiato troppo. Per l’appunto era sopravvenuto il ristagno degli affari, la fabbrica aveva dovuto chiudere, e per pagare i debiti i figli erano stati costretti a vendere il villino a Marina. A malapena avevano salvato la casa e il negozio. Era il minore, Luigi, che lo mandava avanti, mentre Mario s’era potuto infilare in banca. Aveva prestato servizio a Cecina, poi a Follonica, e qui aveva trovato moglie. Sei mesi avanti, era stato ritrasferito a Cecina; ma per il momento aveva lasciato la famiglia a Follonica. Così da sei mesi faceva su e giù col treno.
Malgrado ciò, era soddisfatto di sé e invariabilmente di buonumore. Anche ora qualche pensiero piacevole doveva attraversargli la mente perché sorrideva a fior di labbra.
«Allora? Chi vince domenica?» Franceschino alzò le spalle. «Sei già rassegnato, eh?» insisté Mansani. «Scommetto che nemmeno ci vai. Io invece voglio proprio levarmi il gusto di vedermela, la mia Juve.»
«Vorrei sapere cosa c’entri tu con la Juve» brontolò Franceschino.
«C’entro, perché è la mia squadra.»
«È comodo scegliersi la squadra. Ma noi siamo di Cecina, bisogna essere per il Livorno. Anche se ci dà poche soddisfazioni.»
«E meno ve ne darà in avvenire» fece Mansani. «Ma io, guarda, non sarei per il Livorno nemmeno se vincesse il campionato. Perché i livornesi…» Si fermò: «Lei mica è di Livorno, signorina?».
«No no» fece la ragazza arrossendo. Le erano diventate rosse non solo le guance, anche le tempie.
Il treno era in ritardo, Mansani non ebbe il tempo di prendere il caffè. Aveva appena messo piede nella sua stanza che lo chiamò il direttore:
«Devi andare a Marina per il rapporto sulla ditta Lùperi. Da Siena ce l’hanno chiesto urgentemente, bisogna in tutti i modi mandarlo via oggi.»
Mansani non se lo fece dire due volte: afferrò cappello e impermeabile e corse via.
In realtà avrebbe potuto fare a meno del sopraluogo: la situazione della ditta Lùperi la conosceva benissimo. Ma non gli pareva vero di risparmiarsi per una mattina la noia dell’ufficio.
L’autobus percorse in un momento il nuovo viale. Mansani scese al capolinea. Per prima cosa andò nella baracca sulla spiaggia.
C’era soltanto il bagnino, in tenuta quasi estiva, con un maglione scuro infilato direttamente sulla carne. I calzoni troppo corti lasciavano vedere gli stinchi sottili.
«Salve, Telemaco! Come va? È un secolo che non ci vediamo.» Telemaco, scontroso come sempre, a fatica rispose. «Me lo fai un caffè?»
«Ma bisogna che aspetti: la macchina è sotto pressione.»
«Tanto non ho fretta.» Si affacciò sulla spiaggia. Il mare era un’uniforme distesa azzurra: c’era solo una serpentina bianca nel mezzo. «Oggi è bello, eh?» disse senza voltarsi.
«Ma è stato brutto fino a ieri.»
«Eh, lo vedo.» Metà della spiaggia era scura e piatta, e orlata da un filo bianco. Si voltò verso il bagnino: «È inutile che diciate, voi marinesi, ma è una spiaggia infelice. Basta una libecciata, ne parte mezza. Tranne i cecinesi, chi vuoi che ci venga? Ce ne sono cinquanta, di spiagge meglio».
Telemaco alzò le spalle:
«Io l’avrei caro, figurati, che non ci venisse più nessuno. Gliel’ho anche detto, a Enrico, l’anno prossimo trovati un altro, perché io non ti ci sto più.»
“Già, e che ti metterai a fare, allora?” pensò Mansani; e avvolse con uno sguardo la misera figura del bagnino, il maglione rotto ai gomiti, i calzoni sfilacciati, le scarpacce di tela. Telemaco non aveva mai avuto un mestiere. Era sui quarant’anni: ma i capelli grigi, la pelle vizza, le gengive vuote, gli davano l’aspetto di un vecchio.
Lo salutò, e andò in cerca di Renato. Era sulla spianata che accomodava la rete. All’altro capo, la moglie era intenta allo stesso lavoro.
«Ma guarda chi si vede: il nostro Mario Mansani.» Renato era loquace per quanto Telemaco era taciturno. «Cosa sei venuto a fare a Marina? Accomodati» e gli fece segno di sedere. «Oh, dimenticavo che sei un signore. Noi poveri si può stare anche in terra, ma tu t’insudiceresti il vestitino.»
«Grazie, sto volentieri in piedi.»
«Dunque, signor banchiere: sei venuto a regalarci un po’ di quattrini? Ne avrei tanto bisogno: sono pieno di debiti. Ma i debiti sarebbero ancora nulla. È che non ho un soldo, capisci? Guarda se dico bugie» e rovesciò le tasche dei calzoni. Ne uscì solo un pacchetto di sigarette accartocciato. Lo aprì, tirò fuori una sigaretta, storta com’era se la mise in bocca: Mansani si chinò ad accendergliela. «Siamo alla disperazione, ti dico» concluse Renato, ma il tono smentiva le parole.
«C’è poco pesce?»
«Poco, già. E poi non vale nemmeno la pena di pescarlo. Le sardine per esempio è meglio ributtarle in mare, tanto non te le vuole più nessuno.»
«Nemmeno Lùperi?»
Renato si mise a ridere:
«È a terra lo stabilimento di Livorno, cosa vuoi che faccia Lùperi? Come nel caso mio: questa crisi ha rovinato i padroni dei motopescherecci… Un povero pescatore come me, con una barca di sei metri, come vuoi che si possa difendere?»
«Ma Lùperi è proprio a terra, mi dicevi.»
«È a terra sì; saranno sei mesi che non lavora. Gli erano rimaste due o tre donne, ha licenziato anche quelle. Qui non c’è più vita per nessuno, te lo dico io. Non ci rimane che la guerra: andarci a prendere un po’ di colonie, e campare con quelle…»
«In famiglia, come stanno?» lo interruppe Mansani.
«In famiglia, stanno bene. La moglie, la vedi, eccola lì. E le figliole, loro, che pensieri vuoi che abbiano?»
«Le hai sempre in casa?»
«Certo; dove vuoi che siano? Giov...