Mika dormì un sonno profondo ma inquieto. Si svegliò di colpo alle prime luci dell’alba e si trovò davanti la faccia preoccupata di Fanny.
«Buongiorno» la salutò l’amica.
Mika si rizzò a sedere di scatto guardandosi intorno. Nella sua testa c’era posto solo per una domanda: «Dov’è Windstorm?».
Fanny le indicò una delle grandi tende che si deformava in maniera sospetta e Mika trasse un sospiro di sollievo.
«Abbiamo dovuto nasconderlo. Alcuni educatori si sono insospettiti» le spiegò Fanny.
«Io credevo… ho sognato… credevo che avesse qualche problema.»
«Be’, ora che me lo dici…» rispose Fanny un po’ incerta. «Io di cavalli non ne so niente, ma è normale che abbia la pancia così gonfia e sputi schiuma verde?»
«Che cosa?» Mika si alzò immediatamente e corse nella grande tenda che ospitava Windstorm. Una bambina lo accarezzava con aria impotente. Dal muso dell’animale colava un filo di schiuma. Mika si precipitò da lui e Windstorm la guardò con occhi spenti.
«Ma che cos’hai? Che cosa ti succede?» gli chiese Mika arretrando.
Lo stallone sbuffò sofferente. La sua pancia tondeggiante gorgogliava rumorosamente. Mika si sentì salire le lacrime agli occhi.
«E adesso che cosa faccio? Che cosa faccio?» mormorò disperata. Tirò fuori dalla tasca il cellulare e fece scorrere l’elenco dei contatti con dita tremanti. C’era una sola persona che poteva chiamare. Purtroppo, però, le rispose la segreteria telefonica: «Ciao, sono Sam. Molto probabilmente in questo momento sono nella scuderia, perciò, lasciate un messaggio».
Prima ancora che la frase finisse, Windstorm non riuscì più a reggersi sulle gambe e si accasciò. Mika si lasciò sfuggire il cellulare di mano e cercò in ogni modo di sorreggere quell’animale pesantissimo. Alla fine cadde a terra con lui, il viso solcato dalle lacrime. «Non arrenderti, ti prego, non arrenderti!» lo implorò.
Fanny era impotente al suo fianco. Non si era mai sentita così male. Senza dare nell’occhio raccolse il cellulare di Mika.
In salotto squillò il telefono. Maria ed Elisabeth sussultarono quasi nello stesso istante. La nonna di Mika rispose.
«Kaltenbach!» disse in fretta. Ma poi sul suo volto si disegnò un’espressione delusa.
«No, non l’abbiamo ancora trovata. Ma certo, grazie» disse, e poi riappese. Guardò la figlia e scosse mestamente il capo. Elisabeth si afflosciò di nuovo sulla poltrona. Poco dopo le squillò il cellulare, ma lei era con la testa da un’altra parte. «Sì?» rispose con fare distratto.
Un attimo dopo si rizzò attentissima. «Che cosa? Dove?» urlò.
Un’auto sfrecciò sulla polverosa strada d’accesso per poi frenare con uno stridore di gomme. Elisabeth e il dottor Anders saltarono giù. Davanti al cancello del campeggio li aspettava Fanny.
«Dov’è?» gridò la mamma di Mika.
«Nella nostra tenda. Non sapevo che cosa fare. Non sta bene, credo che sia malata» rispose Fanny infelice.
La mamma di Mika si mise subito a correre, seguita da Fanny e dal veterinario.
Lo spettacolo che Elisabeth si trovò davanti agli occhi quando scostò il lembo della tenda rischiò di spezzarle il cuore. A terra era rannicchiato un grande cavallo evidentemente in gravi condizioni. Accanto a lui era stesa Mika, con gli occhi chiusi, pallida e tremante. Elisabeth si chinò vicino alla figlia e la prese tra le braccia. «Tesoro, ma che cosa mi hai combinato? Sono stata così in pensiero per te» le disse teneramente.
Mika aprì gli occhi lucidi per la febbre. «Mamma. Non vuole più alzarsi. Devi aiutarlo» sussurrò debolmente.
Elisabeth la cullò per tranquillizzarla e intanto rivolse uno sguardo interrogativo al dottor Anders, che si era già inginocchiato accanto a Windstorm. Dopo un rapido esame, rassicurò tutti: «È solo una colica, gli somministro subito un antispastico».
Elisabeth carezzò la figlia. «A lui ci pensiamo noi» le promise.
A quel punto Mika si lasciò andare fra le braccia della mamma. Non riusciva quasi più a tenere gli occhi aperti. La mamma le tastò la fronte.
«Ma tu scotti!» esclamò. Poi la sollevò come una bambina piccola.
Quando fece per uscire dalla tenda, Windstorm tentò di alzarsi ancora una volta con un nitrito carico di sofferenza. Anche Mika cercò con tutte le forze di divincolarsi dalle braccia della mamma. «No! Ti prego, devo rimanere con lui! Windstorm!» gridò.
Ma era troppo debole. Anche il cavallo tornò ad accasciarsi. In fretta Elisabeth portò la figlia fuori dalla tenda. La depositò sul sedile posteriore della macchina e partì come un razzo diretta a Kaltenbach, dove le aspettava il padre di Mika.
Qualche ora dopo Mika era in un letto pulito e dormiva profondamente. Al braccio aveva attaccata una flebo. Elisabeth e Phillip aspettavano impazienti il risultato degli esami.
Alla fine apparve una dottoressa. «Fisicamente non le abbiamo riscontrato alcun problema, sembra piuttosto che soffra per un grosso shock» spiegò. «Le abbiamo somministrato un leggero sedativo.»
Il papà di Mika carezzò preoccupato la fronte della figlia. Elisabeth respirò a fondo. Dopo il lungo viaggio, adesso anche lei cominciava a sentire la stanchezza. Si alzò per andare a prendersi un caffè.
Stava tornando in camera di Mika con due tazze quando si aprì la porta di un’altra stanza. Ne uscì un uomo anziano. Elisabeth non riusciva quasi a crederci: era il signor Kaan! Sul suo viso si dipinse prima la sorpresa e poi la gioia.
«Zio Kaan?» gli chiese.
Il vecchio fu altrettanto stupito, ma poi sorrise. «Ciao, Elli.»
La mamma di Mika ritrovò all’istante la vecchia confidenza. In passato suo zio c’era sempre stato per lei, l’aveva sempre capita senza bisogno di tante parole. E adesso era davvero felicissima di vederlo. Anche l’espressione negli occhi del signor Kaan si ammorbidì nel vederla. Felici di quell’incontro, divisero il caffè e la panca nel corridoio dell’ospedale. Il signor Kaan volle sapere che cosa fosse successo, e così Elisabeth gli raccontò in breve l’accaduto.
«Ma è una follia, finora Mika non si era mai interessata ai cavalli» concluse il suo racconto.
«Maria non ha capito il talento di sua figlia proprio come tu non lo capisci della tua» concluse il signor Kaan scuotendo il capo. «Due donne così intelligenti che sanno vedere così poco!»
La madre di Mika continuava a non capire. «Ma di che cosa stai parlando?»
«Lei quel cavallo lo sente. Prova le stesse sensazioni che prova lui. Non ci sono molte persone che hanno questo dono» spiegò il signor Kaan.
Elisabeth guardò lo zio a bocca aperta.
«Ti ricordi quella volta che sei venuta da me?» le chiese il signor Kaan.
A quel pensiero Elisabeth sorrise. «Uhm… Volevo scappare di casa, andare in un posto dove non ci fossero cavalli» rispose.
«E ci sei riuscita perfettamente» confermò il signor Kaan divertito. Poi si alzò.
«Devo tornare da mio nipote. Si è svegliato.»
Anche Elisabeth si alzò. All’improvviso si sentì in colpa per avere parlato solo di Mika. «Grazie al cielo» esclamò sollevata.
«Ha una testa dura. Ha preso da me» spiegò il signor Kaan.
Si scambiarono una lunga occhiata carica di affetto, poi l’uomo se ne andò lasciando dietro di sé una Elisabeth pensierosa.
Nel frattempo Maria Kaltenbach era immobile sulla scala della tenuta. Non si sentiva neanche un cinguettio. A pochi metri da lei c’era il rimorchio nero, che al sole del mattino luccicava come un insetto cattivo. Aveva dovuto chiudere la questione. E così era fatta. La rampa si sollevò lentamente con un ronzio metallico, poi si chiuse di scatto.
Nello stesso momento Mika sussultò nel letto d’ospedale. Aprì gli occhi. Vide in maniera confusa e indistinta il soffitto bianco, poi sbatté gli occhi. Le immagini si fecero più nitide. Nel suo campo visivo entrò una faccia. La madre le sorrise.
«Ciao tesoro.»
Mika sbatté gli occhi ancora una volta e si guardò attorno in quella stanza sconosciuta. Adesso vide anche suo padre, che si avvicinò alla mamma.
«Buongiorno, topolino» le disse affettuosamente.
Mika si mise a sedere, ma troppo in fretta, e si sentì girare la testa.
«Come sta Windstorm?» chiese con voce debole.
La mamma le poggiò una mano sulla spalla.
«Va tutto bene. Tutto bene» la tranquillizzò.
Mika tornò a sprofondare sul cuscino.
«E poi qui c’è un’altra persona che vorrebbe salutarti» disse la mamma spostandosi di lato. Dietro di lei spuntò una figura con la testa avvolta in una grossa benda bianca. Un sorriso illuminò il volto della ragazza.
«Ciao. Ho sentito dire che ti sei messa a rubare cavalli…» le sorrise Sam.
Mika si sentì infinitamente sollevata. «Sam!» esclamò.
Maria Kaltenbach, tutta sola, percorse il lungo corridoio della tenuta e si fermò davanti alla teca dei trofei. In vita sua aveva accumulato tante vittorie, ma alla fine aveva perso tutto. Prima sua figlia, poi la capacità di andare a cavallo. E adesso anche la nipote. Stava per rimettere gli stivali nella vetrina quando entrò Michelle.
«Signora Kaltenbach?»
Maria si voltò.
«Volevo solo dirle che mi dispiace moltissimo. Per sua nipote e per…» disse sforzandosi di sembrare comprensiva.
Maria la interruppe. «Tranquilla, Michelle. Grazie. Avrei dovuto saperlo» disse. Guardò gli stivali che teneva in mano e senza esitare li diede a Michelle. «Tieni. Sono tuoi...