
- 322 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Verdi colline d'Africa
Informazioni su questo libro
Verdi colline d'Africa (1935) racconta un safari che Hemingway fece in compagnia della moglie Pauline. Oltre a ritrarre con «precisione» e «verità» il mondo della caccia, Hemingway non rinuncia a conversazioni sull'arte dello scrivere e a riferimenti alla tradizione letteraria americana. Ne risulta un romanzo appassionante che, pur registrando fedelmente la realtà, ha il fascino di una creazione di fantasia. Un libro - per il «Times Literary Supplement» - «che è espressione di una profonda gioia per la vita in Africa. Il gioco della caccia è una parte intensa di quella gioia, ma c'è di più: il colore e l'odore del paese, la compagnia degli amici... e la sensazione che il tempo non conti più».
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Informazioni
Print ISBN
9788804672562eBook ISBN
9788852077005Parte seconda
CACCIA E RICORDO
III
La faccenda risaliva ai tempi di Droopy, quando ero tornato dopo esser stato ammalato a Nairobi e avevamo fatto una spedizione a piedi per cacciare il rinoceronte nella foresta. Droopy era un vero selvaggio, con le palpebre che gli coprivano quasi completamente gli occhi: un bell’uomo, magnifico cacciatore e guida eccellente, un tipo con molto stile. Doveva avere circa trentacinque anni, a occhio, e non indossava che un pezzo di stoffa annodato su di una spalla e un fez donatogli da qualche cacciatore.
Portava sempre la lancia. M’Cola vestiva una vecchia giubba militare americana con tutti i bottoni, originariamente destinata a Droopy, che, assente in quei giorni, era rimasto all’asciutto. Ben due volte Pop l’aveva tirata fuori per darla a Droopy, e infine M’Cola l’aveva chiesta per sé.
Pop gliel’aveva lasciata, e da quel giorno M’Cola la portava sempre. Quella giubba, un paio di calzoncini corti, un berretto di lana da giocatore di curling e un maglione militare che egli metteva quando lavava la giubba erano i soli capi di vestiario che io avessi visto indosso al vecchio, sino al giorno in cui egli prese la mia giacca da caccia. Come scarpe portava dei sandali fatti con vecchi copertoni. Aveva delle belle gambe smilze con caviglie ben tornite alla Babe Ruth, e ricordo quanto rimasi sorpreso la prima volta che lo vidi senza giubba con la parte superiore del corpo già spiccatamente senile. Aveva quell’aspetto invecchiato che si nota nelle fotografie di Jeffries e Sharkey che si mettono in posa trent’anni dopo, con quei brutti bicipiti da vecchio e i pettorali afflosciati.
«Quanti anni ha M’Cola?» chiesi a Pop.
«Deve aver passato i cinquanta» disse Pop. «Ha una famiglia nella riserva degli indigeni.»
«E i suoi figli?»
«Non valgono niente, sono indegni di lui e non gli obbediscono. Ne abbiamo provato uno come portatore, ma non valeva un fico secco.»
M’Cola non era geloso di Droopy; sapeva, semplicemente, che era un cacciatore migliore di lui, che le piste le seguiva più velocemente e con maggior precisione, e che in ogni cosa aveva uno stile impareggiabile. Ammirava Droopy alla nostra stessa maniera e, se si trovava fuori con lui, si rendeva conto di indossare la sua giubba e di essere stato un semplice portatore prima di diventare portatore di fucile: e tutt’a un tratto smetteva di pensare al passato, io e lui eravamo cacciatori insieme sotto il comando di Droopy.
Era stata una bella caccia. Il pomeriggio del giorno in cui eravamo entrati nella regione percorremmo a piedi circa sei chilometri dall’accampamento, lungo una profonda pista di rinoceronti che saliva, attraverso le colline erbose con quei loro alberi da frutteto abbandonato, dolcemente e regolarmente come se l’avesse disegnata un ingegnere.
Il sentiero era profondo trenta centimetri e ben tracciato; l’abbandonammo là dove si perdeva in una fenditura delle colline simile a un canale d’irrigazione in secca, e ci arrampicammo sudando per la collinetta scoscesa che era alla nostra destra, per sederci con la schiena rivolta alla cima, a osservare con il binocolo il paesaggio. Era una terra verde, amena, con colline stese sotto la foresta spessa che cresceva sul fianco d’un monte; ed era solcata dalle vallate di diversi corsi d’acqua che uscivano dall’intrico selvoso della montagna. Ramificazioni della foresta scendevano come dita sino alla sommità di alcuni di quei pendii e lì, al limite della foresta, noi attendevamo il rinoceronte. Se si allontanava lo sguardo dalla foresta e dalla montagna, si poteva seguire il corso delle acque e il digradare del terreno sino a che il paese diveniva piatto e l’erba era bruna e bruciata; e lontano, oltre una gran distesa di terra, si scoprivano la bruna Rift Valley e il luccichio del lago Manyara.
Stesi sul fianco della collina scrutavamo con attenzione il paesaggio, in cerca di rinoceronti. Droopy era dall’altra parte del cocuzzolo, accucciato sui talloni, alla posta, e M’Cola sedeva sotto di noi. Una fresca brezza che veniva dall’Est faceva ondeggiare le erbe sul fianco delle colline. C’erano molte grosse nubi bianche, e i grandi alberi della foresta sulle pendici del monte crescevano così fitti e fronzuti che si aveva l’impressione di poter camminare sulle loro cime. Dietro questa montagna c’era un burrone, e poi un’altra montagna; e la montagna più distante era di un azzurro cupo di foreste, lontano.
Sino alle cinque non scorgemmo nulla, poi a occhio nudo vidi che qualcosa si muoveva sul fianco di una delle valli, verso uno di quei bracci della foresta. Nel binocolo un rinoceronte si stagliava nitido e minuto in lontananza, rosso nel sole, mentre traversava il costone con un moto rapidissimo da ragno acquatico. Ed ecco che ne uscirono dalla foresta altri tre, neri nell’ombra, e due si battevano, minuscoli, nelle lenti, caricandosi a testa bassa davanti a un ciuffo di cespugli, mentre noi stavamo lì a osservarli, e la luce andava scemando. Era ormai troppo scuro per scendere dalla collina, attraversare la valle e risalire lo stretto pendio della montagna sino a giungere a tiro. Così ce ne tornammo all’accampamento, giù per la collina al buio, mettendo le scarpe di taglio finché sentimmo il sentiero piano sotto i piedi; e camminammo lungo quella pista profonda che girava attorno alle colline già scure, sino a che scorgemmo la luce dei fuochi tra gli alberi.
Tutta quella notte ci durò l’eccitazione causata in noi dalla vista dei rinoceronti, e la mattina presto, mentre facevamo colazione prima di partire, Droopy venne a dirci di aver avvistato un branco di bufali che pascolavano al limite della foresta, a meno di tre chilometri dall’accampamento. Ci andammo, con ancora in bocca il gusto del caffè e delle aringhe, il cuore in tumulto per l’eccitazione. L’indigeno che Droopy aveva lasciato di guardia ci mostrò il punto dov’essi avevano attraversato una valle profonda per portarsi a una radura della foresta. Ci disse che c’erano due grandi maschi in un branco di dodici animali o più. Li seguimmo, muovendo in silenzio lungo la pista degli animali, scostando le liane e incontrando molte orme e sterco fresco; ma per quanto fossimo penetrati profondamente nella foresta, là dove era troppo spessa per poter tirare, e avessimo descritto un vasto circolo, non riuscimmo a vederli né a sentirli. A un certo punto sentimmo le bufaghe e le vedemmo volare via, ma fu tutto. C’erano molte piste di rinoceronte nei boschi e mucchi di sterco secco, ma non trovammo altro che colombacci e poche scimmie, e quando uscimmo eravamo bagnati sino al petto dalla rugiada e il sole era già alto. La giornata era molto calda, dato che il vento non s’era ancora levato, e sapevamo che i rinoceronti e i bufali che fossero usciti ora si sarebbero rintanati di nuovo nel più profondo dei boschi, per riposare al riparo dal calore.
Gli altri ripartirono per l’accampamento con Pop e M’Cola. Non avevamo più carne e io volevo cacciare un po’ durante il ritorno insieme con Droopy, per vedere di prendere qualcosa. Cominciavo a sentirmi di nuovo forte, dopo la dissenteria; ed era un piacere camminare per la pianura appena ondulata, semplicemente camminare, poter andare a caccia senza sapere quello che si sarebbe trovato, liberi di tirare a qualunque selvaggina, stante il nostro bisogno di carne. Inoltre Droopy mi andava a genio, e mi piaceva vederlo camminare: avanzava scioltissimo dondolando leggermente, e amavo guardarlo e sentire l’erba sotto le mie scarpe dalle suole sottili, con il piacevole peso della carabina tenuta per il calcio, la canna posata sulla spalla, in quel sole abbastanza caldo per farti sudare mentre bruciava via la rugiada dall’erba, e la brezza si alzava, in un paese in tutto simile a un giardino abbandonato della Nuova Inghilterra. Mi sentivo di nuovo in grado di sparare bene e desideravo fare un colpo che stupisse Droopy.
Dalla cima di un’altura vedemmo due kongoni stagliarsi gialli sul fianco di una collina a circa un chilometro e mezzo di distanza, e feci segno a Droopy che volevo inseguirli. Cominciammo a discendere ed ecco, in un burrone, balzar su un cobo maschio e due femmine: il cobo era l’unico animale decisamente immangiabile, e ne avevo già ucciso uno con la testa molto più bella di quello. Lo mirai proprio mentre cercava di battersela, ma al ricordo della sua carne detestabile e della testa che già possedevo rinunciai al colpo.
«Niente uccidere kuro?» mi domandò Droopy in swahili. «Doumi sana. È un bel maschio.»
Cercai di fargli capire che ne avevo uno migliore e che non era buono da mangiare.
Rise.
«Piga kongoni m’uzuri.»
Piga era una bella parola, e suonava esattamente come un ordine di far fuoco o l’annuncio di un colpo riuscito. M’uzuri, che significa “buono, bene, meglio”, mi era per troppo tempo sembrato il nome di uno Stato, e camminando combinavo delle frasi in swahili a base di Arkansas e M’uzuri; ma ora mi pareva un termine del tutto naturale, che non era più necessario mettere in corsivo. Così tutte le parole finivano per diventare proprie e naturali, come non c’era più nulla di strano o di urtante nella dilatazione dei lobi e nelle cicatrici tribali, o nel fatto di portare una lancia. I segni e i tatuaggi mi sembravano ornamenti naturali ed eleganti, e mi dispiaceva non averne qualcuno. Le mie cicatrici erano irregolari, alcune informi e allungate, altre niente più che cerchietti gonfi. Ne avevo una sulla fronte che la gente commentava ancora chiedendomi se avevo battuto la testa; Droopy invece ne aveva di bellissime vicino agli zigomi, e altre simmetriche e decorative sul petto e sul ventre. Stavo pensando che anch’io ne avevo una buona, una sorta di albero di Natale in rilievo sulla pianta del piede sinistro, utile solo a logorarmi le calze, quando facemmo alzare due antilopi. Fuggirono fra gli alberi per fermarsi a sessanta metri; il maschio, snello e grazioso, si volse indietro e io tirai alto, appena dietro la spalla.
«Piga.» Droopy sorrise. Avevamo sentito entrambi il wunk della pallottola.
«Kufa» gli dissi. «Morto.»
Quando fummo vicino vedemmo che giaceva su un fianco, ma sebbene all’apparenza sembrasse morto il suo cuore batteva ancora forte. Droopy non s’era portato il coltello da scuoiare e io avevo solamente un temperino per finirlo. Cercavo con le dita il cuore dietro la coscia anteriore e, sentitolo battere vicino alla pelle, vi immersi la lama, ma era troppo corta e non fece che spingerlo via. Lo avvertivo caldo ed elastico contro le mie dita e sentivo anche il coltello che lo spingeva indietro; infine palpai un po’ intorno, recisi la grande arteria, e il sangue mi pulsò caldo sulle dita. Dissanguatolo, mi diedi ad aprirlo con quel mio coltellino, sempre per far colpo su Droopy: lo vuotai per bene, cavai fuori il fegato, staccai la vescichetta biliare e, messo il fegato su un po’ d’erba, vi posi accanto i rognoni.
Droopy chiese il coltello: voleva certamente mostrarmi qualcosa. Aprì abilmente lo stomaco e lo rovesciò, vuotando per terra l’erba che conteneva, lo sbatté per bene, poi vi mise dentro fegato e rognoni e col coltello tagliò una frasca dall’albero sotto il quale giaceva l’animale e con essa cucì lo stomaco, ricavandone un sacchetto per portarci le altre ghiottonerie. Poi si fece un bastone, vi attaccò il sacco infilandolo per gli orli, e si buttò il bastone sulle spalle nel modo in cui i vagabondi portavano i loro averi in un fazzoletto legato a un bastone nelle réclame del callifugo Blue Jay al tempo della nostra infanzia. Era un bellissimo trucco, e pensai che un giorno l’avrei mostrato a John Staib nel Wyoming, ed egli mi avrebbe fatto quel suo sorriso da sordo (bisognava tirargli dei sassi per farlo fermare quando s’udiva il muggito di un toro). Immaginavo anche che cosa avrebbe detto. Avrebbe esclamato: “Perdio, Ernest, è magnifico!”.
Droopy mi tese il bastone, si levò il suo unico capo di vestiario, ne fece una specie di cappio e si caricò l’antilope sul...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione. di Patrick Hemingway
- Introduzione. di Seán Hemingway
- Verdi colline d’Africa
- Nota dell’autore
- Personaggi di questo volume
- Parte prima. CACCIA E CONVERSAZIONE
- Parte seconda. CACCIA E RICORDO
- Parte terza. CACCIA E FALLIMENTO
- Parte quarta. CACCIA E FELICITÀ
- APPENDICE. a cura di Paolo Simonetti
- Copyright