Sapore di mare. I cafoni adorano l’estate (ma ci sono anche quelli che, non meno peggiori dei primi, viceversa, amano l’inverno, gli sci, la neve, e Covtina, San Movitz, Sestvieve…).
L’estate è da sempre fonte di miti cafoni: il mito di Venere che sorge dalle acque e il mito di Cristo che ci passeggia sopra, e millenni di discorsi sulle montagne che se non vai da loro vengono loro da te. La gente che va in ferie è triste quanto quella che va in pensione, ringraziando di aver scampato la cassa integrazione, ed è all’incirca quella che finisce in una cassa da morto con settanta o ottanta estati trascorse al mare.
Se chiedete perché andare al mare è bello nessuno ve lo sa dire, è bello per statuto introiettato, non c’è alcun aspetto positivo nell’andare al mare, è una catastrofe biologica di idioti salmastri in ammollo. Non sarà certo per l’orizzonte, che da quando conosciamo astrofisicamente l’universo, composto di oltre il novanta per cento di materia oscura, rappresenta solo la mancanza di orizzonte di chi lo guarda per sospirare.
Hanno inculcato alla gente questa fissazione del «prendere il sole». Vanno tutti a prendere il sole, trasposizione moderna della primigenia parentela con i vegetali, non a caso abbiamo geni in comune perfino con i piselli. Tuttavia hanno piantato ombrelloni ovunque per ripararsi dallo stesso sole che dovrebbero prendere, e soffrono come dannati per scurirsi la pelle: ti vedono e ti chiedono «Ma tu non sei abbronzato?!». Non si capisce bene perché sia meglio essere abbronzati quando invece Michael Jackson, sfidando gli strali della disapprovazione collettiva, ha dilapidato patrimoni per sbiancarsi.
E poi tutti a spalmarsi di cafonissime creme, protezione due, protezione otto, protezione trenta… Ma perché proteggersi da una tortura inflitta o autoinflitta anziché restarsene a casa o in qualsiasi altro posto che non sia la montagna?
Il mare ha un senso intelligente e pratico solo per gli ultrasessantenni e per i pedofili – nel senso socratico di fanciullesca ammirazione –, almeno hanno qualcosa da guardare. Perché al mare, oltre ad «andare al mare», si fanno le cose più cretine, quelle che non faresti mai durante l’anno. Come giocare a racchettoni per non annoiarsi, o spettegolare sulle foto delle riviste da spiaggia e rincuorarsi perché perfino la Canalis, fotografata in bikini (a giocare a racchettoni), ha la cellulite; o, per non pensare troppo, leggere i «libri da spiaggia» che, anni fa, il «Corriere della Sera», per renderli più congruenti, vi regalò direttamente a forma di gelato, e i marocchini con caterve di asciugamani, borse false di Gucci, scarpe false di Tod’s (comprate dagli stessi ricchi che le hanno anche vere ma fa più chic portarle finte e vantarsi di quanto siano riusciti a tirare giù sul prezzo «vero«), anziché con mitra e bombe a mano per porre fine allo scempio.
Per esempio, appunto, far strage di chi gioca a racchettoni. Che razza di gioco è «racchettoni»? A voi piace giocare a racchettoni? Credo di no, altrimenti lo fareste anche durante l’anno, nel salotto o nel giardino di casa vostra. Invece lo fate al mare perché è un’idiozia, così come lo è ungersi d’olio, sudare, prendere un pedalò e pedalare come dei cretini appoggiando il culo per due ore su tremendi sedili di plastica a forma di culo, lamentarsi del caldo e buttarsi in acqua con le pinne, fucile e occhiali per guardare due pescetti del cacchio.
Chissà perché, poi, un uomo in mutande con la trippa di fuori è un uomo in mutande e un uomo in costume non è lo stesso uomo in mutande con la trippa di fuori. Chissà perché una bella ragazza sulla Salaria scollata e scosciata è vestita un po’ da mignotta e la casalinga vicina d’ombrellone, vestita uguale ma sformata e orribile, no.
E le mamme ai bambini: «È troppo caldo, buttati in acqua!». C’è chi vorrebbe togliere le cure ai fumatori perché gravano sulla sanità pubblica per mantenere un proprio vizio. Bene. Le si tolgano anche ai bagnanti che hanno una congestione perché non avevano di meglio da fare; e che nessuno si muova per salvarli, uno in meno.
Un’idea per il ministero dei Lavori pubblici: il piastrellamento globale del fondo marino, e relativa sostituzione del sale con il cloro, che è buono e disinfetta e non fa rima con sapore di mare, affanculo pure Gino Paoli.
La piscina, piuttosto, rigorosamente privata, ipostatizza l’idea platonica del mare. Non c’è sabbia appiccicosa intorno, non bisogna abbarbicarsi a degli scogli spigolosi come delle cozze antropomorfe, nessun essere vivente che ti nuota sotto, non ci sono troppi corpi unti e parlanti a cinquanta centimetri dal tuo ombrellone con le loro vaschette di cibo terribile da spiaggia, non ti casca l’occhio sull’ultimo di Gramellini o l’unico di Saviano, non rischi di pestare una tracina o strusciare contro una medusa o incontrare uno squalo bianco, che per quelli cresciuti con Lo squalo di Spielberg è un incubo anche a dieci metri dalla riva. Sebbene lo squalo sia l’animale quasi perfetto, immutato dalla preistoria, non ha sentimenti, non ha vita sociale. Lo squalo ha potenza di morso di sei tonnellate al centimetro cubo, spesso cannibalizza il proprio fratellino già nella pancia della mamma, ha un occhio nero e impassibile, avverte una particella di sangue su un milione di particelle d’acqua: non gli manca la parola, gli manca che faccia un giro lungo le rive italiane.
Inoltre, con il piastrellamento totale dei mari, otterremmo il risultato dell’abolizione dello snobismo balneare, così cafone, e l’istituzione di una democrazia equorea assoluta, che forse troverebbe d’accordo tanto la sinistra quanto la destra. Una rivoluzione. Non ci sarebbero più queste stronze e stronzi con la erre più o meno moscia che ti dicono: «Sono stata in Costa Smevalda, e c’eva un’acqua, ma un’acqua, mevavigliosa, sembvava una piscina…». Direbbero: «Sono stata in Costa Smevalda, e c’eva un’acqua, ma un’acqua, assolutamente identica a quella di Fvegene, che cazzo ci savò andata a fave…».
È un problema che riguarda i giovani di oggi, immuni dalla malattia delle barzellette. Se invece siete over cinquanta non raccontatele, per favore, siamo l’unico paese sviluppato che continua ancora a raccontare le barzellette, forse perché siamo una barzelletta di paese. Tra l’altro, il guaio delle barzellette è basarsi sulla tradizione orale, si tramandano come dei virus e poi vengono leggermente modificate, per cui solo a metà di una barzelletta nuova vi accorgete che è una vecchia con dei piccoli cambiamenti. Alcune sono interminabili, non vedete l’ora che finiscano, per cui ridete pensando di esservi tolti il pensiero e invece è ancora a metà.
Dopo di noi, in Europa, persistono solo la Polonia e i paesi dell’Est. La barzelletta è il prodotto narrativo di ogni popolo che passa dalla fase contadina a quella industriale, andava bene nell’Italietta giolittiana, durante il fascismo, nel dopoguerra quando spopolavano i film straccioni neorealisti e le barzellette avevano per protagonisti sempre un inglese, un francese, un tedesco, un americano e un italiano, dove l’italiano faceva immancabilmente la figura del più furbo, perché siamo sempre stati degli sfigati. Mentre dagli anni Settanta e Ottanta erano presi di mira i carabinieri.
Il repertorio delle barzellette classiche è sempre rurale o a sfondo coniugale o sessuale, da commedia italiana sporcacciona, mariti e mogli e amanti, non ci sono barzellette dove compaiano computer, iPad o PlayStation. La modernità non induce a inventare barzellette, perché si ha altro da fare.
Nei popoli primitivi le barzellette erano un modo per intrattenersi a vicenda, raccontandosi storie. Non avevano la televisione, non avevano internet, c’è da capirli. Le barzellette sono l’oppio dei popoli, come le religioni.
Così ancora oggi, nonostante la modernità, c’è sempre qualcuno (specie tra gli over cinquanta, mentre le nuove generazioni non sanno neppure cosa siano, per fortuna), durante una cena, tra una portata e l’altra, che appena presa confidenza con i presenti si esibisce raccontando una barzelletta.
Le persone che raccontano una barzelletta godono a vostro discapito, mettono in scena l’attore comico fallito che c’è in loro, e di punto in bianco vi trasformano nel loro palcoscenico, e vi sentite falliti anche voi nell’ascoltarle, perché a «La sai l’ultima?» è scortese rispondere «No e non voglio saperla». Anche perché è impossibile «Sì, la so già», mica c’è un ordine di uscita delle barzellette, cazzo ne sapete qual è l’ultima, e comunque le barzellette sono tutte variazioni di barzellette vecchie, quindi vi fregano sempre, la stessa barzelletta inizia in modo diverso.
I migliori sono i falliti perfino come raccontatori di barzellette, perché le iniziano ma non se le ricordano, vorrebbero ma non possono, oppure sono stoppati da una moglie che gli dice con cattiveria «Non è così, non la sai raccontare» salvando tutti i presenti dalla tortura, a meno che non cominci a raccontarla «bene» lei.
Bisogna sviluppare un sesto senso per salvarsi, individuare il raccontatore di barzellette e tenersene alla larga. Se invece siete costretti a stargli vicino, cambiate discorso o tavolo o poltrona subito dopo la risata, per evitare che il raccontatore di barzellette ne inizi un’altra, e poi un’altra, e non finisca più. È il motivo per cui deve essere terribile stare a cena con Silvio Berlusconi, un cinepanettone vivente trecentosessantacinque giorni l’anno, l’ultimo erede di Gino Bramieri, l’ultimo Re Sole con una corte da barzelletta che deve ridere ogni cinque minuti per farlo contento, perché la barzelletta era l’oppio dei popoli ma il popolo è l’oppio di Berlusconi.
I pedoni attraversano la strada senza guardare, se ne fregano delle strisce loro riservate e se le utilizzano scendono con un balzo dal marciapiede pretendendo che gli automobilisti inchiodino all’ultimo momento. Sembra una sfida.
Il pedone con auricolari è candidato a essere travolto. Li infila e, anziché sentire il rombo dei motori, ascolta musiche infernali per cui non avverte l’arrivo dei veicoli e costringe chi guida a frenate brusche e gimcane assurde. Il pedone se ne fotte dei semafori, quasi che fossero riservati ai veicoli a motore. In questo assomiglia ai ciclisti che, per giunta, pedalano sui marciapiedi e spesso investono chi passeggia, e se ciò accade nemmeno si scusano, sostenendo che il marciapiede è roba loro. Le persone che vanno in bici si trasformano, una volta in sella, in cretini, però progressisti. I non progressisti invadono strade e marciapiedi con motociclette che producono rombi assordanti.
Il pedone crede di avere sempre ragione, e non appena è lui a mettersi al volante, si trasforma in un pirata della strada. Il cafone al volante è un idiota costante. Parcheggia davanti ai portoni con passaggio carnale. Un tempo lasciava la macchina in seconda fila, adesso anche in terza, costringendo chi ha parcheggiato normalmente a girare per tutti i locali attigui chiedendo di chi sia quella BMW che lo ha imprigionato.
Diffidate di chi possiede una vettura coupé. Di norma è un esaltato, un talebano della velocità. Percorre i viali cittadini a 100 all’ora, convinto di essere in pista. Verrebbe da pensare a un criminale in fuga, invece non lo insegue nessuno, è solo un imbecille. Alcuni di essi comprano macchine con vernice opaca: sono i peggiori, una minaccia per l’umanità. Un’ultima moda è comprare SUV militari corazzati, in uso agli eserciti, da cui scende un buzzurro con pantaloni mimetici. Andrebbe spedito in Iraq anziché fare il coglione in città. In generale chi si sposta in SUV, corazzato o meno, è la specie peggiore: usa la supercar per posteggiare sul marciapiede, sul quale sale agevolmente grazie alla potenza del veicolo, lasciando dedurre un’impotenza da qualche altra parte. Almeno in questo aveva ragione Freud.
È scontato che l’abito non faccia il monaco, talvolta però fa lo spaventapasseri. E bisogna ammettere con rassegnazione che, ultimamente, il numero degli spaventapasseri deambulanti supera quello degli umani civili. Guardatevi attorno e scoprirete che la folla non desidera vestirsi decentemente, bensì ostentare i peggiori stracci in commercio.
C’è poi la moda delle mimetiche. Se ne vedono sempre più spesso, indossate da gente di ogni età: giubbotti mimetici, pantaloni mimetici, cappelli mimetici. Che ovviamente, usati in città, producono l’effetto contrario: questi imbecilli spiccano tra la folla, non puoi non vederli. La mimetica, lo dice la parola stessa, serve per mimetizzarsi. A tal riguardo, per ragioni logiche e non di cafonaggine, dovrebbe aggiornarsi anche l’esercito, visto che, dopo gli attentati islamici, schiera i propri soldatoni in mimetica nelle stazioni e negli aeroporti. Il più cafone di tutti: Matteo Renzi. Va a trovare i soldati in Afghanistan e scende dall’elicottero in mimetica, solo la giacca però. Andreotti non se la sarebbe mai messa.
I palestrati sono finiti negli anni Ottanta. Non sono mai stati chic, ma almeno c’erano i miti di Stallone e Schwarzenegger e non si era ancora visto come sarebbero diventati da vecchi. Oggi lo sappiamo: i muscoli diventano grasso, le facce si riempiono di botox.
Tira fuori dalla tasca un fazzoletto ciancicato, lo apre, ci guarda dentro, ci si soffia il naso, e ci guarda di nuovo dentro per vedere la schifezza che gli è uscita. Cosa pensa di trovarci? Una perla? Un diamante? Tu sei lì che gli parli, e lui fissa la sua poltiglia giallognola, su cui, per riflesso condizionato, casca l’occhio anche a te, e devi tr...