È la vigilia di Natale, e c’è qualcosa che non torna.
Niente di brutto. Solo che non torna. Non so come spiegarlo. Stiamo facendo tutto quello che è previsto dalla tradizione degli Spier. Mia mamma ha fatto gli stronzi di renna, ovvero i tartufi di Oreo. L’albero è illuminato e decorato. Abbiamo cantato la canzone dei Chipmunks.
È mezzogiorno, e siamo ancora tutti in pigiama, e ognuno è seduto al suo portatile in soggiorno. È pessimo avere cinque computer, lo so, anche se è tipico di Shady Creek. Stiamo facendo la caccia al tesoro su Facebook.
«Dillo, papà» dice Alice.
«Ok» fa lui. «Qualcuno che è in viaggio in un paese tropicale.»
«Trovato!» dice mia mamma, girando il suo portatile per mostrarci le foto di qualcuno. «Tema: una separazione.»
Restiamo tutti zitti per diversi minuti, cercando nei nostri post. Alla fine Nora ne trova uno. «Amber Wasserman» legge, «Pensavo di conoscerti, ma mi sbagliavo. Un giorno ti guarderai indietro e capirai cos’hai buttato via.»
«La chiamerei una presunta separazione» dico.
«Vale.»
«Ma puoi interpretarla alla lettera» dico. «Lo sta rimproverando perché le ha buttato l’iPhone.»
«La logica di Simon» dice Alice, «e con me non attacca. Vai, Boop. Tocca a te.»
Il concetto della logica di Simon l’ha inventato mio papà, e a quanto pare non ne vengo fuori. Significa pensare positivo supportati da una prova poco convincente.
«Ok» dice Nora. «L’opposto. Una coppia appiccicosa e disgustosa.»
Scelta interessante, trattandosi di Nora, che non parla mai di qualsiasi cosa abbia a che fare con un appuntamento galante. Buffo: solo adesso mi rendo conto che in questo momento quasi tutti i miei amici sono single. Non che i miei amici siano tipi appiccicosi e disgustosi.
«Ok, trovato» dico. «Carys Seward. Sono così grata di avere Jaxon Wildstein nella mia vita. Ieri notte è stata perfetta. Ti amo da morire, piccolo. Faccina che strizza l’occhio.»
«Bleah» dice Nora.
«È la tua Carys, Bub?»
«Io non ho nessuna Carys» dico. Ma so cosa sta chiedendo Alice. La primavera scorsa sono uscito con una Carys per quasi quattro mesi. Anche se nessuna delle nostre “serate” insieme è stata minimamente perfetta.
Ma ecco la cosa assurda: per la prima volta nella mia vita quasi c’ero. È strano, è volgare, e quell’inquietante faccina che strizza l’occhio apre la strada ai sogni erotici. Ma sì. Magari anch’io sto dicendo più del dovuto, anche se l’unica cosa che mi viene in mente è come Blu ultimamente firmi le email scrivendo “con amore”.
Riesco a immaginare noi due che a un certo punto abbiamo le nostre serate perfette. E probabilmente sarà anche come urlare a squarciagola sopra i tetti.
Aggiorno la pagina. «Tocca a me. Ok. Un ebreo» dico, «che scrive del Natale.»
L’email del mio fidanzato ebreo-episcopaliano. Mi chiedo che stia facendo adesso.
«Perché Nick non posta mai niente?» chiede Nora.
Perché pensa che Facebook sia il minimo comun denominatore del discorso sociale. Anche se gli piace parlare dei social media come veicolo per costruire e manifestare l’identità. Qualsiasi cosa voglia dire.
«Trovato. Jana Goldstein. Lista dei cinema in una mano, menu take away nell’altra. Pronta per domani. Buon Natale agli ebrei!»
«Chi è Jana Goldstein?» chiede mia mamma.
«Una della Wesleyan» dice Alice. «Ok. Qualcosa che abbia a che fare con avvocati.» È distratta, e mi accorgo che le vibra il telefono. «Scusate. Torno subito.»
«Avvocati? Ma che cavolo, Alice» dice Nora. «Così aiuti smaccatamente papà.»
«Lo so. Mi dispiaceva per lui» urla Alice da sopra la spalla, prima di scomparire sulle scale. «Ehi» dice, rispondendo al telefono. Un istante dopo sentiamo la porta della sua camera che si chiude.
«Trovato!» esulta mio padre. Di solito fa schifo in questo gioco, perché ha dieci amici in croce su Facebook. «Bob Lepinski. Buone vacanze a voi e alle vostre famiglie da Lepinski and Willis, P.C.»
«Bella, papà» fa Nora. Mi guarda. «Con chi sta parlando?»
«Che ne so» dico.
Alice è al telefono da due ore. Non è mai successo prima.
La caccia al tesoro si esaurisce. Nora si rannicchia con il suo portatile sul divano, e i nostri genitori spariscono in camera loro. Non voglio pensare a cosa stiano facendo di sopra. Non dopo che il papà di Blu e la sua matrigna l’hanno fatto. Bieber guaisce all’ingresso.
Il mio telefono vibra per un sms di Leah: Siamo fuori casa tua. Leah è strana quando si tratta di bussare. Credo che la intimidiscano i genitori.
Vado ad aprirle, e trovo Bieber ritto sulle zampe posteriori che in pratica sta cercando di farsela da dietro la finestra.
«Giù!» dico. «E dai, Bieb.» Lo prendo dal collare e spalanco la porta. Fuori fa freddo ma c’è il sole, e Leah ha un cappello di lana nero con orecchie di gatto. Nick è in piedi dietro di lei, impacciato.
«Ciao» dico, tirando Bieber di lato così che possano superarlo.
«In realtà pensavamo di fare una passeggiata» dice Leah.
La guardo. C’è qualcosa di strano nella sua voce. «Va bene» dico. «Datemi il tempo di vestirmi.» Ho ancora i pantaloni del pigiama con i golden retriever.
Cinque minuti dopo sono in jeans e felpa. Metto il guinzaglio a Bieber, e siamo fuori dalla porta.
«Volevate solo fare una passeggiata o che?» chiedo, alla fine.
«Già» dice Nick.
Lo guardo inarcando un sopracciglio, aspettando di vedere se aggiunge qualcosa, ma lui guarda da un’altra parte.
«Come va, Simon?» chiede Leah con voce gentile.
Mi fermo di colpo. Abbiamo appena lasciato il vialetto di casa. «Che succede?»
«Niente.» Giocherella con i pompon che le penzolano dal cappello. Nick fissa la strada. «Volevo solo vedere se ti andava di parlare.»
«Di cosa?» chiedo. Bieber mi taglia la strada per andare da Leah e si appoggia alle sue cosce, fissandola dal basso con sguardo implorante.
«Perché mi guardi così, dolcezza?» chiede, carezzandogli le orecchie. «Non ce li ho i biscotti.»
«Di cosa volete parlare?» chiedo di nuovo. Non stiamo camminando. Ce ne stiamo in piedi accanto al marciapiede, e io sposto il peso da un piede all’altro.
Leah e Nick si scambiano un’occhiata, e finalmente ci arrivo.
«Oh mio dio. Voi due state insieme.»
«Che?» dice Leah, diventando rosso fuoco. «No!»
Guardo Leah poi guardo Nick e poi di nuovo Leah. «Voi non…»
«Simon. No. Adesso fermati.» Leah non guarda Nick. È totalmente piegata in avanti con la faccia premuta contro il muso di Bieber.
«Ok, allora di cosa stiamo parlando?» chiedo. «Che succede?»
«Uhm» dice Nick.
Leah si alza di colpo. «Me ne vado. Buon Natale, ragazzi. Buon Hanukkah. O quel che è.» Mi fa un piccolo cenno brusco. Poi si china di nuovo e lascia che il mio cane la baci sulle labbra. E poi va via.
Io e Nick restiamo lì un istante in silenzio. Nick si tocca rapidamente il pollice con la punta di ogni dito.
«L’Hanukkah è finita» dice alla fine.
«Che sta succedendo, Nick?»
«Senti… non preoccuparti.» Sospira, fissando sulla strada la sagoma di Leah che scompare. «Ha posteggiato a casa mia. Devo darle un minuto, così non sembra che la sto seguendo.»
«Puoi venire da me» dico. «Per i miei ...