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Il gatto dalle molte code
Informazioni su questo libro
Non miagola il "Gatto" che si aggira nel cuore di New York. Si muove in silenzio e con estrema abilità strangola le sue prede con una corda di seta indiana. La città cade nel panico. L'assassino sembra imprendibile: non si sa nulla di lui, e nulla sembra accomunare tra loro le vittime. Chiunque potrebbe cadere sotto i suoi affilati artigli... Unico indizio, il lungo laccio di seta stretto intorno al collo delle prede. Sarà Ellery Queen a sciogliere con la sua ferrea logica quegli inestricabili nodi post mortem, macabra firma dell'assassino.
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9788804672586eBook ISBN
97888520778691
Lo strangolamento di Archibald Dudley Abernethy fu la prima scena della tragedia in nove atti che ebbe come ribalta New York e alla quale la città reagì in modo a dir poco sconsiderato.
D’un tratto più di sette milioni e mezzo di persone in un’area di quasi ottocento chilometri quadrati sembrarono aver perduto la testa. Il centro del fenomeno fu Manhattan, quella Gotham che, come osservò il «New York Times» nel momento peggiore della crisi, era stata ispirata da un leggendario villaggio inglese i cui abitanti erano noti per la loro stupidità. Non fu un’allusione troppo felice, perché non c’era nulla di comico nella realtà. L’ondata di panico causò più lutti del Gatto stesso; ci furono molti casi di psicosi, e, fino a quando gli psichiatri non avranno studiato le nevrosi della prossima generazione, non si saprà quali traumi abbiano subito i bambini a causa degli spaventi sofferti dai propri genitori.
Studiando più tardi l’episodio, gli scienziati si trovarono d’accordo su alcuni punti specifici. Uno di essi accusò i giornali. Certo la stampa newyorkese non può negare una certa responsabilità a proposito di quanto avvenne, e l’obiezione del direttore dell’«Extra», per il quale i giornali devono riferire al pubblico gli avvenimenti secondo il loro sviluppo e la loro durata, era plausibile ma non giustificava il fatto che l’attività del Gatto avesse trovato tanta macabra e minuziosa illustrazione. Scopo di questo modo di agire era, naturalmente, quello di vendere un maggior numero di copie, scopo raggiunto così in pieno che un direttore di quotidiano ammise in privato: «Li abbiamo veramente terrorizzati».
Anche la radio venne chiamata sul banco degli imputati. Quelle stesse stazioni che approvavano tutti coloro i quali indicavano nei gialli radiofonici e nelle trasmissioni poliziesche la causa prima di isteria, delinquenza, comportamento antisociale, ossessioni, precocità sessuale, tic, incubi, enuresi, volgarità e altri mali sociali della gioventù americana non avevano remore nel dare la più ampia pubblicità alle imprese del Gatto, con tanto di effetti sonori... quasi che l’impressione fosse resa innocua dal semplice fatto di corrispondere alla realtà. Si disse più tardi, e non senza fondamento, che cinque minuti di trasmissione dedicati all’ultimo colpo dell’omicida scuotevano i nervi dell’ascoltatore più di tutti i gialli radiofonici messi insieme. Ma ormai il danno era stato fatto.
Altri, scavando più a fondo, rivelavano come nei delitti del Gatto ricorressero alcuni elementi che contribuivano ad accrescerne l’orrore. Uno di questi era il mezzo usato. Poiché il respiro è la vita e la sua negazione la morte, si sosteneva che lo strangolamento doveva necessariamente suscitare i terrori più folli. Altro elemento era la scelta indiscriminata delle vittime, “scelta a capriccio”, come veniva definita. L’uomo, affermavano, affronta la morte con maggior coraggio quando sa di morire per qualcosa. Ma il Gatto sceglieva le sue vittime a caso: riduceva l’essere vivente a un livello subumano, e non attribuiva all’estinzione dell’individuo maggiore importanza o dignità di quella che si può attribuire al fatto di schiacciare con un piede una formica. Cosa che rendeva inutile ogni difesa, specie morale: chiunque poteva essere il prossimo, ed era il panico più totale. Terzo fattore: l’assenza assoluta di qualsiasi indizio che consentisse l’identificazione dell’assassino. Nessun essere vivente aveva mai visto lo strangolatore intento al suo infame e inutile lavoro; né il criminale lasciava traccia di età, sesso, altezza, peso, colore, abitudini, parlata, origine; neppure della specie. In base agli elementi a disposizione sarebbe potuto essere un gatto, oppure un incubo.
Persino i filosofi avevano finito per occuparsi della vicenda, abbracciando nel loro quadro tutto il grande panorama degli avvenimenti correnti. «Weltanschauung!» invocavano. Il vecchio sferoide schiacciato caracollava sul suo asse, sforzandosi di resistere alle pressioni, crepandosi lungo le linee in cui la tensione era più insopportabile. Una generazione che era cresciuta fra due guerre mondiali; che aveva seppellito milioni di mutilati, morti di fame, torturati, assassinati; che si era levata dalle acque insanguinate del tempo verso l’esca della pace mondiale per trovarsi appesa al cinico amo del nazionalismo; che indietreggiava davanti all’inspiegabile fungo atomico, senza capire né voler capire; che guardava impotente gli strateghi della diplomazia organizzare le tattiche di un Armageddon che non giungeva mai; trascinata prima qui, poi là, sollecitata, esortata, sospettata, adulata, accusata, pilotata, fomentata, infiammata, abbandonata, senza pace né riposo, perennemente sottoposta a spinte, pressioni e forze eguali e contrarie (queste erano le vere vittime della Guerra di Nervi globale)... non c’era da stupirsi che una generazione come questa si abbandonasse a urla atterrite al primo accenno dell’ignoto. In un mondo che aveva perso ogni senso di empatia, in un mondo irresponsabile, minacciato e minaccioso, era, questo, un fatto assolutamente normale. Era accaduto a New York City, ma in qualunque altro posto al mondo la reazione sarebbe stata esattamente la stessa. Restava da capire, proseguivano i filosofi, come mai la gente avesse accolto il panico a braccia aperte e non vi si fosse semplicemente arresa. In un pianeta già squassato dai brividi del terrore, mantenere il controllo era un impegno soverchiante. La fantasia offriva rifugio e sollievo.
Ma doveva toccare a uno studente di legge newyorkese di vent’anni definire l’episodio in un linguaggio che tutti potevano comprendere. «Ho appena finito di leggere Danny Webster» disse. «In un processo intentato contro un tale Joseph White, Webster ebbe a dichiarare: “Ogni delitto impunito sottrae qualcosa alla sicurezza di ciascuno di noi”. Secondo me, quando vivi in un mondo balordo come il nostro, quando un mostro che chiamano il Gatto si mette a far fuori gente a destra e a manca e nessuno ci capisce un tubo, ma, insomma, per quanto ne sa l’uomo della strada questo Gatto potrebbe pure andare avanti finché in giro non ci sarà più abbastanza gente manco per riempire la tribuna sinistra all’Ebbets Field... mi scusi, la sto annoiando. Ah, e che ne è stato di Leo Durocher?» Lo studente si chiamava Gerald Ellis Kollodny e la dichiarazione venne fatta al cronista incaricato di intervistare i passanti. La definizione fu riportata dal «New Yorker», dal «Saturday Review of Literature», dal «Reader’s Digest»; il notiziario della Mgm invitò Kollodny a ripeterlo davanti alle sue macchine da presa, e i newyorkesi annuirono e dissero che, in fondo, proprio quella era l’impressione che provavano.
2
La notte del 25 agosto fu una di quelle torride notti estive per cui New York è famosa. Ellery Queen si sforzava di scrivere; ma le dita gli scivolavano dalla tastiera; alla fine, spense la lampada da tavolo e si avvicinò a una finestra.
La città era silenziosa, appiattita nell’afa della notte. A est migliaia di persone si stavano dirigendo a Central Park per distendersi su un prato. A nordest, a Harlem, nel Bronx, a Little Italy, a Yorkville; a sudest, nel Lower East Side e oltre il fiume nel Queens e a Brooklyn; a sud, a Chelsea, al Greenwich Village, a Chinatown, dovunque c’erano abitazioni, le scale antincendio erano rifugi ambiti, le case deserte e le strade fitte di gente apatica. I viali dei parchi erano gremiti. Le macchine sciamavano per i ponti, Brooklyn, Manhattan, Williamsburg, Queensborough, George Washington, Triborough, alla ricerca di un filo di brezza. A Coney Island, Brighton, Manhattan Beach, Rockaways, Jones Beach, migliaia di persone insonni cercavano un poco di sollievo dal mare. I vaporetti turistici correvano su e giù per l’Hudson e i ferry boat si dirigevano verso Weehawken e Staten Island, ondeggiando come vecchie signore stracariche.
Il cielo era squarciato da lampi di calore che, quasi si trattasse di un immenso processo fotografico notturno, rivelavano l’Empire State Building.
A sud l’atmosfera sembrava un poco più chiara. Ma era un miraggio. Times Square era un forno, la gente era al Radio City Music Hall, al Roxy, al Capitol, allo Strand, al Paramount, allo State, dovunque si potesse sperare in un poco di refrigerio.
C’era chi cercava sollievo nella sotterranea. Le vetture tenevano aperte le porte di comunicazione tra i vagoni e, quando i treni correvano fra una stazione e l’altra, lo spostamento d’aria nel tunnel provocava una corrente violentissima ma gradita. Il punto più ricercato era alla porta d’ingresso della vettura di testa, dietro la cabina del conducente. Lì la folla era più fitta che mai e si abbandonava a una specie di catalessi.
In Washington Square, lungo la Quinta Avenue, sulla 57ª Strada, a Broadway, in Riverside Drive, a Central Park West, sulla 110ª Strada, a Lexington Avenue, al Madison, gli autobus, quasi deserti, continuavano i loro incessanti andirivieni a nord, a est, a sud, a ovest, su e giù...
Ellery tornò barcollando a sedersi e si accese una sigaretta, nervoso.
“Mi ritrovo sempre al punto di partenza, maledizione.”
Quello del Gatto stava diventando davvero un problema, e grande era la tentazione.
Si chinò in avanti e si portò le mani al collo; le dita gli scivolavano dal sudore e le strinse di più. Dopo il caso Van Horn, in cui, tradito dalla sua stessa logica, dopo aver preso di mira il reo aveva colpito l’innocente, Ellery, ripudiando ogni altra attività, era ritornato alla macchina per scrivere. Un’autentica torre d’avorio, secondo la definizione dell’ispettore Queen, suo padre.
Disgraziatamente per lui, Ellery doveva dividere la torre con un anziano cavaliere, abituato a torneare quotidianamente contro i malvagi. Per questo motivo, e perché veniva anche a essere anche il sovrano del cavaliere più giovane e momentaneamente appiedato, l’ispettore Richard Queen era un coinquilino pericoloso.
«Non voglio saperne più nulla di casi polizieschi» continuava a ripetere Ellery. «Lasciami in pace.»
«Che ti succede?» lo canzonava il padre. «Hai paura di essere tentato?»
«Ho chiuso. Non mi interessano più.»
Ma questo era avvenuto prima che il Gatto strangolasse Archibald Dudley Abernethy.
Si era sforzato di ignorare l’assassinio, e per qualche tempo c’era riuscito, ma, dal solito giornale del mattino, gli occhietti rotondi, nella faccina pure rotonda, di Abernethy, parevano scrutarlo in modo tanto fastidioso che, alla fine, si era rassegnato ad aggiornarsi.
Un caso interessante.
Ellery non ricordava un volto altrettanto anonimo: né bello, né brutto; né furbo, né stupido; neppure enigmatico. Solo il volto di un bambino di quarantaquattro anni: uno scherzo di natura.
Omicidio davvero interessante.
E poi, il secondo strangolamento. E il terzo. E...
La porta dell’appartamento venne sbattuta con forza.
«Papà?»
Ellery si alzò di scatto e batté la tibia in qualcosa di solido. Zoppicando, accorse nel tinello.
«Sono qui!»
L’ispettore aveva già posato giacca e cravatta e stava procedendo con le scarpe. Sembrava di cattivo umore.
«Brutta giornata?» Certo non era colpa del caldo, il vecchio era pressoché immune alle temperature estreme.
«C’è niente in fresco, Ellery?»
«Un po’ di limonata.»
L’ispettore si diresse al frigorifero in cucina, armeggiò con la vaschetta del ghiaccio e, versandosi un bicchiere di limonata fresca, si rivolse al figlio: «Intanto, fammi le congratulazioni...».
«Per che cosa?»
«Perché oggi mi hanno costretto a ingoiare il più grosso rospo della mia cosiddetta... cosiddetta, nota bene, carriera.» Buttò indietro la testa e bevve avidamente.
«Licenziato?»
«Peggio.»
«Promosso.»
«Bene,» disse l’ispettore sedendosi «adesso sono il cane più grosso nella caccia al Gatto.»
«Il Gatto?»
«Conosci il Gatto, vero?»
Ellery si appoggiò allo stipite della porta.
«Il commissario mi ha chiamato» continuò l’ispettore stringendo il bicchiere ghiacciato «e mi ha detto che da molto tempo ormai aveva in animo una mossa del genere. Ha creato una squadra speciale anti-Gatto. E, ripeto, io sono il cane più grosso.»
«Che effetto fa essere un cane?» domandò ridendo Ellery.
«Può darsi che tu trovi divertente la situazione» disse l’ispettore scolandosi quel che restava della limonata «ma, per ciò che mi riguarda, libertà e libertà soltanto è quello che voglio. E oggi ho detto chiaro e tondo al commissario che Dick Queen è troppo vecchio per essere trattato a questo modo. Ho dedicato alla polizia buona parte della mia vita e merito di meglio.»
«Ma hai accettato...»
«Sì; e, il cielo mi perdoni, l’ho anche ringraziato. E poi ho avuto una brutta sensazione... come se ci fosse dell’altro che non voleva dirmi, e mi è venuta ancora più voglia di rinunciare e chiamarmi fuori... posso ancora farlo.»
«Vuoi lasciare?»
«Così, pour parler... e poi, proprio tu mi fai osservazioni?»
«Oh, smettila» Ellery si alzò e andò a una finestra. «Ma non sono fatti miei. Per un po’ mi sono divertito, tutto qui. Sono anche stato molto fortunato. Ma poi ho scoperto che le carte in tavola erano truccate...»
«Capisco cosa intendi. Già. E questa brutta storia non è per tutti.»
Ellery si voltò. «Non stai esagerando?»
«Ellery, questa è un’emergenza.»
«Oh, per favore...»
«Te lo dico io.»
«Per pochi assassinii, anche se, ammettiamo pure, un tantino inquietanti? Qual è la percentuale dei delitti rimasti impuniti? Cerca di capire, papà: io avevo un motivo, allora, per rinunciare, come ho rinunciato, alla carriera del poliziotto dilettante: indagavo e avevo trovato qualcosa, ma ho fatto un pasticcio e ci sono andate di mezzo un paio di vittime. Ma tu sei un professionista, è il tuo dovere. Dopo tutto, quand’anche l’impresa fallisse, la responsabilità ricadrebbe sul tuo superiore... E se non si riuscisse a far luce sugli strangolamenti...»
«Se non riusciamo a venire a capo di questi assassinii, e in fretta, per giunta, in città scoppierà qualche guaio...»
«Qualche guaio, a New York?»
«Non mancano i segni premonitori: il c...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il Gatto dalle molte code
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- Copyright