Una relazione borghese
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Una relazione borghese

  1. 312 pagine
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Una relazione borghese

Informazioni su questo libro

Una relazione borghese è la cronaca di una lacerazione ed è, al tempo stesso, una riflessione sull'inesorabile fluire del tempo, sulla nostalgia, la famiglia, l'amore, le incomprensioni e le frustrazioni che non riusciamo a superare.

A partire dal momento in cui Joan-Marc e la sua prima moglie, Helen, si recano in uno stabilimento termale per cercare di salvare il loro matrimonio, il narratore-protagonista comincia a raccontare la propria storia, ricostruendo, attraverso salti temporali, i passaggi fondamentali della sua biografia di uomo borghese: l'educazione, l'iniziazione al sesso, i disastrosi rapporti con la famiglia, i problemi finanziari e la ritrovata amicizia, già in età adulta, con alcuni compagni di classe, tra cui un transessuale di nome Eloise.

Una relazione borghese dipinge con lucidità la fisionomia di una generazione e dei tempi che stiamo vivendo: dall'incapacità di accettare l'irreversibilità del tempo, il decadimento fisico, la malattia e la morte alla rappresentazione delle relazioni, come si sviluppano e finiscono quando la realtà virtuale si sostituisce alla vita vera.

È una commedia acida che ricorda i film di Woody Allen, Carnage di Roman Polanski, Youth di Paolo Sorrentino, ed è sorretta da una narrazione che trascina in maniera vorticosa il lettore nel gorgo dei fallimenti del protagonista e lascerà spiazzati per la brutalità del suo cinismo e la costante e sorprendente ironia della sua voce, in grado di chiamarci in gioco tutti quanti.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804650591
eBook ISBN
9788852076527

Una relazione borghese

A Judit, What could be a finer thing to live with than a high spirit attuned to softness?
So bene
che non sei infallibile
il tuo occhio di puledro si è scurito crescendo.
TED HUGHES
Andammo alle terme per salvare quel che rimaneva del nostro maledetto matrimonio.
Solo con questo proposito mi infilai in quella Citroën rossa noleggiata, con un cambio così duro che rischiavi di andare fuori strada a ogni deviazione, e cominciai ad affrontare curve sotto l’attento sguardo di quei paesini medievali che in Catalogna spuntano dai campi come funghi di pietra.
Le montagne si ritirarono in morbide colline e il paesaggio arido cedette il passo a una distesa di spighe di segale e grano; procedevamo lungo una strada sdrucciolevole, omaggio del temporale che ci aveva costretto a rifugiarci per qualche ora nella stazione di servizio dove i genitori di Helen avevano buttato duecento euro in souvenir.
Il pomeriggio era caldo, come se si fossero mescolate delle ore di aprile a quel mese di novembre che continuava a far cadere secondo il suo ritmo le foglie dei pioppi sul letto del fiume Corb; era penoso vedere quell’alveo terroso che saltava su e giù per gole, anse, meandri e dislivelli, simile alla groppa di una bestia viva. Stando alla cartina, mancavano meno di cinque chilometri. Lungo la traiettoria di una curva inaspettatamente ampia che si apriva verso destra scorsi Helen nello specchietto retrovisore che si mangiucchiava l’indice, lo sguardo azzurro fisso sulla sigaretta che teneva fuori dal finestrino per non dare fastidio a suo padre con il fumo. Il bambino che masticava chewing gum sul sedile posteriore poteva a malapena nascondere (per la linea delle guance, per il taglio generoso delle labbra) di essere una versione più stilizzata e vivace della combinazione di alcuni geni del padre e della madre di Helen, in mezzo ai quali era seduto. La strada si restrinse in uno sterrato che scendeva verso una zona boscosa, cominciai a sentire le nostre valigie sbattere nel bagagliaio.
Quando il tormentato fiume incrociò di nuovo il percorso dell’auto, lo oltrepassammo sopra un ponte e ci trovammo di fronte un nastro di terra fiancheggiato da alberi alti, decorativi, privi d’ombra, che portava all’imponente edificio pairal, la masseria che il comune aveva risollevato dalla rovina per trasformarla in uno stabilimento termale.
Parcheggiai in una distesa di ghiaietto, vicino a una piscina quadrata senza nuotatori e a tavolini da giardino e sedie di plastica. Tirai fuori la mia piccola valigia, e mentre i genitori di Helen organizzavano la loro collezione di borse e sacchetti, di articoli statunitensi e ammennicoli da regalo, feci correre lo sguardo sulle ondate di cereali che ingiallivano le montagne: in lontananza si aprivano canali di irrigazione circondati da tettoie dove probabilmente tenevano degli animali. Prima che la voce di Helen, esasperata dalla curiosità del bambino, mi reclamasse per aiutarla con il valigione che si era portata dal Montana, mi saltarono all’occhio i movimenti di un batrace che spuntava e si nascondeva tra le foglie di mentuccia, il suo corpo sussultava come un viscoso cuore verde. A ogni balcone era appeso un mazzo di garofanini selvatici.
Scaricammo i bagagli e lasciai andare avanti Helen con i suoi genitori e il bambino, avevo bisogno di sgranchirmi le gambe prima di entrare nella reception. Qua e là passeggiavano ospiti pallidi. Notai una figura viva che si sventagliava dentro il suo accappatoio; mi salutò togliendosi il cappello, aveva la testa rasata ma un germoglio di peluria persisteva sul cranio, come se fosse stato spolverato di un velo di caffè. La cosa più eccitante di quella terrazza era vedere come le fronde degli alberi assorbivano a poco a poco il chiarore, così entrai a curiosare.
Helen e famiglia erano in coda all’estremità opposta di un salone ampio, decorato con lampadari a gocce di cristallo e scansie dove erano in bella mostra boccette di porcellana: menta, verbena, salsapariglia, erbe così. Mi salutò una donna obesa, la rete di varici che conteneva la carne delle sue gambotte sembrava sul punto di cedere. Distolsi lo sguardo quando mi lanciò un sorriso androgino, e man mano che scannerizzavo la sala con gli occhi, sentii il morale scendermi sempre più sotto i piedi nello scoprire la parete di vetro che dava sul salone delle attività: un gruppo di vecchi nuotava a rana, un altro cercava di agitare le braccia al ritmo scandito da un istruttore.
Rimasi a fissare una donna con la pelle così piena di macchie gialle che sembrava invasa dalla ruggine, e un tizio che lo sforzo sembrava gonfiare di elio, da un momento all’altro poteva scoppiargli la faccia. Era difficile immaginare perché si sottoponessero a quegli esercizi sadici, che tipo di promesse gli avessero fatto, se speravano di rinforzare il cuore, che la loro pelle incartapecorita tornasse liscia, che gli si disintasassero gli intestini. Dopo settant’anni di usura era già tanto se si reggevano in piedi.
Avevo guidato per più di due ore dall’hotel Claris, su un sedile in cui c’era a malapena lo spazio per innestare il cambio, mi facevano male le ginocchia e incominciavo ad avere fame, ispezionai i tavoli per controllare se insieme alle bibite servivano biscotti e fu allora che vidi un ragazzino negro sui dodici anni attraversare la sala come una raffica di aria pulita, zigzagando tra le sedie a braccia aperte. Immaginai che avesse dimenticato qualcosa in camera e che andasse a cercarla, trasformato in una creatura alata. Fui contento per lui, i bambini pieni di immaginazione non sono mai soli. Quel che più mi mette tristezza del bambino di Helen è che non ha fantasia, se ne sta lì imbambolato nelle stanze, a guardarmi come un idiota. So che non era una situazione facile, ma suo padre nel Montana doveva di certo avergli presentato un paio di mamme sostitutive, e per un bambino sveglio tre giorni sono sufficienti per adattarsi a un nuovo contesto ed evitare di restare paralizzato ogni volta che mi incrociava; oltretutto io ho un aspetto più WASP di uno qualunque di quei fattori del Midwest.
Mi guardai attorno in cerca di un negro adulto tra i bagnanti che uscivano dall’acqua con i capelli raggruppati in ciocche, come se si fossero appena accoppiati con una stella marina, lo cercai tra le mummie narcotizzate che tentennavano fra ordinare un tè e la prospettiva allettante di aspettare un infarto, e fu su uno dei tavoli che trovai il suo dito, lungo, scuro come velluto umido. Nella camicia gialla, sembrava una macchia d’inchiostro di china dalla forma antropoide. Era concentrato a versare latte nel suo tè, lo faceva così lentamente che si formò un cervello lattiginoso che lui stesso dissolse con due colpi di cucchiaino. Mi piacciono i negri, anche se non ho mai avuto a che fare personalmente con nessuno di loro, mi suscitano una simpatia istintiva, mi affascina l’elasticità dei loro corpi, credo sia colpa dello scheletro che si ritrovano se non tirano fuori dei buoni nuotatori, troppa sostanza cartilaginea. Questo delle terme era un esemplare impressionante, dal tronco gli crescevano estremità così lunghe che dava l’idea di poter calciare o raccogliere qualsiasi oggetto nella sala senza alzarsi. Dovevo essere rimasto a fissarlo ammirato, perché quando incrociammo gli sguardi mi ricevette con due iridi dure che galleggiavano nel siero del bulbo oculare.
Girai il collo e vidi Daddy affrontare il corridoio, trascinando le valigie e i piedi; soltanto in qualche gesto isolato intuivi il leone dimenticato dentro quel corpo in regressione. La mamma di Helen lo seguiva a mezzo metro di distanza avvolta in un alone di cosmetici, non si può dire che avremmo fatto amicizia, le due volte che eravamo rimasti da soli si era dedicata a masticare le parole inglesi in una pappa fonica che sembrava gaelico, e il giorno seguente sarebbero saliti sul volo di ritorno per svanire dalla mia vita.
Quando mi girai, Helen era sola al banco della reception, raccolsi la sua valigia e lasciai che mi precedesse con la chiave.
Ho una considerazione altissima del ruolo che giocano le stanze di hotel, le pensioni e gli alberghetti all’estero nella maturazione di una coppia, adoro quei prolegomeni e contrappunti al sesso domestico, quell’iniezione di clandestinità; però avevo passato tutto il viaggio immaginando di malavoglia il momento in cui saremmo rimasti soli in camera da letto, non sapevo come avrebbe reagito la mia libido dopo cinque mesi di separazione; sembra una faccenda di magia, ma le ragazze si gonfiano e si imbarcano seguendo il modello delle madri. Trascorrere la giornata con la versione flaccida, trasfigurata da protuberanze grasse, del corpo roseo e vivo, dalle pieghe umide e morbide di Helen non era stato il migliore degli stimoli.
Quel pensiero stupido si dissolse non appena vidi come se la cavava la sua silhouette (così carica di vitalità che mi è sempre sembrata predisposta ad avere un’emorragia di vita) a salire le scale con la valigetta, trasmettendo senza soluzione di continuità il movimento dai dorsali al bacino, che da quando siamo sposati è il solo stimolo di cui ho bisogno perché le varie voci dentro la mia testa rinuncino all’assurda tendenza a cianciare ognuna per proprio conto e si concentrino sull’unico richiamo di quello che sarebbe successo tra di noi nella mezz’ora successiva.
Helen non riuscì a venire a capo della serratura, aprii io la porta cercando il letto frusciante con la coda dell’occhio. Lasciammo le valigie sul pavimento. Una scrivania ridicola, uno specchio a figura intera, una finestra che dava sugli abeti e un bagno con il piatto della doccia. Helen si mise a fare una serie di stiramenti in stile Jovanotti, e la visione della peluria trasparente che le cresceva sull’ascella spinse i miei piedi sull’orlo del trampolino. Presi lo slancio per saltare, ma quando il bambino fece irruzione in camera emettendo rumori con la bocca mi lasciai invece cadere sulla sedia; il ragazzino doveva essere lì fuori nel corridoio ad aspettare, una mano di indignazione mi salì dal ventre.
«Ti siedi? Non mi aiuti con la valigia?»
Nonostante l’accento tagliente del suo castigliano dozzinale, so che lo disse con buone intenzioni, senza un briciolo di pressione, il viaggio di due ore chiusa in macchina con Daddy doveva averla stordita. Riuscì perfino a sollevare con la voce un fondo di tenerezza, cercava di fare le cose per bene, per il nostro bene.
«Attacchi già con le richieste. Iniziamo male.»
Helen si girò lentamente e rimase sospesa (mezzo secondo) nella posizione e nell’angolo che permettono una visione simultanea del seno e del gluteo, mi sorprese mentre me la pregustavo, la conosco troppo bene per non riconoscere il flusso di indignazione che crepò i suoi occhi chiari. Si costrinse a far scendere giù per la gola qualcosa di grosso prima di premere la corda vocale più dolce che trovò.
«Non preoccuparti, John, mi lavo le mani e la disfo io.»
Mi voltò le spalle ed entrò in bagno.
«Devi essere sfinito.»
Il bambino terminò il suo volo verso il fondo della stanza (non era un uccello, imitava con la bocca il rombo di un motore) e mi guardò per un paio di secondi prima di arrampicarsi in punta di piedi sul davanzale della finestra. Nello specchio a figura intera mi vedevo le gambe, sentii lo scroscio della doccia, Helen aspettava di togliersi di dosso la mia inattesa frecciata verbale prima di uscire, poteva andare per le lunghe; il minibar era a portata di mano, presi due sacchettini di frutta secca.
Non negherò che avevo già sentito Helen chiudere il rubinetto della doccia e far scorrere il chiavistello quando sbraitai:
«Quanto ci metti a uscire?»
Le ultime sillabe coincisero con l’apparizione di Helen avvolta in un asciugamano annodato sopra il seno, vidi avvicendarsi sulla sua faccia una sequenza di smorfie rabbiose prima che sfociassero in un’espressione infantile; cercai di calmarmi, teoricamente prima dei baci e dei morsi dovevamo impegnarci a fondo per far cicatrizzare le ferite dell’ultimo anno di convivenza; perfino una donna come Helen, consapevole fino all’indecenza della dote che le sue forme le garantivano, era in grado di dimenticare per due ore la dimensione erotica del suo corpo per concentrarsi a trovare un rimedio alla insoddisfazione interiore.
Si limitò a sorridere, si limitò a sfregarsi le mani, incominciò a canticchiare e a tirar fuori dalla borsa i suoi ammennicoli femminili, come se avesse a che fare con due bambini. Mi trattenni dal rimproverarle che stava bagnando il pavimento, il genere di gesti benevoli che non contano perché nessuno li nota; il bambino si unì alla canzone, era un trucco troppo vecchio perché funzionasse, ma era gentile, cortese, un massaggio alla mia vanità, optai per parlarle senza giri di parole.
«Non pensi sia ora che il bambino vada dai suoi nonni? Abbiamo bisogno di un po’ di intimità.»
Il sole stava calando come una moneta rossa, e se socchiudevi gli occhi tutto quel grano maturo faceva pensare a migliaia di filamenti di anemoni di mare che si agitavano nel loro habitat subacqueo.
«Tra poco ci chiameranno per cenare. Non c’è tempo. E si chiama Jackson.»
Anche Helen sapeva interpretare le intenzioni nel bianco dei miei occhi, nei rapidi cambi di espressione, a questo serve il do ut des della convivenza: ti insegna a leggere nel viso dell’altro come in un libro aperto. Cominciai a togliere vestiti dalla valigia e a sparpagliarli per marcare il mio territorio, ma riconobbi il tono goloso nella voce di Helen, sapeva perfettamente che tipo di turbolenza emotiva stava scatenando in me.
«Oltretutto, siamo venuti qui per sentirci una famiglia, non due amanti.»
Suppongo che non riuscì a trattenersi, c’è qualcosa di troppo divertente nel mandare tutto a rotoli e vedere che succede dopo. Allungai le gambe, mi facevano male i piedi, devo ammettere che mi imbarazzava togliermi le scarpe davanti a quel frammento proveniente da un altro stadio dell’esistenza di Helen, ma ti confido che lei non pensò per più di un secondo che la presenza del bambino mi avrebbe tappato la bocca.
«Non dire cazzate, è che non vuoi che ci sia tempo.»
Sopra i tavolini all’aperto avevano acceso le luci, l’erba mi ricordava il pelo di un animale spaventato, i puntini rossi dei papaveri pesavano come sangue, stava davvero scendendo la sera.
Non ricordo che Helen abbia risposto qualcosa, fu il ragazzino a lanciare quello strillo da topo quando sua madre lo trascinò per un braccio fuori dalla stanza. Si era vestita in fretta, non feci caso a quello che si era messa, quando rimasi solo mi tolsi anche i calzini e vuotai una bottiglietta di gin. I tavolini fuori adesso erano deserti, si sentiva appena lo sforzo di un motore, era tutto così silenzioso che sembrava di poter allontanare il buio con un soffio. I vecchi dovevano essersi nascosti dentro quando aveva iniziato a piovigginare, e adesso il fresco li teneva rintanati nelle loro stanze.
La sera era di un blu sufficientemente nitido per vedere i rami degli alberi applaudire. Il gin bruciava appena veniva a contatto con le pareti della gola ma subito dopo faceva scivolare un calore benefico nelle vene, ammorbidendo i contorni del piano assurdo in cui ero andato a ficcarmi. Cominciò a percorrermi la schiena e le mani il formicolio di un’impazienza docile; non era male, come sensazione.
«L’ho lasciato con i suoi nonni, sarai contento.»
Nel vedere quella chioma umida che recuperava il tono dorato, capello per capello quasi, nel vederla girare per la stanza e disseminare (ulteriormente) le sue cose, con i pantaloni della tuta e una canotta ordinaria fino alla nausea che si era messa in fretta e furia, le pieghe del cuore, che erano rimaste secche e contratte per tutto quel viaggio del cazzo, mi si inumidirono e cedettero a un torrente di sensazioni gradevoli legate all’essere sposati e al vivere insieme che mi impregnò di un umore magnifico. Volevo abbracciarla e smangiucchiarmela all’istante, dalla fronte fino alla polpa delle natiche, tirarle i capelli e farle il solletico, più o meno tutto contemporaneamente.
Helen rimase di profilo, masticando i resti della sua stizza prima di mandar giù un sentimento delle dimensioni di una biglia.
«A volte nemmeno io so cosa fare con Jackson, sarà tutto diverso quando vivremo insieme noi tre.»
«Sempre che prima sistemiamo le nostre cose.»
Cercai di riacchiappare le parole mentre mi stavano già uscendo dalla bocca. È un peccato che le onde sonore non abbiano una coda per poterle riafferrare prima che attraversino lo spazio e comincino a ricomporsi in istruzioni linguistiche, dentro il prodigioso labirinto uditivo che si snodava all’interno dell’orecchio di Helen.
I mesi che avevamo passato separati erano stati lunghi, non che ricominciassimo da zero, ma una buona manciata di reazioni abituali si era incartapecorita. Non nego che esistano persone a cui puoi modificare lo stato d’animo con la frase giusta, solo che Helen non è una di quelle, si fa trascinare dalle emozioni, così mi lasciò di stucco la sua replica docile, il passo che fece fuori dal perimetro dell’affronto.
«Certo, prima sistemeremo le nostre cose, scusa, siamo venuti qui per questo.»
Lo specchio del bagno rispose ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Una relazione borghese
  4. Copyright