
- 168 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
«Il libro che avete tra le mani è il risultato di una lunga serie di conversazioni, interviste e ricerche sui fondamentali dell'educazione oggi. L'essenziale per crescere affronta il tema spinoso delle scelte educative fondamentali per chi ha figli da 0 a 13 anni. Perché diventare mamme e papà è un po' come essere assunti (senza corsi di formazione) per svolgere un mestiere bellissimo e allo stesso tempo impegnativo, complesso e totalizzante. E anche se è normale commettere degli errori, avere l'opportunità di evitarne qualcuno, grazie alle informazioni di chi ha più esperienza o le conoscenze scientifiche necessarie, è davvero una preziosa occasione.»
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Informazioni
Print ISBN
9788804662310eBook ISBN
9788852079214III
Il primo distacco: mamma torna al lavoro
Terminato il congedo, per le mamme lavoratrici arriva il momento di rientrare in attività. Nella gran parte dei casi, il timore che restare a casa anche per il periodo di maternità facoltativa (sei mesi oltre i cinque di norma previsti per legge) possa creare problemi con i superiori e con l’organizzazione del lavoro in ufficio in genere mette le ali ai piedi. Peccato. Perché, invece, se si potesse scegliere, portare a compimento l’attaccamento primario sarebbe, secondo gli esperti, davvero importante. Ma richiederebbe di restare con il bambino per tutti i primi 12 mesi della sua vita. I vantaggi? Tanti. Bambini più sereni, senza disturbi del sonno né problemi di inappetenza, ma anche più sani o, meglio, più resistenti alle malattie. La vicinanza della mamma, infatti, favorisce il benessere di un cucciolo da tutti i punti di vista. Anche da quello del sistema immunitario. Vediamo, allora, come muoversi in questa delicata fase di distacco.
Come «compensare» le ore di lontananza?
Ad avere un ruolo importantissimo, in primo luogo, è il modo in cui si utilizza il tempo familiare. Ecco qualche esempio: il bagnetto preparato dalla mamma, la cena tutti insieme, la favola prima di dormire non sono i «soliti gesti», ma momenti rituali che riportano il figlio al centro educativo della famiglia, che tengono vivi i legami simbolici anche se durante il giorno si è lontani e non si possono mantenere i legami reali di contatto fisico. Non solo, conservare questi spazi di intimità e coccole favorisce nel bambino il senso di uno spazio più intimo, quello della famiglia, dopo le ore vissute con i nonni o al nido. Anche l’oggetto transizionale, cioè l’oggetto simbolico che sostituisce la presenza materna (può essere scelto dal bambino o proposto dalla mamma), che si tratti di un fazzoletto, dell’orsacchiotto o della famosa copertina di Linus, può essere molto importante per vivere più serenamente le ore che si trascorrono lontano da casa, grazie alla sua funzione consolatoria, al fatto che l’oggetto favorisce la persistenza simbolica del legame. C’è però un’altra importante questione da affrontare: decidere chi si occuperà del bambino quando la mamma sarà al lavoro. Le soluzioni, in genere, sono tre: nonni, asili nido oppure tata.
Vediamole una per una.
I nonni
Il trend registrato negli ultimi anni da pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva ha evidenziato che si ricorre sempre più spesso all’aiuto dei nonni, trasformandoli in veri e propri baby sitter. Una soluzione comoda, economica, ma che – va detto – presenta anche qualche insidia.
Il ruolo dei nonni nella geografia familiare non è affatto quello di baby sitter (educatori sostituti dei genitori), ma di custodi e testimoni della memoria familiare, canali di trasmissione di un sapere antico, precedente anche a quello di mamma e papà e, per un bambino, una fonte extra di coccole e attenzioni. Occuparsi ogni giorno di un bambino piccolo, invece, richiede energia, competenza e organizzazione. E i nonni non sempre ne hanno. Così tendono a ricorrere molto spesso alla televisione e al tablet.
Proviamo a esaminare nel dettaglio il cuore del problema. Per i nipotini, gli anziani rappresentano il passato, le radici, la memoria. Il nonno è quella preziosissima figura archetipica che garantisce e tutela il significato simbolico della continuità della famiglia. Allo stesso tempo, poi, il nonno è una figura morbida, è colui che concede le piccole trasgressioni su cose non sempre concesse dai genitori: il gelato, il giornaletto, la caramella, il giro in giostra in più.
Se, invece, i nonni devono occuparsi dei nipotini ogni giorno, dalla mattina alla sera, finisce che non ce la fanno più: non possono avere le energie di quando erano giovani, né la creatività di chi, come una tata, è preparata per stare con i bambini, conosce molti giochi e attività stimolanti da fare con loro e, in più, ha il compito di collaborare con i genitori circa la linea educativa da seguire. Al contrario, difficilmente i nonni avranno gli stessi metodi o le stesse idee in fatto di educazione dei loro figli: basta una generazione di distanza per «parlare lingue diverse». Il risultato? Nonni e genitori rischiano discussioni continue su tutto: il cibo, l’abbigliamento, le uscite con il bebè. E per l’uso della tivù. A due anni di età, infatti, le potenzialità dello sviluppo neuronale sono enormi. E la tivù, un mezzo che sottrae l’esperienza del fare in favore di un’attività passiva, non è adeguatamente stimolante.
In definitiva, i nonni dovrebbero dare una mano, certo, se se la sentono e se abitano vicino, ma non occuparsi in pianta stabile dei nipotini. Se, invece, proprio non c’è alternativa, anche a costo di affrontare qualche discussione di troppo, è possibile appoggiarsi serenamente a loro solo accordandosi su cosa fare e cosa non fare con i bambini. E, appena sarà possibile, è importante che i neogenitori sollevino i nonni da questo incarico.
Il nido di infanzia
A partire da un anno di vita, un’ottima alternativa è il nido di infanzia. Meglio ancora se utilizzato gradualmente, cominciando da mezza giornata. Il nido di infanzia, in genere, accoglie i bambini fin dal sesto mese di vita ma, per entrare in una piccola comunità, occorre attendere il compimento del primo anno. Anzi, al di là dei timori materni circa le malattie (è vero: al nido, il primo anno, possono ammalarsi di continuo tra raffreddori, otiti, bronchiti, gastroenteriti e tutte le malattie infettive infantili, ma è un buon modo per immunizzarli), il nido rappresenta un ampliamento salutare del mondo dei bambini. E ne traggono giovamento soprattutto i figli unici, che non possono godere a casa della cucciolata dei fratelli e che, così, hanno la possibilità di ricrearla con i piccoli compagni della scuola dell’infanzia (siamo animali sociali, non va dimenticato). E poi, a quell’età, è anche salutare che cominci ad affievolirsi la naturale e preziosa devozione materna del primo anno.
Il bambino, nel secondo anno di vita, non è ancora in grado di costruire relazioni significative. In questo caso, la presenza degli altri bambini diventa soprattutto un’occasione per rispecchiarsi e confrontarsi, ma il bambino non sa ancora valorizzare queste componenti in maniera creativa e globale. Diciamo che stare con gli altri, in questo caso, è una sorta di preparazione alla socializzazione che verrà. A questa età, infine, non si può ancora parlare di dinamiche di gruppo, ma di forme preliminari di socializzazione che in genere sono a due, ma aiutano comunque a creare una predisposizione e un embrione di competenze utili nella relazione con gli altri. A partire dal terzo anno di età, invece, andare al nido è un’esperienza straordinaria, uno dei momenti più effervescenti in assoluto: un periodo di scoperta e di grande permeabilità perché il bambino, a quell’età, è molto ricettivo.
APPROFONDIMENTI… IN PILLOLE
Tutte le ricerche scientifiche svolte in varie parti del mondo occidentale hanno sempre confermato che i bambini che frequentano il nido hanno poi, nella vita adulta, maggiori potenzialità di successo e realizzazione.
A partire dal secondo anno di vita il nido d’infanzia, specie se di qualità, permette ai bambini di vivere importanti esperienze sensoriali e sociali. Mentre a casa, cosa che non accadeva anni fa, diventano facili prede dei videoschermi con gravi danni per la loro crescita. Il nido è meglio dei nonni (che sono preziosi ma vanno frequentati a piccole dosi, e non trasformati in animatori infantili); il nido è meglio anche quando la mamma è a casa, anche se solo al mattino.
Un buon nido d’infanzia è un vero e proprio investimento per una famiglia, un modo per garantirsi un futuro migliore. In questo senso, il nido è meglio di una nuova auto; il nido è meglio di una vacanza esotica per tutta la famiglia; il nido è meglio di ogni sorta di tecnologia, anche quella più avanzata. Se i soldi scarseggiano, investiamo in educazione!
Educare bene vuol dire fare la mossa giusta al momento giusto: consentire ai nostri bambini di compiere, fin da piccoli, esperienze di socialità, apprendimento, autonomia, in un ambiente adatto a loro è la scelta migliore.
Manderesti tuo figlio in un nido con le telecamere?
La cronaca ogni tanto ci allarma con storie di maltrattamenti negli asili nido. Che fare? Ecco tre consigli.
Le telecamere sono una scorciatoia che non risolve in alcun modo il problema, anzi aggrava la percezione di insicurezza che aleggia oggi sui nidi, passati da essere visti come la miglior possibilità per i bambini piccolissimi a istituzioni problematiche, se non peggio.
Un nido di qualità, invece, rappresenta una scelta unica e straordinaria per la crescita. Lo dicono le ricerche di tutto il mondo: sviluppa le risorse dei bambini e favorisce le alfabetizzazioni primarie nel campo della socializzazione e delle esperienze sensoriali.
E infine il consiglio più importante: non lasciare i bambini a persone non qualificate dal punto di vista professionale e pedagogico, reclutate sulla base del presunto «amore per i bambini». Occorre una selezione degli educatori che includa precisi test attitudinali a fronte di una responsabilità enorme verso minori fragili e nel periodo più delicato della crescita umana.
Le specifiche e imprescindibili condizioni che si impongono rispetto alla scelta del personale scolastico sono due e attengono alle qualità anzitutto individuali di chi intende svolgere questa professione.
La prima è una sufficiente capacità di gestire le proprie emozioni in quanto i soggetti in età evolutiva, siano essi bambini più o meno piccoli o adolescenti più o meno scalmanati, attivano delle proiezioni emotive che soltanto persone non solo preparate ma anche predisposte sono in grado di contenere rispetto a se stesse. In altre parole, è impensabile che il soggetto con gravi difficoltà di autocontrollo emotivo possa in alcun modo svolgere le attività di carattere educativo e scolastico.
La seconda condizione imprescindibile è la capacità di gestire non tanto i singoli bambini quanto i singoli bambini dentro il gruppo, poiché quasi tutte le attività educative sono di carattere sociale e non individuale. Pertanto, la condizione indispensabile di professionalità è la competenza nel condurre un gruppo di bambini e di alunni.
La tata
Per la mamma che lavora, la terza possibilità consiste nell’affidare il bambino a una figura professionale che ha una preparazione ad hoc, diversa quindi dalla baby sitter (un sostegno cui ricorrere la sera o nel fine settimana, tenuto conto che, in genere, a offrire questo servizio sono signore e studentesse che desiderano guadagnare qualcosa, anche se non hanno una formazione specifica per l’infanzia).
Naturalmente ci sono baby sitter molto brave, pazienti e volonterose, ma da loro i genitori non possono pretendere performance particolari in termini di «giochi educativi» o attività stimolanti per il bambino. Ecco perché risultano perfette per la sera, quando mamma e papà hanno un impegno o vogliono andare al cinema. La tata giusta è una vera assistente all’infanzia, un’educatrice qualificata dotata di pazienza e attitudine al rapporto con i bambini, ma anche di una professionalità tale da aiutarli nello studio e nella corretta educazione. Non dimentichiamo, perciò, di pretendere dalle nostre candidate un curriculum preciso e delle referenze verificabili, e magari di iniziare la ricerca della figura che fa per noi in luoghi come la scuola, la parrocchia, il centro sportivo pomeridiano, dove potremo raccogliere i preziosi consigli delle altre mamme e delle educatrici.
In alternativa ci si può rivolgere alle scuole di formazione professionale che, ormai, si trovano un po’ in tutta Italia, oppure alle agenzie on line che mettono in contatto domanda e offerta, selezionando i profili delle migliori tate disponibili, oppure si possono consultare gli annunci lasciati direttamente dalle tate negli asili e fissare dei colloqui. Inoltre, ci si può rivolgere ai servizi per le famiglie presenti nei Comuni per avere i nomi di persone preparate e affidabili. Attenzione, però: non è il caso di diventare superesigenti e pretendere una persona con un curriculum scolastico ai massimi livelli. L’eventuale laurea in scienze dell’educazione, in questo caso, non ha rilevanza, mentre può fare la differenza il modo in cui la tata si presenta: la puntualità, un aspetto in ordine e curato, ma non formale e rigido, per esempio, possono essere un ottimo biglietto da visita per chi si occuperà ogni giorno del bambino, igiene compresa. A contare moltissimo, poi, è la reale capacità di entrare in sintonia con il piccolo e di accudire e contenere le sue richieste. Proprio per questo è importante stabilire in anticipo, e nel dettaglio, cosa è permesso e cosa è vietato fare secondo lo stile educativo familiare.
La tata, infatti, ha una presenza «educativa», non di semplice «assistenza». Non si sovrappone, ma affianca i genitori nel compito di educare, formare, stimolare il bambino. Conosce e fa rispettare le regole circa gli orari e la qualità dei pasti, propone attività e giochi didattici alla portata del piccolo, va al parco con lui e favorisce la socializzazione con altri bambini.
Ecco un piccolo decalogo per evitare problemi e discussioni in seguito:
1. La puntualità. Se la tata abita dall’altra parte della città o si presenta in ritardo al primo colloquio, meglio tenerne conto: non si può rischiare ogni mattina di arrivare tardi al lavoro perché lei fatica a essere puntuale, a causa del traffico o della difficoltà a organizzarsi. Per andare tranquilli in ufficio, mamma e papà devono poter contare su una persona precisa e, salvo eccezioni, puntualissima.
2. La vita privata. Durante il colloquio la mamma deve poter fare domande anche personali: una brava tata non avrà problemi a raccontare se è sposata, se ha figli e di quale età, ma anche come pensa di organizzarsi qualora i suoi bambini si dovessero ammalare, se ha qualcuno su cui contare o se è sola. Anche queste informazioni, infatti, sono importanti per la serenità della famiglia.
3. L’incontro con il bambino. A seconda dell’età del piccolo, è importante notare come la tata si rivolge a lui, cerca di stabilire un contatto, è attenta agli umori e ai bisogni e sa essere dolce e ferma allo stesso tempo. Se, per esempio, durante il colloquio non fa domande sul bambino e sulle sue abitudini, oppure non mostra il desiderio di conoscerlo, forse non è la persona giusta per questo tipo di incarico!
4. Le mansioni. È importante stabilire fin da subito, e con chiarezza, i compiti, gli orari e, naturalmente, il compenso e le modalità di pagamento (settimanale o mensile). Prima, però, bisogna informarsi: sul sito del ministero del Lavoro esistono delle tabelle ufficiali di retribuzione minima per il lavoro domestico (colf, badanti e baby sitter), diversa a seconda se la tata viene assunta per qualche ora, tutto il giorno o anche per la notte e, quindi, gode di vitto e alloggio. Saranno mamma e papà, poi, a valutare di quanto integrare le tariffe minime.
5. Il periodo di prova. Dopo il colloquio, se si è rimasti soddisfatti, si deve programmare una settimana di cogestione. Nei primi due giorni la tata si limiterà a osservare la routine quotidiana gestita dalla mamma e a memorizzare la disposizione degli oggetti nei vari ambienti: pannolini, latte, alimentari per il bambino, giocattoli, vestitini e così via. Poi si farà il contrario: la tata comincerà a prendere in mano la situazione e la mamma si limiterà a fare da osservatrice-consulente.
6. Lo stile educativo. È importante che la tata adotti lo stile educativo della famiglia. Se, per esempio, la scelta dei genitori è di non educare i figli con la logica dei premi e delle punizioni, anche lei dovrà seguire questa modalità.
7. La routine. Tra i compiti della tata ci sono il riordino dei giocattoli e della cucina (se si è stabilito che si occupi anche della preparazione dei pasti). Non è invece corretto approfittare di lei per la spesa di casa, le lavatrici, le bollet...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- L’essenziale per crescere
- Premessa
- Introduzione
- I. Aspettiamo un bambino!
- II. Il primo e il secondo anno di vita
- III. Il primo distacco: mamma torna al lavoro
- IV. Che cosa vuoi mangiare?
- V. I genitori: amici o educatori?
- VI. Comincia la scuola
- VII. Pubblicità, giocattoli e gadget tecnologici
- VIII. Vacanze e natura
- IX. Lo sport
- X. Let’s go party!
- XI. Il pudore: un confine tra sé e gli altri
- Per concludere
- Note
- Bibliografia
- Copyright