
- 126 pagine
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eBook - ePub
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Un delitto per Natale Un omicidio così banale L'eredità Boxdale Dodici indizi per Natale
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Informazioni
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9788804669401eBook ISBN
9788852077012L’eredità Boxdale
«Vedi, mio caro Adam» spiegò con garbo il canonico passeggiando con il sovrintendente capo Dalgliesh all’ombra degli olmi che circondavano la sua residenza, «per quanto l’eredità ci torni utile, non mi sentirei a mio agio nell’accettarla qualora la prozia Allie fosse entrata in possesso di quel denaro in maniera illecita.»
Il canonico intendeva dire che lui e la moglie non sarebbero stati felici di ereditare cinquantamila sterline dalla prozia Allie nel caso che, sessantasette anni prima, lei se le fosse procurate avvelenando con l’arsenico l’anziano marito. Dato che nel 1902 la prozia Allie era stata accusata proprio di quel crimine e assolta in un processo che, almeno per la gente dell’Hampshire, aveva rivaleggiato in popolarità con l’incoronazione di Edoardo VII, gli scrupoli del canonico non erano del tutto infondati. Bisognava riconoscere, pensò Dalgliesh, che di fronte alla prospettiva di ereditare cinquantamila sterline la maggior parte delle persone sarebbe stata ben lieta di sostenere la consolidata tradizione secondo la quale, una volta che un tribunale britannico si sia pronunciato con un verdetto, la verità sui fatti dibattuti nel processo debba considerarsi stabilita una volta per tutte. Forse verrà giudicata da un’autorità superiore nell’altro mondo, ma difficilmente in questo. Normalmente anche Hubert Boxdale sarebbe stato dello stesso avviso, ma l’idea di ricevere quella fortuna inaspettata turbava la sua rigorosa coscienza.
Con voce gentile ma ferma proseguì: «Non si tratterebbe solo di una resistenza morale ad accettare denaro sporco. Quei soldi non ci renderebbero felici. Ripenso spesso a quella povera donna che si aggira senza quiete per l’Europa in cerca di pace, costretta a una vita solitaria e a una morte triste».
Dalgliesh ricordò che la prozia Allie si era mossa secondo uno schema prevedibile, accompagnata dall’amante del momento e da uno strascico di domestici e tirapiedi, da un albergo di lusso all’altro in Costa Azzurra, soggiornando a Parigi o a Roma a seconda dell’umore. Non era così sicuro che quel programma metodico di agi e divertimenti potesse definirsi un aggirarsi senza quiete per l’Europa, né che l’anziana signora fosse più di tutto in cerca di pace. Era morta cadendo fuori bordo dallo yacht di un miliardario durante un party decisamente selvaggio da lui organizzato proprio in onore dell’ottantottesimo compleanno dell’amica. Una morte forse poco edificante agli occhi del canonico, anche se Dalgliesh dubitava che in quel momento la prozia Allie si sentisse triste. Se fosse stata in grado di formulare un pensiero coerente, la prozia Allie (impossibile pensare a lei con un appellativo diverso da come la chiamavano in famiglia), probabilmente avrebbe detto che era davvero un bel modo di andarsene.
Si trattava però di un’opinione che difficilmente avrebbe potuto esporre senza imbarazzi al suo interlocutore.
Il canonico Hubert Boxdale era il padrino del sovrintendente Adam Dalgliesh, il cui padre era stato suo compagno di studi e amico di lunga data dai tempi di Oxford. Un padrino eccellente: affettuoso, benevolo, sinceramente interessato al benessere del figlioccio. Durante l’infanzia di Adam non si era mai dimenticato un suo compleanno e aveva sempre cercato di far propri i desideri e le esigenze di un bambino.
Dalgliesh gli era molto affezionato, e in cuor suo lo considerava uno dei pochi uomini realmente buoni che avesse mai conosciuto. Trovava sorprendente che il canonico fosse vissuto fino a settantun anni in un mondo di predatori, dove la gentilezza, l’umiltà e il disinteresse di rado si rivelano utili alla sopravvivenza, e men che meno al successo. In un certo senso, era stata proprio la sua bontà d’animo a proteggerlo. Di fronte a un’ingenuità tanto manifesta, persino coloro che si approfittavano di lui, e non erano pochi, gli elargivano un po’ della compassione che avrebbero mostrato nei confronti di una persona con un lieve ritardo mentale.
«Pover’uomo» era solita dire la sua domestica mentre s’intascava sei ore di paga pur avendone lavorate cinque e si portava via un paio di uova dal frigorifero della canonica. «Davvero non lo si può lasciare da solo.» L’allora giovane e un po’ supponente agente Dalgliesh si sorprese nello scoprire che il canonico sapeva perfettamente tanto del furto delle uova quanto delle ore di paga extra, ma che pensava che la signora Copthorne, con cinque bambini e un marito fannullone, ne avesse bisogno più di lui. Sapeva anche che se avesse cominciato a pagarle cinque ore, lei avrebbe iniziato subito a lavorarne quattro e a rubargli due uova in più, e che questo piccolo, sporadico imbroglio era necessario, in un certo senso, all’autostima della donna. Hubert era buono, ma non era uno sciocco.
Lui e la moglie, naturalmente, vivevano in povertà. Non per questo erano infelici: anzi, era impossibile associare al canonico la parola “infelicità”. La morte di due figli in guerra, nel 1939, lo aveva rattristato ma non abbattuto. Certo, le preoccupazioni non gli mancavano. La moglie soffriva di sclerosi multipla e la situazione si stava rivelando sempre più difficile da gestire. Avrebbe avuto bisogno di farmaci e attrezzature sanitarie. Raggiunti da un pezzo i limiti d’età, il canonico stava per andare in pensione, ma con la prospettiva di un vitalizio decisamente esiguo. Un’eredità di cinquantamila sterline avrebbe permesso a entrambi di vivere agevolmente il resto dei loro giorni nonché – Dalgliesh non ne dubitava – di fare di più per le numerose persone in difficoltà che aiutavano. Il canonico, pensò, impersonava davvero, e in modo quasi imbarazzante, il candidato ideale a entrare in possesso di una discreta somma di denaro. Perché il caro, vecchio zuccone non si prendeva i soldi e non la smetteva di preoccuparsi? «La prozia Allie, come ben sa, è stata riconosciuta non colpevole da un tribunale britannico» gli ricordò il più smaliziato Dalgliesh. «Ed è successo tutto quasi settant’anni fa. Non riesce proprio ad accettare quella sentenza?»
La mente scrupolosa del canonico, però, era completamente impermeabile a queste furbe allusioni. Dalgliesh si disse che avrebbe dovuto ricordarsi di quando, da ragazzino, aveva capito che la coscienza di zio Hubert agiva come un campanello d’allarme e che, a differenza della maggior parte delle persone, lui non fingeva mai che non avesse suonato o di non averlo sentito, e neppure che, una volta udito il rintocco, fosse da attribuire a un difetto del meccanismo.
«Oh, certo che l’ho accettata, finché lei era in vita. Sai, non ci siamo più visti dopo la morte del nonno. Non volevo imporle la mia presenza. In fondo, era una ricca signora. Quando mio nonno si risposò stese un nuovo testamento in cui le lasciava tutti i suoi beni. Le nostre vite erano molto diverse. Di solito le scrivevo due righe per Natale, e lei rispondeva con un biglietto d’auguri. Volevo mantenere i contatti qualora un giorno lei avesse voluto rivolgersi a qualcuno, e perché si ricordasse che sono un sacerdote.»
“E perché avrebbe dovuto farlo?” pensò Dalgliesh. “Per pulirsi la coscienza?” Era quello che il buon vecchio aveva in mente? In quel caso, doveva avere nutrito dei dubbi fin dall’inizio. E naturalmente li aveva: Dalgliesh conosceva in parte la vicenda, e l’opinione generale di amici e familiari era che la prozia Allie avesse avuto una grandissima fortuna a sfuggire alla forca.
Lo stesso padre di Dalgliesh si era mostrato riluttante a esprimersi al riguardo, vuoi per reticenza vuoi per compassione, nonostante il suo punto di vista non differisse poi granché da quanto all’epoca aveva dichiarato il reporter di un giornale locale: “Come diamine si aspettava di farla franca? Per come la vedo io, le è andata fin troppo di lusso”.
«L’ha sorpresa la notizia del testamento?» chiese Dalgliesh al canonico.
«Altroché. La incontrai solo una volta, il Natale in cui morì mio nonno, sei settimane dopo le nozze. L’abbiamo sempre chiamata “la prozia Allie” anche se in realtà, come sai, era la seconda moglie di mio nonno. Sembrava impossibile, però, pensare a lei come a una nonna.
«A Colebrook Croft si tenne il consueto ritrovo familiare, cui io presi parte con i miei genitori e le mie sorelle gemelle. Avrò avuto sì e no quattro anni, e le piccole otto mesi appena. Non ricordo nulla né del nonno né di sua moglie. Dopo l’omicidio, se proprio devo usare questo termine agghiacciante, mia madre tornò a casa con noi bambini, lasciando mio padre alle prese con poliziotti, avvocati e giornalisti. Per lui fu un periodo terribile. Per un anno intero, credo, non mi dissero nemmeno che il nonno era morto. La mia vecchia bambinaia, Nellie, cui a Natale era stato concesso un permesso per andare a trovare la famiglia, mi rivelò che, poco dopo il mio ritorno a casa, io le chiesi se da quel momento il nonno sarebbe stato per sempre giovane e bello. La povera donna considerò le mie parole un segno di preveggenza infantile e di devozione. Temo proprio che la cara Nellie peccasse di superstizioso sentimentalismo. Allora, comunque, non sapevo nulla della morte del nonno e di certo non conservo ricordi di quella visita natalizia né della mia nuova nonna. Per fortuna, all’epoca dell’omicidio ero solo un bambino.»
«Lei era un’artista di varietà, vero?» chiese Dalgliesh.
«Sì, e anche dotata di notevole talento. Quando il nonno la incontrò, lei lavorava in coppia con un prestigiatore in un locale di Cannes. Lui era andato nel Sud della Francia con il suo domestico per motivi di salute. Mi raccontarono che lei gli sfilò l’orologio dal taschino, e che quando lui le chiese di restituirglielo gli disse che era inglese, che aveva appena sofferto di mal di stomaco, che aveva due figli e una figlia e stava per ricevere una meravigliosa sorpresa. Tutto esatto, a parte il fatto che la sua unica figlia fosse morta di parto dopo avergli lasciato una nipotina, Marguerite Goddard.»
«Mi sembra che tutte queste informazioni si potessero facilmente arguire dalla voce e dall’aspetto di Boxdale» disse Dalgliesh. «Immagino che la sorpresa cui la donna alludeva fosse il matrimonio.»
«Di sicuro fu una sorpresa, e sgraditissima a tutta la famiglia. È facile deplorare lo snobismo e le convenzioni del passato, e in realtà l’Inghilterra edoardiana aveva molti aspetti deplorevoli, ma quel matrimonio non nasceva comunque sotto buoni auspici. Penso alla differenza di estrazione sociale, di formazione, di stili di vita, all’assenza di interessi comuni. Per non parlare, poi, del divario d’età. Il nonno aveva sposato una ragazza di tre mesi più giovane di sua nipote. Non mi stupisce che i familiari fossero preoccupati e che sentissero che quell’unione, in fondo, non sarebbe risultata né appagante né felice per entrambe le parti.»
Il canonico si esprimeva in termini fin troppo benevoli, pensò Dalgliesh. Non c’erano dubbi che il matrimonio non avesse giovato alla loro felicità. Dal punto di vista della famiglia si era trattato di una vera catastrofe. Si ricordò di un episodio che gli avevano riferito. Il vicario locale e sua moglie, che tra l’altro erano a cena a Colebrook Croft la sera dell’omicidio, erano passati a conoscere la novella sposa. Pare che il vecchio Augustus Boxdale l’avesse presentata con queste parole: “Vi presento la più graziosa artista di varietà sulla piazza. Mi ha soffiato orologio e agendina senza che me ne accorgessi. Mi avrebbe sfilato l’elastico delle mutande, se non avessi tenuto gli occhi bene aperti! A ogni modo, il mio cuore se l’è rubato, non è così, tesoro?”.
Il tutto accompagnato da una vigorosa pacca sul fondoschiena della signora, che dopo avere lanciato un gridolino di gioia aveva dato lì per lì prova del proprio talento sfilando un mazzo di chiavi dall’orecchio sinistro del reverendo Arthur Venables.
Dalgliesh non ritenne opportuno ricordare l’aneddoto al canonico.
«Cosa vuole che faccia, signore?» gli domandò.
«So di chiederti un grosso favore, impegnato come sei. Ma se tu mi assicurassi di essere convinto dell’innocenza della prozia Allie, sarei felice di accettare l’eredità. Mi chiedevo se fosse possibile per te esaminare gli atti del processo. Forse potresti ricavarne qualche indizio. Sei così abile in questo genere di cose.»
Aveva parlato senza piaggeria, ma con un tono di innocente stupore nei confronti della bizzarra varietà delle vocazioni individuali. In effetti, Dalgliesh era davvero molto abile in quel genere di cose. Suppergiù una decina di personaggi che al momento occupavano le ali di massima sicurezza delle carceri di Sua Maestà potevano testimoniare l’abilità del sovrintendente capo Dalgliesh, così come una manciata di altri che giravano a piede libero, i cui avvocati difensori però erano stati, a modo loro, altrettanto abili. Riesaminare un caso vecchio più di sessant’anni, tuttavia, più che abilità sembrava richiedere chiaroveggenza. Il giudice che aveva emesso la sentenza ed entrambi i valenti avvocati che avevano discusso il caso erano morti da più di cinquant’anni. Si erano susseguiti altri quattro sovrani e due guerre mondiali. In tutta probabilità, di coloro che avevano dormito sotto il tetto di Colebrook Croft nella fatidica notte di Santo Stefano del 1901 era sopravvissuto solo il canonico. Il vecchio, però, in preda ai dubbi aveva cercato l’aiuto di Dalgliesh che, essendo in permesso per un paio di giorni, aveva tempo di darglielo.
«Farò ciò che posso» promise.
Ottenere gli atti di un processo che si era svolto sessantasette anni prima richiese tempo e fatica persino a un sovrintendente capo di Scotland Yard. Non che contenessero molto con cui placare gli scrupoli di coscienza del canonico. Il giudice Bellows aveva riepilogato i fatti con quel tono colloquiale e paterno con cui si rivolgeva abitualmente alle giurie, trattandole come classi di bambini volonterosi ma ritardati. E in effetti, si trattava di fatti che avrebbe potuto comprendere anche un bambino. Parte del riepilogo consistette proprio nell’esporli con la maggiore chiarezza possibile.
E così, signori della corte, arriviamo alla notte del 26 dicembre. Il signor Augustus Boxdale, reduce forse dall’eccessiva baldoria del giorno di Natale, si ritirò in camera dopo pranzo, colto da un attacco del leggero disturbo di stomaco che lo aveva afflitto per gran parte della vita. Avrete sentito che aveva pranzato in compagnia dei familiari, senza mangiare nulla che non avessero mangiato anche loro. Dunque il pranzo è prosciolto, per così dire, da ogni accusa all’infuori della sua pesantezza eccessiva.La cena venne puntualmente servita alle otto, com’era d’uso a Colebrook Croft. Vi presero parte la signora Boxdale, moglie del defunto; il figlio maggiore, capitano Maurice Boxdale, e sua moglie; il figlio più giovane, reverendo Henry Boxdale, e sua moglie; sua nipote, la signorina Marguerite Goddard, e due vicini, il reverendo Arthur Venables e la sua signora.Avete sentito che l’imputata consumò solo il primo piatto della cena, nella fattispecie ragù di carne, e poi, intorno alle otto e venti, lasciò la sala da pranzo per andare a fare compagnia al marito. Subito dopo le nove, fu lei a chiamare la cameriera, Mary Huddy, ordinandole di portare al signor Boxdale una ciotola di farinata. Avete appreso come il defunto ne andasse ghiotto, e in effetti il modo in cui la prepara la signora Muncie, la cuoca, la rende un piatto assai nutriente per un anziano signore afflitto da problemi di stomaco.Avete udito la signora Muncie descrivere la preparazione della farinata secondo la ricetta riportata nel celebre manuale di economia domestica della signora Beeton e alla presenza di Mary Huddy nel caso, cito dalla sua deposizione, “il signore dovesse averne voglia quando non sono nei paraggi e toccasse prepararla a te”. Una volta pronta la farinata, la signora Muncie l’assaggiò con un cucchiaio, e Mary Huddy la portò nella camera del padrone insieme a una brocca d’acqua con cui allungarla qualora fosse risultata troppo densa per lui. Quando arrivò alla porta vide uscire la signora Boxdale, con le braccia cariche di calze e indumenti intimi. Lei vi ha detto che stava andando in bagno a lavarli. Chiese alla ragazza di appoggiare la ciotola di farinata sul portacatino accanto alla finestra, e Mary Huddy obbedì all’istante. La signorina Huddy ha dichiarato di avere notato in quel momento la bacinella con la carta moschicida immersa nell’acqua, e di sapere che la signora Boxdale si serviva di questa soluzione come maschera facciale. Anzi, tutte le donne presenti quella sera in casa Boxdale, con la sola eccezione della signora Venables, vi hanno informato di essere state al corrente che fosse abitudine della signora Boxdale servirsi della ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Un delitto per Natale
- Prefazione
- Un delitto per Natale
- Un omicidio così banale
- L’eredità Boxdale
- Dodici indizi per Natale
- Copyright