«Questa non sembra proprio una serata quiz della scuola» disse Mrs Patty Ponder a Marie Antoinette. «Sembra più una sommossa.»
La gatta non rispose. Stava sonnecchiando sul divano e considerava quelle serate quiz una faccenda assai futile.
«Non t’interessa, eh? Che mangino pasticcini! È questo che stai pensando? Di pasticcini loro ne mangiano un bel po’, non è così? Tutti quei banchetti pieni di pasticcini. Dio santo. Anche se, secondo me, nessuna delle mamme li assaggia davvero. Sono tutte così magre e slanciate, non trovi? Proprio come te.»
Marie Antoinette reagì al complimento con un sogghigno. “Che mangino pasticcini” era una battuta ormai trita e ritrita e di recente aveva sentito dire da una delle nipoti di Mrs Ponder che in realtà avrebbe dovuto essere “che mangino brioche” e anche che Maria Antonietta non l’aveva mai pronunciata veramente.
Mrs Ponder prese il telecomando della tv e abbassò il volume di Ballando con le stelle. Qualche minuto prima lo aveva alzato parecchio a causa di un forte scroscio di pioggia, ma adesso l’acquazzone si era calmato.
Sentiva la gente gridare. Urla furiose scoppiavano nella tranquilla, fresca aria notturna. Per qualche motivo quelle urla addoloravano Mrs Ponder, come se tutta la rabbia che contenevano fosse rivolta contro di lei. (Mrs Ponder era cresciuta con una madre perennemente arrabbiata.)
«Santo cielo. Credi che stiano bisticciando per la capitale del Guatemala? Tu sai qual è la capitale del Guatemala? No? Neppure io. Dovremmo cercarla su Google. Non sghignazzare.»
Marie Antoinette fiutò l’aria.
«Andiamo a vedere cosa succede» disse Mrs Ponder risoluta. Era nervosa e perciò si comportava in modo brusco con la sua gatta, proprio come faceva un tempo con le figlie, quando suo marito non era in casa e di notte si sentivano degli strani rumori.
Mrs Ponder si alzò con l’aiuto del deambulatore. Marie Antoinette fece scivolare senza sforzo il suo corpo flessuoso tra le gambe della padrona (lei non si faceva ingannare da quell’atteggiamento risoluto) mentre avanzava lungo il corridoio verso la parte posteriore della casa.
La sua stanza del ricamo dava proprio sul cortile della Scuola pubblica di Pirriwee.
«Mamma, ma sei impazzita? Non puoi vivere così vicino a una scuola elementare!» le aveva detto sua figlia, quando aveva saputo che aveva in mente di acquistare quella casa.
Ma lei amava ascoltare il vocio vivace dei bambini a intervalli regolari nel corso della giornata e non guidava più, perciò non le importava neanche un po’ che la strada fosse affollata da quelle macchine gigantesche che al giorno d’oggi hanno tutti, grosse come camion, guidate da donne dagli enormi occhiali da sole che si allungavano sul volante per strillare informazioni urgentissime sul corso di danza di Harriette o la sessione di logopedia di Charlie.
Oggigiorno le mamme prendevano così sul serio la maternità. Le loro faccette esagitate. I loro sederini affaccendati che incedevano verso la scuola fasciati in pantaloni aderenti da palestra. Code di cavallo che oscillavano. Occhi fissi sui cellulari stretti nel palmo della mano come bussole. Era uno spettacolo che faceva scoppiare a ridere Mrs Ponder. Ma in modo affettuoso. Le sue tre figlie erano esattamente così. Ed erano tutte tanto carine.
«Come va stamattina?» gridava sempre alle mamme che passavano di lì quando era in veranda con una tazza di tè in mano o stava innaffiando il giardino davanti casa.
«Occupatissima, Mrs Ponder! Indaffarata!» urlavano in risposta ogni volta, camminando a passo svelto, trascinando i loro figli per il braccio. Erano cordiali, amichevoli e appena un pochino condiscendenti, perché non riuscivano a evitarlo. Lei era così vecchia! E loro erano così impegnate!
I padri, e oggigiorno erano sempre più numerosi quelli che andavano a portare e a prendere i bambini a scuola, erano diversi. Correvano raramente e passavano lì davanti con studiata nonchalance. Niente drammi. Tutto sotto controllo. Era quello il messaggio. Mrs Ponder rideva affettuosamente anche di loro.
Adesso, però, sembrava che i genitori della Scuola pubblica di Pirriwee si stessero comportando proprio male. Andò alla finestra e spostò la tenda di pizzo. Dopo che poco tempo prima una palla da cricket aveva rotto il vetro e quasi fatto fuori Marie Antoinette, la scuola aveva pagato l’installazione di inferriate. (Un gruppo di bambini di terza le aveva dato un bigliettino di scuse dipinto a mano che lei aveva attaccato al frigorifero.)
Dall’altro lato del cortile c’era un edificio di arenaria a due piani con una sala per eventi al piano superiore e un grande terrazzo che dava sul mare. Mrs Ponder ci era stata in qualche occasione: la conferenza di uno storico della zona, un pranzo organizzato dagli Amici della Biblioteca. Era una sala bellissima. A volte capitava che qualche ex alunno ci organizzasse il proprio ricevimento di nozze. Era lì che si svolgeva la serata quiz. Stavano raccogliendo fondi per le lavagne interattive, qualunque cosa fossero. Mrs Ponder era stata invitata d’ufficio. La sua vicinanza alla scuola le conferiva una specie di strano status onorario, anche se nessuna delle sue figlie o nipoti l’aveva mai frequentata. Aveva risposto: «no grazie». Pensava che gli eventi scolastici, per chi non aveva figli o nipoti iscritti a scuola, non avessero alcun senso.
I bambini si riunivano in quella sala una volta alla settimana. Tutti i venerdì mattina Mrs Ponder si accomodava nella sua stanza del ricamo con una tazza di tè English Breakfast e un biscotto allo zenzero. Il suono dei loro canti la raggiungeva dal piano più alto dell’edificio e la faceva sempre piangere. Non credeva mai in Dio, tranne quando ascoltava i bambini cantare.
Ma in quel momento nessun bambino cantava.
Mrs Ponder stava sentendo solo un bel po’ di parolacce. Non era particolarmente fissata da quel punto di vista (la figlia maggiore imprecava come uno scaricatore di porto), ma era sconvolgente e sconcertante sentire qualcuno urlare all’impazzata una parolaccia, in particolare in un posto che normalmente traboccava di grida e risate infantili.
«Siete tutti ubriachi?» esclamò.
La sua finestra schizzata di pioggia era allo stesso livello delle porte dell’edificio e improvvisamente la gente iniziò a riversarsi all’esterno. Le luci di sicurezza illuminavano la zona lastricata intorno all’ingresso della scuola come un palco pronto per una rappresentazione. I banchi di nebbia amplificavano l’effetto.
Era uno spettacolo strano.
I genitori della Scuola pubblica di Pirriwee avevano una passione incomprensibile per le feste in maschera. Non bastava che dovessero partecipare a una normale serata quiz. Sapeva dall’invito che qualche genio aveva deciso che fosse a tema “Audrey ed Elvis”, il che significava che le donne dovevano vestirsi tutte da Audrey Hepburn e gli uomini da Elvis Presley. (Quello era un altro dei motivi per cui Mrs Ponder aveva declinato l’invito. Aveva sempre detestato le feste in maschera.) A quanto pareva la versione più gettonata di Audrey Hepburn era il look da Colazione da Tiffany. Tutte le donne indossavano tubini neri lunghi, guanti bianchi e girocollo di perle. Dal canto loro gli uomini avevano scelto perlopiù di rendere omaggio all’Elvis degli ultimi anni. Sfoggiavano tute bianche lucide, gemme scintillanti e scollature profonde. Le donne erano splendide. I poveri uomini assolutamente ridicoli.
Sotto lo sguardo di Mrs Ponder, un Elvis ne colpì un altro con un pugno alla mascella. Quest’ultimo barcollò all’indietro e finì addosso a una Audrey. Due Elvis lo afferrarono per le braccia e lo trascinarono via. Una Audrey si coprì la faccia con le mani e si voltò, come se non riuscisse a sopportare quello spettacolo. Qualcuno gridò: «Smettetela!».
Appunto. Cosa penserebbero i vostri bellissimi bambini?
«Devo chiamare la polizia?» si chiese Mrs Ponder ad alta voce, ma poi sentì il gemito di una sirena in lontananza, nel preciso istante in cui una donna in terrazza si metteva a gridare.
Gabrielle: Sa, non è stata solo colpa delle mamme. Non sarebbe successo se non ci fossero stati anche i papà. Anche se immagino che sia partito tutto dalle mamme. Siamo state le attrici principali, per così dire. Mamme. Non sopporto la parola “mamma”. È una parola così antiquata, non trova? Scommetto che in America non la usa più nessuno. Mi fa venire in mente una donna cicciona. Per inciso, ho qualche problema con la mia immagine. Ma oggigiorno chi non ne ha?
Bonnie: Si è trattato solo di un terribile fraintendimento. C’è stato chi si è sentito ferito nei propri sentimenti e poi la situazione ci è sfuggita di mano. Come succede sempre. L’origine di tutti i conflitti risiede nel fatto che i sentimenti di qualcuno siano stati feriti, non trova? Divorzi. Guerre mondiali. Controversie legali. Be’, magari non proprio tutte le controversie legali. Posso offrirle un infuso alle erbe?
Stu: Adesso le spiego io perché è successo. Le donne non sono capaci di mollare il colpo. Non dico che noi maschietti non abbiamo la nostra parte di responsabilità. Ma se le ragazze non avessero iniziato a fare le isteriche strappandosi le mutandine... e potrebbe sembrare sessista ma non lo è, è una semplice constatazione, chieda a qualunque uomo, non a un tipo new age, artistoide, di quelli che si spalmano la cremina idratante, parlo di un uomo vero, e le dirà che le donne sono campionesse olimpioniche di rancore. Dovrebbe vedere mia moglie in azione. E dire che non è neanche la peggiore.
Miss Barnes: Genitori iperprotettivi. Prima di iniziare a lavorare alla Scuola pubblica di Pirriwee pensavo che fosse un’esagerazione, questa faccenda dei genitori che stanno troppo addosso ai loro figli. Sì, insomma, mia madre e mio padre mi volevano bene, si interessavano a me quando ero piccola, negli anni Novanta, ma non erano certo ossessionati da me.
Mrs Lipmann: È una tragedia, un fatto davvero increscioso, e stiamo cercando tutti di voltare pagina. Non ho altro da aggiungere.
Carol: Per me la colpa è del Club del Libro Erotico. Ma è una mia idea.
Jonathan: Non c’era niente di erotico nel Club del Libro Erotico, glielo garantisco.
Jackie: Sa cosa le dico? Per me è una problematica femminista.
Harper: Chi ha detto che è una problematica femminista? Ma per favore. Le dico io da cos’è nato tutto. L’“incidente” alla mattinata di orientamento della pre-scuola.
Graeme: La mia impressione è che si riduca tutto alla contrapposizione tra madri casalinghe e madri lavoratrici. Come la chiamano? La Guerra delle Mamme. Mia moglie non era coinvolta. Lei non ha tempo per queste cose.
Thea: Voi giornalisti andate pazzi per questa storia della tata francese. Oggi alla radio ho sentito qualcuno che parlava di quei costumini da sexy-domestica francese, ma Juliette non era di certo così. Renata aveva anche una donna delle pulizie. Ci sono persone a cui capitano tutte le fortune. Io ho quattro figli e non ho “personale di servizio” che mi dia una mano! Naturalmente non ho nulla contro le mamme lavoratrici in quanto tali, mi domando solo perché si siano prese il disturbo di fare figli.
Melissa: Sa cosa penso abbia fatto perdere le staffe a tutti? I pidocchi. Oh cielo, non mi faccia parlare della storia dei pidocchi.
Samantha: I pidocchi? Ma cosa c’entrano i pidocchi? Chi glielo ha detto? Scommetto che è stata Melissa, non è vero? Quella povera ragazza ha sofferto di un disturbo post-traumatico da stress quando i suoi figli li hanno presi per la seconda volta. Mi scusi. Non è divertente. Non è affatto divertente.
Sergente-detective Adrian Quinlan: Mi faccia chiarire un punto. Questo non è un circo. È un’indagine per omicidio.
Sei mesi prima della serata quiz
Quaranta. Madeline Martha Mackenzie compiva quarant’anni quel giorno.
«Ho quarant’anni» disse ad alta voce mentre guidava. Pronunciò quella parola al rallentatore, come un effetto speciale sonoro. «Quaraaanta.»
Intravide sua figlia nello specchietto retrovisore. Chloe scoppiò a ridere e imitò sua madre. «Ho cinque anni. Ciiinque.»
«Quaranta!» trillò Madeline come una cantante lirica. «Tralla-llà.»
«Cinque!» trillò Chloe.
Madeline azzardò una versione rap, battendo il ritmo sul volante. «Ho quarant’anni, yeah, quaranta...»
«Adesso basta, mamma» disse Chloe severamente.
«Scusa» rispose Madeline.
Stava portando Chloe all’orientamento per la pre-scuola, l’anno propedeutico alle elementari, che era intitolata “Pre-pariamoci alla pre-scuola!”. Non che a Chloe servisse alcun orientamento prima di iniziare a frequentare le lezioni a gennaio. Era già perfettamente orientata verso la Scuola pubblica di Pirriwee. Quella mattina Chloe si era occupata di suo fratello Fred: era più grande di due anni, ma spesso sembrava più piccolo di lei. «Fred, hai dimenticato di mettere la borsa dei libri nel cestino. Ecco. Mettila lì. Bravo bambino.»
Fred aveva sistemato obbediente la sua borsa nell’apposito cestino prima di correre a immobilizzare Jackson con una presa al collo. Madeline aveva finto di non vederla, perché probabilmente Jackson se la meritava. Neanche...