La mia bottega compiva quattro mesi quel giorno.
Era pomeriggio inoltrato e io ero nel mio laboratorio a creare. Anzi, a copiare. Un cliente mi aveva commissionato la riproduzione di un dipinto di Klimt, l’inflazionato ma bellissimo Bacio.
Copiare era sicuramente il mio miglior talento, non avevo ancora una mia impronta originale, un tratto caratteristico che sarebbe potuto diventare la mia firma ma ero sicura che lavorandoci su l’avrei trovato.
Nel frattempo riuscivo a campare abbastanza bene grazie alle mie mani che nel pomeriggio riproducevano e al mattino spazzavano. Lo stipendio da portinaia part-time era la mia sicurezza, ma era niente rispetto alla soddisfazione di quando battevo uno scontrino per un quadro venduto.
Dal laboratorio sentii trillare il campanello d’entrata, così poggiai il pennello e abbassai la musica che mi teneva compagnia. Scostai la tendina viola che mi separava dalla zona esposizioni e vidi Dante.
«Wow. Ti stai rotolando nei colori a olio. Come sei sexy vestita da tela umana. Volevi farmi una sorpresa stuzzicante?»
«Alle volte mi chiedo chi sia più scemo fra me e te, sai?»
«E sentiamo, chi ha avuto la meglio?
«È una battaglia difficile» gli risposi, divincolandomi dal suo abbraccio.
Lasciò la presa e io mi voltai affinché mi slacciasse il nodo del grembiule.
«Si dice “Per favore Dante”. “Grazie mille Dante.” “Menomale che esisti Dante.” “Sei bellissimo Dante.”»
«Eddài, mi sono avvalsa della telepatia che ogni coppia dovrebbe avere.»
«Non esiste nulla del genere.»
Mi voltai e lo fissai intensamente stringendo gli occhi.
«Cosa stai cercando di comunicarmi? Mmmh, vediamo… vuoi…» si guardò intorno «questo barattolo?» Lo prese e me lo porse ma io scrollai la testa.
«Non funziona biondina, devi parlare.»
«Dài, mostrami che siamo affini» lo esortai.
«Sembriamo due scemi, altro che affini.»
Nonostante ciò si mise una mano sul mento e aggrottò la fronte, mimando un intenso sforzo mentale.
«Ho capito! Vuoi il cappotto che hai visto ieri in vetrina.»
«Troppo generico e scontato. Qualcosa che voglio adesso.»
«Un caffè! Vuoi un caffè macchiato di soia con una bustina di dolcificante. E… aspetta, non dirmelo… vuoi che… sia offerto da me!»
«Indovinato!»
Mi buttai su di lui e mi prese fra le sue braccia ridacchiando.
«Senti un po’, opportunista dei miei stivali» mormorò scherzoso «prima del caffè vorrei farti una proposta. A patto che tu non mi prenda per pazzo.»
Poggiò sul bancone della cassa un sacchetto di carta piuttosto voluminoso. Ne tirò fuori uno scrigno di metallo, poco più grande di una scatola di biscotti. Aveva un aspetto antico, ma dubitavo che lo fosse.
«Da quale antiquario sei andato a farti spennare?» chiesi incuriosita.
«Amazon. Mi è bastato cercare “scatola del tempo” e sono venute fuori un paio di proposte. Ho scelto questa perché mi sembra molto scenografica.»
«E a che serve?»
«Mi piacerebbe fare questo gioco con te: ci mettiamo dentro dei ricordi, seppelliamo lo scrigno da qualche parte e lo dissotterriamo tra dieci o vent’anni.»
«Proporre una cena come tutti i fidanzati no, eh?»
«Quest’idea è più economica.»
Gli tirai un tubetto di tempera, che schivò.
«Oh-oh, ti piace violento.»
«Non farmi fare battutacce di bassa lega» mi strinse a sé con decisione. «Che dicevi dello scrigno?»
Non mi rispose. Continuò a baciarmi il collo. Lo staccai da me ridendo.
«A casa, Dante. Sai com’è, i clienti vengono qui per l’arte.»
«Oh sì, l’arte, vero» sbuffò lui. «Tipo quell’obbrobrio lì? Che roba è?»
Stava indicando una stampa che avevo appeso dietro la cassa.
«Ehi piano con le parole, quello è un regalo del dottor Ferri. Me lo ha donato il giorno della mia ultima seduta.»
«Sì, ma…che cos’è? Arte astratta?»
«In quel casino c’è un ranocchio nascosto.»
«Mi stai prendendo in giro, vero?» rise.
«Tutto quello che devi fare è incrociare gli occhi e sfocare l’immagine. Se lo farai nella maniera corretta, le linee si sovrapporranno e vedrai il ranocchio.»
«Facile a dirsi» rispose lui. «Mi sento come quell’attore con gli occhi pallati di Frankenstein Junior.»
«È perché ti arrendi subito. Non hai idea di quanto abbia dovuto lottare io per arrivare a scoprire questo segreto» gli risposi ammiccando. «Piuttosto, sentiamo la storia dello scrigno.»
«Come ti dicevo, si mettono dentro dei ricordi. Possono essere fotografie, oggetti a cui sei particolarmente affezionata. Fra qualche anno ritorneremo nello stesso posto in cui l’avremo seppellita e vedremo cosa è cambiato e che effetto ci faranno. Volevo farlo da un sacco ma speravo di condividere questa esperienza con qualcuno.»
«Perché me?»
«Perché ti reputo abbastanza simpatica.»
Incrociai le braccia e gli feci una smorfia.
«“Simpatica” non è sufficiente.»
«Voglio disseppellirla fra vent’anni con te.»
«E se non staremo più insieme?»
«Me l’aspettavo questa domanda. Vedi, è proprio questo che voglio sfidare.»
«La realtà?»
«Sì, la realtà. Forse la disseppelliremo da fidanzati oppure no, fisseremo una data a prescindere da come andrà la nostra storia. E se non staremo più insieme, ti rivedrò. E sapremo che fine abbiamo fatto entrambi, se abbiamo creato una famiglia, se abitiamo ancora nello stesso posto… se ti perderò farà meno male sapere che un giorno ti rincontrerò.»
«Oh tesoro…» gli misi una mano sulla guancia «esiste Facebook per questo.»
Lui replicò il mio gesto.
«Carissima, in realtà fremo anche dalla voglia di sapere quante rughe compariranno su questo dolce visino per prenderti in giro.»
Gli presi un dito e glielo morsi. Lui urlò e poi ridendo mi prese per i polsi.
«Ci stai allora?»
«E se ci farà male? Se quel giorno uno dei due non si presenterà all’appuntamento?»
«Non accadrà. Tu sei una donna, la curiosità è nel tuo DNA, verresti anche solo per vedere come sono diventato, e io non sopporterei di sapere che tu mi stai aspettando.»
«E se litigheremo? Una discussione così grossa che ci farà odiare?»
«Allora probabilmente so che quando recupererò lo scrigno, dentro ci troverò un foglietto con scritto “stronzo”.»
«E se…»
«E se rimanessimo insieme?» disse lui con un sorriso furbo.
Non gli risposi ma lasciai che lui ci credesse per entrambi, io avrei controbilanciato il suo ottimismo cercando di non dimenticare mai che ogni inizio poteva avere anche una fine.
Avevo radunato alcuni oggetti e li avevo messi in uno zainetto viola. Dante era alla guida. Aveva deciso di dirigersi poco fuori città per trovare, nel verde dei boschi brianzoli, un luogo appropriato per la sepoltura dello scrigno.
Ci trovammo circondati da un paesaggio immobile e poetico. C’era un filare di olmi che a partire dall’incrocio tra due strade sterrate si immergeva nel verde più assoluto.
Dante contava gli alberi per trovare un riferimento. Parcheggiammo sul ciglio della strada, e prima di incamminarci per cercare il punto adatto Dante prese dal bagagliaio una grossa pala.
Lo seguii stringendo a me lo zaino. Improvvisamente non ero più sicura di volermi separare dagli oggetti che conteneva.
«Hai intenzione di scavare una buca vera? Io pensavo bastassero poche dita di terra.»
«Voglio solo evitare che qualche animale curioso possa trovare e danneggiare troppo facilmente il nostro tesssoro. Seguimi, Frodo.»
«Non sei divertente, sappilo.»
Se l’idea di separarmi da qualcosa che mi era caro non mi avesse fatto diventare improvvisamente triste, avrei riso a quella battuta. Però quello che stavamo per fare era la cosa giusta, me lo sentivo.
Dante prese a scavare nel terreno ammorbidito dalle ultime piogge, finché la buca fu pronta.
«Incominci tu?» gli proposi.
«Incomincio io.»
Posò lo scrigno sul fondo della buca e lo aprì.
«Un mazzo di chiavi. Aprono la porta della prima casa dove mi sono trasferito quando ho chiuso la mia relazione di dieci anni.» Alzò lo sguardo verso di me. «Fu terribile, Rebecca, trovarsi nuovamente punto a capo. Ma allo stesso tempo fu un sollievo aprire per la prima volta la porta di una casa in cui sapevo che, una volta varcata la soglia, non avrei trovato discussioni e litigi inutili.»
Posò le chiavi sul finto velluto r...