Appena lanciati dall’aereo, uomini e cani respirano ossigeno dalle bombole del loro equipaggiamento. Le abbandoneranno appena i paracadute li avranno calati da oltre quattromila metri dal suolo sino a meno di cinquecento.
L’operazione avviene nel primo chiarore del giorno per agire in zone dell’Afghanistan da dove i talebani continuano a infiltrarsi e compiere attentati. Addestrati come sono, i cani paracadutati collaboreranno con i militari per scovare i nascondigli dell’avversario e così evitare altri attentati.
La notizia, una delle tante su quella guerra lontana, interminabile, è apparsa nella stampa occidentale in un giorno del 2004. La cito dopo aver scritto pagine sulla Prima guerra mondiale e aver ricordato che quello del ’14-18 non fu – come venne proclamato in convegni, assemblee internazionali e auspicato da milioni e milioni di cittadini del mondo – «l’ultimo massacro». E non lo fu nemmeno, nel ’39-45, la Seconda guerra mondiale.
I conflitti continuano, preparandone altri. Gli animali, pur se in misura e in forme diverse, ne sono sempre coinvolti. Come lo furono nelle guerre ripetute sin da tempi remoti.
In un punto isolato della campagna maremmana, specialisti del nostro esercito insegnano ai cani loro affidati come riconoscere una mina antiuomo nascosta nel terreno da un ipotetico nemico. Altri cani, in un casolare abbandonato, vengono allenati per partecipare con fiuto e aggressività a incursioni dove può nascondersi un nucleo di terroristi.
Per i cani ancora «in servizio» nelle forze armate di tutti i Paesi, oggi è soprattutto questo il coinvolgimento. L’inutilità della cavalleria è definitivamente confermata, così come l’impiego di migliaia di muli e di piccioni viaggiatori.
Nessuno scrupolo, né tantomeno le voci che in tanti Paesi del mondo continuano a manifestare il loro sdegno, dissuadono «chi decide» (militari e politici) dal ricorso di animali, ritenuti indispensabili in esperimenti direttamente o indirettamente collegati alle forze armate.
Come quelli organizzati da case farmaceutiche d’importanza mondiale, proclamatesi protettrici della nostra salute, che con tale motivazione ripetono sperimentazioni su cavie animali. Più dolorose e mortali di quelle inflitte sui fronti di guerra dall’esplosione di una bomba o dall’espandersi di una nube di gas.
In Inghilterra, nelle serene campagne del Wiltshire, sin dal 1916 le autorità militari inglesi hanno creato e sviluppato di anno in anno un centro di ricerca su animali da impiegare in caso di conflitto. A centinaia sono stati e continuano a essere silenziosamente sottoposti a esperimenti, soprattutto in rapporto all’evoluzione di nuove armi. Scimmie, cani, gatti, pecore, capre, topi, ratti, porcellini d’India, sono «oggetti di collaudo» per armi chimiche e biologiche. Così come sull’efficacia dei loro antidoti.
Non s’era ancora spento l’eco delle stragi di militari e civili nella Seconda guerra mondiale – e degli animali allora coinvolti – e già altre se ne aggiungevano. Se ne lesse alla fine degli anni Quaranta e nei primi Cinquanta. Si riferivano agli esperimenti nel Sud Pacifico, sull’effetto delle esplosioni atomiche. Ne furono organizzati numerosi, più volte coinvolgendo animali di varie specie.
Quattromila cavie vennero stivate su una nave senza equipaggio, volutamente colpita con un’arma nucleare. Nessuna sopravvisse (il generale al comando dell’operazione definì quella nave L’Arca Atomica).
Altro esperimento nell’atollo di Bikini riguardò 109 topi, 146 maiali, 176 capre, e 3030 topolini bianchi. Posizionati su una nave bersaglio, il 10 per cento di loro venne ucciso dall’onda d’urto, il 15 per cento per la radioattività. Altri, sopravvissuti ma contaminati, vennero studiati in laboratorio mentre morivano.
Sto citando dati dei quali s’è saputa l’esistenza solo con il passare degli anni. Tra i tanti, anche l’esperimento sulla corazzata Nevada e le cavie animali imbarcate. La bomba atomica Able, fallito il bersaglio di circa un miglio, non riuscì ad affondarla ma la nave venne comunque contaminata con effetto mortale sugli animali condannati alla prova. In proposito i testi citano la capra #119: malgrado fosse rinchiusa in una torretta di cannone protetta da spessa corazzatura, fu raggiunta da radiazioni sufficienti a farla morire quattro giorni dopo.
Non intendo continuare l’elenco di cronache – occulte alcune, conclamate altre – relative a esperimenti d’ogni tipo di armi. Né, tantomeno, dei conflitti che dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi si sono susseguiti nei decenni «di pace» in una catena ininterrotta.
Il terrore dell’«olocausto nucleare» ha impedito lo scontro tra le grandi potenze, ma in Asia come in Africa, come nel Medio Oriente, conflitti spesso sanguinosi si sono accesi e continuano a svilupparsi, con inevitabili coinvolgimenti del mondo animale. Di questo si cerca di parlare il meno possibile, così come nessuno riesce a impedire stragi di animali anche dove non sono accese guerre civili o tra vicini. Senza successo si cerca di frenare l’abbattimento di elefanti, ippopotami, rinoceronti e quant’altro porta l’arricchimento agli sterminatori clandestini.
Eppure la compagine di chi si schiera contro le similstragi è sempre più attiva, addirittura combattiva. Soprattutto in Occidente, dove la difesa della natura e delle sue creature sta radicandosi nelle coscienze di uomini e donne. Una sincera appassionante partecipazione, alla quale, però, fanno seguito solo pochi risultati.
Vari canali televisivi, con programmi filmati nelle foreste e nelle savane del mondo, sottolineano raramente la gravità delle stragi che si ripetono in quei luoghi. Ignorandole, mostrano agli spettatori sequenze idilliache delle creature che popolano affascinanti ambienti esotici. Tuttavia, a parte poche eccezioni, il trucco c’è ma non si vede: i realizzatori di quei film si impegnano a cogliere immagini serene, paesaggi splendidi di montagne, foreste fiumi, savane; e le alternano poi con scene molto ravvicinate delle creature di quel mondo, filmate dove quella scimmia, quello strano essere anfibio o una gigantesca anaconda sopravvivono. Non però nel loro ambiente naturale, bensì tra solide barriere di centri zoologici, Istituti di ricerca, aree protette. Un buon montaggio è sufficiente a confondere, anche perché la visione di quei film o l’apparizione di servizi fotografici su creature – a volte anche poco conosciute – provoca emozioni capaci di cancellare dubbi e timori sulla condizione dei protagonisti.
Vero è che animalisti, giornalisti, fotografi coraggiosi non perdono l’occasione di ricordare quale sia la verità, quale il pericolo d’estinzione di questa o quella specie. Ma al grande pubblico il tema «animali» tanto più è gradito tanto più è rasserenante. Di conseguenza non si vorrebbe sentir ripetere discorsi sul numero calante di tigri in Asia o di orsi bianchi nell’Artico.
Accolte invece con emozione le notizie che collegano il presente al passato, protagonisti i cani.
La fedeltà di Argo, in attesa per vent’anni del ritorno di Ulisse a Itaca per morire, poi, quando si accorge di averlo accanto ai piedi, si ripete in altri casi simili. E continua a emozionarci. Secoli di guerre, di violenze infami, sino ai due mostruosi conflitti del Novecento non hanno cancellato il ripetersi di quelle prove d’amore. Ne cito due, emblematiche perché identiche in due opposti punti del mondo.
Hachikō, cane di razza Akita, divenne famoso per la sua fedeltà nei confronti del professor Hidesaburō Ueno.
All’età di due mesi venne adottato da Ueno, che lo portò con sé nella sua abitazione a Shibuya. Pendolare per esigenze di lavoro, il professore ogni mattina andava al lavoro prendendo il treno; il fedele cane lo accompagnava alla stazione dove poi tornava ogni sera ad aspettarlo.
Quando Ueno morì stroncato da un ictus mentre era all’università, Hachikō attese invano il suo arrivo e a quella stazione tornò il giorno seguente e nei giorni successivi. Con il passare del tempo, il capostazione e molte persone che salivano o scendevano da quel treno iniziarono ad accorgersi di lui e presero a offrirgli cibo e riparo.
Nonostante il progressivo invecchiamento, il cane continuò a recarsi alla stazione nell’ora in cui il defunto padrone sarebbe dovuto arrivare.
Hachikō morì, nell’aprile 1934, all’età di undici anni dopo aver atteso per nove anni quel ritorno.
La notizia apparve nelle prime pagine dei giornali giapponesi e venne dichiarato un giorno di lutto per ricordare quell’atto di fedeltà.
Simile a quella di Hachikō e ad altre eguali prove d’amore, è la storia di Fido, cucciolo di cane ferito trovato in un fosso a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, una sera d’inverno del 1941, da Carlo Soriani. Che lo portò a casa e lo adottò.
Il cane prese ad accompagnare il padrone all’autobus; alla sera, Fido era di nuovo alla fermata ad attendere il ritorno del padrone.
Il 30 dicembre 1943, in piena guerra, Borgo San Lorenzo fu oggetto di un bombardamento durante il quale Carlo Soriani perì. La stessa sera Fido si presentò alla fermata della corriera e, quando non vide scendere il padrone, non si perse d’animo e lo attese.
Nei quattordici anni successivi, fino al giorno della sua morte, Fido si recò quotidianamente a quella fermata. Colpito da tanta fedeltà il sindaco gli aveva conferito una medaglia d’oro, alla presenza di concittadini e della vedova di Soriani. E aveva deciso di dedicargli un monumento, inaugurato alla presenza dello stesso Fido.
Morì il 9 giugno 1958 e la «Domenica del Corriere» gli dedicò una copertina firmata da Walter Molino, che ritrasse il cane sul ciglio della strada dove ogni giorno attendeva il padrone.
Fido fu poi sepolto all’esterno del cimitero di Luco del Mugello, dove riposano le spoglie di Carlo Soriani.
Si ripete nel tempo un’altra caratteristica dei cani: quella di restare vicini al loro padrone anche se questi è un militare combattente in prima linea. Una continuità che, dopo il primo, si è replicata nel secondo conflitto mondiale. Destinata a diventare famosa in questa guerra, come lo fu Rin Tin Tin dopo la prima, fu una minuscola Yorkshire Terrier. A trovarla nel 1944 in una trincea della Nuova Guinea furono gli aviatori americani d’una squadriglia da ricognizione. I soldati inizialmente pensarono appartenesse a un ufficiale giapponese. Poi, adottata dal caporale William Wynne di Cleveland con il nome di Smoky, prese ad accompagnarlo in molti voli di combattimento. Accucciata per ore e ore accanto a Wynne, partecipò a centocinquanta raid aerei.
A conflitto concluso, Smoky intrattenne i feriti negli ospedali di Sydney e altre città d’Australia. Nel 1944 la rivista «Yank Down Under» la elesse a «Mascotte del sudovest del Pacifico».
Quando, nel febbraio del 1957 morì, Smoky venne sepolta in una scatola di munizioni calibro 30 a Lakewood, Ohio. Accanto le è stata posta una scultura in bronzo che la ritrae accucciata dentro un casco.
Il monumento è dedicato a «Smoky e ai cani di tutte le guerre».
Ai conflitti hanno sempre fatto eco – forse come contrapposizione a tanta violenza e morte – notizie di segno opposto. Come quella diffusa nel 1997 relativa a operazioni per individuare mine disseminate in un territorio conquistato. I militari di alcuni eserciti continuano a utilizzare cani dal fiuto ben allenato, ma una simile capacità è stata rilevata anche nei criceti del Gambia, in Africa. Questi roditori, che pesano più o meno un chilo, associano l’odore dell’esplosivo a quello di banane e noccioline, loro cibi preferiti; golosità utile, in zona di guerra. Lo hanno dimostrato sequenze filmate lungo una ferrovia minata nel corso della guerra civile, in Mozambico. I criceti, grazie al fiuto e alla leggerezza con cui calpestavano quel pericoloso terreno, quando finivano per trovarsi su una mina, si ponevano in posizione eretta sulle zampette posteriori, il muso fisso sul terreno. Invito agli artificieri perché si preparassero a far scoppiare l’ordigno mentre loro venivano allontanati e compensati con cibo.
Lieto fine che suggerisce di collegare quella notizia a un’altra sullo stesso tema, protagoniste le api. La possibilità di utilizzarle per la rilevazione delle mine è stata scoperta nel 2004, quando Jerry Bromenshenk, dell’Università del Montana, ne ha «addestrato» uno sciame inducendolo ad associare l’odore dell’esplosivo a quello del polline. Infatti le api, secondo quanto il professore ha comunicato alle autorità militari del suo Paese, sono attirate dalla presenza del Tnt, il trinitrotoluene d’una mina. Il fattore leggerezza impedisce di innescare la detonazione, rendendo possibile l’identificazione dell’arma nascosta.
Informazioni che si confondono nell’incalzare di notizie di ben diverso spessore e gravità su operazioni di guerra e sulle stragi, là dove le bombe continuano a esplodere, devastanti come lo furono i combattimenti durante le battaglie del passato. Con l’aggravante di riferirsi non solo a forze militari ma a un gran numero di donne e bambini. Uccisi e mutilati per la deflagrazione di un’auto carica d’esplosivo. O per un’azione terroristica.
Altri episodi di valore e dolore diversi vengono citati nelle cronache di guerre che si succedono di anno in anno. Come il destino degli animali intrappolati negli zoo di Bosnia e Afghanistan nel corso dei combattimenti tra contrapposte fazioni. La loro fine, al confronto di ben altre e più gravi subite dalla popolazione civile, è citata quasi per caso. Così come quella dei trecento prigionieri nelle gabbie del giardino zoologico di Baghdad, abbandonati a se stessi e infine abbattuti o morti di fame e sete. Notizia in fondo insignificante nel susseguirsi di decine di altre stragi con centinaia di vittime.
Negli anni successivi ai due conflitti mondiali sembrò invece svanita nel nulla la presenza dei muli. Nelle pagine dedicate a loro, ho raccontato dell’asta tenuta ad Aosta per la vendita degli ultimi esemplari ancora in servizio nel nostro Corpo degli Alpini. Triste conclusione dell’ultrasecolare vicenda di collaborazione tra uomo e mulo, da tempi immemorabili essenziale aiuto nel commercio e nelle comunicazioni tra le comunità umane.
Nei lunghi secoli durante i quali, nel Mediterraneo, i contatti via mare si rivelavano impossibili a causa delle flotte islamiche che battevano ogni rotta di comunicazione, città e paesi cristiani potevano commerciare tra di loro quasi esclusivamente via terra. Carovane di centinaia e centinaia di muli rendevano allora possibili contatti e scambi. Preziosi, addirittura essenziali per la vita quotidiana.
Quel compito di fedeli collaboratori nei trasporti fu altrettanto indispensabile nel primo e nel secondo confitto mondiale. E sui fronti degli opposti eserciti i muli furono presenti in gran numero.
Fra altre mille, una poco conosciuta ma importante prova risale a quando nel 1945 la Grecia – aggredita dall’Italia nel 1941 – insistette per il risarcimento dei danni subiti. In analoghe, disperate condizioni si trovava però anche il nostro Paese, che altro non poté fare se non dar seguito all’unica richiesta in quel momento esaudibile: la consegna di diecimila muli come «anticipo sul risarcimento» dovuto ai greci.
Come si riuscì a esaudire quella consegna è narrato dal siciliano Salvatore Maira, che in un suo libro evoca il compito improbo di chi s’impegnò nel mettere insieme quel numero sterminato di muli, in Sicilia e in altre province del Sud, p...