Elsina Marone nasce a Ferrara nel 1940 e ancheggia vestita, nella sua vita, la prima volta, in una sala da tè, nel 1958, per soli dieci secondi e con minimi ondeggiamenti, ai confini dell’impercettibile.
Sono le oscillazioni necessarie per far cadere nell’eterna trappola dell’intontimento amoroso Mario Valle, all’epoca settantottenne, proprietario di un glorioso marchio, famoso nel mondo. La Birra Valle.
Il matrimonio dura quattro anni, il tempo che Mario Valle, sul crinale estremo del climaterio, impiega per mettere incinta Elsina e poi togliersi dai piedi con una morte onesta e veloce.
Elsina ancheggia una seconda volta nel 1962 nella penombra perfetta della camera da letto, questa volta è nuda, ma sempre per dieci secondi e sempre di pochissimo, alcune settimane prima della morte di Mario.
Sceglie, come sfondo della sua esibizione, un cupo ritratto di Sironi appeso alla parete.
La mano di Elsina, minuta e obliqua, sosta docile ai bordi di un bel secrétaire. Uno spettacolino.
In quel momento è stata incantevole come non lo è mai più stata in tutta la vita, perché la sete di denaro rende bellissimi.
Lo scopo è la firma di Valle sul testamento che Elsina ha appositamente predisposto.
La firma arriva puntuale nove minuti dopo l’indimenticabile movimento di bacino di Elsina.
Il testamento redatto da Elsina contraddice il documento redatto da Valle al paragrafo 4, comma B, quello dove si prevedeva un lascito alla sorella di Mario di 4 miliardi di vecchie lire.
Elsina, invece, al comma B, ha previsto che la sorella di Mario abbia diritto solo a un posto macchina riservato quando si reca in visita di piacere al birrificio Valle.
Una beffa, perché, come sanno tutti, il birrificio Valle non possiede parcheggio privato.
Mario neanche legge quel comma, vuoi per la malattia incombente, vuoi perché ha gli occhi saturi del bel movimento erotico che Elsina gli ha donato per la seconda volta in quattro anni.
E firma. Poi muore con la gioia negli occhi.
L’ultima immagine registrata dalla corteccia cerebrale di Valle è quella manina in silhouette di Elsina che sfiora, con irrefrenabile dolcezza, il secrétaire.
«Una manina adatta» sussurrano altrove certe estensi malelingue, seguite da allusivi sospiri.
La sorella di Mario, un esserino grigio come il socialismo reale, trascorre il resto della vita a meditare l’omicidio perfetto di Elsina Marone.
Tempo e pensieri inutili.
La vedova è già un passo avanti.
Elsina Marone, il giorno dopo il funerale di Mario, prende il figlio e l’eredità di dimensioni colossali e si trasferisce nell’enclave iperprotetta di Montecarlo.
Porta in dono al principato 49 miliardi di lire del 1962 e le concedono, srotolandole tappeti rossi, la cittadinanza.
Elsina, dunque, lascia Ferrara per non farvi mai più ritorno e acquista un attico di nove vani con terrazza sul porto di Montecarlo, in un condominio semivuoto e moderno, popolato da fantasmi con cittadinanza monegasca e residenza effettiva altrove.
Dettaglio irrilevante: scopre qui, per la prima volta nella sua vita, lungo i corridoi dell’edificio, l’esistenza della moquette. Le piace in modo smisurato.
Non può ancora sapere che soffice fa rima con acaro.
Anni dopo, sarà la paladina vittoriosa della rimozione della moquette dall’edificio.
Acquista, inoltre, un castello in Provenza, uno chalet per gli sport invernali in Svizzera, cinque vani a Parigi nel XVI arrondissement, una penthouse nell’Upper East Side a New York e uno yacht di trentadue metri, ancorato davanti ai suoi occhi.
Il denaro restante lo affida allo stesso consulente finanziario di Ranieri di Monaco, un francese di origini armene di nome Gérard, col quale Elsina va a letto, nel corso degli anni, nove volte.
Più incerto il numero d’incontri con Ranieri.
A seguito di queste sette, sapienti decisioni, Elsina pronuncia una frase semplice:
«Ora sono libera e felice.»
Difficile darle torto.
Come se non bastasse, la Birra Valle non conosce crisi e ingrossa il patrimonio di Elsina in maniera indecente. Registra una sola flessione dello 0,4 per cento nel 2013.
Elsina fa una scenata all’amministratore delegato, che le spiega che la flessione è dovuta al crescente successo delle birre artigianali.
Elsina si procura prontamente un’intervista su “Panorama”.
È amica di Giuseppe Icaro, un azionista del giornale, anche lui con residenza monegasca e, con la scusa di parlare della propria vita, v’infila dentro, in maniera non del tutto disinteressata, la seguente dichiarazione:
“Una delle manifestazioni più lampanti della decadenza umana sta in questa nuova idiozia di dedicarsi alla creazione di birre artigianali.”
Elsina Marone fuma settanta sigarette al giorno, ma non ha il vizio del fumo.
Inoltre, usa la parola calorifero per intendere il termosifone.
Il tempo libero di Elsina è un’oasi sterminata, vasta come la Russia.
Nel 1963, intontita dal torpore monegasco, seguendo il gran premio dalla terrazza di casa sua, decide di provare a diventare una donna pilota di Formula 1 e vi riesce quattro anni dopo, partecipando al gran premio del Belgio, con una piccola scuderia che, dicono i malevoli, ha sovvenzionato con denaro proprio.
Si classifica penultima, ma tutti concordano che la colpa è della vettura e non della guida.
La passione per l’automobilismo, al di là dei risultati modesti, si rivela un’infatuazione passeggera.
Elsina Marone vive di fiammate che si accendono e si spengono secondo le direzioni del vento della mente. Come sovente accade ai ricchi con le mani in mano.
Da quel giorno, tuttavia, quando ci sarà il gran premio di Montecarlo, farà sempre in modo di trovarsi altrove.
Eppure la sua vita sociale a Monaco è vivida e scoppiettante.
Diventa un vertice della Croce Rossa e uno snodo burocratico e mondano della filantropia monegasca, per questo non può mancare mai a balli, cocktail, tè col principe e la principessa, serate di beneficenza. Presenzia a tutti gli eventi sportivi e pullula di inviti a cene e feste.
Ricambia di rado e con parsimonia, perché un certo olezzo di tirchieria le popola le narici.
Gracile e impetuosa, dunque un connubio tracotante di sex appeal, dedita alla moda della gonna corta, nel maggio 1964, quando alloggia nel suo appartamento di New York, s’intrattiene sessualmente con Anthony Caldazzo, un giovane scagnozzo del clan Gambino, privo del mignolo sinistro.
Non confesserà mai a nessuno questa relazione durata tre settimane.
In solitudine, definisce a mezza voce, con un che di sordido, Anthony come “un grosso animale”. Definizione che non smette mai di procurarle un brivido bieco e deciso.
Un giorno, prima della consueta copulazione, Anthony le porta in dono una grossa mortadella. Appena l’uomo lascia l’appartamento, Elsina si reca a Little Italy e prova a rivendere la mortadella a quattro negozi di alimentari italiani. Rifiutano tutti.
Con riluttanza, decide allora di far scivolare, furtivamente, la grossa mortadella in un cestino dei rifiuti.
In società, si vanta, chissà perché, di avere la pressione bassa.
Ha una madre di centonove anni, che non si è mai mossa da Fe...