La prima terribilità arrivò all’apice del piacere, una frazione di secondo a ridosso dell’orgasmo.
In quell’istante stavo pensando alla forza di gravità e a quello che avevo letto sul sito del “Guardian”, e cioè che la gravità è una forza così debole da creare problemi perfino ai fisici.
La mattina vai a fare colazione e quando sollevi il bicchiere di caffelatte il tuo bicipite fa a braccio di ferro contro un pianeta intero con milioni di quintali di minerali e roccia e, senza fare grande sforzo, lo vince.
È una forza talmente debole che fa casino con la teoria del funzionamento di tutto l’universo che quindi, secondo regole matematiche studiate e ristudiate, sarebbe già dovuto collassare da tempo.
Stavo pensando a quel rapporto piccolo uomo/grande pianeta perché per una serie di coincidenze eravamo finiti a fare l’amore sul pavimento (eravamo un po’ brilli visto che era il nostro compleanno, e il letto era occupato da un mobile Ikea che non ero riuscito a finire di montare perché avevo confuso un pezzo con un altro) e la posizione che avevo assunto era basata su una lotta contro la gravità: avevo tutto lo sforzo sulle ginocchia flesse (come una rana dei cartoni animati che prova a saltare) e il movimento solitamente di bacino andava fatto da questa sorta di molla che era diventato il mio corpo.
Ma soprattutto provavo a staccare la testa per qualche altro minuto per lasciare alla mia ragazza il tempo di venire, e quindi mi concentravo sul sistema matematico che regge l’universo e sul fatto che se c’è questa forza di gravità ci dovrebbe anche essere una sorta di particella o un’onda che fa da attrattore fra un corpo e un altro e nessuno però l’ha mai vista e l’esperimento più importante per trovare queste ipotetiche onde e questo ipotetico gravitone lo stanno facendo vicino a casa dei miei, a Pisa, si chiama Virgo e se vai sopra il monte Serra in una giornata limpida puoi vedere, nel mezzo della grande vallata dell’Arno verso Navacchio, fra le case e i paesini, una sorta di enorme V bianca che sembra disegnata sui campi, e là, dentro quei due tubi immensi a forma di V, ci sono fisici e tecnici da tutto il mondo che cercano giorno e notte quella particella.
E non so perché, ma le volte che mi sono trovato lassù sui monti a guardare dall’alto quella V dell’esperimento, ho sempre pensato agli scienziati che hanno dedicato tutta la loro vita a scoprire qualcosa che non hanno mai trovato o che magari non è mai esistita.
E meno male che quello sforzo fisico già mi distraeva, altrimenti il pensiero della gravità non sarebbe bastato perché quella del quattordici marzo era una delle volte migliori di sempre e infatti, dopo che l’attacco della prima terribilità è passato e ci siamo rilassati un secondo perché sembrava ormai improbabile che sarei morto là, sul momento, steso sul tappeto, anche la mia ragazza me lo ha detto.
Mi ha detto: mannaggia, era pure una delle volte meglio.
Di solito quando c’è questo tipo di trasporto non basta la riflessione scientifica, quando sono tanti giorni che non ci vediamo e la routine è stata abbattuta e si è spenta quella luce che illumina ogni rientranza e cavità facendo sparire ombre e zone coperte, e la distanza ha fatto tornare artificiosamente quello che si era perso – la sensazione è quella dell’incontro con una persona bifronte e completa, la donna misteriosa e quella che conosci meglio al mondo, e allora ritrovarsi è un po’ come incontrarsi per la prima volta ma con la bellezza della conoscenza più profonda – ecco quando è così, per resistere e durare più a lungo devo pensare a problemi seri come il tasso variabile del mutuo che sale, ai soldi per ristrutturare la casa, ai debiti di mio padre, a questo lavoro che mi son scelto che oggi c’è e domani no, e allora dovrei fare i soldi adesso, tanti e subito, metterli da parte, aprirmi un fondo pensione e invece il film che sto scrivendo ha la sottotrama che non funziona e il personaggio del coprotagonista è inverosimile e se l’attore famoso a cui dobbiamo proporre il ruolo se ne accorgerà salterà il progetto e dovrò ripartire da zero un’altra volta.
E allora mi concentro su questi problemi narrativi e inizio a scervellarmi per trovare soluzioni.
Questo brainstorming copulativo a volte porta dei frutti insperati, e mentre muovo il corpo a ritmo, trovo soluzioni che cercavo da settimane. Rimuginavo davanti al computer o camminavo in tondo come un leone in gabbia e invece il brainstorming usato come contrappeso per arginare l’orgasmo ecco che ha sbloccato qualche meccanismo e si è aperto il cancello dello zoo, facendo correre le idee nella distesa delle lenzuola.
A volte è l’unico modo per non venire con un anticipo umiliante.
E il paradosso è tutto qui: quando non c’è grande trasporto, quando la situazione è sotto controllo, routine diciamo, posso anche non pensare a nulla e godermela e perfino aprire gli occhi di quando in quando per vedere lo spettacolo di cui faccio parte. Mentre più mi piace e ne sto godendo più devo fare ricorso ad accorgimenti speciali e a tecniche di pensiero autodistruttivo.
La situazione peggiore si verifica quando abbiamo fatto troppi preliminari o magari siamo andati in spiaggia e abbiamo giochicchiato e io ho urlato oddio oddio ho una pantegana che mi si imbelvisce nel costume! e minaccio di sguinzagliargliela contro e Ottavia fa la faccia molto spaventata dalla bestia assetata di carne, e quando ci stendiamo sulla sabbia uno accanto all’altra imito il ruggito della pantegana, e poi faccio finta di dover prendere l’asciugamano e in realtà è una scusa per appoggiare la belva sul suo culo ed è insomma tutto uno strusciarsi e provocarsi, con la costrizione che siamo su una spiaggia semideserta sì, ma comunque puntellata di famiglie e pudiche coppiette.
Sarà che arrivo troppo pronto, che ho avuto polluzioni spontanee e quindi tecnicamente ho già iniziato a venire, ma in questi casi per resistere devo scendere proprio negli abissi della mia anima. Devo ricordarmi di tutte le volte che il martelletto del giudizio si è posato su di me: quando quel premio importante che avrebbe messo un bollino di garanzia sulla mia carriera è stato dato all’ultimo minuto a quell’altro regista, quando mi hanno buttato fuori da quel lavoro per darlo all’amante del produttore, quando non mi hanno accettato quel copione e invece il Cianciulli sforna ogni bimestre serie Tv inutili ma strapagate, quando ho letto il commento di uno sconosciuto su una bacheca di un amico che parlava di una cosa scritta da me: quel libro, quel film mi ha fatto proprio cacare. Cacare? Ca-ca-re.
Insomma tutte quelle volte dove mi hanno detto: sei inadatto e incompetente, non ce l’hai fatta. Sei un fallito. E comunque non ci servi perché c’è gente molto più agganciata e pure più brava di te, e quindi ora che l’Europa andrà in default, ora che le banche chiuderanno gli sportelli e torneremo alla lira o peggio ancora al baratto perché ci accorgeremo che questa ridicola convenzione delle banconote di carta (per non parlare dei numerini a tanti zeri scritti su dei server) è un gigante dai piedi d’argilla e torneremo a essere poveri e nullatenenti e ci aggireremo al mercato nero del cibo nei periodi di carestia e saccheggi, il tuo fallimento non verrà più misurato sui premi e gli articoli di giornale ma dalla capacità di sopravvivere e tu non hai alcuna abilità pratica, non sai riparare uno sciacquone, non sai armeggiare con una fiamma ossidrica ma manco montare un armadio Ikea che ci riescono davvero anche i più negati, e soprattutto non hai coraggio, non sai difenderti, non sai tirare nemmeno un pugno, figurati sopravvivere in un mondo di sopravvissuti.
Tutto questo sforzo almeno porta al risultato. Nove volte su dieci. Medie alte comunque. E in ogni caso devo dire che non ci sarebbero problemi con Ottavia nel caso contrario. Non è che lo faccio per paura di una sua reazione.
Con Loredana se venivo prima (e quindi io venivo e lei no perché a quel punto non si potevano provare alternative) per il resto del giorno scattava quella che chiamavo la sindrome del riccio.
Mi metteva il muso e il muso si tramutava gradualmente in un astio generalizzato, in una punzecchiatura quotidiana a causa delle cose più insulse. Era come se a tutti gli oggetti della casa fossero spuntati degli aculei.
E quindi ogni maniglia che toccava, ogni frutto che prendeva, ogni asciugamano con cui si asciugava le procurava fastidio e dolore, e quindi alla fine le prendeva il nervoso e poteva incazzarsi per un qualsiasi nonnulla.
Perché all’interno dell’infernale mondo della sindrome del riccio magari lei allungava la mano perché le stavo passando una pera ma la pera scivolava, cadeva in terra e lei giù a dirmi che ero un incapace. Incazzata nera. Un incapace sei. E ovviamente non ero un incapace porgitore di frutta ma un incapace trattenitore di seme.
Ma la sera del quattordici marzo, anche se non avevo nulla da temere, provavo a reggere fino a che lei non fosse venuta perché era anche il suo di compleanno, e dopo che me ne vengo la situazione precipita, la spossatezza mi incalza e smetto di essere senziente.
Le terze e quarte performance sono finite a venticinque anni, adesso mi riesce solo di accasciarmi sul letto e stare comatoso, finalmente con i pensieri che vagano liberi senza preoccupazioni di lavoro.
In quel momento tutti i fantasmi che mi invadono la mente e cioè la paura della sopravvivenza e l’invidia e la competizione, l’ansia da prestazione e da successo, la paura dell’abbandono e della fine, tutto svanisce e sono connesso con il mondo come mi era successo tanti anni fa, durante il grande smatto dove credevo anzi sentivo di essere tutt’uno con l’umanità e non solo, con gli animali e gli alberi, con la roccia e con la terra e il sole e le galassie e l’universo infinito.
Ed è in quel momento di trapasso e di rilascio della tensione (più che nell’amplesso stesso) che ho spesso capito la natura del rapporto con una ragazza. Mi è capitato di chiedermi cosa ci facessi là, in quel letto estraneo, steso accanto a non sapevo bene più chi, o di essere risucchiato da un senso di colpa e nostalgia (di solito con fidanzate nel mezzo di disastrosi tira e molla) e di non trovare senso né in me né in lei né in quella storia. O invece di farmi una doccia come dopo una nuotata, e pensare cosa avrà fatto il Manchester in Champions, o sentirmi rilassato e rinato, e iniziare lunghe chiacchierate sulle più disparate questioni. Per arrivare al grado ultimo e sublime: ciao a tutti, sono sfatto, e sto così bene che non lo devo nemmeno dire, né a lei né a me. Stiamo zitti, words are very unnecessary, siamo in un contatto fisico e telepatico e mi posso perdere come quando ero bambino e spensierato in un mondo di bellezza e cazzate e il mio inconscio e conscio si fondono insieme mentre surfo su questa onda creata da queste due correnti, e resto così in bilico e beato nell’assenza e nel vuoto, sono risucchiato dal nulla e finalmente lo accolgo, anzi ci vado incontro a braccia aperte e sereno posso chiudere gli occhi senza accorgermene e, senza accorgermene, dormire.
Ed era questo ultimo grado, l’obiettivo di quella sera del quattordici marzo: mettere un piedino sul pianerottolo del nirvana.
Credo tra l’altro di meritarmelo questo momento di pace. Perché neanche mentre faccio l’amore ho quel privilegio di stare a pensare ad altro, perché l’altro a cui dovrei pensare sarebbe l’atto stesso o al limite che ne so, qualcuno avrà delle fantasie erotiche durante l’amplesso, vedrà nel partner un attore conturbante o si concentrerà sulla ex ragazza che lo ha lasciato o che ha lasciato lui, ma io manco in quei momenti mi rassereno perché a parte in alcuni casi dove mi scatta il pilota automatico, in tutti gli altri devo ingaggiare quella sorta di gara mentale del pensare alla forza di gravità e le sue misteriose particelle nei casi migliori, alla morte per malattia in quelli peggiori, sottomesso a quel paradosso per cui più mi garba la trombata e più devo pensare a qualcosa di terribile.
E così quella sera stavo portando a compimento la mia lotta immane contro la gravità terrestre e contro la mia venuta, e il punto del non ritorno si stava avvicinando sia per me che per lei che per il CD dei Chemical Brothers che suonava per non farci sentire dai vicini.
E nel momento in cui Ottavia mi ha fatto capire con respiri in crescendo che era lì lì per venire, ho stretto i denti e ho pensato alla forza di gravità per ritardare il mio altrettanto inevitabile orgasmo, perché ormai capisco quando sta per arrivare il momento, e comunque ci siamo messi d’accordo che me lo deve dire quando sta per venire così mi regolo – anche se questa è un’arma a doppio taglio perché a volte quando scatta l’allarme “vengo, vengo” e sono già in bilico può succedere una reazione a specchio e cioè che io venga proprio perché lei mi dice che viene e siccome stiamo usando uno dei peggiori metodi contraccettivi della storia dell’uomo, ovvero il salto della quaglia, non posso rischiare e devo uscire in tutta fretta con la consapevolezza che se fossi rimasto là a fare il mio dovere di spargitore di DNA per il quale sono stato chiamato al mondo saremmo venuti nello stesso secondo e il nostro figlio sarebbe stato concepito in una rara sincronicità orgasmica, e invece mi ritrovo in ginocchio sulle lenzuola sfatte a venire nella mia mano in un misto di senso di sconfitta e dolore pelvico per aver provato a trattenere il seme e la polluzione soffocata e deludente è nient’altro che testimonianza della mia nullità, perché alla fine, non so se per la questione della paura del piacere o dell’autocastrazione o del senso di colpa o del narcisismo di voler essere un latin lover o magari, vai a essere ottimista, per generosità, se lei non viene io non me la godo per niente.
E quella maledetta sera, nel momento in cui lei appunto mi ha detto vengo, vengo, ho pensato: ci siamo, resisti altri trenta secondi, tieni duro ora, contro la forza di gravità e tutto il mondo… e ho sentito il fluido di piacere che mi attraversava il corpo ma in contemporanea a questo senso di beatitudine è partito da dietro la nuca un dolore fitto e appuntito, come se un ferro incandescente mi stesse penetrando la testa, e mentre stavo per venire ho sentito la sua punta acuminata penetrarmi la pelle e poi il cranio e alla fine mi si è proprio conficcato nel cervello, e ho sentit...