Sono Marco Olmo, ultramaratoneta. Non posso dire, come tanti. Troppo in là con gli anni: alla mia età in molti si sentono vecchi, finiti, inutili. Ma è la conseguenza di come oggi gira il mondo: viaggia a mille e a buonsenso ed esperienza preferisce spavalderia e superficialità.
In 180 pagine non ho la presunzione di provare a cambiare la vita degli altri, né di sostituirmi a medici, dietologi, fisioterapisti, psicoterapeuti, insomma a coloro che hanno studiato e sono dotati dei requisiti per accompagnarci e sostenerci nella terza età. Nel mio cassetto ho solo il diploma di quinta elementare, una vita trascorsa a lavorare come contadino (a sette anni portavo le mucche al pascolo), boscaiolo, camionista e per un quarto di secolo ruspista in una cava.
Ho però uno stile e una filosofia di vita da raccontarvi, che mi permettono di avere corpo e cervello in sintonia e di cancellare dal mio vocabolario la parola “vecchio”.
Io sono un adulto senior, un termine inventato in Gran Bretagna che mi piace un sacco. Sì, morirò adulto senior. E non pensiate (mi viene da sorridere) che, dopo aver letto queste pagine, siate pronti a partire con me per il deserto o il Monte Bianco con le scarpette da ginnastica in valigia…
La soddisfazione più grande sarebbe riuscire, con la mia testimonianza, a trasmettervi gli stimoli (anche uno solo) che vi aiutino a ribellarvi al tempo che passa.
Ogni volta è una fucilata. “Marco, ma corri ancora?” Peggio di un crampo, di una fitta al ginocchio. Non mi fermo. Non rispondo. Accelero, ma non sento il vento gelido che in gennaio, alle sei di mattina, ti toglie il respiro. Alzo il ritmo, aggredisco la strada, voglio uscire prima possibile dal paese, Robilante (2500 anime in provincia di Cuneo, 686 metri sul mare), dove ancora qualcuno mi prende per matto. Perché? Semplicemente corro. Corro per centinaia di chilometri, su e giù per i monti fino a quattromila metri o nel deserto per una settimana di fila.
Lo faccio rispettando i miei 68 anni, ma senza nessuna voglia di fermarmi.
Perché dovrei smettere? Correre è la mia vita. Mi ha dato grandissime soddisfazioni. Ho vinto parecchio, battendo runner di livello mondiale e addirittura più giovani di me di trent’anni. Il mio nome e quello del mio paese sono apparsi su giornali e televisioni di mezzo mondo, eppure resta lo stupore di qualcuno, talvolta la diffidenza. Chissà, forse è invidia. Per diverse persone resto “quello che ha iniziato a correre a 27 anni e alla prima corsa di paese è arrivato ultimo…”.
Ma c’è il bosco là che mi aspetta. Corro incontro a uno spettacolo: il bianco cancella il buio, il silenzio mi accoglie all’entrata. Spezzato, di tanto in tanto, dalla neve che cade dai rami. Una goduria per gli occhi. Per lo spirito. E più mi inoltro, più il sentiero sale, le gambe accompagnano il cervello in una sinfonia che se ne frega della mia carta d’identità: 8 ottobre 1948.
L’alba, intanto, ha baciato da un pezzo il mio allenamento: il cuore è bello carico, le gambe rispondono bene e mi godo il paesaggio, anche se da qui sono passato centinaia di volte. Eppure c’è sempre qualcosa di diverso: l’esaltazione del vento mi regala un’esplosione di foglie di rara bellezza. Sembrano coriandoli. Che incanto. Queste prodezze della natura sono benzina per gambe e anima e alleviano la fatica.
Mi dovete scusare se divago. Ma questo libro lo sto scrivendo mentre corro. Così rispondo ai tanti (tutti) che mi chiedono a cosa penso quando le gambe affrontano monti e dune. La mente va spesso alla mia vita, a ciò che è stato, al presente e al futuro. Sempre restando ben attento a dove metto i piedi. Farsi male è un attimo. Regola che deve osservare anche chi va “solo” a camminare.
Sto rientrando, curiosamente rivedo la signora del “corri ancora?” e perfidamente mi rendo conto che avrà la metà dei miei anni, ma il doppio dei chili. Sorrido. Sulle rughe, invece, sono imbattibile. Davanti allo specchio del bagno, l’unico che tengo in casa, succede che mi fermi a guardarle. Mamma mia, ma quante sono? Non c’è un millimetro del volto libero dai segni del tempo. Le rughe, insieme alla carta d’identità, sono l’unica cosa che mi ricorda che non sono più giovane.
Mi viene in mente ciò che accadde alla partenza di un’edizione dell’Ultra Trail del Monte Bianco, 163 chilometri, un dislivello di 8900 metri, più di ventun ore di corsa senza sosta. L’episodio me lo raccontò un’amica a fine gara. Era il 2007: una cronista di Sky si mise a ridere quando mi vide alla partenza, in prima fila: “Ma chi è quel vecchietto? Dove crede di andare in mezzo a tutti quei giovani?” commentò. Evidentemente non aveva notato che indossavo il pettorale numero uno, che stava a significare che solo 365 giorni prima, a 58 anni suonati, quella stessa gara l’avevo vinta io. Immaginate la sua espressione quando, una ventina di ore dopo aver pronunciato quelle frasi, mi vide tagliare il traguardo per primo.
Extraterrestre. Qualcuno mi ha pure definito così. Determinato e fortunato, rispondo io. È questa la miscela che mi ha permesso di ottenere risultati che alla mia età sono in effetti qualcosa di incredibile. Però l’ho voluto, ho lottato per mantenermi in forma. Certo, la salute mi ha aiutato, ma anche in questo caso ci ho messo del mio. Per questo mi arrabbio quando sento o leggo di persone che a quarant’anni si considerano vecchie. Non lo accetto.
Neppure da chi di anni ne ha sessanta. Anche se capisco che il mondo di oggi, psicologicamente, non aiuta. Anzi.
Perché da una parte ti martella, tramite i mass media, enfatizzando l’importanza di mantenersi efficienti, esteticamente belli e sempre allegri. Un invito a sentirsi “giovani a tutti i costi” che ha il sapore amaro del consumismo pilotato. Dall’altro ti fa scivolare piano piano nel limbo. Basti dire che nel mondo del lavoro sei spesso un peso a soli cinquant’anni. Quanto mi piace questa brevissima analisi trovata girovagando su internet: “La società cresce troppo in fretta e per questa ragione non ha tempo di riconoscere nulla, ancor meno il valore di coloro di cui in fretta intende sbarazzarsi”. Verissimo. Per questo vi invito a ribellarvi.
Prima mossa: andatevi a guardare le fotografie degli anni Quaranta, ma anche Cinquanta. I sessantenni sembrano vecchissimi: curvi, spenti, rassegnati. Voi non siete così.
Guardatevi allo specchio per rendervene conto: sì, ci sono le rughe, ma chissenefrega. Pensate invece che, rispetto a settant’anni fa, avete (abbiamo!) la possibilità di ricorrere a cure mediche migliori, mantenere il fisico in forma, stimolare di continuo la mente (pensate solo all’aiuto che può dare internet), frequentare corsi di ogni genere, dedicarsi a hobby e interessi.
Tutto questo è oro per noi. Ci aiuta a rallentare l’invecchiamento: fermarlo, ovviamente, non si può. Nemmeno l’extraterrestre ci riesce, infatti non vinco una gara dal 2010, in Islanda. Oh, gli anni si fanno sentire…
Dobbiamo sempre essere consapevoli dei privilegi che abbiamo. Ci aiutano a non deprimerci se qualcuno, anche in buona fede, ci dà la patente di anziano. Non posso dimenticare quando, nel 2012, in metropolitana a Milano, un signore gentile, vedendomi magrissimo, con capelli e barba bianchi, mi invitò a sedermi al suo posto. Rifiutai e trattenni con difficoltà una risata: avevo appena finito di correre la Marathon des Sables…
Aneddoti a parte, riflettete. Poi, però, agite. Perché funziona: io a 68 anni provo ancora rabbia e delusione, coltivo speranze e sogni. Insomma, sono vivo.
Voglio essere vivo. E non sono una rarità. Conosco tante persone che, anche in età più avanzata della mia, hanno un cervello superattivo e continuano a lavorare con soddisfazione. E che dire degli artisti, diversi dei quali hanno realizzato le performance migliori in là con gli anni: un esempio eclatante (di fine 400 a.C.) è quello del drammaturgo greco Sofocle. I libri di storia riportano che Iofonte, figlio legittimo, trascinò il padre in tribunale dichiarandone l’infermità mentale, un modo per ottenere l’eredità prima che morisse. Operazione che fallì perché Sofocle, alla soglia degli 80 anni, recitò a memoria dei versi che dimostrarono la sua grande lucidità.
E come non menzionare Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni, che produssero le opere migliori negli ultimi anni di vita. E ancora: Monet, Picasso, Rembrandt, Charlie Chaplin. E che dire del nostro grande Mario Monicelli, capace a novant’anni di realizzare Le rose del deserto (2006), un film con ciak complicatissimi a causa delle numerose tempeste di sabbia. Alla sera, raccontano le cronache, dopo aver girato tutto il giorno, il regista si presentava nella hall dell’albergo e chiedeva ai suoi attori, distrutti e stravaccati sulle poltrone: «Che facciamo stasera? Dove si va?», dimostrando una condizione fisica e un cervello in gran forma. Davvero un uomo incredibile, dalla mente finissima e dalle battute sagaci.
Del resto, lo sostiene anche l’americano Rush Institute for Healthy Aging (mamma mia che fatica a pronunciarlo): “Facendo ginnastica al cervello ne trarrà vantaggio tutto l’organismo”. Viceversa, un lungo periodo di disimpegno mentale o fisico porta al decadimento, spesso senza ritorno.
L’altro giorno osservavo con amarezza, su una rivista italiana, alcune statistiche, dai risultati impietosi, relative alla terza età: sono infatti pochissime le persone anziane che non si sentono emarginate. Si salvano soprattutto i creativi e, guarda caso, i ricchi. L’atteggiamento sociale diffuso è, in effetti, quello di “tagliare fuori” i soggetti non produttivi, con il risultato di far lievitare il senso di insicurezza e ansia nelle persone di una certa età. Ha ragione il geriatra di Sondrio, Paolo Proh, quando dice che “in questo tipo di società orientata verso valori di esasperata vitalità ed efficienza, posseduta dal senso del futuro, è evidente che spesso non c’è posto per i vecchi”. Una frase che fa tremare i polsi, perché per tanti degli “esclusi” (che hanno anche solo poco più di cinquant’anni) vivere diventa un peso.
A loro voglio dire che il capolinea è ancora lontano. Molto lontano. E lo faccio volando idealmente in Inghilterra, dove mi sembra che le carte d’identità “pesanti” siano viste come una ricchezza e non come un fardello. Un recente rapporto commissionato dalla Cigna Insurance Services, società di assicurazioni britannica, stabilisce che coloro che hanno più di 50 anni si aspettano di avere ancora davanti a sé “cinque eventi altamente significativi nella vita: da un trasloco a un divorzio, da un ritorno allo studio a un nuovo business”. E, guarda un po’, più di sei persone su dieci al di sopra dei 65 anni affermano di aver goduto la vita maggiormente dopo il compimento del cinquantesimo anno di età. Il segreto? Migliore alimentazione, maggiore esercizio fisico, più attenzione alla cura della salute e alla prevenzione delle malattie.
E anche dall’Università svedese di Göteborg arrivano buone notizie: i ricercatori hanno dimostrato che i settantenni di oggi sono più «svegli» dei coetanei di trent’anni fa. Ai test cognitivi e di intelligenza ottengono infatti risultati impressionanti. Quindi, in Svezia, l’inizio della terza età è stato spostato a 75 anni.
Oltre a correre, io stimolo il cervello facendo spesso i cruciverba. C’è qualcuno che, per mantenere viva la memoria, cucina piatti elaborati senza guardare la ricetta. Dicono che funzioni. Mai provato, perché mangio sostanzialmente sempre le stesse cose. Ah, poi ci sono gli aspetti più materiali: come godo quando vedo un mio coetaneo guidare un’auto sportiva a due posti, la mia passione. Mi difendo con la mia Delta integrale, un gioiellino molto aggressivo che in strada mi dà belle soddisfazioni. Mi fa sentire, ovviamente, più giovane.
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