«Ora lo capisci il motivo delle mie emicranie?» scriveva da Berlino Betty Scholem, il 18 aprile 1933, al figlio Gershom, rinomato studioso della Kabbalah presso l’università ebraica di Gerusalemme. «Un piccolo episodio: l’autobus di Zernsdorf di solito ferma nella nostra strada prima della fermata obbligatoria, in modo da non farci fare tutta la strada a ritroso a piedi. Questa volta, mentre l’autista ci abbassava il predellino, qualcuno gli ha gridato: “Ma che, fai una fermata extra per questo mucchio di ebrei?!”.»2
Quando Adolf Hitler fu nominato cancelliere di Germania, il 30 gennaio 1933, Betty Scholem capì immediatamente che le cose si mettevano male, ma non avrebbe mai potuto immaginare quanto velocemente sarebbero peggiorate. Gli Scholem erano una tipica famiglia della media borghesia ebraico-tedesca, imbevuta di cultura germanica. Nei primi decenni del Novecento, avevano buone ragioni di ritenere sicuro il proprio posto in Germania. Il marito di Betty, Arthur, era un ateo dichiarato, un «uomo moderno» e un fervente patriota. A Natale la loro casa veniva decorata da un albero, simbolo dell’identità nazionale tedesca. I due figli più grandi, Reinhold ed Erich, avevano seguito le orme paterne ed erano entrati nella tipografia di famiglia, condividendo i rispettabili valori borghesi di Arthur. Ma i due figli più giovani, Werner e Gerhard – come all’epoca veniva chiamato Gershom – si erano opposti alla prima guerra mondiale, e Arthur se n’era risentito al punto da cacciare Gerhard di casa. In seguito, Werner diventò comunista e nel 1924 fu eletto al Reichstag nelle file del partito, mentre Gershom, abbracciato il sionismo, emigrò in Palestina nel 1923. L’ottimismo che un tempo caratterizzava gli Scholem quale famiglia di ebrei tedeschi andò in frantumi sotto gli occhi di Betty. Arthur morì nel 1925. Werner e sua moglie furono arrestati dai nazisti il 23 febbraio 1933, mentre Gershom viveva ormai lontano, nel Vicino Oriente. La normale, tranquilla quotidianità di quartiere che per tanti anni aveva dato per scontata crollò davanti a lei, come a tutti gli ebrei tedeschi.3
Le cose andarono allo stesso modo da un capo all’altro del Reich. Domenica 25 marzo 1933 a Creglingen, un paesino del Württemberg di poche migliaia di anime, tra cui settantatré ebrei, le camicie brune, col pretesto di cercare armi nascoste nelle abitazioni della comunità israelita, assaltarono la sinagoga locale. Interrotta la funzione religiosa, sequestrarono sedici uomini facendoli marciare a suon di umiliazioni fino al municipio, dove li picchiarono e frustarono senza pietà. Due non sopravvissero: Hermann Stern, di sessantasette anni, e Arnold Rosenfeld, di cinquantadue, morirono nel loro villaggio natale, accanto a coloro che consideravano vicini.4 L’11 marzo, all’altro capo del Reich, giovani nazisti aggredirono giudici e avvocati ebrei presso il tribunale di Breslavia. Passando da un ufficio all’altro, urlarono loro di uscire e li trascinarono per strada, alcuni ancora con la toga indosso. Il palazzo di giustizia restò chiuso per tre giorni, e alla riapertura il presidente del tribunale decretò che dei 364 avvocati che esercitavano la professione a Breslavia, solo 17 avrebbero avuto il diritto di accedere all’edificio e di presentarsi in aula. Fra coloro a cui veniva inibito l’ingresso c’erano Ludwig Foerder, veterano della prima guerra mondiale e invalido di guerra, e un uomo di nome Geldfeld, presidente del Consiglio direttivo della comunità ebraica. Per strada, quest’ultimo chiese a Foerder: «Ditemi, dove ci si può rivolgere per denunciare questo scandalo?». «Illustre presidente,» rispose l’altro «temo non esista più un posto del genere.»5
Col senno di poi, sapendo come sarebbe andata a finire più di dieci anni dopo la faccenda della persecuzione ebraica, tendiamo a considerare il 1933 come l’inizio di un graduale processo di discriminazione. In realtà, fu una valanga. Il Terzo Reich non cominciò con un progressivo incremento delle violenze contro gli ebrei, ma con un sistematico e dirompente attacco ai loro diritti civili, politici e costituzionali proprio in quegli ambienti quotidiani in cui ci si sente più al sicuro: mezzi pubblici, posto di lavoro, abitazione, il proprio stesso corpo. Ogni giorno, dopo il 30 gennaio 1933, a Königsberg, Chemnitz, Colonia, Krefeld, Monaco, Berlino e in molte altre località sparse per il Reich, i nazisti profanarono sinagoghe, frantumarono le vetrine dei negozi di proprietà israelita e sottoposero gli ebrei a molteplici umiliazioni.6 La vita degli ebrei divenne sacrificabile, ucciderli un reato non punibile. Un ebreo fu linciato a Kiel il 1° aprile 1933, mentre l’11 dello stesso mese a Dachau uomini delle SS (Schutzstaffeln, squadre di protezione, unità d’élite del Partito nazista) prelevarono dal locale campo di concentramento da poco inaugurato quattro detenuti ebrei e li fucilarono all’aperto. Adolf Hitler era diventato cancelliere da appena dieci settimane.
Da un certo punto di vista, la violenza che si scatenò contro gli ebrei nei giorni successivi al 30 gennaio non era una novità. Dopo la prima guerra mondiale le manifestazioni di antisemitismo erano state assai diffuse nella società tedesca.7 Le violenze conobbero un sensibile aumento dopo le elezioni parlamentari del settembre 1930, che videro il trionfo elettorale del Partito nazista. Il 12 settembre 1931, giorno del capodanno ebraico, si verificarono sanguinosi incidenti sull’elegante Kurfürstendamm di Berlino. Le SA (Sturmabteilungen, squadre d’assalto, il primo gruppo paramilitare nazista) assaltavano abitualmente sinagoghe e negozi ebraici e aggredivano gli ebrei in luoghi pubblici. Tra le violenze antisemite perpetrate dai nazisti durante la Repubblica di Weimar e quelle degli anni immediatamente successivi alla presa del potere c’era una certa continuità.8
Allo stesso tempo, il 30 gennaio 1933 rappresentò un’autentica svolta. La Repubblica di Weimar, durata dal 1919 al 1933, era una democrazia basata sul principio di legalità e su una Costituzione tra le più avanzate del mondo. Gli ebrei erano protetti dalla polizia e difesi nelle aule di giustizia, anche se all’interno di tali istituzioni singoli individui potevano nutrire opinioni antisemite. Il Terzo Reich, viceversa, consentiva e incoraggiava la violenza contro gli ebrei. Il 22 febbraio 1933 Hermann Göring, numero due del Partito nazista, nominato ministro degli Interni della Prussia nel nuovo governo hitleriano, si avvalse della propria autorità per arruolare nelle forze di polizia un contingente ausiliario di 50.000 uomini delle SA. Le camicie brune, artefici per antonomasia di violenze antisemite, venivano così investite di autorità ufficiale per compiere le proprie efferatezze. Dopo il 30 gennaio divenne comune vedere agenti delle forze dell’ordine che si rifiutavano di prestare soccorso alle vittime ebraiche con la giustificazione che «la protezione degli ebrei esula dai doveri della polizia». Il 22 luglio il governo annunciò un’amnistia per i crimini commessi durante la «Rivoluzione nazionalsocialista»: tutti i casi pendenti di omicidio, aggressione e violazione di domicilio vennero così archiviati.9
Per i nazisti e per il resto della popolazione tedesca, «l’ebreo» rappresentava cose diverse e spesso contraddittorie. Alcune camicie brune di bassa estrazione consideravano i giudei alla stregua di ricchi capitalisti e avidi banchieri, e miravano a sbarazzarsi sia di loro sia di buona parte della moderna società industriale, caldeggiando l’idea – definita da un esponente nazista «nostalgia anticapitalista» – del ritorno a un’esistenza di tipo bucolico e premoderno.10 Altri se la prendevano con i facoltosi proprietari ebrei di grosse aziende quali la catena di grandi magazzini Tietz, con i suoi 14.000 dipendenti, o l’impero editoriale Ullstein, con sede a Berlino. Ma parecchi uomini d’affari e gran parte del ceto medio tedesco non condividevano affatto simili opinioni, vedendo piuttosto negli ebrei i latori di pericolose idee comuniste che avrebbero portato a una rivoluzione bolscevica in Germania. Per altri ancora, come Achim Gercke, esperto di ricerche sulla razza presso il ministero dell’Interno, il problema preminente era quello razziale. A suo modo di vedere, la legislazione antisemita promulgata dal ministero doveva servire a inculcare nei tedeschi il principio che «la comunità nazionale è una comunità di sangue», tenuta a respingere gli ebrei a prescindere dalle loro affiliazioni politiche.11 Molti tedeschi mal tolleravano la massiccia presenza israelita in settori nobili della vita pubblica e professionale, come università, arena forense e ambiente medico. Altri li consideravano semplicemente come i complottisti per eccellenza, cospiratori uniti in una congiura mondiale volta a dominare il pianeta, poco importa se in nome del comunismo, del capitalismo, della religione o di qualcosa di completamente diverso.
Adolf Hitler incarnava la capacità degli antisemiti di credere simultaneamente in un guazzabuglio di fantasiose, disparate e contraddittorie opinioni riguardo agli ebrei. Per lui l’attività cospirativa giudaica permeava l’orbe terracqueo e l’intera parabola storica del genere umano. Il suo antisemitismo presentava sia elementi cristiani e metafisici (definiva gli ebrei creature diaboliche, nemici della verità e della virtù) sia componenti politico-economiche (inveiva contro di loro quali istigatori della Rivoluzione francese, della parità dei diritti, del comunismo e del capitalismo). Hitler vedeva gli ebrei come una razza, un fatto biologico non modificabile da cambi di nome, di princìpi o di religione, ma considerava il proprio antisemitismo anche in termini religiosi: «Oggi credo fermamente di agire in accordo con la volontà dell’Onnipotente» meditava nel Mein Kampf, scritto a metà degli anni Venti. «Difendendomi contro il giudeo, combatto per l’opera del Signore.»12
In Germania avevano tutti una propria opinione circa «l’ebreo». Ma, nei primi mesi e nei primi anni del regime nazista, in tali disparate e contraddittorie opinioni c’era un denominatore comune. La versione antisemita del nazismo presentava una sua unità interna e condivideva un tema centrale: l’idea che gli ebrei fossero i creatori di una modernità negativa che contaminava la Germania contemporanea. L’aggettivo jüdisch, giudeo, veniva apposto a qualsiasi fenomeno del mondo moderno avversato dai nazisti, e a molti altri ancora. Gli ebrei erano responsabili del bolscevismo, del comunismo, del marxismo, del socialismo, del liberalismo, del capitalismo, del conservatorismo, del pacifismo, del cosmopolitismo, del materialismo, dell’ateismo e della democrazia; della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale, della rivoluzione del novembre 1918 (che pose fine al conflitto bellico e all’Impero tedesco) e della Repubblica di Weimar; della cultura weimariana dell’intrattenimento in cabaret e locali notturni, nonché della libertà sessuale, della psicoanalisi, del femminismo, dell’omosessualità e dell’aborto; della musica atonale e d’avanguardia, del jazz, dell’architettura Bauhaus e dell’arte astratta incarnata da impressionismo, postimpressionismo, cubismo, espressionismo e dadaismo.
L’accusa mossa agli ebrei di costituire un popolo cosmopolita e privo di radici, devoto non già a una specifica nazione ma a un astratto, antico credo religioso, era comune in Europa sin dalla Rivoluzione francese. I nazionalisti di vari paesi, dalla Francia via Ungheria fino alla Russia, si erano scagliati contro gli ebrei quali elementi estranei all’identità e alla cultura della madrepatria e incapaci di liberarsi della loro costituzionale mancanza di radici. L’idea fu adottata dai nazisti, che l’adeguarono al proprio periodo storico. Nel 1933 essi non avevano in mente genocidio e sterminio: questi arrivarono dopo. Quel che immaginavano all’inizio era una nuova Germania, migliore e più pura, priva degli ebrei e dei moderni vizi da loro scaturiti. E, soprattutto, la completa distruzione della democrazia weimariana, del principio di legalità, del liberalismo tedesco e del comunismo.
I nazisti promuovevano il loro concetto di modernità: una società razziale di puri ariani, fondata sull’idea di un leader forte e di una nazione votata all’egemonia europea, un’ideologia alternativa al liberalismo occidentale e al comunismo orientale. Propugnavano una comunità nazionale unita, priva di lotte di classe e di scontri fra partiti politici, di privilegi per aristocratici e notabili vari, nella quale i benefici della tecnologia, della comunicazione e della scienza moderna fossero al servizio del popolo, una volontà nazionale incarnata da Hitler, e il sostegno a un’arte figurativa. A preoccupare i nazisti e i loro sostenitori, nel 1933, era il presente. Riponevano le proprie speranze in una trasformazione della politica, della cultura e dell’identità correnti, e in questa lotta per una nuova società tedesca avevano fatto degli ebrei il nemico da combattere: la campagna scatenata contro di loro nei primi anni del Terzo Reich era intimamente connessa alla campagna contro democrazia, liberalismo e comunismo, incarnati dalla Repubblica di Weimar. Lungi dall’implicare il solo antisemitismo, la persecuzione degli ebrei comportava anche la visione antimarxista e antiliberale della modernità, che i nazisti condividevano con molti tedeschi che pure non si riconoscevano in quell’ideologia.
Se gli ebrei erano il nemico numero uno della rivoluzione nazista, l’elemento chiave nella soppressione di un tipo di modernità e nella costituzione di un’altra, è perché solo loro, nella mente dei nazisti e di altri tedeschi, rappresentavano simultaneamente nemici diversi e spesso opposti. Potevano rappresentare il marxismo e il liberalismo, la democrazia e il bolscevismo, il comunismo e il cubismo (non esattamente lo stile artistico caldeggiato dai fautori del realismo sociale). L’idea dell’«ebreo» doveva la sua potenza proprio al fatto di costituire un tutto più grande della somma delle sue parti. Naturalmente, non tutti i tedeschi e i nazisti attribuivano agli...