Quando ho deciso di non mangiare più?
Non saprei dire una data precisa, ma ora come ora vorrei tanto averlo scritto a caratteri cubitali sul calendario:
ELENA NON MANGIA PIÙ.
Magari riuscirei a risalire al perché io ho cominciato.
Ma anche questa si aggiunge alla lista delle domande alle quali non so dare una risposta.
So solo che mi guardavo spesso allo specchio, più delle mie amiche.
Ma forse non ci davo più di tanto peso. «Sono una ragazza, è normale» devo aver pensato.
Una cosa però è certa: io mi vedevo grassa. Volevo che mi sporgessero le ossa, volevo poterle toccare.
Così ho deciso di comprare un diario, lì avrei annotato con precisione le calorie dei cibi che mangiavo abitualmente e le diete che potevo seguire.
Il quaderno, ironia della sorte, aveva l’aspetto di un blocchetto di cioccolato fondente. Le mie annotazioni erano scritte a penna: cosa mangiavo e quante calorie assumevo, i commenti inerenti a come era andata la giornata, dal punto di vista alimentare e, per non rendere tutto troppo schematico, aggiungevo la cosa più bella e la cosa più brutta che mi succedevano durante la giornata.
Di settimana in settimana riducevo le porzioni: sempre meno cibi a disposizione e quantità più piccole. Ed è stato così che mangiare a tavola con i miei genitori si è trasformato in uno stress.
Ogni pasto diventava una guerra spietata, un crudele gioco che facevo contro di loro.
Per esempio, ho cominciato a nascondere il cibo nei modi più stravaganti: facevo finta di pulirmi la bocca e lo sputavo nel tovagliolo, oppure lo infilavo nelle tasche e nelle maniche.
Pensavo di ingannare tutti, sì, mi credevo un genio. Ma non ero poi così furba, tanto è vero che i miei non ci hanno messo molto a trovare il diario e il cibo nella spazzatura di camera mia. Ero stata scoperta.
Così nemmeno le scuse «non ho fame» o «mangio fuori» erano più credibili.
Allora ho dovuto riprendere a mangiare normalmente.
Ero in una sorta di limbo, così emotivamente instabile che avrei potuto scoppiare a ridere o a piangere e non avrebbe fatto nessuna differenza.
Ma avevo un pensiero che continuava a ronzarmi nella testa: dovevo dimagrire, perché così sarei stata bella, e tutti l’avrebbero notato.
Quindi ben presto ho di nuovo ridotto drasticamente la mia dieta a una mela al giorno. Ho cominciato anche a fare sport, iscrivendomi a un corso di ginnastica acrobatica, un’ora e mezza due volte a settimana.
Pensavo bastasse. In poco tempo, infatti, da quarantacinque chili sono passata a quarantatré, ma il mio obiettivo fisso erano i quaranta.
Mi sono imposta man mano delle regole: masticare un boccone un certo numero di volte prima di ingoiarlo, bere molta acqua tra un boccone e l’altro, tagliare tutto in pezzetti minuscoli. Regole che presto sono diventate ossessioni: tagliavo il cibo in pezzetti uguali e lo predisponevo secondo un certo ordine, ma finivo sempre per non mangiarlo; sono persino arrivata a non riuscire a mangiare nemmeno una mela al giorno.
Eppure non mi muovevo dai quarantatré chili: ero come bloccata in quel numero. Panico.
A quel punto mi sono convinta che acrobatica non bastasse: dovevo iniziare a fare molto esercizio e sforzarmi di mangiare un po’ di più, per sbloccare il metabolismo.
Così ho iniziato una folle dieta ipocalorica, con un massimo di ottocento calorie giornaliere. Facevo esercizi di continuo, mi convincevo di non averli fatti e li facevo di nuovo.
In classe non ascoltavo le lezioni, e nemmeno riuscivo più a capire ciò che leggevo.
Dentro la mia testa c’era solo una voce, una voce femminile, acuta e bastarda. Mi ripeteva che ero grassa, che dovevo arrivare a casa in fretta e fare i miei esercizi. Ma quella voce era la mia migliore amica. Quella voce mi aiutava. Mi spronava a fare di più, mi faceva sentire forte quando, ancora una volta, resistevo a una pizza o a una fetta di torta.
Bevendo solo acqua, senza mangiare nulla, mi sentivo importante, mi sentivo Dio, sentivo di avere il controllo della mia vita.
Ero diventata più scaltra nel frattempo, ai miei genitori riuscivo a far credere che andava tutto bene, e al mondo intero che mangiavo.
Durante quel periodo assumevo sì e no quattrocento calorie al giorno, e solo quando proprio ero obbligata a farlo; subito dopo, neanche a dirlo, mi massacravo di esercizi.
La voce nella mia testa si faceva sempre più forte, era gelosa dei miei amici, diceva che mi portavano via troppo tempo, tempo che dovevo dedicare a lei. Loro infatti sapevano della dieta che stavo facendo, e cercavano di dissuadermi.
«Elena, guarda che poi diventi anoressica!» mi aveva detto una volta Alba, una delle mie migliori amiche, sull’autobus.
Mi ero messa a ridere. Non avevo certo il fisico di un’anoressica. E comunque, pesavo ancora troppo.
Ogni volta che non mangiavo la vocina dentro di me applaudiva e poi finalmente se ne stava zitta per un po’, per questo spesso evitavo il cibo del tutto.
In quel periodo facevo dei colloqui settimanali con Deborah, la mia psichiatra.
Prima di lei c’era stato un altro psichiatra.
Era il tempo in cui avevo scoperto l’autolesionismo, il primo anno di liceo. Mi tagliavo con la lametta di un temperino: mi sembrava potesse alleviare quel macigno sullo stomaco che avevo cominciato a sentire con l’inizio dell’adolescenza. Prima pochi tagli, poi sempre di più, uno sopra l’altro.
Finché, un giorno, la babysitter della mia bellissima sorellina bionda – di cinque anni più piccola di me – mi aveva trovata in bagno svenuta, con il sangue che mi usciva dalle braccia.
Ho un ricordo molto confuso di quel momento. Ricordo mia sorella che piangeva disperata, l’ambulanza sotto casa.
Dopo, il ricovero in reparto.
Era stato lì che avevo conosciuto il mio primo psichiatra. La terapia, con lui, consisteva in questo: se ne stava seduto e mi fissava sorridendo, senza dire nulla, e io non parlavo. Uno spreco di trentacinque minuti della mia vita due volte a settimana.
Deborah l’avevo conosciuta durante il mio successivo ricovero. Un ricovero che avevo chiesto io stessa, perché il macigno sullo stomaco, dopo essersi alleggerito un po’, era tornato più prepotente che mai durante il secondo anno di liceo.
Il mio solito dottore era in vacanza, e così ecco lei.
Non era diventata subito la mia nuova psichiatra, ma quando quello precedente aveva annunciato di dover partire per New York io avevo fatto i salti di gioia: avrei continuato la terapia con Deborah.
Mi piaceva molto sia come persona, con quei due occhioni azzurri e il sorriso sempre stampato sul volto, sia come dottoressa. Sapeva essere professionale: distaccata e dolce al tempo stesso. Ma soprattutto era al corrente della dieta.
«Hai un problema alimentare.»
«Io non ho nessun problema.»
«Mangi troppo poco.»
«Sono normale.»
«Il tuo indice di massa corporea è al di sotto della norma, Elena, se vai avanti così dovrò dirlo ai tuoi e farti ricoverare.»
Le nostre conversazioni andavano avanti in questo modo.
Però, man mano che il tempo passava, le mie energie cominciavano a venire meno. Le mie unghie erano diventate violacee, perdevo i capelli e avevo sempre freddo. Soprattutto alle mani e ai piedi.
Bene, se hai freddo il tuo corpo brucia di più, mi suggeriva la vocina.
E io le davo retta. Continuavo a mangiare meno e bruciare di più, mentre lei esultava.
Sono arrivata a quarantadue chili in una settimana circa, ed ero contenta. Cominciavo a vedermi le ossa del bacino, mi piaceva tantissimo toccarle con le mani gelate, mi piaceva la sensazione del freddo sulla pelle.
Ma questo mi stava stroncando a poco a poco, avevo delle crisi di pianto e la voglia di mollare tutto cresceva.
Quando però ero sul punto di mangiare quella gocciola al burro immersa nel latte la vocina si faceva sempre più forte e severa: Sei proprio una vacca! Vedrai che dopo che l’avrai mangiata vorrai ucciderti per i sensi di colpa e non riuscirai mai a bruciarla! Dai retta a me, buttala nel gabinetto.
E infatti facevo così, ormai da parecchio tempo.
«Mangiavo» prima che i miei arrivassero a casa, masticavo tutto solo per sentirne il gusto, e poi sputavo nel gabinetto e tiravo la catena.
Non c’era modo di disobbedire a quella voce.