La vendetta - Prima famiglia
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La vendetta - Prima famiglia

  1. 480 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La vendetta - Prima famiglia

Informazioni su questo libro

Frank fu il primo a vederlo. Erano lontani, ma gli occhi dell'uno trovarono subito quelli dell'altro. Se ne stavano a distanza, ognuno con i propri pensieri, ognuno con le proprie idee, separati dal muro altissimo della legalità, che Frank osservava e Sal sbeffeggiava. Ma erano sempre fratelli, sempre legati dal sangue.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804674153
eBook ISBN
9788852077364
PRIMA FAMIGLIA

LA VENDETTA

... padron ’Ntoni, per spiegare il miracolo, soleva dire, mostrando il pugno chiuso – un pugno che sembrava fatto di legno di noce – Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro.
Diceva pure: – Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo.
GIOVANNI VERGA, I Malavoglia

1

Fa caldo. È una di quelle giornate in cui il sole sembra ardere con più foga. Un vento umido appiccica le gonne alle gambe delle ragazze, muove le fronde degli alberi e sbatacchia una banderuola verde appesa alla ringhiera di un palazzo. Ci sono spari nell’aria e un odore di bruciato che si diffonde per gli Studios. C’è anche una musica, un vecchio tango che qualcuno, da qualche parte, sta ballando.
Tony Palermo, il regista, guarda il set con aria critica. Gli attori si sono dileguati e così i tecnici: tutti al bar per bere qualcosa di fresco. È rimasto solo un ragazzetto, in un angolo, che sta avvolgendo alcuni cavi. Tony posa gli occhi su di lui ma è come se non lo vedesse. È preoccupato. Più tardi dovrà incontrare Jack Warner, il suo produttore, e mostrargli il materiale montato. Warner non è un uomo facile, è capace, intelligente e ha un fiuto straordinario per le buone storie, ma ha un pessimo carattere. “Chissà che penserà di questo mio film” si domanda il regista. Con le mani in tasca e lo sguardo che vaga da un’auto parcheggiata alla vetrina di un negozio, continua a chiedersi quale potrà essere la reazione del produttore. Non si accorge perciò del suo aiuto che lo affianca e gli dice: «Ho saputo che oggi è il tuo compleanno. Auguri, Tony».
Colto alla sprovvista, Tony abbozza un sorriso: «Grazie» mormora.
«Festeggiamo?»
«Forse» risponde ammiccando.
È il suo compleanno, sì. Oggi, 5 luglio 1934, compie trent’anni. E se si volta indietro, a quell’anno 1912 in cui per la prima volta suo padre lo portò al Mirage dove incontrò Robert e s’appassionò di cinema, si rende conto che di strada ne ha percorsa abbastanza: sta girando un film sulla sua famiglia e ha un appuntamento con uno degli uomini più potenti di Hollywood. Non ha dormito tutta la notte. Adesso ha le mani sudate, e non per colpa dell’umidità o del caldo eccessivo.
A passi lenti si dirige verso la sala di proiezione dove l’aspettano già l’assistente di produzione, l’aiuto regista e il produttore esecutivo. Warner arriva puntuale qualche minuto dopo.
A un cenno di Tony, parte il film.
Le scene si alternano febbrili, campi lunghi, zoomate, montaggi alternati, numerosi primi piani in cui prevale lo sguardo ora dell’uno ora dell’altro personaggio, e poi la città, ripresa nelle sue strade, nei vicoli dove si svolge la vita quotidiana fatta spesso di violenza. Il ritmo è incalzante, gli occhi di tutti i presenti sono puntati sullo schermo. Non si sente un fiato. Le vicende si snodano con un dinamismo che conferisce alla storia una particolare forza e drammaticità.
Finché si arriva all’ultima scena.
Sono le due di notte. Per le strade di Little Italy qualche ubriaco, donne che si vendono, gatti che si fanno la guerra tra secchi e bidoni.
Frank Palermo cammina a passo svelto, sembra contrariato. «E così ti sei fatto pungere!» dice tra i denti. «Magnifica mossa, fratello. Ora sì che diventasti per davvero mafioso.» C’è rabbia e dolore sul suo viso, ha le mani in tasca, la testa incassata tra le spalle come uno che abbia appena ricevuto un violento colpo.
Le finestre illuminate del distretto riversano sulla strada una debole luce. Frank è appena giunto in portineria, chiede all’agente di guardia se sono arrivate telefonate relative alla posizione di suo fratello.
«Un’ora fa stava a un matrimonio» dice quello.
«Questo lo so» risponde, «c’ero anch’io. Era la festa di matrimonio di mia sorella. Ma dopo? Dov’è andato dopo?»
«Verso la Bowery» s’intromette Bonsoil giungendo alle sue spalle insieme al collega Brosnan.
Frank si gira di scatto: «Ma che ci fate voi qui?» chiede allarmato.
«Siamo venuti a ritirare la nostra roba. Caputo e Contarini ci hanno dato il cambio.»
«Il cambio? Ma...» La voce gli si strozza in gola.
I due colleghi sembrano non capire: «Eravamo in servizio dalla mattina...» spiega Brosnan.
Frank non lo ascolta. Li guarda in faccia sconvolto: «Ma che state dicendo?» mormora. E subito: «Questa è una trappola» urla.
«Ehi, Palermo» esclama Bonsoil, «stai bene?»
Lui, però, brusco: «Dov’è?» domanda.
«Al Princess. Sulla Bowery» risponde Brosnan.
«La vostra auto?»
«Di fronte al portone.»
Frank si precipita fuori, salta sulla macchina, fa una rapida inversione di marcia e corre ad altissima velocità per la Mulberry Street.
L’auto divora la strada mentre la sirena squarcia col suo urlo la notte. A un isolato di distanza dal luogo in cui dovrebbe trovarsi Sal, riconosce Caputo e Contarini e la loro auto, ferma accanto al marciapiede con una gomma a terra.
Giunge nei pressi del Princess, un alberghetto frequentato da coppie clandestine. Per terra, alla luce di un lampione, scorge un sacco, un fagotto che sembra muoversi. Scende, si avvicina. Non è un fagotto e neppure un sacco: «Sal» mormora con voce tremante. «Sal» ripete. In risposta solo un lungo lamento. «Ma... Cristo santo...» impreca.
Con cautela rigira il corpo, il sangue gli sporca le mani. «Sal» ancora chiama. E poi: «Bastardi!» urla. «Bastardi!» e intanto si china: «Sal... ehi... Rispondi, cazzo, rispondi!».
Dalla gola di Sal esce come un rantolo.
Allora raccoglie il corpo, lo poggia sul sedile posteriore dell’auto e corre a sirene spiegate verso l’ospedale.
Si accendono le luci. Nella sala di proiezione cala il gelo. Tutti si aspettano che sia Warner a dire qualcosa. L’uomo però continua a tacere. Non si gratta il mento, non si agita sulla poltrona, non tamburella con le dita sul bracciolo. Trascorrono alcuni secondi che sembrano interminabili. “Gli piacerà?” si chiede Tony stropicciando nella mano un foglio di carta e riducendolo a pallottola. “Gli piacerà?” si domanda l’aiuto regista.
Finalmente: «Bah» dice il produttore, «pensavo peggio. Come primo montaggio non mi sembra male». E dopo una breve pausa: «Hai lavorato bene, Palermo. C’è emozione, ma soprattutto c’è narrazione».
Tony tira un sospiro di sollievo e travolto dall’entusiasmo subito aggiunge: «Ancora mancano la musica, le luci, i rumori...».
«Sì, sì, sì» sorride benevolmente l’altro. «Lo so che manca tutto, conosco il mio lavoro... Hai una mano leggera, hai fatto delle belle inquadrature. Continua così. E, mi raccomando, rispettiamo i tempi» dice alzandosi.
«Ci rientriamo perfettamente, mister» risponde Tony.
Warner sta per andarsene quando si ferma e, girandosi verso di lui: «Senti, ragazzo, mi dicono che stai ancora facendo provini per scegliere un ruolo» dice.
Tony annuisce: «Robert da grande» risponde.
«Non mi pare che sia un protagonista, vero? Sono i protagonisti che richiedono più attenzione nella scelta. Questo che cerchi interpreta solo una parte...» S’interrompe, si volge verso il produttore esecutivo: «Dobbiamo trovare quell’attore entro una settimana, non perdiamo più tempo, concentriamoci sul film».
«Questo ruolo per me è difficilissimo» s’intromette Tony. «Ho visto tanti giovani, ma non ho ancora trovato quello che mi interessa.»
«Con tutta la massa di gente che spinge da ogni parte per proporsi, tu non trovi la figura giusta?»
«Non è questione di figure, ma di persone che incarnino perfettamente il soggetto che voglio raccontare.»
Warner storce la bocca: «Non fare il complicato, Palermo, io non ho soldi da buttare. Cos’è che non trovi?».
Tony indugia qualche istante prima di rispondere, quindi: «Uno che abbia quella sua freschezza, quella ingenuità, quel suo modo di affrontare la vita... L’autenticità, insomma».
«Non me ne importa niente, giovanotto» conclude sbrigativo. «Non voglio che tu perda ancora tempo a cercare ’sto cazzo di Robert. E se non provvedi entro una settimana, lo faccio io.» Volta le spalle e s’avvia a passo deciso verso l’uscita.
Una settimana? Tony guarda incredulo la porta che si richiude sbattendo alle spalle del produttore. Una settimana... che cosa può fare in una settimana?
«Ci sono due tipi che mi sembrano interessanti» interviene l’aiuto regista.
«Che tipi?»
«Mori, corporatura media, bella presenza.»
«Bene» dice. «Falli venire domani sul set.»
Ripensa a Warner. Una settimana! Non è riuscito a trovare la persona giusta in tutti quei mesi e ora è obbligato a riuscirci in una settimana. Merda!
Si allontana dagli Studios con le mani in tasca e il desiderio di avventarsi sul primo che capita per tempestarlo di pugni. Ma poi, lentamente, si calma. Può essere contento, no? Il giudizio di Warner è stato buono, dunque può concedersi il lusso di essere felice, almeno per oggi.
«Festeggiamo?» gli chiede l’aiuto.
«Il compleanno?»
«Certo» fa l’altro ridendo, «il compleanno!»

2

Quando il boss Michele Di Bella entrò nella sua stanza, buttò sul tavolo il coltello sporco del sangue di Sal Palermo, si sedette e prese a contemplarsi le mani insozzate dello stesso sangue. La gioia che provava era bestiale. Avrebbe voluto scannarlo con calma quel fituso, che prima l’aveva tradito e poi gli aveva ammazzato i migliori uomini, ma non gli era stato possibile, aveva dovuto accontentarsi di aggredirlo alle spalle, a tradimento; il poliziotto venduto che aveva reso possibile l’agguato era stato categorico: «Niente rumori, niente spari, altrimenti i miei uomini saranno costretti a intervenire».
L’aveva colpito alla schiena, sissignore, e poi s’era tolto lo sfizio di rigirarlo, di guardarlo negli occhi prima di appizzargli quei trenta centimetri d’acciaio nella panza. Ma non aveva visto la resa in quegli occhi, anzi, una volontà terribile di reagire, di acchiappare la vita coi denti. Invece era morto, come ogni fesso che non sa guardarsi le spalle. Rise.
«All’inferno!» ruggì.
La voglia di fare comunque baldoria lo portò a chiamare Fortesano, a dirgli: «Raduna i picciotti, tutti, falli venire qua, di’ a Lola di chiudere le porte del bordello che stanotte solo gli amici fottono, siete tutti ospiti miei!».
Era contento, non r...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PRIMA FAMIGLIA. LA VENDETTA
  4. UN ANNO DOPO
  5. Ringraziamenti
  6. Copyright