
- 518 pagine
- Italian
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Il Paradiso delle Signore
Informazioni su questo libro
Due trame si intrecciano in questo «poema dell'attività moderna»: l'inarrestabile ascesa dell'imprenditore Octave Mouret grazie al successo commerciale del suo grande magazzino di stoffe "Il Paradiso delle Signore" ("Au Bonheur des Dames"); e la delicata vicenda della giovane Denise, umile commessa che grazie alla sua fermezza riuscirà a conquistare il datore di lavoro. Il Paradiso delle Signore, epopea del capitalismo commerciale e profetica raffigurazione del consumismo, è uno dei romanzi più belli e moderni del XIX secolo per la sensualità con cui descrive il fascino conturbante delle merci, ma anche la loro dispotica, alienante disumanità.
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Informazioni
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9788804673880eBook ISBN
9788852079252Capitolo XIV
Rue du Dix-Décembre, nuova di zecca, con le case bianche intonacate di fresco e le ultime impalcature di qualche edificio ancora in costruzione, si stendeva sotto il limpido sole di febbraio; un fiume di carrozze passava trionfalmente in mezzo alla striscia di luce che tagliava l’ombra umida del vecchio quartiere Saint-Roch; e tra rue de la Michodière e rue de Choiseul c’era una folla in tumulto, una ressa di gente elettrizzata da un mese di pubblicità, con gli occhi per aria e a bocca aperta davanti alla facciata monumentale del Bonheur des Dames che si inaugurava quel lunedì con la fiera del bianco.
Il nuovo edificio, nella sua ridente freschezza, era un vasto complesso architettonico policromo, impreziosito di dorature, che rispecchiava l’interno chiassoso e abbagliante del grande magazzino attirando gli occhi come una gigantesca vetrina rutilante di colori. A pianterreno, per non far sfigurare le merci esposte, la decorazione era più sobria: uno zoccolo di marmo verde mare con pilastri d’angolo e di sostegno rivestiti di marmo nero e resi meno severi da una serie di cartigli dorati; il resto era tutto vetri specchiati con intelaiatura metallica, vetrate di cristallo che sembravano aprire la profondità delle gallerie e dei saloni alla piena luce della strada. Ma, con il salire dei piani, le tinte diventavano via via più brillanti. La cornice a mosaico del pianterreno cingeva a perdita d’occhio il colosso con una ghirlanda di fiori rossi e azzurri che si alternavano a targhe di marmo su cui erano incisi i nomi delle merci. Lo zoccolo del primo piano, in mattoni smaltati, sorreggeva i cristalli delle ampie vetrate che arrivavano fino alla seconda cornice, formata da scudi dorati con gli stemmi delle città francesi e da motivi in terracotta i cui smalti riprendevano i toni chiari dello zoccolo. Infine, in cima, il cornicione si dispiegava come l’ardente fioritura dell’intera facciata, con nuovi mosaici e ceramiche dalle tonalità più calde; le grondaie erano di zinco lavorato e dorato e una miriade di statue, raffiguranti le principali città industriali e manifatturiere, si allineavano sul fastigio con il loro profilo sottile stagliato contro il cielo. A suscitare l’ammirazione dei curiosi era soprattutto il portone centrale, alto come un arco di trionfo, anch’esso decorato con una profusione di mosaici, ceramiche e terrecotte e sormontato da un gruppo allegorico, lucente per la fresca doratura, con la Donna vestita e baciata da un nugolo di festosi Amorini.
Verso le due le guardie dovettero disperdere la folla e regolare lo stazionamento delle carrozze. Il palazzo ultimato, tempio eretto alla follia dissipatrice della moda, dominava e copriva con la sua ombra tutto il quartiere. La piaga che gli aveva aperto sul fianco la demolizione della catapecchia di Bourras si era cicatrizzata così bene che si sarebbe cercato invano il segno del vecchio bubbone; le facciate correvano lungo le quattro vie senza soluzione di continuità, in un fiero isolamento. Sull’altro marciapiede di rue de la Michodière, da quando Baudu era andato a vivere in una casa di riposo, il Vieil Elbeuf era chiuso, quasi murato come una tomba dietro gli scuri che nessuno toglieva più, a poco a poco inzaccherati dalle ruote delle carrozze, sommersi dai manifesti, incollati l’un l’altro sotto una marea crescente di pubblicità che sembrava l’ultima palata di terra gettata sulla vecchia bottega; e in mezzo alla facciata senza vita, imbrattata di fango e coperta dai brandelli variopinti del gran bailamme parigino, spiccava, come una bandiera piantata su un impero espugnato, un enorme manifesto giallo attaccato di fresco che annunciava a caratteri cubitali il nuovo lancio del Bonheur des Dames. Si sarebbe detto che, dopo i successivi ingrandimenti, il colosso, provando vergogna e disgusto per il quartiere buio dove era nato umilmente, e che aveva finito per sopraffare, gli avesse voltato la schiena lasciando dietro di sé le vie strette e fangose per presentare la sua faccia di arricchito alla strada soleggiata e chiassosa della nuova Parigi. Ora, come mostrava il manifesto pubblicitario, il grande magazzino si era impinguato e pareva l’orco delle fiabe che minaccia con le sue spalle di squarciare le nuvole. In primo piano nell’immagine, rue du Dix-Décembre, rue de la Michodière e rue Monsigny, popolate da un brulichio di figurine nere, si allargavano a dismisura quasi per far passare la clientela del mondo intero. Poi venivano gli edifici del Bonheur, di una grandezza esagerata, rappresentati a volo d’uccello con i tetti che delineavano le gallerie e i cortili vetrati che lasciavano indovinare i saloni: un immenso lago di cristallo e zinco che scintillava al sole. Dietro si stendeva Parigi, ma una Parigi rimpicciolita, divorata dal mostro: le case intorno, umili come capanne, si perdevano in una fuga nebbiosa di comignoli; i monumenti sembravano dissolversi, due tratti a sinistra per Notre-Dame, un accento circonflesso a destra per gli Invalides e, in fondo, il Panthéon, timido e sperduto, più piccolo di una lenticchia. L’orizzonte sfumava in lontananza in uno scenario insignificante tratteggiato fino all’altezza di Châtillon e all’aperta campagna, sbiadita sullo sfondo nel suo ruolo ancillare.
La folla continuava a crescere dal mattino. Nessun altro grande magazzino aveva mai messo in subbuglio la città con un tale fracasso pubblicitario. Ora il Bonheur spendeva quasi seicentomila franchi l’anno in manifesti, inserzioni, avvisi di ogni genere; il numero dei cataloghi distribuiti per posta era salito a quattrocentomila e si tagliavano più di centomila franchi di stoffa per i campioni. Era l’invasione definitiva dei giornali, dei muri, delle orecchie del pubblico, come un inaudito squillo di tromba che annunciava ai quattro venti, senza tregua, il cancan dei grandi lanci. E la nuova facciata davanti alla quale la gente si accalcava era ormai una pubblicità vivente con il suo lusso variopinto e dorato di bazar, le vetrine così ampie da accogliere l’intero campionario della moda femminile e l’insegna dipinta, stampata e intagliata ovunque, dalle targhe di marmo del pianterreno fino all’arco di metallo che coronava i tetti con una fila di banderuole dorate in cui il nome del grande magazzino si leggeva in lettere azzurre ritagliate sullo sfondo del cielo. Per festeggiare l’inaugurazione erano stati aggiunti trofei e bandiere; tutti i piani erano pavesati di vessilli e stendardi con gli stemmi delle principali città di Francia, mentre le bandiere dei paesi stranieri si agitavano al vento inalberate in cima al palazzo. Infine, nelle vetrine del pianterreno, l’esposizione della biancheria risaltava con un’intensità di tono accecante. Non si vedeva altro che bianco; un corredo completo e una montagna di lenzuola a destra, tende a baldacchino e piramidi di fazzoletti a sinistra affaticavano gli occhi; e tra le pezze di tela, calicò e mussola che cadevano a fasci ai lati della porta, come valanghe di neve, erano esposte due sagome di cartone azzurrognolo che raffiguravano a grandezza naturale una sposa e una signora in abito da sera vestite di vere stoffe, sete e merletti e con un sorriso dipinto sul volto. C’era sempre un capannello di gente davanti e un alito di desiderio saliva dalla folla sbalordita.
La curiosità intorno al Bonheur era accresciuta anche da un incidente di cui parlava tutta Parigi, l’incendio delQuatre Saisons, il grande magazzino che Bouthemont aveva aperto da appena tre settimane nei pressi dell’Opéra. I giornali abbondavano di dettagli: il fuoco provocato da un’esplosione di gas, la fuga spaventata delle commesse in camicia da notte, l’eroismo di Bouthemont che ne aveva salvate cinque portandole fuori sulle spalle. Le enormi perdite erano comunque assicurate e la gente cominciava a stringersi nelle spalle dicendo che si trattava di una splendida pubblicità. Ma per il momento la clientela si riversava al Bonheur, eccitata dalle voci che correvano, ossessionata da quei bazar che ormai occupavano un posto di primo piano nella vita pubblica. Quel Mouret era proprio fortunato! Tutta Parigi acclamava il suo nome e accorreva a vederlo saldo al suo posto ora che anche le fiamme lo aiutavano a sbaragliare la concorrenza. E già si calcolavano i guadagni della stagione stimando la nuova ondata di clienti che la chiusura del negozio rivale avrebbe fatto passare sotto la sua porta. All’inizio Mouret si era lasciato prendere dall’ansia, preoccupato all’idea di trovarsi contro una donna, la stessa madame Desforges a cui doveva in parte la sua fortuna. Inoltre lo innervosiva il dilettantismo finanziario del barone Hartmann che investiva denaro nelle due imprese. Ma era seccato soprattutto per non aver avuto l’idea geniale di Bouthemont: quel buontempone non si era fatto benedire il grande magazzino dal parroco della Madeleine con tutto il suo clero al seguito! Una cerimonia straordinaria, una processione in gran pompa dalle sete ai guanti, Dio caduto in mezzo ai corsetti e ai mutandoni da donna; cosa che non era servita a impedire l’incendio ma che valeva comunque un milione di annunci visto l’effetto che aveva avuto sulla clientela mondana. Da allora Mouret si riprometteva di chiamare l’arcivescovo!
Suonavano le tre all’orologio che sormontava la porta. Era l’ora dell’affollamento pomeridiano: quasi centomila clienti si pigiavano nelle gallerie e nei saloni. Fuori, le carrozze in sosta occupavano da un capo all’altro rue du Dix-Décembre e un’altra lunga fila si era radunata dalla parte dell’Opéra, in fondo alla strada cieca da cui doveva partire il nuovo viale. I semplici fiacres si alternavano ai coupés privati, i cocchieri restavano ad aspettare tra le ruote, i cavalli allineati nitrivano e scuotevano i barbazzali scintillanti al sole. Le code avanzavano e si riformavano senza tregua tra i richiami dei fattorini, la pressione degli animali che serravano le file e l’arrivo di nuove carrozze che di continuo si aggiungevano alle altre. I pedoni spaventati correvano a frotte sui salvagente, i marciapiedi brulicavano di folla nello scorcio fuggente della strada ampia e rettilinea. Un gran frastuono saliva tra le facciate bianche e quel fiume umano scorreva sotto l’anima diffusa di Parigi, un soffio enorme e dolce di cui si sentiva l’immensa carezza.
Davanti a una vetrina madame de Boves, accompagnata dalla figlia Blanche, osservava con madame Guibal un’esposizione di completi semiconfezionati.
«Guardate» disse, «guardate questi completi di tela a diciannove franchi e settantacinque!»
I completi, legati con un nastrino, erano piegati nelle scatole quadrate in modo che si vedessero solo le guarnizioni ricamate di rosso e azzurro; e nell’angolo di ogni scatola c’era un figurino che mostrava il capo confezionato addosso a una giovane donna con un’aria da principessa.
«Oh, non valgono certo di più» mormorò madame Guibal. «Basta toccarli che si riducono uno straccio!»
Erano diventate amiche da quando le crisi di gotta tenevano monsieur de Boves inchiodato alla poltrona. La moglie tollerava l’amante preferendo, tutto sommato, che la cosa si consumasse tra le mura di casa perché così ci guadagnava qualcosa, piccole somme di denaro che il marito le lasciava prendere in cambio della sua tolleranza.
«Su, entriamo!» riprese madame Guibal. «Bisognerà vederla questa fiera del bianco… Non vi ha dato appuntamento là dentro vostro genero?»
Madame de Boves, con lo sguardo sperduto, non rispose, apparentemente assorta a guardare la fila di carrozze che si aprivano una dopo l’altra e da cui scendevano sempre nuove clienti.
«Sì» disse infine Blanche con la sua voce molle. «Paul viene a prenderci verso le quattro nella sala di lettura, quando esce dal ministero.»
Erano sposati da un mese e Vallagnosc, dopo tre settimane di congedo trascorse nel Midi, era da poco rientrato al lavoro. La giovane sposa aveva già la corporatura della madre, le forme abbondanti e come appesantite dalla vita matrimoniale.
«Ma quella laggiù è madame Desforges!» esclamò la contessa con gli occhi puntati su un coupé che si stava fermando.
«Siete sicura?» mormorò madame Guibal. «Dopo tutte quelle storie… Non si sarà ancora ripresa dall’incendio del Quatre Saisons.»
Invece era proprio Henriette. Appena scorse le due signore, avanzò verso di loro con aria allegra mascherando lo smacco subìto con la solita disinvoltura mondana.
«Ma sì, voglio vedere con i miei occhi. Meglio rendersi conto di persona, no?… Oh, io e monsieur Mouret siamo sempre buoni amici, anche se in giro si dice che è molto arrabbiato con me da quando mi sono interessata al grande magazzino della concorrenza… Io, invece, l’unica cosa che non gli perdono è di aver combinato il matrimonio di quel Joseph, sapete, con la mia protetta, mademoiselle de Fontenailles…»
«Ma no! Li ha fatti sposare?» la interruppe madame de Boves. «Che orrore!»
«Sì, mia cara, e solo per darci una lezione. Lo conosco bene, ha voluto dirci che le nostre ragazze di buona famiglia non possono fare di meglio che sposare i suoi fattorini.»
Si accalorava. Erano rimaste tutte e quattro sul marciapiede tra la folla che spingeva per entrare. Ma a poco a poco la fiumana di gente le trascinava; e, abbandonandosi alla corrente, varcarono la porta come sollevate da terra, senza quasi rendersene conto, parlando a voce più alta per capirsi. Ora si scambiavano notizie su madame Marty. Avevano sentito dire che il povero marito, a seguito di violenti litigi in casa, era stato assalito da un delirio di grandezza: si immaginava di raccogliere a piene mani i tesori della terra, di svuotare miniere d’oro, di riempire carriole di diamanti e pietre preziose.
«Poveretto!» disse madame Guibal. «E pensare che era sempre così dimesso, con quell’aria modesta di professore a caccia di lezioni!… E lei?»
«Adesso spilla soldi a un vecchio zio» rispose Henriette, «un brav’uomo che è andato a stare da lei dopo che ha perso la moglie… Ma dev’essere qui, la vedremo di sicuro.»
Le signore si immobilizzarono per la sorpresa. Davanti a loro si stendeva il grande magazzino, il più vasto del mondo, come diceva la pubblicità. L’ampia galleria centrale andava ora da un capo all’altro dell’isolato, con un ingresso in rue du Dix-Décembre e un altro in rue Neuve-Saint-Augustin, mentre a destra e a sinistra, simili alle navate laterali di una chiesa, la galleria Monsigny e la galleria Michodière, più strette, correvano senza interruzione lungo le vie omonime. Tra le impalcature metalliche delle scale sospese e delle passerelle volanti si apriva di tanto in tanto uno slargo in corrispondenza di un salone. La disposizione interna dei reparti era cambiata: i saldi si trovavano adesso in rue du Dix-Décembre, le sete al centro, i guanti in fondo, nel salone Saint-Augustin; e i letti erano stati trasferiti dalla parte opposta del secondo piano in modo che si vedessero, alzando gli occhi, anche dal nuovo atrio principale. Il numero esorbitante dei reparti era arrivato a cinquanta; molti erano nuovi e si inauguravano quel giorno; altri, diventati troppo grandi, erano stati semplicemente sdoppiati per agevolare la vendita; e, per far fronte alla continua crescita degli affari, lo stesso personale, con la nuova stagione, era salito a tremilaquarantacinque dipendenti.
Ma a paralizzare le signore era lo spettacolo prodigioso della fiera del bianco. Intorno a loro c’era l’atrio, un salone di lucidi cristalli con il pavimento a mosaico dove si tratteneva la folla avida di articoli a buon mercato. Poi le lunghe gallerie si perdevano in un biancore accecante, uno scenario boreale, un paesaggio innevato con una successione infinita di steppe tappezzate di ermellino e alti ghiacciai scintillanti al sole. Era un bianco più vivo di quello delle vetrine, smisurato, che ardeva da un capo all’altro dell’enorme vascello tra le fiamme bianche di un incendio dirompente. Non c’era altro che bianco, tutti gli articoli bianchi di ogni reparto, un’orgia di bianco, un astro bianco di luce fissa che per un momento lasciava abbagliati, senza che si potessero distinguere i dettagli in quel diffuso biancore. Poi gli occhi si abituavano: a sinistra, la galleria Monsigny si allungava con promontori bianchi di tele e calicò, rocce bianche di lenzuola, asciugamani e fazzoletti; a destra, la galleria Michodière, occupata...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Pierluigi Pellini
- Il Paradiso delle Signore
- Capitolo I
- Capitolo II
- Capitolo III
- Capitolo IV
- Capitolo V
- Capitolo VI
- Capitolo VII
- Capitolo VIII
- Capitolo IX
- Capitolo X
- Capitolo XI
- Capitolo XII
- Capitolo XIII
- Capitolo XIV
- Copyright