L’autoradio trasmetteva soft jazz, un compromesso. Lacy, proprietaria della Prius e perciò della radio satellitare, detestava il rap tanto quanto il suo passeggero Hugo detestava il country moderno. Avevano provato con i talk show sportivi, la radio pubblica, con i canali di vecchi successi, con quelli comici e con la BBC, evitando il bluegrass, la CNN, l’opera e cento altre stazioni, ma non erano riusciti a mettersi d’accordo. Per frustrazione lei, e stanchezza lui, avevano gettato la spugna quasi subito e si erano fatti andare bene il soft jazz. Roba leggera, per non disturbare il lungo e profondo pisolino di Hugo. Roba leggera perché Lacy non impazziva per il jazz ma nemmeno ne era irritata. L’ennesima concessione reciproca, o qualcosa del genere; una delle tante che da anni caratterizzavano la loro collaborazione. Lui dormiva, lei guidava ed entrambi erano soddisfatti.
Prima della grande recessione la Commissione disciplinare giudiziaria aveva avuto a disposizione una piccola flotta di Honda, tutte di proprietà dello Stato, a quattro porte, bianche, con pochi chilometri. I tagli al budget, purtroppo, le avevano fatte sparire costringendo Lacy, Hugo e una sfilza di altri funzionari statali della Florida a usare le proprie vetture anche per lavoro, con un rimborso di meno di un dollaro per chilometro. Hugo, quattro figli e un pesante mutuo da pagare, aveva una vecchia Bronco che bastava a malapena a portarlo in ufficio, figuriamoci in trasferta per lavoro. Perciò dormiva.
A Lacy il silenzio piaceva. Come i suoi colleghi, alla maggior parte dei casi lavorava da sola, di norma. Altri tagli, più pesanti, avevano decimato l’ufficio, riducendo ad appena sei gli investigatori della CDG, lei esclusa. Sette investigatori in uno Stato con venti milioni di abitanti e mille giudici sparpagliati in seicento corti, che si occupavano di mezzo milione di casi all’anno. Grazie al cielo i giudici erano quasi tutti gente onesta e dedita al proprio lavoro, alla giustizia e all’imparzialità, altrimenti Lacy avrebbe mollato parecchio tempo prima. Le poche mele marce la tenevano impegnata cinquanta ore alla settimana.
Con delicatezza toccò la leva della freccia e rallentò in vista della rampa d’uscita. Quando l’auto si fermò a uno stop, Hugo scattò in avanti come se fosse sveglissimo e pronto per mettersi all’opera. «Dove siamo?» chiese.
«Quasi arrivati. Venti minuti. Hai tempo di metterti sul fianco destro e russare contro il finestrino.»
«Scusa. Russavo?»
«Russi sempre, o almeno così dice tua moglie.»
«Be’, a mia discolpa, stamattina alle tre ero sveglio con in braccio il suo ultimo bebè. Una femmina, mi pare. Come si chiama?»
«Tua moglie o tua figlia?»
«Ah ah.»
Per l’adorabile e sempre incinta Verna, suo marito aveva ben pochi segreti. Era nata per tenergli a freno l’ego, impresa non da poco. In una vita precedente Hugo era stato campione di football, esploso alle scuole superiori e assoldato dall’Università della Florida come prima scelta nonché primo caso di matricola così forte da esordire subito tra i titolari. Ce l’aveva fatta per tre partite e mezza, giocate da tailback brillante e aggressivo, finché non lo avevano portato via in barella con una vertebra cervicale malconcia. Aveva giurato di tornare in campo, ma sua madre aveva detto no. Si era laureato con lode e iscritto al dottorato in giurisprudenza. I suoi giorni di gloria erano lontani, ma un po’ di boria tipicamente americana lo accompagnava ancora. Era più forte di lui.
«Venti minuti, eh?» grugnì.
«Forse, o forse no. Se preferisci ti lascio in macchina con il motore acceso, così puoi dormire tutto il giorno.»
Hugo si voltò sul fianco destro, chiuse gli occhi e disse: «Voglio cambiare partner».
«Buona idea, ma il problema è che non ti vuole nessuno.»
«E che abbia una macchina più grossa.»
«Fa più di venti chilometri con un litro.»
Lui grugnì di nuovo, rimase immobile, ebbe un sussulto, un fremito, mormorò qualcosa e si drizzò a sedere. Si stropicciò gli occhi e disse: «Cosa stiamo ascoltando?».
«Ne abbiamo parlato un bel po’ di tempo fa, quando siamo usciti da Tallahassee, poco prima che cadessi in ibernazione.»
«Ricordo che mi sono offerto di guidare.»
«Sì, con un occhio già chiuso. Grazie per il sacrificio. Come sta Pippin?»
«Piange un sacco. Di solito, e lo dico dall’alto della mia esperienza, se il neonato piange c’è un motivo. Fame, sete, pannolino, mamma, eccetera. Questa invece no. Strilla quando le pare, così. Non sai cosa ti perdi.»
«Se ricordi, in due occasioni ho persino badato io a lei.»
«Sì, e Dio ti benedica. Stasera puoi?»
«Quando vuoi. È la numero quattro. Di contraccettivi avete mai parlato, in famiglia?»
«Ci stiamo arrivando. Tra l’altro, come va la tua, di vita sessuale?»
«Scusa. Come non detto.» A trentasei anni, Lacy era single e attraente, e in ufficio la sua vita sessuale scatenava grande curiosità espressa sottovoce.
Andavano in direzione est, verso l’Oceano Atlantico. St Augustine distava tredici chilometri. Alla fine Lacy spense la radio, quando Hugo chiese: «E ci sei già stata?».
«Sì, qualche anno fa. Una settimana di mare con il mio ragazzo di allora, a casa di amici.»
«Molto sesso?»
«Ci risiamo. Sempre pensieri sconci in testa, tu, eh?»
«Ovvio, se ci pensi. In più, renditi conto che Pippin ha un mese, e questo vuol dire che io e Verna non abbiamo rapporti normali da almeno tre mesi. Continuo a sostenere, almeno con me stesso, che mi ha tagliato fuori tre settimane prima del dovuto, ma è inutile accanirmi. Mica posso tornare indietro e recuperare, no? Quindi, nel mio angolo la situazione è piuttosto tesa; non so se è uguale per lei. Tre bambinetti e una neonata fanno danni seri a quella cosa dell’intimità.»
«Non lo saprò mai.»
Per qualche chilometro Hugo cercò di concentrarsi sull’autostrada, poi cominciò a sentire le palpebre pesanti e a dondolare la testa. Lei gli lanciò un’occhiata e sorrise. In nove anni di Commissione aveva indagato su dodici casi insieme a Hugo. Erano una bella coppia, si fidavano l’una dell’altro, sapevano entrambi che qualunque episodio di cattiva condotta da parte di lui, e finora non se n’erano verificati, sarebbe stato immediatamente riferito a Verna. Lacy lavorava con Hugo ma faceva shopping e spettegolava con sua moglie.
St Augustine veniva spacciata per la città più vecchia d’America, punto di approdo di Ponce de León l’esploratore. Ricca di storia e zeppa di turisti, era una cittadina adorabile con palazzi storici e querce antiche da cui penzolava la tillandsia. All’altezza dei sobborghi il traffico cominciò a rallentare e gli autobus turistici a fermarsi. Sulla destra, in lontananza, svettava una vecchia cattedrale. Lacy rammentava tutto benissimo. La settimana con il suo ex era stata un disastro, ma di St Augustine aveva bei ricordi.
Uno dei tanti disastri.
«E chi è questa misteriosa gola profonda che andiamo a incontrare?» chiese Hugo, stropicciandosi di nuovo gli occhi ma deciso, stavolta, a rimanere sveglio.
«Ancora non so, ma il nome in codice è Randy.»
«Okay, e per favore spiegami perché andiamo in coppia a un appuntamento segreto con un uomo che usa uno pseudonimo e deve ancora ufficialmente sporgere denuncia contro uno dei nostri stimati giudici.»
«Non ho una spiegazione. Ma gli ho parlato tre volte al telefono e sembra, be’, piuttosto sincero.»
«Ottimo. E quand’è stata l’ultima volta che hai parlato con un accusatore che non ti sembrasse, be’, piuttosto sincero?»
«E fidati, okay? Michael ha detto di andare, e noi andiamo.» Michael era il direttore, il loro capo.
«Ma certo. Niente indizi riguardo alla presunta violazione del codice etico?»
«Oh, sì. Randy dice che è grossa.»
«Caspita, che novità.»
Imboccarono King Street e arrancarono insieme al traffico del centro. Era metà luglio, ancora alta stagione nella Florida settentrionale, e i marciapiedi erano pieni di turisti a zonzo in bermuda e sandali. Lacy parcheggiò in una strada secondaria e insieme a Hugo si mescolò ai passanti. Trovarono un caffè e per mezz’ora ammazzarono il tempo sfogliando dépliant patinati di agenzie immobiliari. A mezzogiorno, come da accordi, entrarono da Luca’s Grill e chiesero un tavolo per tre. Ordinarono tè freddo e rimasero ad aspettare. Dopo trenta minuti di Randy non c’era l’ombra, così ordinarono dei sandwich. Contorno di patatine per Hugo, frutta per Lacy. Mangiando il più lentamente possibile, tennero d’occhio la porta e aspettarono.
In quanto avvocati, per loro il tempo era prezioso. In quanto investigatori, avevano imparato ad avere pazienza. Spesso i due ruoli erano in conflitto.
Alle due del pomeriggio rinunciarono e tornarono all’auto, soffocante come una sauna. Mentre Lacy girava la chiave d’accensione, le vibrò il telefono. Numero sconosciuto. Prese il cellulare e disse: «Sì».
Una voce maschile rispose: «Le avevo chiesto di venire da sola». Era Randy.
«Suppongo che abbia il diritto di chiederlo. Dovevamo vederci a mezzogiorno, per pranzo.»
Una pausa, e poi: «Sono al porticciolo municipale, in fondo a King Street, tre isolati più in là. Dica al suo compare di starsene alla larga e parliamo».
«Senta, Randy, non sono un poliziotto e non sono molto brava come agente segreto. La vedo volentieri e sarò cortese quanto basta, ma se non mi dice il suo vero nome entro sessanta secondi me ne vado.»
«Va bene.»
Lacy riattaccò mormorando: «Va bene».
Il porticciolo era un viavai di navi turistiche e qualche peschereccio. Un pontone scaricava un branco di turisti rumorosi. Il dehors di un ristorante affacciato sul mare era ancora parecchio frequentato. Gli equipaggi dei traghetti lavavano i ponti e tiravano le imbarcazioni a lucido per i viaggi dell’indomani.
Lacy camminava lungo la banchina centrale, in cerca della faccia di un uomo che non aveva mai visto. Più avanti, in piedi accanto a una pompa di benzina, un bullo da spiaggia ormai anziano abbozzò un saluto imbarazzato e annuì. L...