E ora registro me stesso. Una penna, un foglietto, anche un microfono. Non è che mi senta pronto per stendere le memorie di un rompicoglioni, cerco solo di costruire una piccola cronaca recente della Panetteria. La cronaca quotidiana, messa su come viene, momento per momento. Chi l’avrebbe detto che sarei tornato cronista, come un tempo, a Parigi, come quando ero corrispondente del “Giorno” dalla Francia.
Ora voglio soltanto sistemare la mia gioia e, quando c’è, anche il mio sconforto. Di mostrarmi non ho mai avuto paura, né da forte né da debole. Né da vincitore né da sconfitto. Le battaglie le accetti perché vuoi vincerle, ma poi devi sapere, in ogni istante, che puoi anche perderle.
Penna, foglietto e microfono li tengo accanto per non smarrire il ricordo delle persone che ho incontrato, delle parole che ho scambiato, degli abbracci che ho dato e ricevuto in queste settimane, non voglio che stavolta sfugga questa meravigliosa processione di donne e uomini che sono venuti a testimoniare la loro esistenza politica, la loro conoscenza e la loro idea sul mondo qui in casa mia. Al quinto piano di via della Panetteria a Roma.
Per questo annoto, per questo registro. Perché la conquista della democrazia passa anche in un abbraccio, in una discussione sul liberalismo e un’altra sulle rivoluzioni, passa per ogni uomo e per ogni idea capace di migliorare il mondo. Passa per ognuna delle cazzate che ci vengono in mente e che abbiamo la voglia e la forza di comunicare e condividere. L’importante è osare e usarsi, l’importante è accettare ogni sfida che può guadagnare un grammo in più di libertà. Finché siamo uomini, finché siamo vivi, abbiamo il diritto e il dovere della partecipazione. Dobbiamo esserci, esserci per gli altri e per noi. Dobbiamo lottare perché gli altri ci ascoltino, e dobbiamo lottare con noi stessi per imparare ad ascoltare gli altri. Dobbiamo soprattutto essere pronti a testimoniare l’amore.
A una democrazia vera si arriva solo con la libertà, alla libertà si arriva solo con la conoscenza. Alla conoscenza si arriva solo con l’amore, un amore smisurato per tutti gli uomini.
Il mio corpo è come la mia testa. La mia capacità di stare in piedi e respirare, di sorridere e gesticolare, il mio possedere la mia faccia, i miei capelli bianchi e i miei chili hanno lo stesso peso della mia facoltà di pensare e riflettere. Corpo e ragione hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, gli stessi meriti e le stesse responsabilità. Perciò, se faccio politica io, fa politica anche il mio corpo. E lui lo sa, l’ha sempre fatta. Spesso mi hanno detto che l’ho maltrattato. Per il modo in cui ho mangiato e per il modo in cui non ho mangiato, per le nottate in bianco e per le maratone imposte da un tour di comizi. Non ho mai dato retta a tutto questo. È come se si dicesse a qualcuno che maltratta il suo cervello perché pensa troppo. Sembrerà banale, ma il mio corpo ha partecipato alla mia vita proprio come la mia mente. Del resto, se ne avessi avuto uno diverso, sono sicuro che non avrei vissuto la stessa esistenza. Non esageriamo con la retorica dell’essere. È vero che conta più dell’apparire, ma vi chiedo: credete che Sophia Loren o Marcello Mastroianni avrebbero vissuto la stessa vita se ci fossero apparsi con corpo e faccia diversi?
Il 1969 è l’anno in cui annuncio il mio primo sciopero della fame in Italia per la campagna sul divorzio. Successivamente ho sperimentato questo metodo nel 1977 insieme agli obiettori di coscienza in Spagna, riscuotendo tra l’altro il sostegno di un giovane Franco Battiato che proprio in quei giorni era in tour a Madrid. Fu lui a invitare i giornalisti presenti en masse per seguirlo a prestare attenzione alla mia azione nonviolenta.
Questo metodo lo mettiamo in atto dopo che da ormai tre anni abbiamo fondato la LID, Lega italiana per l’istituzione del divorzio, ma il Parlamento resta completamente fermo, sordo a ogni tentativo di mettere in discussione la legge. È chiaro che, da un lato, la Democrazia cristiana stia facendo di tutto per tenere in vita un vero e proprio blocco solido, un blocco che provano a rendere impenetrabile. Devono evitare che sulla questione si vada addirittura al voto. Soprattutto l’ala andreottiana e quella fanfaniana hanno paura. Sono le più sensibili alle indicazioni che arrivano dal Vaticano e dai vescovi, e hanno una paura fottuta che la proposta di legge di due parlamentari, il socialista Loris Fortuna e il liberale Antonio Baslini, possa essere approvata. Dall’altro lato, il Partito comunista ci accusa di condurre battaglie borghesi. È così che scegliamo di adottare questo curioso strumento di lotta nonviolenta. È un metodo che si ispira a Gandhi, e che in Italia aveva già utilizzato Danilo Dolci. Dolci aveva fatto sapere che si sarebbe lasciato morire, se era necessario, per attirare l’attenzione pubblica sulle vergogne dell’arretratezza sociale della Sicilia, un’arretratezza a cui il governo romano non dedicava nemmeno due righe della sua agenda.
Pensammo che solo un’azione altrettanto incisiva avrebbe smosso le acque. Aggiungiamo pure che in quel periodo la televisione stava cominciando a diffondersi rapidamente nelle case degli italiani. L’informazione non era più solo una notizia che si ascoltava, era diventata soprattutto una notizia che si vedeva. Questo, inevitabilmente, ci offriva un vantaggio. Lo sciopero della fame non restava un semplice veicolo di denuncia politica, aveva adesso i mezzi anche per mostrarsi, per diventare immagine e corpo.
Tralascio per un momento il silenzio totale che ci dedicava la tv di Stato, ma stavolta l’opinione pubblica non avrebbe soltanto sentito dire, avrebbe visto che aspetto hanno degli uomini che stanno lottando per le libertà collettive. Per la prima volta in modo nonviolento e non solo con le parole. Avrebbe visto la sofferenza sui nostri corpi, la magrezza evidente e inarrestabile, avrebbe visto che non scherzavamo, che non eravamo dei guitti a caccia di un po’ di colore e del quarto d’ora di popolarità, ma che stavamo mettendo in pericolo i nostri corpi e le nostre vite pur di non restare inascoltati, pur di ottenere per tutti gli italiani quelle conquiste civili che pensavamo non fossero più rinviabili. Questo è satyagraha, la ricerca della verità. Invece di mostrare i muscoli mostriamo la magrezza, perché idealmente trasferiamo la nostra forza in chi detiene il potere. Ci mostriamo e siamo inermi, ma non inerti.
Da allora lo sciopero della fame è diventato un tratto distintivo della mia vita politica, una caratteristica che mi ha accompagnato e con la quale tantissimi mi hanno identificato. Molte volte ho sentito questa domanda: “Ma rinunciare completamente al cibo non danneggia il tuo organismo?”.
La risposta era semplice: no. Diciamo che anche il nostro sciopero, come gli scioperi più tipici dei lavoratori, a un certo punto si è dato delle regole. Qualcuno ne avrà sentito parlare, andavo avanti solo coi cappuccini. Ne prendevo tre al giorno, e naturalmente non aggiungevo nient’altro. Con tre cappuccini al mio metabolismo fornivo quaranta calorie dal latte, più altre cento dallo zucchero. Credetemi, prenderli non era un modo per far fronte alla fame. Il motivo era un altro. A differenza di Gandhi, che una volta iniziato lo sciopero assumeva solo acqua e si metteva a letto per qualche giorno, il mio sciopero era il momento di maggior attività. Quello in cui ci si mobilita al massimo, si fanno incontri, si parla in radio, si fanno comizi, si scrivono lettere o comunicati. Insomma, si vende cara la pelle. E poi dovevo assolutamente evitare che l’assenza di calorie danneggiasse la lucidità del mio cervello: credo che il sistema cerebrale sia quello che ha più bisogno di zuccheri e quindi anche il più vulnerabile alla loro assenza. Quando scioperavo, io ero un soggetto politico che stava lottando per uno scopo, non sarei più servito a niente nell’istante preciso in cui fossi diventato un essere vivente inconsapevole e irragionevole. A quel punto, sarei stato semplicemente un “non-morto”, un corpo al quale resta solo una parvenza di vita, nient’altro. Sono certo che nel fuoco vitale di qualsiasi uomo c’è il desiderio di essere coscienti, se possibile fino all’ultimo respiro. Abbiamo bisogno di sapere ciò che facciamo, vogliamo sapere di poter decidere. È questo che ci dà la sensazione che stiamo resistendo, e che siamo in grado di lottare ancora.
Ed è questa idea che ci distingue da Dolci o da personaggi come Bobby Sands. Quando mi chiedono se non rischio la morte, rispondo sempre che semmai rischio la vita: la vita della speranza e degli obiettivi che perseguo.
Inoltre, a volte lo sciopero ti può pure salvare la vita, o almeno la salute. All’inizio degli anni Ottanta ero membro di una commissione del Parlamento europeo che curava i rapporti con il continente africano. Con Gianfranco Dell’Alba andavo spesso in Africa, soprattutto a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. Sostenevamo Thomas Sankara e la lotta democratica che combatteva contro i paesi che controllavano e che dirigevano i poteri golpisti e corrotti. Nel 1987 ci fu il colpo di Stato e Sankara morì. Così tornai a Ouagadougou per proteggere sua moglie e far liberare alcuni suoi ex ministri che intanto erano stati sbattuti in carcere e condannati a morte dai militari che avevano conquistato il governo. Riuscii a far liberare la moglie e almeno tre ministri. A uno di loro, Basile Guissou, chiesi di diventare dirigente del Partito radicale, prima che si trasferisse a Parigi per insegnare alla Sorbonne. Grazie a lui, aprimmo una nostra sede a Ouagadougou: per ottenerla fu determinante anche il coraggio di una militante radicale, Silvia Bizzarri.
Durante una di queste visite, partecipai, nel 1984, a una conferenza in Congo-Brazzaville. La sera, quando tutti ci sedemmo a tavola per la cena, spiegai che non avrei mangiato poiché ero in sciopero della fame, conducevo la battaglia contro lo sterminio per fame nel mondo. Mille volte, anche di più, mi sono sentito dire che il digiuno stava per ammazzarmi. Bene, lì non mangiai e perciò fui il solo a non beccarmi un’intossicazione alimentare terribile, di cui restarono vittima quasi tutti coloro che avevo guardato mangiare quella sera.
Sono sempre stato molto prudente e in tutti questi anni ho e abbiamo accumulato una conoscenza del mio corpo davvero profonda. A conferma di ciò, il fatto che riesco ad azzeccare, voce per voce, l’esito delle analisi del sangue a cui mi sottopongo quasi ogni giorno durante gli scioperi della fame e soprattutto della sete. Le lotte nonviolente, più che far male al mio corpo, mi hanno permesso di conoscerlo con un’intimità acuta, in cui ho percepito sempre ogni minimo cambiamento. Se non vi convinco, chiedetelo al mio medico.
Di questo, ne abbiamo ulteriore conferma il 9 luglio 2014. È il giorno in cui mi sottopongo a delle analisi accompagnato da Claudio Santini, l’amico che da vent’anni è anche il mio medico curante. È stato lui a prescriverle su mia domanda.
Ma faccio un piccolo passo indietro, questione di due mesi. Un passo indietro che ha molti significati. Nei giorni di Pasqua, una sera che sono a casa da solo, sento a un tratto che le viscere mi si arroventano. È come se lo stomaco volesse venire fuori, mai stato tanto male. Ho assoluto bisogno di chiedere aiuto, così non ce la faccio. Chiamo la Radio. «Per favore, fate venire qualcuno. Sto veramente male.» Vengono a soccorrermi, con un’ambulanza dopo poche ore sono al Gemelli. D’urgenza, mi operano per un’emorragia all’aorta addominale.
Una volta sveglio, alcune ore dopo l’intervento, mi sento a pezzi, ma chiarisco subito che non ho nessuna intenzione di interrompere lo sciopero della fame e della sete. Mi guardano come si guarda un matto. Tutti: amici, infermieri, medici. Ma conosco quello sguardo e ho imparato a sorpassarlo. “Marco, ma non avevi avvertito nessuno di questo sciopero.” Non me ne frega se avevo avvertito qualcuno. Il solo modo per avere un po’ di attenzione sulla questione dell’amnistia è far vivere la battaglia con questo digiuno totale dai pasti e dai liquidi. Anzi, a causa di questa operazione e di questa degenza in ospedale, stavolta otterrò maggior ascolto. La litania di sempre però comincia e prosegue: “Ma sei debolissimo! Aspetta almeno di rimetterti. Guarda che stavolta ci lasci davvero la pelle”. Conosco il rischio, certo, lo conosco bene. Ma se considerassi il rischio di morire un buon motivo per interrompere uno sciopero, allora farei meglio a chiudere con la politica e pensare ad altro.
Avevo proprio ragione: l’attenzione nei confronti dello sciopero che questo pazzo scatenato, per giunta ottantaquattrenne, continua a fare anche in ospedale si dev’essere fatta piuttosto sensibile. Ho appena lasciato la terapia intensiva, la mattina vedo Laura, Matteo e Umberto accanto a me con un telefono in mano e una faccia che sembra vibrare. «Marco, c’è il papa in linea. Vuole parlarti.» Ne sono felicissimo. Gli dico subito che gli voglio un mucchio di bene. Lui ha una richiesta per me, io una per lui. Mi chiede di essere coraggioso. Queste parole mi riempiono di gioia. Sento la sua comprensione e convinzione. È l’unico che non mi chiede di fermarmi, ma di farmi forza. Gli spiego che questo digiuno è importante, che è dedicato alla vergogna delle carceri italiane. Gli ricordo che è il solo modo per riportare un po’ di attenzione sul tema dell’amnistia. «Da tempo» gli dico «non è più solo una questione importante. È un’urgenza assoluta, un dramma che cade su migliaia di uomini e donne che nessuno ascolta.» Lui insiste: «Hai ragione. E quindi per proseguire la tua meravigliosa battaglia ti tocca bere». «La ascolterò» gli dico. «Lei, però, in cambio mi prometta di starmi vicino parlando dell’amnistia, mi dia una mano in questa lunga lotta, non lasciamo soli i dimenticati delle carceri.» «Sii coraggioso,» mi risponde «io ti aiuterò in questa battaglia. Vedrai, parlerò dei carcerati, starò vicino a te e a loro.»
Così accetto un caffè. Solo quello. Quelle due dita di liquido nero sono il pegno della promessa appena fatta a papa Francesco Bergoglio. Ma poi lo sciopero ricomincia, non posso mollare chi è chiuso nel buio della sua cella e nella morsa della malagiustizia italiana.
Prima, però, ho un’altra battaglia da affrontare. Mi avvertono che dovranno sottopormi a trasfusione di sangue. «Non se ne parla! Volete capirlo che non prendo liquidi?» I medici si sforzano di spiegarmi che è plasma, che tecnicamente una trasfusione non vuol dire ingerire liquidi. Li faccio sudare, ma in fondo un dibattito è un evento nel quale non puoi escludere che l’altro abbia ragione, qualche volta anche fino a convincerti. E va bene, vada per la trasfusione. Ma almeno fatemi conoscere il donatore, voglio ringraziarlo. «No, ci dispiace, questo non è possibile in nessun caso.» Mi pesa ammetterlo, ma devo accettare che, in effetti, in circostanze come questa l’anonimato è una condizione doverosa, pressoché sacra.
C’è un solo sciopero che non ho mai fatto. Lo sciopero del fumo. E nella sola occasione in cui ho dovuto accettarlo, l’ho interrotto appena è stato possibile. Anche prima. Ma quello era uno sciopero senza alcuna base politica. Smisi di fumare per qualche mese, poi ripresi, forse con più energia di prima. Quanto mi erano mancate le Celtique. Sì, d’accordo, il fumo uccide. Ma quella scritta sulla confezione io la interpreto a modo mio: ucciderà anche me, appena smetto.
Ma torniamo al 2014. A due mesi dal mio rientro a casa, dunque, sull’esito delle analisi che lui stesso mi ha invitato a fare, Claudio Santini mi sussurra qualcosa. È una chiacchierata che tengo tutta per me, non riferisco nulla. Nemmeno a Matteo e Laura, che mi sono sempre accanto.
A distanza di due giorni, ricevo un primo responso. Sono nuovamente in clinica, convocato da Claudio. Mi dice che sono necessari ulteriori accertamenti. Chiarisce che devo assolutamente fare una TAC. Mi accompagna Isio Maureddu con la sua macchinetta bianca. Claudio lo vedo subito, è già lì che mi aspetta all’entrata dell’ospedale. Anche questa volta, prima di arrivare sono piuttosto reticente, faccio il vago, parlo d’altro, non dico granché sulla necessità di questi esami. Ma avverto che il silenzio non rassicura nessuno. Attorno a me si respira un’inquietudine diversa dal solito, magari qualcuno sospetta che la mia reticenza nasconda un segreto. Non so, ma intanto mi viene naturale fare un po’ il misterioso.
Prima che Isio parcheggi l’auto scendo, m’avvicino a Claudio, lo prendo sottobraccio e con lui cerco di appartarmi quanto è possibile. Per evitare che gli scappi qualcosa, una frase, una diagnosi, gli faccio sapere che non ho ancora detto niente a nessuno. Mi sento osservato, Laura probabilmente tenta di strappare qualche parola al mio silenzio, credo che cerchi di leggere il movimento delle mie labbra. E forse ci riesce anche. Da quel momento, ho la sensazione che la sua espressione sia ancora meno serena di prima. Adesso è lei che si apparta un po’. «Chiamo Matteo» dice mentre guarda il telefono. So bene che a lui riferisce tutto, ogni virgola di ogni istante. Matteo non è venuto perché ha dovuto trattenersi al partito. Non so cosa possa dirgli stavolta, in teoria lei non sa niente.
Ma capisco che il gioco dell’attesa si è protratto anche troppo. Quella sera stessa, decido di condividere con loro la prima vera sentenza ufficiale che riguarda il mio stato di salute. Siamo in cucina, e ora c’è anche Matteo. Tiro fuori i fogli con il risultato della TAC e li mostro a loro due. Non aggiungo parole. Sento che c’è veramente poco da dire. Matteo non si trattiene, dice di voler chiamare Claudio, di voler capire. Non glielo impedisco. Se vuole, può farlo. Così parla con Santini, il quale gli spiega in due parole che ho un cancro, non c’è più alcun dubbio. Alla fine, Matteo chiude la comunicazione con lo sguardo smarrito. Restiamo zitti tutti e tre. Poi piangiamo. Nel modo in cui si può piangere in compagnia.
Da questo momento, comincio ad annotare quel che avviene. Non l’avevo mai fatto prima. Non so nemmeno spiegarmi bene il perché, ma sento che tenere una specie di diario è qualcosa di cui ora ho bisogno.
Comincia la terapia. Bisogna farla, certo, ma chiarisco subito a Claudio che bisogna farla breve, perché l’agenda è piena di impegni e non posso perdere tempo. Claudio è d’accordo, e dunque questo povero tumore sfigato al polmone si vede subito bombardato per cinque giorni consecutivi con una radioterapia. Qualche giorno dopo segue l’ablazione della metastasi al fegato. Isio mi accompagna anche questa volta agli appuntamenti in clinica, e dopo la prima sessione di radioterapia avverto l’urgenza di condividere l’evento. Vado con Isio da Sandro al bar Mannozzi, sotto casa a via della Panetteria, e mi sparo un bel piattone di spaghetti al sugo di pomodoro con una birra grande. Come mi compor...