Senza la luna, le isolette sparivano e Venezia sprofondava nel buio. Ma le stelle erano così brillanti che Cenzo si sentiva attirato da loro al punto di volerle raggiungere, nonostante i suoi piedi affondassero nel fango. Il suono lontano delle campane si propagava nella laguna, insieme all’odore del letame proveniente dalle fattorie, e un paio di volte gli parve di cogliere il pulsare ripetuto di una cannoniera tedesca che perlustrava le acque.
Il coprifuoco impediva ogni attività nelle ore di buio, a eccezione della pesca. I pescatori erano creature notturne che dormivano di giorno e lavoravano di notte. Restavano in laguna per giorni e giorni e quando tornavano a riva puzzavano a tal punto che i gatti li seguivano per le strade.
L’unica luce sulla barca di Cenzo era la lampada a olio appesa all’albero, ma lui non aveva alcun bisogno di vedere il suo bottino; gli bastava toccarlo per capire se si trattava di una spigola, di un cefalo o di uno stivale. Quanto a lui, non metteva niente ai piedi: il fango avrebbe risucchiato qualunque tipo di calzatura. Possedeva una discreta varietà di reti, trappole, tridenti e rastrelli per catturare le sue prede, che copriva poi con della tela da vele umida. Quella notte aveva preso soprattutto seppie, venute a deporre le uova, che ora giravano i loro occhi spettrali verso la lampada. Il cinquanta per cento dei pescatori sosteneva che il momento migliore per pescarle fossero le notti di luna piena, l’altro cinquanta pensava il contrario. Cenzo dispose sogliole, spigole e orate nei cestini di vimini, ma ributtò in mare i pesci gatto.
L’aria fremeva mentre i bombardieri alleati gli passavano sopra la testa nella loro corsa verso Torino, Milano o Verona, su cui avrebbero lasciato cadere una pioggia di bombe. Ovunque tranne che su Venezia. Venezia l’intoccabile veniva aggredita solo dai piccioni. La popolazione della città era triplicata da quando nelle ore notturne vi trovavano riparo i rifugiati, approfittando del coprifuoco.
Dopo il mercato, Cenzo progettava di navigare verso casa. Era una settimana che non si lavava con l’acqua dolce o non mangiava altro che pesce alla griglia e polenta. Spinse la barca sull’erba per calarla nella laguna quando vide emergere dall’acqua una forma ingombrante. Prese la lampada e la puntò, illuminando il corpo di una ragazza.
Si sentì percorrere da un brivido freddo. Si aspettava da un momento all’altro che la visione sparisse. La ragazza doveva essere un’allucinazione. In mare i pescatori vedevano cose di ogni tipo e, soprattutto la notte, gli occhi giocavano loro brutti scherzi. Magari sarebbe bastato sfiorarla perché si dividesse in due, trasformandosi da una parte nel ventre bianco di una razza e dall’altra nel muso inespressivo di un polpo. E invece no, il corpo rimase intatto.
Galleggiava a faccia in su con addosso una camicia da notte sporca. Cenzo non sapeva dare l’età alle ragazze ma così, a occhio e croce, gli pareva che dovesse avere meno di vent’anni. Era a piedi nudi, con gli occhi chiusi e la pelle di un biancore trasparente. Le labbra erano rosse e i capelli lunghi, misti ad alghe, le si erano avvolti attorno al collo. Cenzo non era un gran credente, ma si fece automaticamente il segno della croce, poi la sollevò e la depose nella Fatima, un compito non facile perché i morti erano tutt’altro che composti. Mentre la sistemava sul fondo sapeva già di aver commesso un errore. Le donne in barca portavano sfortuna e una ragazza morta più che mai.
E lui non era certo in cerca di guai. Da una parte c’erano i fascisti, dall’altra i partigiani e in mezzo i tedeschi, pronti a sparare alla prima occhiata. Solo un pazzo avrebbe alzato la mano per dire: “Scusatemi, signori, ho trovato questo cadavere che galleggiava”.
E poi, come aveva fatto la ragazza a spingersi così lontano? È vero, in molte zone della laguna l’acqua era bassa, ma i canali formavano un labirinto e tra questo e le spinte contrapposte delle correnti era facile che una persona rimanesse intrappolata come un pesce nella rete. Qualcuno doveva averla portata fin lì per poi abbandonarla, nonostante Cenzo non vedesse su di lei né lividi né altri segni di violenza.
Le districò i capelli. Aveva ciglia nere, leggere come piume, e il mento piccolo: così giovane e con gli occhi chiusi, sembrava serena come un’immagine della Vergine. Ma non l’avrebbe ributtata in acqua neanche se fosse stata brutta. Per amore di decenza le unì le mani sopra il petto e la coprì con la stessa tela inumidita che usava per tenere in fresco il pesce.
Cosa doveva fare? Secondo la Bibbia, i morti dovevano seppellire i morti e i vivi dovevano pensare a vivere. Ciononostante… Ciononostante, la morte di una persona così giovane era come uno schiaffo. Lui non si considerava un uomo virtuoso, i sopravvissuti non lo erano mai, ma sapeva scendere a compromessi. Con quel buio non l’avrebbe visto nessuno. Poteva lasciare il corpo sul ponte della Paglia, a Venezia, il luogo dove i defunti venivano depositati perché fossero identificati, e poi andare a vendere il pesce al mercato prima che chiudesse.
Basta! Era arrivato il momento di decidere. Cenzo si raddrizzò, sistemò i remi negli scalmi e si mise a remare a mani incrociate, proiettando il corpo in avanti a ogni remata. Dopo un attimo trovò il ritmo e procedette rapidamente verso il margine che separava la notte dall’abisso.
Evitò deliberatamente di fare qualunque ipotesi su quello che era successo alla ragazza. Un padre crudele, un amante geloso, un impulso suicida o un caso di pazzia? Forse era stata mandata dal diavolo per adescare i pescatori onesti e condurli alla rovina. Alla prima raffica di vento tirò su la vela, decorata con l’emblema di tre amorini appena visibili al buio.
I pescatori credevano nell’esistenza di demoni e fantasmi. Tutti conoscevano la storia dell’uomo che si era seduto a tavola con la sua famiglia il giorno dopo essere annegato. O quella di chi aveva visto Sant’Angelo mentre domava una bufera. O l’altra, di un capitano che aveva ignorato un avvertimento della Madonna ed era stato risucchiato da un vortice. Erano solo superstizioni, nient’altro che favole da raccontare la sera per spaventare i bambini.
Aveva appena superato gli acquitrini ed era sfociato in acque aperte quando il rumore del motore che aveva sentito prima si ripresentò assai più vicino. Una cannoniera tedesca si stava dirigendo verso di lui a velocità sostenuta dopo avergli puntato addosso un riflettore che faceva risaltare la sua sagoma contro lo sfondo buio.
Armata di mitragliatrici sulle fiancate e sul ponte, la cannoniera dominava la laguna. I tolleranti Kameraden di stanza a Venezia erano stati sostituiti da veterani provenienti dal fronte orientale, e il buonumore provocato dalle vittorie della Wehrmacht nei primi anni si era ormai trasformato, nella primavera del 1945, nello sfinimento di un conflitto pressoché perso.
La mente di un soldato era piuttosto semplice. Un alleato doveva restare al tuo fianco fino alla fine, anche se le cose andavano male. Non ti abbandonava nel bel mezzo di una guerra, né accoglieva i tuoi nemici con brindisi e fiori. Che cos’era Mussolini a questo punto, il Duce o un pagliaccio? E gli italiani? Be’, loro erano dei gran voltagabbana.
I soldati lanciarono una cima alla Fatima, la fecero accostare e fecero cenno a Cenzo di ammainare la vela e di salire a bordo. Poi lo spinsero bruscamente nel pozzetto, dove due ufficiali delle SS in uniforme grigia e stivali stavano studiando una carta nautica alla luce di una lampada schermata perché, se era vero che la cannoniera dominava la laguna, non era che un insetto paragonata a un bombardiere alleato. Dei due, quello più vecchio sembrava esausto, mentre il più giovane trasudava frustrazione. Per avere un aspetto più dignitoso, Cenzo si calcò in testa un cappello informe. I militari notarono i piedi nudi e scoppiarono a ridere.
«È proprio l’uomo che stavamo cercando.» L’ufficiale più anziano gli fece cenno di avvicinarsi. «Abbiamo fatto una scommessa e deve aiutarci a capire chi ha vinto. Il tenente Hoff è convinto che ci siamo persi.»
«No, colonnello Steiner» protestò l’altro. «Stavo solo obiettando che non possiamo fidarci delle carte locali. Diamo troppo credito a questa gente. Pescare in una laguna è come pescare in un barile.»
«È così?» chiese il colonnello a Cenzo.
«Sì, ma bisogna sapere dove si trovano i barili.»
«Mi sembra giusto. Vede, Hoff, si può imparare qualcosa anche da un semplice pescatore. Comunque è noto che gli italiani sono più bravi a pescare che a combattere. Torniamo alla nostra domanda: dove siamo?»
«E come faccio a saperlo?» replicò il tenente. «È buio pesto.»
Il colonnello alzò gli occhi su Cenzo. «Può indicarci sulla mappa dove ci troviamo in questo momento?»
Era impossibile evitare il suo sguardo. Un lato del volto era grigio e completamente sfigurato, l’orecchio era ridotto a un mozzicone, ma gli occhi erano di un azzurro brillante, e l’impressione che dava era quella di un busto marmoreo che si era scheggiato cadendo, senza perdere niente della sua nobiltà.
Il motore della nave girava al minimo. Tutti si voltarono a guardare Cenzo come se fosse un cane da circo intento a dare spettacolo. «Deve essere ansioso di raggiungere il mercato» disse il colonnello. «Su, ci faccia vedere dove siamo.»
«Non posso.»
«Perché?»
«Questa carta non è sufficientemente grande. Noi siamo più a nord, in una zona paludosa chiamata Santo Spirito.»
«È importante?» domandò il tenente. «In fondo si tratta di un’unica schifosa palude.»
«Se non sapete che direzione prendere, lo è» ribatté Cenzo.
Hoff aveva lo sguardo opaco di un ubriaco. «Lo sa perché gli italiani pescano stando gattoni? Perché è la loro posizione naturale. È così che pescate, vero?»
Cenzo si strinse nelle spalle. «Dipende dal tipo di pesce. Alcuni li prendiamo all’amo, altri con la rete. In certi casi è necessario mettersi in ginocchio e fargli il solletico sotto il mento.»
«Il tenente Hoff è nuovo della laguna. Potrebbe dargli delle lezioni» disse il colonnello.
«Su quale argomento?»
«Sui semplici piaceri della vita.»
«L’unico piacere per un soldato è servire il Führer» dichiarò Hoff.
«Ben detto. Avete sentito?» disse il colonnello alzando la voce perché a bordo potessero udirlo tutti. Poi chiese a Cenzo: «Lei è d’accordo?».
«Non lo so. Io mi limito a pescare. Pesco di notte e dormo di giorno.
«Da solo?» gli domandò il colonnello Steiner.
«Da solo.»
«Lontano dalle altre barche?»
«Dipende da dove sono i pesci.»
«E questa notte è uguale alle altre?»
«Sì.»
«Non ha visto né sentito niente di insolito.»
«Io pesco e dormo. Tutto qui.»
«Una vita semplice.»
«Già.»
«Mi faccia vedere i documenti» disse il tenente.
«Non li ho.»
«Come mai? Dovrebbe portarli sempre con sé.»
«Non posso. A furia di bagnarsi si sono completamente distrutti.»
«Il che significa che, per quanto ne sappiamo, lei potrebbe anche essere un partigiano o un contrabbandiere.»
«Mi mostri le mani» intervenne il colonnello.
Cenzo le avvicinò alla lampada. Erano muscolose e coperte di cicatrici.
«Le mani raccontano la storia di una persona» disse il colonnello. «E queste sono le mani di un pescatore. Come si chiama?»
«Innocenzo Vianello.»
«Per gli amici?»
«Cenzo.»
«Da dove viene?»
«Da Pellestrina.»
«Cosa diavolo è?» chiese Hoff al colonnello.
«È un’isola della laguna. Un posto ai confini del nulla.»
Cenzo era colpito dal fatto che Steiner non solo parlava italiano, ma di tanto in tanto si lasciava tentare dal dialetto veneziano, che di fatto era un’altra lingua.
«Mai sentita» disse il tenente.
«Non mi stupisco. Comunque da quelle parti una buona metà degli abitanti si chiama Vianello» spiegò il colonnello.
«Mi inchino alla sua profonda conoscenza della realtà locale» commentò il tenente. «Ma a mio parere lei è troppo tollerante nei confronti di questi traditori. È come se Venezia le piacesse.»
«La adoro» disse il colonnello. «La mia famiglia aveva una villa al Lido ...