Imprenditore per forza
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Imprenditore per forza

  1. 372 pagine
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Imprenditore per forza

Informazioni su questo libro

Sono gli anni Cinquanta e Manfredi, giovanissimo, da Napoli si trasferisce a Roma per muovere i primi passi nel mondo del giornalismo. Incontrerà molti degli esponenti di quel periodo meraviglioso che Federico Fellini immortalerà per sempre nel suo capolavoro: La dolce vita.

Ma presto si trasferisce a Milano, la capitale economica d'Italia, nel pieno dell'età del boom. Qui continua a scrivere articoli, ma dopo breve tempo sperimenta attività collaterali o molto diverse, a partire da quella del pubblicitario, che lo spinge ad avviare le prime iniziative imprenditoriali, tra cui un giornale pagato con introiti della pubblicità da distribuire subito dopo la partita o l'antenato di quello che sarà poi il Cantagiro.

Mosso dal suo grande spirito di iniziativa e dalle sue grandi capacità inventive e comunicative, si dedica a nuovi progetti, in particolare nel settore immobiliare, dove conosce nuovi successi.

Intanto frequenta personalità del mondo culturale italiano patrocinando anche iniziative letterarie, artistiche, teatrali.

Dopo essere diventato negli anni Settanta un imprenditore di alto livello anche nel settore dell'energia, quando muore il suo storico socio, e amico, negli anni Novanta, si trova a guidare in qualità di Presidente e Amministratore delegato il difficile risanamento dell'azienda cercando di pacificare anche gli eredi.

Imprenditore per forza è il grande ritratto di una personalità vulcanica e incredibilmente poliedrica, la cui parabola esistenziale si intreccia con la storia del nostro Paese, con una straordinaria carrellata di "cammei" di personaggi famosi e indimenticabili, raccontati nella loro quotidiana umanità, da Ennio Flaiano a Ernest Hemingway, da Ava Gardner a Indro Montanelli, da Cuccia a Masera, da Fausti a Rondelli.

Ruggiero Jannuzzelli nasce in provincia di Salerno, dove resta fino a guerra ultimata. A Napoli in un collegio di Barnabiti consegue la maturità classica.

Si laurea in giurisprudenza a ventitré anni.

Per dieci anni fa il giornalista al "Tempo" di Roma e successivamente al "Giorno" di Milano per oltre dieci anni.

Poi la pubblicità e l'imprenditoria.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804672876
eBook ISBN
9788852077609
Parte seconda

L’IMMOBILIARISTA

Dopo una piacevole chiacchierata, il presidente gli diede il numero di telefono dell’ingegner Donnagemma informandolo: «Questo signore vuol costruire un quartiere residenziale a Milano su un terreno che oggi è una palude. Lo contatti. Se lei riesce a portarmi questo affare, tutto il lavoro di organizzazione e amministrazione è suo». Si alzò, strinse loro la mano, sempre con un gran sorriso e un augurio.
Stordito da questo comportamento cordiale e conciso, Manfredi disse a Martinengo: «Queste sono le persone di successo. Sono i capitani d’industria che non ho mai conosciuto ma di cui ho sempre sentito parlare.»
«Queste sono le persone» lo corresse Martinengo «che incominciano a bere Campari alle 10 di mattina e a quest’ora ne hanno bevuti almeno quindici».
Quell’uomo al vertice della grande immobiliare morirà di cirrosi fulminante a quarantotto anni.
«Vuoi dire che è ubriaco e che non c’è da fidarsi?» si preoccupò Manfredi.
«Tu portagli a casa l’affare che lui mantiene la parola» venne rassicurato.
Fortuna volle che Donnagemma fosse socio di un circolo di equitazione di cui facevano parte la cantante Mina e la figlia del petroliere Monti, che Manfredi conosceva, quindi non gli fu difficile avvicinarlo.
Glielo presentarono al circolo. Dopo mezz’ora di equitazione, Donnagemma lo invitò a far colazione la mattina seguente nel suo ufficio di via Fratelli Gabba.
L’ingegnere lo aspettava nel suo studio, dove era stato apparecchiato un tavolo rotondo con sopra piatti di crostini caldi, burro e caviale: «Spero sia di suo gradimento. Io sono sempre grato a chi mi fa compagnia a colazione».
Quell’uomo era un vero signore: possedeva tutti gli immobili di via Gabba e diverse aree edificabili nella periferia milanese, ma era tanto ricco quanto modesto. In breve tempo Manfredi strinse con Donnagemma un rapporto di grande amicizia. Parlarono a lungo dei suoi terreni e dell’interesse dell’immobiliare al loro sfruttamento. Col supporto del suo ufficio tecnico, in pochi giorni misero a punto un “planivolumetrico” che il Comune avrebbe accettato, se non altro per il lauto compenso che fu promesso al capo dell’Edilizia privata.
Il presidente volle incontrare Manfredi e congratularsi con lui per la fiducia che riscuoteva da parte di Donnagemma, un uomo “della vecchia borghesia milanese” che lui riteneva “di difficile approccio”, tanto che gli chiese bruscamente: «Ma lei da quanto tempo lo conosce?».
«Da otto giorni» rispose Manfredi. «Da quando lei mi ha affidato quest’incarico.»
Il presidente sollevò la matita con la quale stava giocherellando e lo guardò dritto negli occhi: «Lei ha delle grandi capacità di relazione, le utilizzi bene, e con correttezza, e farà molta strada». Poi diede ordine alla sua segretaria di affidargli l’amministrazione di una società proprietaria di tredici immobili nel Comune di Limito.
A Limito trovarono una situazione disastrosa: gente che non pagava l’affitto e le spese da anni. Qualcuno aveva addirittura fatto l’orto in casa mettendo la terra nelle vasche da bagno e vi piantavano basilico e prezzemolo.
Per Manfredi e il suo socio quel lavoro era una manna: tante pratiche legali e la possibilità di lamentare col presidente le enormi difficoltà, che lui fece finta di non conoscere. Ma le conosceva talmente bene che, per bilanciare quel brutto incarico, assegnò loro dell’altro lavoro più semplice oltre alla vendita di due cantieri, uno a Desio e l’altro a Bovisio.
Si organizzarono con tre collaboratori, che pagavamo a provvigioni, e tre uffici, uno a Limito, uno a Bovisio e l’altro a Desio. Erano tempi in cui il mondo del lavoro non era organizzato e le leggi non imponevano di assumere, come poi avverrà tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta con lo Statuto dei Lavoratori.
Nel suo ufficio di corso Italia Manfredi non aveva una segretaria. Siccome si usava scrivere le lettere con la sigla di chi l’aveva dettata e di chi l’aveva battuta a macchina, le sue lettere partivano con la sigla JA/ad, dove Ja stava per il suo cognome e ad per “adda venì” (verrà il giorno in cui anch’io avrò una segretaria).
A fine mese, con loro grande sorpresa, presso l’ufficio amministrativo dell’immobiliare milanese, trovarono due assegni, uno per Limito, l’altro per gli uffici vendita, che Manfredi ritirò e portò di corsa nel loro ufficio. Li poggiò sul suo tavolo con le relative lettere e chiamò Salomone. Non credevano ai loro occhi: l’importo copriva le spese che avevano preventivato per il loro ufficio per oltre un anno intero.
Misero un’inserzione e Manfredi assunse Raffaella, una stenodattilografa di quindici anni, che rimarrà con lui fino alla pensione.
Manfredi era entrato a far parte di un’organizzazione economica importante del mondo milanese. Insieme alla moglie festeggiò la fine del 1960 ospite del presidente della immobiliare milanese in un nuovo ristorante della grande società, che ormai spaziava in vari settori, dall’edilizia alla ristorazione alle concessionarie FIAT.
Avevano lasciato il bambino alle cure di Olga, una parente di sua moglie, vicina di casa. Non era stato facile convincere Franca a lasciare il figlio. Gli aveva anche proposto di andare da solo. Ma quando, più tardi, alla festa incrociò il suo sguardo, Manfredi seppe che era felice almeno quanto lui.
Lavorando molto, anche durante le ore dell’impiego statale, Manfredi preparò un accordo fra la immobiliare milanese e le società di Donnagemma che prevedeva il pagamento al proprietario del terreno da acquisire con un terzo degli immobili da costruire secondo un “capitolato” da definire.
Sottopose la bozza di accordo all’ingegner Donnagemma che, dopo averla letta, gli telefonò per invitarlo a colazione. Si congratulò con lui per l’ottimo lavoro svolto con “semplicità ed essenzialità” – così disse. Dopo aver ottenuto la sua autorizzazione, Manfredi chiese un appuntamento al presidente dell’immobiliare milanese, che lo ricevette insieme al suo legale. Dopo aver letto quella che riteneva una bozza di Manfredi ancora sconosciuta all’altra parte, gli disse: «Se Donnagemma accetta questa proposta, siamo a cavallo».
In realtà l’ingegnere la bozza l’aveva già vista e approvata, ma lui non poteva saperlo. Manfredi disse che avrebbe fatto del suo meglio per ottenere l’adesione dell’ingegnere e, felicissimo, si precipitò dal suo socio, che trovò sommerso dalle carte, per raccontargli quanto avevo ottenuto.
Otto giorni dopo nell’ufficio del presidente dell’immobiliare milanese furono siglati gli accordi.
L’Immobiliare si impegnò a riconoscere a loro una provvigione sulle vendite di tutto quel quartiere: si trattava di ottocento appartamenti. Anche se in periferia, si trovavano pur sempre a Milano e gli appartamenti di due-tre locali avevano un valore di 4-6 milioni.
Quando ricevettero la lettera di incarico non stavano più nella pelle. Si misero a fare i calcoli su quanto avrebbero ricavato col 3 per cento di provvigioni. Ma continuavano a sbagliare i conti. Erano 24 milioni o 240?
Disarmati, appallottolarono i fogli sui quali avevano fatto le loro operazioni: sbagliavano gli zeri. Lasciarono tutto lì e scesero a bere un caffè al bar, ma non si scambiarono una parola, entrambi impegnati a rifare mentalmente i conti. Rientrati in ufficio, lasciarono che la porta a vetro smerigliato si chiudesse alle loro spalle e ripresero, come due bravi professori d’orchestra: «Ventiquattro milioni... no, sbagliavamo ancora!».
Era tale l’emozione che, per quanto provassero anche con carta e penna, non riuscirono a capire quanto avrebbero guadagnato. Poi con calma, e dopo una telefonata a casa per un controllo con la moglie ragioniera, approdarono alla cifra giusta: 120 milioni.
Per costruire il quartiere ci volevano dai sei agli otto anni, ma loro non dovevano aspettare che il quartiere fosse finito, visto che si vendeva sulla carta e a loro le provvigioni venivano pagate quando portavamo le proposte di acquisto con l’incasso del 10 per cento. Comunque, anche se avessero dovuto aspettare otto anni per la costruzione del quartiere, 15 milioni all’anno erano per loro una cifra inimmaginabile. Non solo, ma a quelli si aggiungevano gli incassi per le altre amministrazioni che avevano e per quelle che potevano ancora venire.
Le loro spese erano costituite da un affitto di 50mila lire, il costo delle due impiegate per circa 100mila al mese, più le pulizie, i telefoni e le spese varie: il tutto per circa 3 milioni all’anno. Cifra che certamente Sergio non si sarebbe potuto permettere facendo l’avvocato, tantomeno Manfredi, che con l’impiego statale guadagnava circa un milione e cinquecentomila lire all’anno.
Poi il presidente dell’immobiliare milanese, una sera, in un incontro riservato, gli comunicò che ufficialmente l’ufficio vendite di quel quartiere sarebbe stato affidato ad altri per volere dei suoi soci, ma che a lui sarebbe stato comunque accreditato il 3 per cento promesso man mano che gli altri vendevano e che i conteggi li avrebbero tenuti la sua segretaria e il conte Martinengo. Manfredi si disse d’accordo, poteva fidarsi.
L’amico Donnagemma gli regalò uno dei suoi dieci cavalli, la Banca Nazionale del Lavoro gli concesse un fido di 20 milioni e lui cercò di rimborsare il suocero del prestito di 500mila lire che gli aveva fatto per aprire l’ufficio. Ma lui non li volle.
L’ufficio di corso Italia funzionava a pieno ritmo, nonostante la crisi delle cartelle fondiarie. Milano era un pullulare di cantieri. Non si faceva in tempo a recintare un terreno, scavare una fondazione con una baracca per l’ufficio vendite, mostrare i disegni degli immobili che sarebbero sorti, che si creava immediatamente un viavai di acquirenti. Sottoscrivevano prenotazioni, versavano caparre del 10 per cento e dopo un mese firmavano compromessi versando un altro 10 per cento e tante cambiali per coprire il 50-60 per cento del costo. Per l’altro 50-40 per cento si impegnavano ad accollarsi un mutuo che le banche avrebbero erogato alle società costruttrici all’avanzamento dei lavori.
Si vendeva “sulla carta”. Forse era giunto anche per loro il momento di fare qualche operazione. Manfredi lo disse al suo socio ma lui, molto prudente, resisteva a qualunque sollecitazione.
Avrebbe potuto fare da solo, ma lo spirito col quale avevano aperto quello studio legale era tale che non gli consentiva di staccarsi da quel milanese che aveva seguito l’entusiasmo di un terrone che non aveva niente da perdere.
Dagli amici politici romani Manfredi raccoglieva notizie sulla politica nazionale che gli erano utili per capire quale orientamento prendeva quell’economia di cui continuava a non capire niente. Inoltre quelle notizie, sapientemente divulgate, gli facevano guadagnare la stima e il rispetto dei contatti milanesi.
Nel 1960 incominciò a mandare moglie e figlio a trascorrere le vacanze al mare, a Salerno, dove la famiglia di Manfredi aveva una casa, e sua madre poteva finalmente godersi il nipotino.
Proprio a Salerno, in quegli anni, incominciava a prendere corpo l’idea di un’università con docenti del valore di Sanguineti e Biagio de Giovanni, mentre la città era retta da un sindaco di valore come Alfonso Menna.
Manfredi raggiungeva la famiglia in agosto, e insieme passavano il giorno in spiaggia e la sera sullo splendido lungomare ricco di fiori. La vita culturale della città aveva come punti di riferimento Filiberto Menna e Alfonso Gatto, col quale Manfredi mantenne uno splendido rapporto fino alla sua tragica morte.
Eppure, tra benessere conquistato e sogni realizzati, s’insinuava un amaro retrogusto difficile da ignorare. Nasceva fra i giovani come Manfredi il “senso della mancanza”, mancanza di libertà in una società che, senza che se ne accorgessero, imponeva loro un modello di vita improntato al consumo, al fatuo. Avevano bisogno di libertà. Libertà di pensare con la loro testa, di agire fuori dagli schemi.
Fu in questo clima che incominciò ad attecchire quello che poi divenne uno slogan: “La fantasia al potere”. D’altra parte, il potere appariva loro ingessato in schemi rigidi e senza la possibilità di evolversi. Non sapevano che la fantasia poteva prendere altre strade e il potere pure, passando in mani sempre peggiori.
Dicevano loro che erano in democrazia e loro pensavano all’agorà. Pensavano di poter cambiare il mondo ma a poco a poco il mondo cambiò loro, trascinandoli sulla strada del consumismo tracciata dall’America che aveva improntato la propria economia a una sfrenata crescita del PIL. Che esportava nell’impero che si era creata dopo la Seconda guerra mondiale nelle sue colonie occidentali. Nel blocco dei Paesi occidentali, NATO e Patto Atlantico, dove vendeva tutti i suoi armamenti obsoleti mentre lei si armava con quelli sempre più sofisticati con il pretesto di fronteggiare il blocco sovietico del Patto di Varsavia.
Gli anni Sessanta sono anni di grande cambiamento. Nel 1961 i socialisti tolgono il loro appoggio esterno ai governi centristi.
Nel dicembre del ’62 a Roma Manfredi incontra Riccardo Lombardi raggiante perché,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IMPRENDITORE PER FORZA
  4. Prologo
  5. Parte prima. Il giornalista
  6. Parte seconda. L’immobiliarista
  7. Parte terza. Il socio imprenditore
  8. Nudo alla meta
  9. Copyright