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Informazioni su questo libro
Sydney, 1946. Centinaia di mogli sono pronte a salpare verso l'Inghilterra per raggiungere i soldati che hanno sposato in tempo di guerra. Al posto della nave di lusso su cui credono di imbarcarsi trovano però la HMS Victoria, una portaerei piena di uomini. Inizia così il viaggio che fra dubbi, sospiri e ripensamenti, cambierà per sempre le loro vite...
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9788804674566eBook ISBN
9788852078095PARTE SECONDA
4
Lo spettacolo più emozionante la scorsa settimana a Sydney è stata la partenza per l’Inghilterra dell’HMS Victorious, con a bordo settecento mogli australiane di soldati britannici. Ore prima della partenza, la strada vicina al molo era affollata di amici e parenti… La maggior parte delle spose erano giovanissime.
«The Bulletin», 10 luglio 1946
L’imbarco
Chissà cosa si era aspettata. In seguito si rese conto di non saperlo. Forse donne che percorrevano la passerella in file ordinate con le loro valigie per salire a bordo della grande nave bianca, tra strette di mano al capitano e discreti – o anche lacrimosi – addii. Lei avrebbe continuato a salutare finché la sua famiglia non fosse sparita dalla vista, gridando qualche indicazione dell’ultimo minuto su come nutrire la giumenta o su dove si trovavano gli stivali buoni della mamma per Letty. Poi, tra parole di affetto e addii, la sua voce sarebbe riecheggiata attraverso il porto, mentre la nave prendeva lentamente il largo. Sarebbe stata coraggiosa, lo sguardo fisso su ciò che la attendeva e non su quel che si lasciava alle spalle.
Ma di certo non si era immaginata tutto questo: ingorghi di automobili per l’intero tragitto fino al porto di Sydney, con file serrate che procedevano indisciplinate a zigzag sotto il grigio cielo cittadino; folle accalcate all’imbocco dei moli, tra grida e braccia alzate a salutare persone troppo distanti o assordate dal rumore per poter rispondere; la fanfara, i gelatai, i bambini perduti; il pigia pigia di milioni di gomiti e piedi che tentavano di accedere alla banchina; le crisi isteriche delle ragazze, le strette convulse di genitori che urlavano straziati e di altri storditi dall’eccitazione, mentre trascinavano a fatica bagagli e pacchi di viveri in mezzo alla calca verso l’enorme imbarcazione grigia; quell’atmosfera di nervosa attesa che aleggiava sui moli come foschia.
«Al diavolo! Di questo passo non ce la faremo mai.» Murray Donleavy sedeva alla guida del suo pick-up con un’espressione tesa sul volto lentigginoso, fumando un’altra sigaretta.
«Stai tranquillo, papà.» Margaret gli posò una mano sul braccio.
«Quel tizio guida come un idiota. Guarda, è così preso dalle sue chiacchiere che non si è nemmeno accorto che sono partiti. Sveglia!» esclamò, dando un violento colpo di clacson. L’auto di fronte sobbalzò e si spense.
«Santo cielo, papà, non è una delle nostre mucche. Non preoccuparti, andrà tutto bene. Se le cose si mettono male, posso sempre scendere e andare a piedi.»
«Può sempre spazzare via tutti quanti con quel dannato pancione.» Daniel, seduto dietro di lei, era sempre più offensivo nei riguardi della sua “escrescenza”, come la chiamava lui.
«Spazzo via te se non stai attento a come parli. Con un ceffone.» Si chinò in avanti ad accarezzare la terrier che le stava accucciata tra i piedi. Di tanto in tanto, il naso di Maude Gonne guizzava nel percepire gli odori sconosciuti che entravano dal finestrino: salsedine, gas di scarico, popcorn e gasolio. Era vecchia, mezza cieca, con il muso chiazzato di bianco. Gliel’aveva regalata la madre per il suo decimo compleanno perché, diversamente dai suoi fratelli maschi, non poteva avere un fucile.
Quindi prese il suo cestino, se lo mise sulle ginocchia e controllò per la quindicesima volta che i documenti fossero tutti in ordine.
Suo padre lanciò un’occhiata verso di lei. «Non c’è un bel niente in quel cestino. Credevo che Letty ci avesse messo dentro qualche panino.»
«Devo averli tirati fuori a casa, nell’agitazione. Mi dispiace… Avevo troppe cose a cui pensare stamattina.»
«Speriamo che ti diano qualcosa da mangiare a bordo.»
«Ce lo daranno di sicuro, papà. Soprattutto a me.»
«Servirà un’altra nave per trasportare tutto il cibo che le serve.»
«Daniel!»
«Va tutto bene, papà.» I tratti feroci di suo fratello erano seminascosti dalla lunga frangia. Faceva sempre più fatica a guardarla. Margaret pensò di allungare una mano per dirgli che capiva, che non voleva continuare con quell’atteggiamento insolitamente ostile, ma sospettava che lui l’avrebbe respinta. E adesso che l’addio si avvicinava, non era certa di essere abbastanza forte per tollerarlo.
Letty non voleva che il ragazzo andasse con loro: era convinta che il suo atteggiamento astioso fosse di cattivo auspicio per il viaggio. «Una faccia come quella non deve essere l’ultima cosa che vedi della tua famiglia» aveva detto, mentre Daniel sbatteva la porta per l’ennesima volta.
«Va bene così» aveva replicato Margaret.
A quel punto, scuotendo la testa, Letty era tornata a dedicarsi al pacco dei viveri con rinnovata attenzione. Erano concessi dieci chili e lei, per assicurarsi che la nuova famiglia australiana non sfigurasse con la madre di Joe, aveva pesato e ripesato per sfruttare fino all’ultimo grammo.
La dote di Margaret includeva dunque, tra le altre cose, il miglior dolce di frutta secca di Letty, una bottiglia di sherry, salmone, carne e asparagi in scatola e una confezione di gelatine che aveva messo da parte con un coupon durante una visita ai grandi magazzini Hordern Brothers. Avrebbe voluto aggiungere anche una dozzina di uova, ma Margaret le aveva fatto notare che, se anche avessero superato indenni il viaggio in auto fino a Sydney, dopo sei settimane di nave, sarebbero state una minaccia per la salute più che un regalo. «Guarda che gli inglesi non sono gli unici a subire i razionamenti» si era lamentato Colm. Aveva un debole per il dolce di frutta di Letty.
«Meglio li trattiamo, meglio tratteranno Maggie» aveva risposto Letty bruscamente. Poi, dopo aver fissato il vuoto per un attimo, era corsa in cucina asciugandosi gli occhi con uno strofinaccio.
Non si preoccupava più di acconciarsi i capelli.
«Documenti, prego.» Avevano raggiunto i cancelli della banchina di Woolloomooloo. Il funzionario era tutto rigido nella sua uniforme nuova, consapevole dell’importanza di quel giorno. Si chinò attraverso il finestrino del pick-up e Margaret, dopo aver estratto dal cestino le sue carte logorate dall’uso, gliele porse.
L’uomo passò in rassegna la lista di nomi e infine, apparentemente soddisfatto, fece cenno di andare. «Tutte spose. Victoria. Attracco numero sei. Dovrà farla scendere prima, non c’è posto per fermarsi.»
«Impossibile, amico. La guardi.»
Il funzionario si chinò verso il finestrino, poi spostò lo sguardo sulla folla. «Forse, con un po’ di fortuna, troverà un posto laggiù a sinistra. Segua le indicazioni per la banchina, poi svolti a sinistra vicino al pilastro blu.»
«Grazie, amico.»
L’uomo batté due volte sul tetto del pick-up. «Cerchi di non investire nessuno. È un manicomio laggiù.»
«Farò il possibile.» Murray si calcò ancora di più il cappello sulla testa e si aprì la strada verso la banchina. «Ma, badi, non prometto niente.»
Rombando e sibilando, il pick-up avanzò tra la folla, frenando di tanto in tanto quando qualcuno scendeva dal marciapiede o sterzando per evitare una madre e una figlia che si abbracciavano tra le lacrime, incuranti di ciò che le circondava. «È proprio vero, non sono come le nostre mucche» borbottò fra sé e sé. «Le mucche hanno più buonsenso.»
Detestava, a dir poco, le folle. Malgrado la relativa vicinanza di Woodside alla città, Margaret era certa che suo padre fosse stato a Sydney pochissime volte. Un posto rumoroso e puzzolente, pieno di imbroglioni. Dove, lamentava, era impossibile camminare in linea retta. Con tutta quella gente, per andare da A a B bisognava per forza procedere a zigzag. Non le amava troppo nemmeno lei, ma oggi provava uno strano senso di distacco, come se fosse un’osservatrice, incapace di comprendere l’importanza di ciò che stava per fare.
«Siamo in tempo?» chiese, mentre erano fermi con il motore al minimo in attesa che passasse un’altra fila di persone, trascinandosi dietro valige rigonfie o bambini disubbidienti.
«Ti ho detto che va tutto bene, papà. Se preferisci posso scendere qui e proseguire a piedi.»
«Figurarsi se ti lascio sola qui in mezzo!»
All’improvviso si rese conto che suo padre provava il peso enorme della responsabilità: per quanto odiasse l’idea di perderla, voleva assolutamente fare la cosa giusta per lei quell’ultima volta. «Saranno duecento metri. Non sono un’invalida.»
«Ho promesso di accompagnarti alla nave, Maggie. Non muoverti di lì.» Aveva la mascella serrata, ora, e Margaret si domandò distrattamente a chi lo avesse promesso.
«Là! Guarda, papà!» esclamò Daniel, picchiando sul parabrezza posteriore e indicando energicamente un’auto dall’aspetto ufficiale che stava uscendo da un parcheggio.
«Bene.» Suo padre accelerò, il mento proteso, provocando il fuggifuggi delle persone davanti a lui. «Fuori dai piedi» ruggì dal finestrino e, un istante dopo, aveva già infilato il pick-up nel piccolo spazio, ostacolando le altre auto in arrivo. «Fatto!» Girò la chiave e, mentre il motore si spegneva ticchettando, guardò sua figlia. «Fatto» ripeté, in tono meno deciso.
Lei si allungò ad afferrargli la mano. «Sapevo che mi avresti portata fin qui» disse.
La nave era enorme. Tanto grande da occupare l’intera lunghezza del molo e nascondere alla vista il mare e il cielo, tanto che la folla, ora accalcata alle barriere nel frenetico tentativo di comunicare con chi si trovava già a bordo, si imbatteva solo nella sua grigia superficie piatta. Tanto grande che Maggie si sentì mancare il respiro.
Sul fianco, le torrette sporgevano come balconi, alcune avevano i cannoni ancora in posizione, altre sostenevano gru filiformi, piegate come i colli di eleganti uccelli. Sul ponte di volo, appena visibili da quella distanza, erano schierate tre formazioni di aerei con le ali piegate: c’erano Corsair, Firefly e forse anche un Walrus. Margaret aveva acquisito per osmosi la passione del fratello per gli aerei ed era in grado di identificarli tutti. A bordo c’erano già centinaia di ragazze, in fila lungo il ponte di volo o sedute a cavallo dei cannoni, intente a salutare dalle passerelle con gesti piccoli e cadenzati che si stagliavano contro la portaerei, i cappotti e i foulard allacciati stretti per difendersi dalla frizzante brezza marina. Alcune sbirciavano dagli oblò, muovendo le labbra per rivolgere messaggi silenziosi alle persone sottostanti. Non si sentiva nulla in mezzo a quel baccano e molti si sbracciavano in una sorta di folle alfabeto semaforico.
Da qualche parte suonava una fanfara. Oltre il rumore della folla, Margaret riconobbe solo qualche brandello di The Maori Farewell e Bell-bottomed Trousers. Qualcuno stava aiutando una ragazza a scendere lungo la passerella. Piangeva e aveva il cappotto pieno di vivaci stelle filanti. «Ha cambiato idea» disse uno dei funzionari. «Qualcuno la accompagni al deposito insieme alle altre.»
Margaret si concesse una punta di trepidazione: sapeva quanto fosse facile lasciarsi prendere dall’isteria.
«Nervosa?» chiese suo padre. Anche lui aveva visto la ragazza.
«No, voglio solo rivedere Joe.»
Lui parve soddisfatto della sua risposta. «Tua madre sarebbe fiera.»
«La mamma direbbe che avrei dovuto indossare qualcosa di più elegante.»
«Anche quello.» Le diede di gomito e lei fece altrettanto, poi si sistemò il cappello.
«Ci sono altre spose?» Una donna della Croce Rossa con una cartellina in mano avanzava sgomitando. «Spose, è ora di salire a bordo. Preparate i documenti.» Ogni ragazza che procedeva lungo la passerella veniva sommersa da stelle filanti e dalle grida degli scaricatori: «Te ne pentirai!» dicevano, in un tono che poteva essere gioviale oppure no.
Suo padre aveva portato il baule alla dogana. Margaret cercò suo fratello con lo sguardo: il ragazzo ignorava sia lei sia la nave. «Bada alla giumenta per me, Daniel» disse. Doveva alzare la voce, ora. «Non permettere a ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Per rivederti ancora
- Prologo
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- Ringraziamenti
- Copyright