Quel pomeriggio Tati rientrò prima del solito, si stese sul letto e annunciò alla moglie che non sarebbe andato alla festa di Natale dell’Orient Express.
Ada era in bagno a struccarsi: fece capolino giusto per notare che il marito non si era tolto le scarpe e chiedergli se per caso non si fosse bevuto il cervello.
E lui, come se attendesse solo quella domanda: «Mai stato più savio».
«Si può sapere che hai?» lo investì sbucando dall’antibagno in vestaglia e babbucce.
«Mi stupisce che tu me lo chieda» affermò serafico, cacciando dal taschino della camicia un Toscano.
Mentre si propagavano spire di fumo Ada si domandò, non senza cinismo, se il recente stravolgimento caratteriale del marito non avesse intaccato anche la sua risaputa sensibilità ai ricatti morali.
«Hai ripreso a fumare?»
«Non ho mai smesso.»
«In camera?»
«Sempre meglio di quella crema con cui vieni a letto.»
Rimbrottarlo non dava più le soddisfazioni di una volta. Ora che le forniva seri e frequenti motivi per detestarlo, Ada rimpiangeva l’epoca in cui lo detestava irragionevolmente. Ah, i bei tempi in cui Tati era il marito perfetto per qualsiasi moglie tranne che per la sua! Il fatto è che lei aveva sempre associato la mansuetudine del consorte all’immagine del magnifico padre che sarebbe potuto essere se solo la natura gliene avesse offerto l’occasione.
Si erano sposati giovanissimi, accumulando fortune cospicue per un erede che non si era degnato di nascere. Quando la pratica per l’adozione era in dirittura d’arrivo, a Tati era stato diagnosticato un melanoma all’altezza della scapola sinistra. Rimosso tempestivamente, lo aveva reso inidoneo alla paternità, almeno per le severe leggi correnti. Da allora la vita disertava casa Almagià: ogni mattina la luce del sole rabbrividiva a contatto con il marmo dei pavimenti senza alleviare la pena, esacerbata dalle insonnie della moglie e i dormiveglia del marito.
Per colmare quel vuoto avevano fondato Exodus, una ONLUS che favoriva l’emigrazione in Israele di ebrei discriminati e in difficoltà. Il solo ebreo discriminato e in difficoltà su cui non avevano mai trovato un accordo era Matteo: la sollecitudine di Tati nei confronti dell’amico d’infanzia era bilanciata dal malanimo di Ada. Che sollievo quando Matteo, sedici anni prima, aveva avuto la delicatezza di togliersi dalle palle! Altro che Israele, fosse dipeso da lei lo avrebbe spedito in Alaska, o addirittura nello spazio: la California era stata un ripiego accettabile.
Costretta sin dall’inizio dell’estate a prenderselo in casa, sfruttava ogni occasione per chiedere al marito se era lecito sperare, prima o poi, di levarselo dai piedi. Con l’arrivo dell’autunno le repliche di Tati si erano fatte meno timide e più scostanti: «Starà qui il tempo necessario». Necessario per cosa? Era il dubbio che Ada non aveva il coraggio di sollevare per paura di risposte evasive e ostili.
Matteo era entrato nelle loro vite e Tati era uscito di senno.
«Insomma mi spieghi?»
«Non vengo e basta.»
«Ma ci sono tutti!»
«Quasi tutti.»
«Ah, allora è questo?» chiese lei fingendo di scoprirlo in quel momento.
«Certo che è questo. Giorgio ha davvero esagerato. È stata già una bella carognata non invitarlo alla Milà1 del bambino! Ma stasera? Era l’occasione ideale per un gesto distensivo.»
Parlava guardandola fisso negli occhi (un’altra spiacevole novità), le mani poggiate sulla pancia tornata florida. Il regime dietetico rigidamente macrobiotico instaurato dopo la malattia era stato sgominato dai manicaretti che Matteo cucinava per sdebitarsi. Peccato che per il loro ospite i doveri della gratitudine prevedessero solo la preparazione dei pasti luculliani: ogni sera Ada, da sempre avversa all’idea della domestica fissa, si ritrovava a rassettare una cucina ridotta a teatro bellico. Come se non bastasse, i due amichetti facevano capatine frequenti nella rinomata pizzeria o nella gelateria della loro adolescenza per accertarsi che il crostino dell’una e il pistacchio dell’altra fossero all’altezza della fama e della nostalgia.
Perché Tati continuava a impicciarsi? Cos’altro doveva fare per Matteo e per Giorgio prima che quei due imparassero a sbrigarsela da soli? Del resto, in quanto socio finanziatore dell’Orient Express, aveva il preciso dovere di partecipare alla festa. Non pensava agli amici che avevano invitato?
Lei si stava infervorando. Con un eloquente gesto della mano Tati la invitò ad abbassare la voce: lo strimpellio di chitarra e i gorgheggi country che avevano invaso la casa dimostravano che Matteo era nella sua stanza.
«E come fa a sentirci se urla come John Denver?»
La musica non le impedì di accorgersi che il campanello stava squillando. Andò ad aprire.
«Sara! Che ci fai qui? È successo qualcosa?»
«Tutto bene. Anzi, scusami se piombo senza preavviso. È che ho bisogno di parlare con Matteo, se possibile. Ho provato a chiamarlo ma non risponde.»
«Lo so, non risponde mai. Lo senti? È di là. Accomodati pure. Ti faccio un caffè?»
«Magari un bicchiere d’acqua, per favore.»
Ada aveva un debole per Sara. L’aveva vista nascere, e seguito da vicino la tragedia che a sedici anni aveva squarciato in due la sua vita, così come la storia non proprio esemplare del suo matrimonio. Era contenta che si fosse accasata con Giorgio, e che insieme avessero trovato un po’ di serenità. Dopotutto era stata lei a presentarli.
«Non dirmi che hai lasciato soli i maschi di casa» disse porgendole il bicchiere.
«Noah è con mamma. Giorgio a bottega.»
«Ti trovo bene.»
Non erano parole di circostanza. Il bambino li aveva fatti penare: nato in anticipo con un cesareo d’urgenza, aveva preso i chili indispensabili a sopravvivere mentre la madre si sbarazzava di quelli superflui. E ora guardatela! Era radiosa come una ragazzina.
«Non credevo che avere un figlio…» cominciò Sara, ma le parole le si spensero in gola.
Sono parecchi gli inconvenienti sociali dell’aver tentato di procreare senza successo, a cominciare dalla compassione degli altri. Avrebbe preferito che Sara parlasse spontaneamente, condividendo le gioie e i crucci della maternità invece di nascondersi dietro a una discrezione di circostanza.
«Ho saputo che Giorgio è al settimo cielo» la spronò Ada.
Sara raccontò che nei giorni più difficili Giorgio aveva trascurato il lavoro per stare accanto all’incubatrice. «E anche adesso» concluse «si occupa di tutto. Se potesse lo allatterebbe.»
Non era la prima volta che Ada sentiva di questi maschi miracolosamente trasformati dalla paternità. La vita senza figli ti priva di una tappa fondamentale: una sera vai a letto giovane e pieno di speranze, per svegliarti la mattina dopo vecchio e inutile come un registratore VHS.
«Dicevamo con Tati che la Milà è stata proprio emozionante» disse per scacciare via quei pensieri malinconici.
«Ti ringrazio.»
«Una delle più belle a cui abbia mai partecipato.»
È che Giorgio ci teneva parecchio, le spiegò Sara. Voleva che Noah ricevesse un’educazione religiosa più seria di quella impartita a lui.
«Una bella cosa, no?»
«Sono una donna di scienza» si prese in giro Sara, e volendo sfottere anche il suo compagno aggiunse: «Pare proprio che il mio futuro marito prenda tutto molto seriamente».
«Vi sposate? Davvero?»
«Ho firmato i documenti per il divorzio» arrossì Sara mostrando la mano impreziosita da un solitario.
«Ma è una cosa meravigliosa! E quando?»
«La prossima estate, credo.»
Da qualche minuto Matteo aveva smesso di suonare. Ada friggeva dalla curiosità di conoscere le ragioni della visita, ma non sapeva come chiederglielo.
«Stasera ce la fai a venire?»
«Certo. Vorrei portare anche Noah…»
«Sul serio? Che bello! Anche se con questo freddo… Mi raccomando coprilo bene.»
«Ada, scusami, Matteo?»
«Che scema, io e le mie chiacchiere. Te lo chiamo.»
La litigata su Skype con Sandrine stava mettendo a dura prova la già vacillante fede di Matteo nella comunicazione tra i sessi. La sua quarta giovane moglie pretendeva che lui salisse sul primo aereo per Los Angeles: subito, senza batter ciglio! Ma aveva idea di quanto costassero i voli a Natale? Questa domanda – il suo asso nella manica – non la colse impreparata: aveva prenotato a suo nome un Air Lingus a quattrocento dollari, di quelli che prima di arrivare a destinazione fanno il giro del mondo.
«La mia schiena non ha più l’età per due giorni di viaggio.»
«E per dieci anni di galera sì?»
Sandrine parlava l’inglese corretto, affettato e irritante delle parigine istruite. E il fatto che dicesse cose sensate rendeva i suoi argomenti persino più insopportabili. In effetti lui stava scherzando con il fuoco. Ci era passato con Pamela, la signora di Pasadena che nel periodo più difficile del suo esilio lo aveva accolto nel talamo facendo di lui un uomo onesto e un cittadino americano. Ma la faccenda con Sandrine era più sporca. Per farsi sposare gli aveva corrisposto ventimila dollari con i quali Matteo campava da quasi un anno. Ed ecco che il solito petulante impiegatuccio dell’Immigration, insospettito dall’assenza prolungata del marito e dalla temperanza della moglie, li aveva presi di mira.
«Non so più che dirgli. Gli ho raccontato un mucchio di cazzate. Che avevi delle grane in famiglia, affari da risolvere… Ma lui ha mangiato la foglia. Gli ho promesso che avremmo passato il Capodanno insieme.»
«Il Capodanno?»
«È così che fanno gli sposini.»
«Ti sembro uno sposino?» disse lui avvicinando il muso alla telecamera.
Sandrine aveva ragione, ma lui era talmente abituato ad avere torto che decise di fregarsene e tenere il punto. La pregò di temporeggiare, giurò sulla testa dei suoi figli che a gennaio avrebbe preso il primo volo e dopo un po’, chissà come, riuscì a rabbonirla. Era sempre stupito dalla sua strabiliante capacità di rassicurare le donne. Si chiese se un tale potere andasse considerato un dono o una sciagura.
«Che fai a Natale?» chiese lei più distesa.
«Dimentichi che sono ebreo.»
«Forse perché gli ebrei dalle mie parti sono ricchi e pieni di integrità.»
«E tu, invece, che programmi hai?»
«Dopodomani arrivano i miei genitori. Andiamo a fare un giro nella Napa Valley.»
Ah, un bel weekend tra colli e vigneti! Dio se la invidiava.
«Salutami i tuoi, anche se non li conosco.»
«Non credo che tu sia il genero dei loro sogni.»
«Gliel’hai spiegato che sei stata tu a chiedermi la mano?»
«No, e non ho intenzione di farlo. Non voglio incrementare la loro disistima nei miei confronti.»
Dopo aver interrotto la comunicazione, andò in bagno a controllare l’acqua. Vasca ergonomica, doccia indipendente, pavimento riscaldato: un cesso a cinque stelle allestito dagli Almagià per il rampollo quando erano ancora sicuri di poterne adottare uno. Che Matteo ne godesse i frutti doveva essere per Ada un persistente motivo di disappunto e indignazione. Quante storie per un figlio! I figli sono sopravvalutati. I suoi non si erano mica fatti scrupolo a rovinargli la vacanza. Passi per gli atteggiamenti scostanti di Martina, m...