Lettera d'amore allo yeti
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Lettera d'amore allo yeti

  1. 276 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Lettera d'amore allo yeti

Informazioni su questo libro

Come si fa a sopravvivere quando la tua giovane moglie ti è morta accanto, una notte, andandosene in un istante e lasciandoti solo con un figlio di nemmeno sei anni? Riccardo non lo sa come si fa, ma in qualche modo ci sta riuscendo.

Sono passati otto mesi da quando Lisa non c'è più, e padre e figlio si sono trasferiti per l'estate in una casa al mare, acquistata poco tempo prima della scomparsa di Lisa.

Nicola è un bambino sveglio e sensibile, e ha una grande passione per lo yeti: è il suo argomento di discussione preferito, ne è affascinato e un po' lo teme. Riccardo è tormentato da un sogno ricorrente, le sue notti sono agitate e gettano ombre sulla quiete del comprensorio in cui abitano. Che significano le ambigue considerazioni della signora Lepidi, un'anziana untuosa che pare al corrente di pericolose verità sull'identità di un comune vicino di casa, Teodoro Inverno, un uomo massiccio e solitario con cui Nicola si ferma per ore a chiacchierare, inspiegabilmente calamitato?

Le giornate scorrono, nei ritmi quotidiani della villeggiatura. Nicola ogni pomeriggio partecipa alle attività organizzate da una giovane animatrice dell'hotel vicino. Riccardo lo sorveglia dai tavolini del Long John Silver, un bar sulla spiaggia gestito da Walter, col quale ha in comune una passione per Stevenson e per i discorsi filosofici. Intanto conosce Ismaela, una cameriera affascinante, che sembra nascondere un segreto.

La speranza di una ritrovata normalità carezza la mente di Riccardo, ma la tenebra torna ad assediare la sua vita e quella di suo figlio. L'animatrice cui Nicola si era affezionato scompare all'improvviso. Ogni ricerca si rivela inutile e Riccardo scopre che in quello stesso punto sono già sparite quattro persone negli ultimi anni... Chi è l'individuo che appare in certi scatti fotografici e le cui mani hanno qualcosa di mostruoso? E perché ogni volta che passa accanto a un chiosco abbandonato a forma di limone Riccardo viene assalito da un brivido?

Con un libro sorprendente per originalità e qualità della scrittura, Macioci si conferma uno degli autori più interessanti della sua generazione. Lettera d'amore allo yeti è un romanzo che sfugge alle classificazioni, un testo senza tempo, sospeso tra E.T.A. Hoffmann e Stephen King, spaventoso e lirico, capace di inquietare e sedurre con le sue atmosfere.

Macioci riesce, con straordinaria efficacia, a tratteggiare i passaggi più oscuri dell'animo umano e al tempo stesso a raccontare con delicatezza il rapporto tenero ed esclusivo tra un padre e un figlio.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804673255
eBook ISBN
9788852078491

1

«Papà?» Nicola mi toccò la schiena. «Secondo te lo yeti scende in spiaggia?» Sapevo che stava fissando la fila di cabine verniciate di bianco e, poco oltre, gli ombrelloni che si stagliavano sul mare. Il pomeriggio era tardo e dolce.
«Uhm» dissi io rallentando l’andatura, e tacqui per alimentare la sua curiosità. Yeti, sasquatch, bigfoot e grassmann avevano preso il posto dei dinosauri nella sua immaginazione, con una lieve ma inequivocabile preferenza per lo yeti. Trascorrevamo ore davanti al televisore o su YouTube a caccia dello yeti, seguendo documentari più o meno credibili – da History Channel a “Voyager” – e Nicola vi si dedicava con lo zelo feroce dei bambini, dimenticando l’appetito e bagnandosi i palmi di sudore.
«Papà?» Mi solleticò i fianchi con le mani e la bicicletta sbandò. Una signora anziana, che pedalava a fatica trasportando sul manubrio una voluminosa busta del Carrefour, ci lanciò un’occhiataccia. Accelerai. Mi sentivo bene.
«Papà!!! Secondo te lo yeti scende in spiaggia???» ripeté Nicola tempestandomi la schiena di pugni. Era diventato forte. Stava per compiere sei anni e ciò mi procurava angoscia e sollievo. Eravamo come personaggi d’un videogame sul punto di terminare un livello per passare a quello successivo.
«Un attimo, un attimo» mi difesi tenendo dritta la bici. A quell’ora il lungomare era pieno di ciclisti, pattinatori e mamme con le carrozzine. «Fammi pensare.» Ci sfrecciò incontro una bionda sui rollerblade, leggings neri e cuffiette alle orecchie, allungando il passo con fluidità.
«Hai pensato?»
«Credo di sì» m’affrettai a rispondere. «Sì, direi che lo yeti scende fino in spiaggia.» Tacemmo entrambi. Le bancarelle spargevano aroma di zucchero filato, una musica allegra e dozzinale tappezzava l’aria e i gabbiani tracciavano le loro eleganti traiettorie quasi a pelo dei tetti. «Non adesso però» puntualizzai rompendo l’incantesimo – chiacchierare coi bambini è questione d’equilibrio, non si può concedere troppo alla realtà ma neppure troppo poco. La mia voce suonava seria, una voce per faccende importanti e forse pericolose.
Nicola rifletté. Non ci saremmo spesi in simili discorsi – assurdi e profondamente intimi – ancora per molto. A settembre avrebbe iniziato la prima elementare. Addio infanzia. Si passava al livello successivo. E di che si trattava? Perché un padre non possiede da qualche parte un libretto d’istruzioni? Una mappa per non sbagliare ai bivi più importanti?
Al termine d’una congrua pausa Nicola domandò: «E quando scende in spiaggia lo yeti, papà, se non scende adesso?».
«Quando?» Smisi di rimpiangere la mappa e mi concentrai.
«Sì.»
«Dopo il tramonto» spiegai senza esitare. Nicola era sveglio e soppesava ogni parola. «Quando la gente rientra in casa per cena e la spiaggia resta vuota e gli ombrelloni vengono chiusi e anche le sale giochi e i bar e gli stabilimenti vengono chiusi, ed è tutto buio, e si sente solo il rumore del mare, e la luce della luna dipinge quelle scie…»
«D’argento» m’interruppe lui puntuale. «Le sue scie d’argento.»
«Esatto» confermai, reprimendo un moto d’orgoglio. Ero solo un professore d’italiano e storia delle superiori ma cercavo di trasmettere a Nicola il poco in mio possesso: una discreta fantasia e una buona proprietà di linguaggio. Quando mia moglie e io ci accorgemmo che Nicola stava imparando a leggere e scrivere con largo anticipo smettemmo di stimolarlo. I bambini prodigio non c’interessavano, su questo non nutrivamo dubbi, benché sia complicato per un genitore mettere a fuoco cosa si aspetta da un figlio. Genitori e figli diventano soggetti ben distinti solo quando il danno dell’amore è compiuto, e l’amore è più subdolo dell’odio: amiamo i nostri figli, perciò li danneggiamo. Mi fermo qui; esattamente come voi, non ho ricevuto un manuale d’istruzioni. Stimoli o meno, Nicola si rivelò in gamba. Un bambino di media statura, magro, coi capelli castani lisci abbastanza lunghi e grandi occhi grigi nei quali brillava un tepore malinconico, un avanzo di tramonto dopo un giorno caldo ma nuvolo.
«Le scie d’argento, papà» ripeté, dato che non parlavo più.
«Le scie d’argento» lo assecondai. «Quando la luna disegna le sue scie d’argento e le creste delle onde sono candide e le tenebre si allungano eccetera eccetera… be’, può darsi che allora lo yeti scenda dalle montagne per tuffarsi in mare.»
«Davvero?» Le sue unghie nella mia t-shirt, la sua voce acuta e vibrante.
«Davvero. E se a notte fonda andassimo in spiaggia troveremmo grosse impronte, tipo quelle che fanno vedere in tv.»
«Ma andare in spiaggia a notte fonda è pauroso… E se poi s’incontra lo yeti?» obiettò lui, bollendo sul seggiolino montato sopra il portapacchi.
«È vero» ammisi.
«Tu avresti paura, papà?»
«Un po’» concessi. Sapevo che la mia paura, fino a un certo segno, rinfocolava il suo coraggio.
«Però potremmo trovare le impronte domani mattina» insisté. Non stava fermo un attimo.
«Chissà.» Mi piaceva, e nonostante tutto mi piace ancora, alimentare il mistero – un paradosso che non smette di turbarmi. «Il vento e la marea cancelleranno le impronte prima che arriviamo in spiaggia.»
«E se andassimo in spiaggia presto presto?»
«Le cancelleranno prima dell’alba, Nic.»
Lui aggirò il momentaneo sconforto. «E che altro fa di notte lo yeti sulla spiaggia, oltre a tuffarsi?»
S’ostinava talvolta a venire in bici con me, e non avevo cuore di negarglielo quantunque il seggiolino lo contenesse appena. Il vento fresco m’asciugava il sudore sulla t-shirt appiccicata alla pelle. Il sole obliquo sfiorava la strada, le palme e gli edifici con la tristezza struggente che precede il buio. Un caos di tandem, risciò, persone sugli skateboard, ragazze in pantaloncini corti e ragazzi in maglietta aderente senza maniche riempiva il lungomare. La pineta più oltre appariva d’un verde scuro, simile a un mucchio di cenere; gettava un’ombra netta, cinta dalla spiaggia. Di là dalla pineta s’intravedeva il ponte di legno che scavalcava la foce del fiume. Presso la foce i pescatori tendevano le lunghe canne luccicanti. All’intorno le fitte paludi ospitavano tortore, cuculi e un’incredibile quantità di rane, che solo verso il tramonto diradavano il loro concerto sprofondando il fiume in una pallida quiete. Dopo il ponte Colombaia si arrendeva alla campagna, terreni incolti scivolavano nelle acque turchesi, la civiltà smarriva in pochi metri.
«Uno yeti può fare un sacco di cose oltre a tuffarsi» replicai, saggiando un benessere inconsueto; mi sentivo… connesso. In connessione con la nervosa energia di mio figlio. «Può sedersi sul bagnasciuga e riposare, per esempio. Tira fuori la lunga lingua – una lingua lunga come una cravatta – e ansima. Sgranocchia un pezzo di legno trasportato dalla risacca. Raccoglie conchiglie o granchi morti oppure cocci di vetro – grossi però, che tagliano se li calpesti. Ma le sue mani sono troppo dure per tagliarsi. A volte mangia sia i granchi morti che le conchiglie, li sbriciola coi suoi denti robustissimi. E se si arrabbia…»
«Se si arrabbia che succede, papà?» Nicola afferrò due lembi della mia pelle assieme alla t-shirt.
«Be’» considerai, «potrebbe sradicare un ombrellone oppure sfasciare un pedalò, o addirittura rovesciare i tavoli e le sedie o il gazebo di un bar. Potrebbe rompere un distributore delle bibite, sollevarlo e scagliarlo lontano o sfondarlo con un pugno… A volte trovano questi distributori con un grosso buco nel mezzo… Ma dovrebbe essere arrabbiato sul serio.»
«E che cosa lo fa arrabbiare sul serio?» domandò lui – non si trattava della prima e nemmeno della seconda o della quinta volta che parlavamo della faccenda. Per la verità ne discutevamo ogni sera dacché, una settimana prima, c’eravamo sistemati a Colombaia.
«La confusione» rivelai. «Il chiasso. Per esempio se arriva un tir o una macchina della polizia con le sirene accese o magari un camion dei pompieri o un’ambulanza che suona. E se si arrabbia…»
«Distrugge tutto!» gridò lui trionfante. Non ero certo che il suo trasporto per lo yeti fosse un buon segno, ma sapevo che in qualche maniera costituiva una necessità. La figura dello yeti riempiva un vuoto, rendendo a Nicola una parte di fiducia. Nicola era un acrobata, l’esistenza la corda su cui camminava e lo yeti il bilanciere.
«Già» confermai, saziando la sua smania. «Distrugge tutto.» E poi, non so perché, mi vennero le lacrime agli occhi. Mi trattenni. La strada svoltava, un po’ di vegetazione si trovava alla nostra destra e il mare alla nostra sinistra. Mi giunse alle narici un odore buono ma indecifrabile, un misto di terra e sale.
«Però» disse Nicola dopo un breve silenzio (me lo figurai che alzava l’indice della mano destra, uno scrupoloso studente in miniatura) «lo yeti non si arrabbia coi bambini, vero?»
«Vero.» Per fortuna mi uscì una voce ferma. «Lo yeti coi bambini non si arrabbia.»
«Sia maschi che femmine?»
«Sia maschi che femmine.»
«Nemmeno se fanno confusione?»
«No.»
«Nemmeno se urlano o piangono o fanno il verso dei pompieri o della polizia o dell’ambulanza vicino dove sta lui?»
«Nemmeno allora» confermai, e pensai: chiamate un’ambulanza. È tardi. Tardi.
«Mai mai mai?» s’intestardì Nicola.
«Mai mai mai.»
«Perché lui vuole bene ai bambini, vero?» Anche questa domanda rientrava nel copione.
«Esatto. E c’è di più. Non solo lo yeti vuol bene ai bambini, ma li sorveglia e li protegge di continuo, sempre, ogni santo giorno.»
Nicola alle mie spalle sorrise, non ebbi dubbi. Percepii il suo sorriso nell’aria. Durante gli ultimi mesi avevamo sviluppato una forma di comunicazione che trascendeva i sensi, una specie di telepatia che rischiava di spezzarmi i nervi. L’eccessiva tenerezza pesa come un macigno.
«E se è lui a proteggerli…» mi rilanciò la palla Nicola.
«Se è lui a proteggerli nessuno può attaccarli, perché lo yeti è invincibile» conclusi osservando il cielo. Era color indaco, ci galleggiava dentro una mezzaluna tersa e nell’ammirarlo mi sentii perfino in grado di accettare la sciagura dell’esistenza.
Fu allora che Nicola elaborò una domanda in più, una domanda nuova – è sempre così con i figli, non sai mai da quale parte arriverà la sorpresa né che tipo di sorpresa sarà, se buona o cattiva, rassicurante o sconvolgente. I figli, queste sacche d’ignoto, ciò che abbiamo dimenticato dentro di noi e che ci chiama. «È stato lo yeti a prendere la mamma, papà?»
Non ciò che disse, ma la maniera in cui lo disse mi scavò un buco in pancia. Parlò come se avesse infine, dopo mille indugi, trovato il coraggio di pormi l’interrogativo. La bicicletta sbandò ma stavolta non sfiorammo nessuno; raddrizzai la traiettoria un attimo prima di schiantarmi contro un cassonetto dell’immondizia da cui traboccavano buste, sacchi e il brandello di una tutina viola.
«No, non è stato lo yeti a prendere mamma» replicai. «Non è stato lui, Nic.»
«E chi è stato?»
«Non l’ha presa nessuno. La mamma è dovuta andare in un posto lontano. Lo sai già.»
«Non è vero» disse in tono basso e tremendamente saggio, conclusivo, quasi che spettasse a me accettare l’amara realtà. «Perché non mi ha portato con lei? È una bugia.» Non lo domandò, lo affermò.
Il sudore mi si rapprese addosso e la strada si trasformò in un imbuto. Notai di sfuggita, a un paio di metri dal bordo della pista ciclabile, uno di quei limoni di metallo dentro cui ci si mette a vendere bibite. Il limone era chiuso – probabilmente apriva dopo cena – e vederlo finì d’angustiarmi, come se quello stupido guscio serbasse le risposte agli interrogativi di mio figlio ma non intendesse condividerle. Poi affiancammo la pineta; alitava una bruna frescura che sapeva di resina, polvere e vecchie radici. Dopo la pineta scorsi un tratto di spiaggia libera e pensai che l’indomani potevamo recarci lì. La sabbia sembrava pulita.
«Non è una bugia, Nic.» Tacqui. Il tempo corre veloce e i figli crescono, lui stava per compiere sei anni e doveva sapere. Ma non era facile. Spesso la menzogna si rivela la via più semplice, tu la imbocchi e non riesci a fermarti. Ciò che crediamo di comprendere è duro da mandar giù e tendiamo a raccontare falsità cui finiamo per credere, ci aggrappiamo alle nostre stesse menzogne con le unghie, i denti e la lingua. Ma non puoi rifilare frottole a un figlio in eterno. «È sol...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Lettera d’amore allo yeti
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. Epilogo
  21. Ringraziamenti
  22. Copyright