La sveglia era suonata impietosa, una mitraglia puntata al cervello. Dalia scosse la madre, stesa al suo fianco. Per un attimo le era sembrata morta, immobile nel suo dormire silenzioso, nel suo respiro impercettibile.
Entrambe, come di comune accordo, si alzarono nello stesso momento, due ectoplasmi ondeggianti nella stanza buia.
Maria si avvicinò al letto, iniziò a sistemare le lenzuola. Dalia scosse la testa, la prese per un braccio.
«Mamma, stiamo scappando, non è il caso di rifare il letto.»
Vide Maria abbassare gli occhi, allontanarsi come in trance, aprire l’armadio per cercare i pochi vestiti che avrebbe potuto portare con sé.
Abbandonare la sua casa, le sue certezze, sarà per lei un trauma intollerabile...
Cercò di immaginarla sola tra quelle mura, un relitto che vive esclusivamente di ricordi. Sì, portarla con lei era la scelta migliore. Forse quell’esperienza l’avrebbe scossa, l’avrebbe fatta uscire dal guscio di ottundimento in cui si era rifugiata da troppo tempo.
La osservò prendere una coppia di asciugamani ricamati della sua dote, metterli in valigia, toglierli perché occupavano troppo spazio. Avrebbe dovuto lasciare tutto il suo passato, le sue quotidiane, misere certezze per affrontare una realtà oscura.
Saremo insieme. Solo questo conta.
All’improvviso, mentre infilava nella sua valigia qualche jeans e una serie di T-shirt, si ricordò del quaderno. Chiuse la porta della sua stanza, sollevò la mattonella, lo prese in mano, lo sfogliò brevemente. Era una confessione, un intento scritto, documentato ed eseguito.
La sua condanna senza appello.
Non aveva il tempo di distruggerlo senza lasciare tracce, perciò lo avrebbe portato con sé e se ne sarebbe liberata appena possibile. Lo infilò in valigia tra un indumento e un altro, chiuse la zip e appoggiò la valigia vicino alla porta. Mancava ancora qualcosa. Si avvicinò alla credenza, aprì il cassetto, afferrò la Smith & Wesson e la fece scivolare nella borsa.
Alle quattro meno dieci erano già pronte, sedute sul divano a fissare l’orologio da parete.
«Posso uscire a raccogliere una rosa?»
«No, mamma. Meglio non attirare l’attenzione.»
«A quest’ora dormiranno tutti...»
Dalia, per tutta risposta, assunse un’espressione talmente irremovibile che la madre non ebbe il coraggio di obiettare.
Alle quattro, uscirono dalla porta di casa sgattaiolando via come due ladre. Dalia passò davanti al cespuglio e, con un paio di forbici che aveva portato con sé, staccò svelta un bocciolo ancora chiuso. Doveva essere paziente con Maria, doveva starle vicino. Da un momento all’altro l’aveva presa per mano facendole imboccare la strada dell’inferno.
«Grazie» le sussurrò grata la madre mentre infilavano il portone d’ingresso secondario.
Alessandro era già arrivato, aveva accostato la sua utilitaria al marciapiede. Appena le vide, scese dall’auto, andò loro incontro, sistemò le valigie nel portabagagli.
«Facciamo presto. Sembra non ci sia nessuno, ma è meglio muoversi.»
Dalia aprì la portiera, fece salire la madre sul sedile posteriore, poi salì a sua volta, a fianco di Alessandro.
Alessandro si voltò di poco per salutare Maria.
«Io sono Alessandro. Non appena saremo a distanza di sicurezza, faremo le presentazioni.»
Maria non rispose. Dalia, preoccupata, le lanciò una breve occhiata. Sua madre guardava fuori dal finestrino impaurita, livida in volto, le mani intrecciate in grembo stringevano la rosa appena raccolta.
«Alessandro, scusala. È molto scossa, non esce quasi mai di casa... Tutto questo è troppo per lei.»
«Posso capirla, sono terrorizzato anch’io» ammise lui.
Dalia si guardò intorno. «Via libera, allora?»
«Ho fatto tre giri dell’isolato, nessun movimento sospetto. Abbiamo fatto bene a decidere in fretta, così avremo il tempo di allontanarci dall’Italia con calma. Se sei d’accordo, punterei direttamente verso la Francia. Ma non pensare che saremo al sicuro. Da lì potremo prendere un aereo e andare lontano, magari in Sudamerica. Un amico mi ha dato un contatto per avere al più presto dei passaporti nuovi. »
«Non ci avevo pensato. Sai, non credevo che tu potessi essere così... determinato» disse Dalia. Poi rifletté un momento.
Alessandro non aveva avuto ripensamenti, si era messo in gioco, aveva sconvolto la sua intera esistenza per starle vicino. Le aveva creduto senza battere ciglio, l’aveva sostenuta fino alle estreme conseguenze. Sentì il peso della menzogna. Ne era sicura: prima o poi lui avrebbe saputo il vero motivo dei pedinamenti, causa di quella fuga così precipitosa.
Il loro rapporto appena nato era già guastato dalle falsità.
D’altronde, non aveva ingannato chiunque le stesse accanto?
Dalia chiuse gli occhi, respirò a fondo, quasi a voler espellere quel peso, l’ennesimo, che sentiva espandersi dentro. Provò a convincerlo ancora una volta.
«Ascolta, puoi lasciarci alla prima stazione dei treni. Sei ancora in tempo.»
«No, ti ho detto che non ho scelta.»
Dalia percepì quella frase come una carezza. Lo guardò mentre imboccava un viale a velocità sostenuta. I capelli, più ricci e disordinati del solito, sembravano risentire del suo stato d’animo. Era concentrato nella guida, gli occhi fissi sull’asfalto, che pareva confondersi con il buio spesso della notte. Dalia guardò la città che dormiva ancora, le serrande abbassate, le cartacce abbandonate per strada, i semafori lampeggianti. Se ne sarebbe andata via, prima o poi, ma non in quel modo furtivo, da rinuncia obbligata, da addio definitivo.
Osservava per l’ultima volta i viali vuoti, i chioschi improvvisati, i palazzi grigi per lo smog e l’incuria. Tutto quello che aveva disprezzato fino a quel momento le sembrò nobilitato dal velo struggente della perdita senza ritorno. Le sarebbe mancata l’austera, concreta pacatezza di una città che non aveva bisogno di sedurre con lustrini ed effetti speciali. Una malia, la sua, che avvolgeva piano come erba infestante e si insinuava tra spicchi di cielo, edifici torreggianti, piazze antiche, scorci autentici non ancora violati dalla logica del profitto. Chissà se ci sarebbe mai tornata. Quella città era stata tutto il suo mondo, nel bene e nel male. Solo ora si accorgeva del vuoto che le avrebbe lasciato.
Si voltò verso la madre. Si era appisolata, la testa reclinata su un lato, la bocca aperta. Una bambina cresciuta troppo in fretta, una donna appassita troppo presto. La rosa le era scivolata dalle mani. Dalia la raccolse, gliela posò sulla borsa. Si girò verso Alessandro.
«Verso che zona della Francia siamo diretti?»
Dentro, la paura mordeva duro: potevano essere fermati in qualsiasi momento. Dalia istintivamente affondò la mano nello scomparto della borsa, quello dove aveva fatto scivolare la Smith & Wesson. Si sentì meno vulnerabile.
Alessandro, voltatosi verso di lei, le rispose ostentando un’innaturale sicurezza: «Marsiglia. Il contatto che ti dicevo si trova lì. Ci staremo giusto un paio di giorni, fin quando non saranno pronti i passaporti».
«Quanto ci vorrà per arrivarci?»
«Come minimo cinque ore.»
«Cos’hai detto a tua madre?» chiese Dalia.
«Niente di particolare. Le ho parlato di una buona occasione di lavoro all’estero» rispose Alessandro abbassando gli occhi.
«Non ti ha fatto storie per l’università?»
«No, mia madre non ha mai tenuto particolarmente al fatto che studiassi. Da quando è morto nostro padre è sempre stata molto distratta nei confronti di noi figli.»
Dalia restò in silenzio. Le sembrò di cogliere una nota di angoscia sorda nella voce di Alessandro.
«E se io non potessi più tornare? Ci hai pensato? Tu cosa faresti?»
«Insomma, Dalia, si può sapere che cazzo hai fatto? Perché sei braccata?»
«Te l’ho già detto. Non chiedermi altro.»
La bocca di Alessandro si increspò in una piega amara. Continuò a guidare senza dire una parola, le mani aggrappate al volante, le curve a scatti, la strada morsa con rabbia.
Il sole che stava per sorgere improvvisava nel cielo un tessuto di screziature irreali. Tutto era giallo, viola, arancione, rosso. Lame di luce e d’ombra a squarciare l’oscurità, filamenti di nuvole a dare volume a un cielo in fiamme.
All’improvviso, videro il mare. Proprio nel preciso momento in cui il sole era ormai alto nel cielo e l’azzurro aveva vinto su ogni altro colore dell’alba.
Dalia restò immobile a fissare quell’immagine che aveva da sempre vagheggiato. Le sembrò di trovarsi di fronte a un miraggio, qualcosa che avrebbe voluto conoscere da tempo e che adesso le appariva come irreale, mera proiezione di sogni a lungo cullati.
Abbassò il finestrino, si sporse dall’auto.
«Che c’è?» le chiese Alessandro.
«Il mare. Non l’ho mai visto...»
«Parli sul serio?»
«Possiamo fare una deviazione? Vorrei tanto vederlo da vicino» lo pregò Dalia.
«Devi pazientare ancora un po’. Meglio non fermarsi qui in Italia, è più prudente passare subito il confine.»
Dalia annuì come una bambina ubbidiente. Alessandro la stupiva con quel fare responsabile, quella programmazione perfetta in ogni dettaglio. Si rese conto che si stava abbandonando a lui, alla sua lungimiranza, alla sua capacità di proteggerla. Non era abituata a quella sensazione. Da sempre aveva badato a se stessa, assumendosi responsabilità e preoccupazioni che a volte l’a...