Il sogno di argento
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Il sogno di argento

  1. 276 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Joey Harker è ragazzo coraggioso e leale. Ha imparato a padroneggiare la sua speciale abilità di Camminatore fra le diverse dimensioni dell'IntraSpazio, dopodiché ha contribuito a salvare l'Altriverso dalla distruzione, portando al sicuro i compagni della squadra. Joey Harker è un eroe. Ma i minacciosi poteri rivali, quello dei Binari, la scienza, e quello dell'ESA, la magia, non si sono ancora dati per vinti e lottano per conquistare il controllo di tutti i mondi paralleli. La missione di pace dell'InterMondo non è certo conclusa. E quando Acacia Jones riesce a seguire Joey a BaseTown, le cose si complicano. Nessuno sa chi sia la misteriosa ragazza, né da dove venga, mentre lei sa molte... troppe cose dell'InterMondo. La saga dei Mondi Infiniti diventerà presto un film.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804664871
eBook ISBN
9788852076510

CAPITOLO DIECI

Il funerale fu molto simile a quello di Jay, salvo il fatto che lo vidi dalla prima fila anziché dalla finestra dell’infermeria. Ero tra Jo e Josef, gli unici due della mia squadra, a parte me, in grado di reggersi in piedi. Jai era ancora privo di sensi, la ferita meno grave di Jakon era una distorsione alla caviglia, e J/O era tuttora disattivato. Si era trovato così vicino alle esplosioni che gli si erano fritti alcuni circuiti. Sarebbe sopravvissuto, ne erano abbastanza sicuri. Però non sapevano se sarebbe tornato operativo al cento per cento.
Dal palco davanti alla bara, il Vecchio parlava di quando Jerzy era appena arrivato nell’InterMondo. Raccontò un breve aneddoto su come una volta il suo entusiasmo nell’addestrarsi lo avesse fatto rimanere chiuso nella Zona Aleatoria per una notte intera, e alcuni di noi risero.
Jo piangeva.
E anch’io.
In quel momento mi chiesi dove fosse finito il corpo di Jay, dopo la morte. La cassa aveva mandato uno scintillio ed era svanita chissà dove. Di lì a qualche istante, a Jerzy sarebbe successa la stessa cosa. Avrei voluto vedere la sua capigliatura di penne rosso fuoco ancora una volta, ma la bara era chiusa. La valanga lo aveva sepolto così in profondità che una roccia gli aveva fracassato il torace, e il Vecchio non aveva voluto che nessuno di noi lo vedesse così. Quando l’aveva detto, avevo cercato di nuovo nella sua espressione l’uomo della fotografia con Acacia, però stavolta non ero riuscito a vederlo. Quell’uomo appariva felice. Questo solo stanco.
Capivo anche il grido, adesso. Era stata la prima cosa che avevo visto al funerale di Jay, guardando dall’infermeria; mentre la bara svaniva, cinquecento persone avevano unito le loro voci in un solo grido, un’ultima acclamazione. Allora non ci ero arrivato, ma ora, anche se mi fischiavano le orecchie e mi pizzicava la gola e mi bruciavano gli occhi, capivo l’urlo che mi usciva dalla bocca. Sia pur senza parole, stavo gridando: “Attento!”. Stavo gridando: “Da questa parte, c’è una grotta”. Stavo gridando: “Mi dispiace”. Stavo dicendogli addio. Insieme a tutti gli altri.
Partì la musica e noi restammo lì mentre la bara scompariva. Alcuni piangevano. Altri si abbracciavano. Avrei voluto prendere la mano di Jo, ma avevo il braccio al collo, la spalla mi faceva male da morire e mi serviva una mano libera per asciugarmi gli occhi e poter vedere. E comunque non ero neanche sicuro che lei avrebbe gradito.
Dopotutto, era possibilissimo che fossi stato proprio io a far ammazzare Jerzy.
Nella mia testa avevo visto e rivisto la scena all’infinito mentre recuperavo le forze in infermeria, dopo il funerale. Mi appariva quando sognavo, e ne rievocavo tutti i possibili particolari quando me lo chiedevano. Lui mi aveva trascinato verso il bordo per tentare di saltare. Io mi ero ricordato della grotta e avevo cercato di trascinarlo indietro. Una roccia mi aveva colpito alla spalla e avevo sentito la sua mano scivolarmi tra le dita. Non ero più stato in grado di vederlo. Avevo cercato di chiamarlo? Non me lo ricordavo. Forse, se l’avessi chiamato, avrebbe potuto trovarmi. Forse sarebbe riuscito a raggiungere la grotta.
Le lezioni seguivano il loro solito programma, quel giorno; la morte di un Camminatore non significava che potessimo concederci delle pause, anzi, significava che dovevamo lavorare più sodo. Che la nostra situazione era peggiorata. Che avevamo una persona in meno per contrastare gli ESA e i Binari. Che dovevamo tutti fare fronte comune.
Tutti tranne me, a quanto pareva.
«Joey Harker.»
«Signore.» La mia voce suonava spenta e piatta. Ero stanco; non ero stato capace di dormire la notte dopo il funerale di Jerzy. Continuavo a sognare che stava cadendo verso di me e che, se solo fossi riuscito ad afferrarlo, avrei potuto dire a tutti che non era morto.
«Le tue ferite dovrebbero guarire nel giro di qualche settimana, tre al massimo. Se prendi le vitamine tutti i giorni ed eviti le attività faticose, dovresti stare abbastanza bene da ricominciare l’addestramento entro due settimane, forse anche una sola. Fatti vedere dai dottori ogni sera. Chiaro?»
«Sì, signore.»
«Inoltre, ti è stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress. Sai cosa significa?»
«Sì, signore.»
«Il tuo programma giornaliero è sospeso fino a nuovo ordine. Ti verrà iniettato un tracciatore, per la tua stessa sicurezza. Sono state già fissate regolari sedute con lo psicologo.»
«Sì, signore.»
La mia mente era intorpidita. Non sapevo cos’altro dire… Ero solo contento che non avessero intenzione di uccidermi. O, peggio, di prendermi i ricordi e cacciarmi via. In definitiva capivo benissimo quello che il Vecchio non mi stava dicendo: ero stato presente alla morte di due Camminatori, ormai. Avevano già corso un rischio con me, e non potevano correrne altri. Rimanevo in panchina non per via del DPTS, ma perché ero in prova. Una sola mossa sbagliata, e mi avrebbero scaraventato fuori di lì così in fretta da farmi girare la testa, sempre ammesso che fosse ancora attaccata alle spalle.
Anche se le lezioni continuavano come al solito, lo sconforto aleggiava su Base Town come una nebbia, qualcosa di tangibile e opprimente. I Camminatori che incontravo nei corridoi non incrociavano il mio sguardo, e la maggior parte di loro si limitava a farsi da parte per lasciarmi passare. Avevano tutti le spalle curve; camminavano a testa china, strascicando i piedi, con l’aria stanca e stravolta.
Il mio braccio al collo era un marchio d’onore e d’infamia insieme; tutti sapevano che c’ero anch’io. Sapevano che ero rimasto ferito nell’incidente che aveva ucciso un Camminatore. Però non sapevano che quando qualcuno si faceva da parte per cedermi il passo, quando qualcuno mi rivolgeva un cenno della testa mentre gli passavo davanti, io mi odiavo un po’ di più.
Non ero riuscito a salvare Jerzy. Ero proprio lì, lui aveva cercato di aiutarmi ed era finito ammazzato. Quante altre volte un Camminatore sarebbe morto per colpa mia?
Era come quando ero arrivato a Base Town dopo la morte di Jay, ma peggio. Allora, cinquecento persone che neanche conoscevo mi avevano odiato ed evitato. Adesso, cinquecento compagni mi guardavano con diffidenza.
Non mi sarei spinto fino a definirli miei amici. Non li conoscevo ancora tutti, almeno non personalmente. Vivere con circa cinquecento persone i cui nomi iniziano tutti per J rende un po’ difficile conoscerle una per una, ma se non altro avevo cominciato a inserirmi. Ed ero diventato una recluta come tante, a parte la mia amicizia con Kolor.
In quel momento, invece, il brusio sommesso della mensa si fece ancora più sommesso quando entrai; la gente abbassò la voce o smise di parlare mentre guardava dalla mia parte.
Cercai di ignorare la cosa e andai dritto al bancone a prendere un vassoio, però avevo l’impressione che tutti mi stessero guardando. Sedetti a un tavolo vuoto, senza neanche sapere se avrei voluto che qualcuno si unisse a me. Avvertii un formicolio alla nuca, lo stesso che avevo avuto sul campo, ma senza quella piacevole euforia. Mi sentivo come un topo dentro un vaso. Jerzy mi mancava, ed ero preoccupato per Acacia e per tutti quelli che erano rimasti coinvolti nella valanga. J/O era sempre disattivato, Jai non si era ancora svegliato, e c’era la possibilità che Jorensen non camminasse mai più.
Un vassoio atterrò con un tonfo di fronte a me. Alzai gli occhi e vidi Joaquim. Aveva un lato del viso coperto di graffi e abrasioni, e sembrava provato quanto lo ero io.
«Ciao» dissi, tentando di avere un tono di voce normale.
«Ciao» fece lui, e restammo seduti in silenzio per un po’, entrambi senza mangiare. «Come stai?»
«Sono stato meglio.»
Gettò un’occhiata al mio braccio. «Fa male?»
«Sì.» Non avevo fame, ma provai a mangiare lo stesso. Lui mi imitò dopo un momento. «Tu stai bene?»
«Quasi. Io… No. Non…» Guardò il cibo che aveva sulla forchetta, poi lo mise giù. «È sempre così?»
Esitai. Non sapevo come rispondere. No, non era sempre così, però… quando capitava una cosa del genere, era sempre brutto. Era sempre difficile.
«Perdere qualcuno non è mai facile» dissi alla fine.
«Mi dispiace» replicò. «Gli altri stanno bene?»
«Sì. Quasi tutti. Jai e J/O sono ancora privi di sensi.»
Annuì. «Jorensen? Era ai piedi della montagna quando è successo, vero?»
«Sì. Ha buttato Jenoh sotto lo scudo di Jai, ma lui non è riuscito ad avvicinarsi abbastanza. Parecchie ossa rotte, alcuni punti. Un ginocchio è molto malridotto.»
«Ho visto Jo volare proprio mentre cadevo. È riuscita a evitare il grosso della frana?»
«Si è rovinata l’ala ancora di più cercando di planare, ma immagino che sarebbe stato peggio se non l’avesse fatto. Hai altre notizie di Jaya?»
Esaminammo e riesaminammo l’accaduto, informandoci sulla salute di chi era rimasto coinvolto e scambiandoci racconti. Lui si trovava in cima alla montagna quando il rombo era iniziato, disse. Aveva attivato il suo disco di schermatura ed era saltato. Chiese di quelli che erano ancora in infermeria, e mi sorprese che conoscesse il nome di ognuno, visto che aveva appena incontrato la maggior parte di noi. Sembrava che cercasse davvero di conoscere tutti, che cercasse davvero di inserirsi. Io non mi ero sforzato nemmeno la metà di lui, al mio arrivo… ma all’epoca ero stato subito messo al bando.
«Non dovrebbe essere così» disse all’improvviso, e qualcosa nel modo in cui pronunciò quella frase, la convinzione nella sua voce, mi fece pensare.
«Così come?»
«Così… Non dovremmo essere costretti a combattere.»
«Non dovremmo» ammisi. «Ma lo facciamo. Perché se non lo facessimo, i Binari e gli ESA dilagherebbero. Distruggerebbero ogni cosa, trasformerebbero l’Altriverso in ciò che vogliono.»
«Un sogno d’argento» disse, rigirandosi la forchetta tra le mani. Avrei voluto chiedergli cosa intendeva, ma lui proseguì prima che potessi farlo. «Joey… lo sai che molte persone ti ritengono responsabile di quanto è successo, vero?»
«Io mi ritengo responsabile» replicai con sincerità, e lui scosse la testa.
«Non farlo. Non è stata colpa tua. Io ero lì e lo so. Ma… la gente è sospettosa comunque.» Esitò, giocherellando ancora con la forchetta. «Ho sentito alcuni ufficiali che parlavano… Stanno vagliando la possibilità che si sia trattato di un atto doloso.»
Rimasi di sasso, lasciandomi pervadere da quella notizia. Aveva senso, certo. Come avevo fatto a non pensarci? Le esplosioni che avevo sentito prima che cadessero le rocce… non erano pistole a raggi blaster, e anche lo fossero state, quello non era il rumore dei colpi stordenti. Il Vecchio aveva detto che avrebbero indagato a fondo se qualcuno si fosse fatto male davvero. E dato che ben più di qualcuno si era fatto male davvero, era ovvio che stessero indagando. E cosa era probabile che trovassero? Joey Harker, che aveva lottato con Jerzy appena prima che lui venisse ucciso. Joey Harker, che già una volta era stato accusato di aver tradito la propria squadra. Joey Harker, che aveva salvato se stesso e lasciato morire qualcun altro.
Avevano estratto dalla valanga anche me, e con ogni probabilità quella era l’unica ragione per cui non mi dimostravano un’aperta diffidenza, ma Joaquim aveva visto giusto. La gente era diffidente. La fascia che mi reggeva il braccio per guarire la spalla fratturata era il mio cartoncino USCITE GRATIS DI PRIGIONE, solo che non potevo ancora passare dal VIA! né riscuotere soldi.
Non ricordavo nemmeno di aver lasciato la mensa o di essere tornato nella mia stanza, però a un certo punto mi accorsi che ero seduto sul l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Guida ai personaggi
  4. Capitolo uno
  5. Capitolo due
  6. Capitolo tre
  7. Intermezzo
  8. Capitolo quattro
  9. Capitolo cinque
  10. Capitolo sei
  11. Capitolo sette
  12. Capitolo otto
  13. Capitolo nove
  14. Capitolo dieci
  15. Capitolo undici
  16. Capitolo dodici
  17. Capitolo tredici
  18. Capitolo quattordici
  19. Capitolo quindici
  20. Epilogo
  21. Copyright