
- 740 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Conan il barbaro
Informazioni su questo libro
Nella remota era Hyboriana, in un'epoca di forze oscure e minacciose, vive Conan; è un mercenario rozzo e violento, ma anche un uomo dotato di lealtà e coraggio, il più riuscito rappresentante del "fantasy eroico".
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Informazioni
Print ISBN
9788804669685eBook ISBN
9788852077463RACCONTI PUBBLICATI SU «WEIRD TALES»

La spada della fenice
“Sappi, o principe, che tra gli anni in cui gli oceani inghiottirono Atlantide e le sue fulgide città, e l’epoca in cui s’imposero i figli di Aryas, ci fu un’età inaudita in cui regni meravigliosi si stendevano come mantelli azzurri sotto il firmamento. I loro nomi erano Nemedia, Ophir, Brythunia, Iperborea, Zamora dalle bellezze brune e le torri infestate dai ragni, Zingara con la potente cavalleria, Koth al confine con la terra di Shem, Stigia e le sue tombe guardate dalle ombre, Ircania dai cavalieri vestiti di ferro, seta e d’oro. Ma il regno più potente era Aquilonia, che dominava incontrastata sull’occidente ricco di sogni. Fu in questo mondo che si fece strada Conan il cimmero, uomo dai capelli neri e gli occhi torvi, la spada sempre in pugno: un ladro, un predone, un assassino dalle gigantesche malinconie e i giganteschi scoppi d’allegria. Il suo destino era di piegare i troni della terra sotto un piede calzato di sandali.”
Le Cronache Nemediane
1
Sulle guglie avvolte nell’ombra e le torri preziose della città regnavano il buio e il silenzio spettrali che precedono l’alba. In un vicolo scuro, uno dei tanti in un vero e proprio labirinto di strade tortuose, quattro individui mascherati uscirono furtivamente da una porta tenuta aperta da una mano nera. I quattro non parlavano ma si allontanarono rapidamente nel buio, stretti nei mantelli, scomparendo nel nulla come fantasmi di uomini assassinati. Alle loro spalle lo spiraglio della porta inquadrava un volto dall’espressione sardonica in cui brillavano due occhi malefici.
«Andate nella notte, creature della notte» disse una voce beffarda. «Sciocchi, la nemesi vi ha fiutati come un cane cieco e voi non lo sapete.»
L’uomo che aveva parlato chiuse la porta e mise il chiavistello, poi si avviò nel corridoio con la candela in mano; era un gigante dall’aria cupa e la pelle scura che rivelava sangue stigiano. Poco dopo entrò in una stanza interna dove un uomo alto e magro, con una veste di velluto consunto, era sdraiato su un divano coperto di drappi e sorseggiava il vino da una coppa d’oro.
«Bene, Ascalante» disse lo stigiano, posando la candela. «Le tue marionette si sono sparpagliate nelle strade come topi usciti dalla tana. Bisogna dire che ti servi di curiosi strumenti.»
«Strumenti?» replicò Ascalante. «Loro pensano che sia io la marionetta di cui tengono i fili. Da mesi, fin da quando i Quattro Ribelli mi hanno chiamato dai deserti del sud, io vivo in mezzo ai miei nemici nascondendomi in questo tugurio, costretto ad andare in giro solo di notte e solo nei vicoli. E sono riuscito in quello che i nobili congiurati non hanno saputo fare: servendomi di loro e altri agenti, alcuni dei quali non mi hanno mai visto in faccia, ho tessuto una trama di intrighi che scuote l’impero. C’è aria di sedizione, di rivolta. In poche parole io, lavorando nell’ombra, ho preparato la caduta del re che siede incoronato nel sole. Per Mitra, ero un uomo di stato prima di diventare un fuorilegge.»
«E gli stupidi che si ritengono tuoi padroni?»
«Continueranno a pensare che li servo finché il nostro piano sarà completo. Chi sono quei quattro per potersi misurare con l’astuzia di Ascalante? Volmana, il conte nano di Karaban; Gromel, pettoruto comandante della Legione Nera; Dione, il grasso barone di Attalus; e per finire Rinaldo, un menestrello dal cervello di gallina. Sono io la forza che ha plasmato quel po’ di ferro che c’è in loro; quando verrà il momento, sfrutterò l’argilla di cui sono impastati e li schiaccerò. Ma questo riguarda il futuro; stanotte il re deve morire.»
«Giorni fa ho visto gli squadroni imperiali allontanarsi dalla città» disse lo stigiano.
«Andavano alla frontiera, minacciata dalle scorribande dei pitti pagani. È opera mia: da diverso tempo, finanziato dalle ricchezze di Dione, rifornisco quei selvaggi del liquore che li rende furiosi. Volmana ha fatto in modo di allontanare dalla capitale anche le altre truppe: grazie ai suoi parenti altolocati in Nemedia, è stato facile persuadere re Numa a chiedere la presenza del conte Trocero di Poitain, siniscalco di Aquilonia; e naturalmente le sue truppe personali e la scorta imperiale lo hanno seguito laggiù. C’è andato anche Prospero, il braccio destro di re Conan. Questo significa che in città restano soltanto la Legione Nera e il corpo di guardia reale. Tramite Gromel ho corrotto un ufficiale spendaccione e l’ho convinto ad allontanare, a mezzanotte, gli uomini che sorvegliano l’appartamento di Conan.
«Allora, con sedici disperati che sono al mio servizio, entrerò a palazzo da una galleria segreta. Compiuto quello che dobbiamo compiere, e anche se il popolo non sarà tutto con noi, difenderemo la città e la corona con la Legione Nera di Gromel. Sarà sufficiente.»
«E Dione s’illude che lo scettro passerà a lui?»
«Sì, quel grasso imbecille sostiene di avere sangue reale. Conan ha commesso un grave errore nel risparmiare la vita a chi vanta parentele con la vecchia dinastia, la stessa alla quale lui ha usurpato la corona d’Aquilonia.
«Volmana vuole tornare a godere i favori di corte, come succedeva nel passato regime; è ridotto in povertà e intende sollevare le sorti delle sue misere terre. Gromel odia Pallantide, il comandante dei Dragoni Neri, e aspira al comando di tutto l’esercito con la cocciutaggine tipica dei bossoniani. Di tutti noi, solo Rinaldo non ha ambizioni personali: lui vede in Conan un barbaro rozzo, dalle mani insanguinate, calato dal nord per saccheggiare un paese civile. Idealizza il precedente sovrano, ucciso da Conan al momento dell’usurpazione, ricordando solo che ogni tanto difendeva le arti; ovviamente ne ha dimenticato le malefatte. Il popolo conosce a memoria i versi di Rinaldo e comincia a sua volta a dimenticare. Nel Lamento del re il nostro menestrello santifica il vecchio filibustiere e condanna Conan come “un selvaggio dal cuor nero emerso dall’abisso”. Conan ride, ma il popolo ringhia.»
«Perché Rinaldo odia tanto il re?»
«I poeti odiano sempre quelli che stanno al potere. Per loro la perfezione è sempre dietro l’ultimo angolo, o al di là del prossimo. Sfuggono al presente sognando il passato e il futuro, e Rinaldo è una torcia che brucia d’idealismo; pensa di rovesciare un tiranno, di liberare il popolo. Quanto a me… be’, fino a pochi mesi fa ero convinto di potermi concedere una sola ambizione, quella di saccheggiare le carovane nel deserto. Ora si agitano vecchi sogni. Conan morirà, Dione salirà al trono, poi morirà anche lui. A uno a uno moriranno tutti quelli che mi si oppongono: con il fuoco, il ferro o gli intrugli mortali che tu sai distillare così bene. Ascalante re di Aquilonia! Che te ne pare?»
Lo stigiano si strinse nelle spalle.
«C’è stato un tempo» disse senza nascondere l’amarezza «in cui anch’io avevo le mie ambizioni, a paragone delle quali le tue sembrano meschine e infantili. Come sono caduto in basso! I miei antichi pari e rivali non crederebbero ai loro occhi se potessero vedere Thoth-Amon dell’Anello ridotto a fare da schiavo a uno straniero, per giunta un fuorilegge. Costretto a favorire le volgari ambizioni di re e baroni!»
«Tu hai riposto la tua fiducia in mummie e stregonerie» rispose Ascalante, distratto. «Io nel mio cervello e in una spada.»
«Il cervello e la spada sono pagliuzze a confronto dei poteri delle Tenebre» brontolò lo stigiano, con gli occhi scuri attraversati da luci e ombre minacciose. «Se non avessi perduto l’Anello, le nostre posizioni sarebbero rovesciate.»
«Nondimeno» rispose impaziente il fuorilegge «porti sulla schiena i segni della mia frusta, e credo che continuerai a portarli.»
«Non esserne tanto sicuro!» L’odio demoniaco dello stigiano scintillò per un attimo nei suoi occhi rossi. «Un giorno, in qualche modo, ritroverò l’Anello, e allora, per le zanne del serpente Set, pagherai…»
L’aquiloniano perse la pazienza e con uno scatto colpì lo schiavo alla bocca. Thoth indietreggiò con il sangue sulle labbra.
«Ti stai facendo troppo audace, cane» ringhiò il fuorilegge. «Stai attento, sono ancora il tuo padrone e conosco il tuo segreto. Vai pure sui tetti e grida che Ascalante è in città e congiura contro il re… se ne hai il coraggio.»
«Non oserei mai» borbottò lo stigiano, asciugandosi il sangue dalla bocca.
«No, non oseresti» convenne Ascalante, con un sorriso truce. «Perché se io morissi per tua inaccortezza o tradimento, un eremita dei deserti meridionali verrebbe a saperlo e romperebbe il sigillo di un certo manoscritto che ho lasciato nelle sue mani. E una volta divulgato, il contenuto di quel documento arriverebbe fino in Stigia e a mezzanotte un vento malefico si alzerebbe dal sud… Allora dove nasconderesti la testa, Thoth-Amon?»
Lo schiavo rabbrividì e la faccia scura divenne color cenere.
«Ma adesso basta.» Ascalante cambiò tono perentoriamente. «Ho un lavoro per te. Non mi fido di Dione e gli ho detto di rifugiarsi nella sua tenuta di campagna e restarci finché il lavoro di stanotte sarà compiuto. Quel grassone non riuscirebbe a nascondere il suo nervosismo in presenza del re, oggi: tu lo seguirai, e se non riuscirai a raggiungerlo per strada andrai fino alla villa, dove lo sorveglierai fino a quando lo manderemo a chiamare. Non perderlo di vista, è pazzo di paura e potrebbe scoppiare da un momento all’altro… potrebbe persino andare da Conan e svelare la congiura per salvarsi la pelle. Vai!»
Lo schiavo si inchinò, nascondendo l’odio negli occhi, e fece come gli veniva comandato. Ascalante tornò al suo vino mentre sulle guglie ingioiellate della città spuntava un’alba rosso sangue.
2
Suonavano i timpani, quando ero guerriero;
Spargevano oro davanti al mio destriero.
Ora son re e il popolo mi ricompensa
Con pugnali sguainati e veleno alla mensa.
La strada dei re
La stanza era grande e riccamente addobbata: drappi e arazzi sulle pareti di legno, folti tappeti sul pavimento d’avorio e un soffitto ornato da complicate sculture e intagli d’argento. Dietro uno scrittoio d’avorio intarsiato d’oro sedeva un uomo le cui spalle possenti e la pelle bruciata dal sole sembravano fuori luogo in mezzo a quei lussi: un individuo del genere apparteneva al sole, al vento e alle montagne. Ogni movimento tradiva muscoli d’acciaio uniti a un cervello acutissimo e a una coordinazione da lottatore. Nelle sue azioni non c’era niente di ponderato, di misurato: o stava immobile come una statua di bronzo o era in movimento, non col nervosismo di chi è fin troppo teso ma con rapidità felina, da confondere l’occhio.
Indossava abiti lussuosi ma fatti con semplicità. Non portava anelli né ornamenti e la capigliatura nera, squadrata, era fermata da una fascia d’argento intorno alla testa.
Posò lo stilo d’oro con cui aveva faticosamente inciso il papiro cerato, appoggiò il mento sul pugno e con gli occhi azzurri, brucianti, squadrò l’uomo che gli stava davanti. Lo invidiava. L’altro era intento nei suoi affari, che consistevano nello stringere i lacci di una splendida armatura dorata: fischiettava tra sé, incurante di trovarsi in presenza del re.
«Prospero,» disse l’uomo seduto al tavolo «le faccende di stato mi sfibrano come nessuna battaglia.»
«Anche questa è una parte del gioco, Conan» rispose il poitanese dagli occhi scuri. «Sei re, devi recitare il tuo ruolo fino in fondo.»
«Vorrei venire in Nemedia con te, piuttosto» ribatté Conan, invidioso. «Sembrano secoli dall’ultima volta che ho inforcato un cavallo, ma Publio dice che gli affari in città richiedono la mia presenza. Maledizione!»
Poi continuò, con la familiarità che esisteva soltanto fra lui e il poitanese: «Rovesciare la vecchia dinastia è stato abbastanza facile, anche se allora mi è sembrato duro e pericoloso. Se mi guardo alle spalle, la strada feroce che ho seguito mi pare un sogno: intrighi, tribolazioni, massacri…
«Ma non avevo visto abbastanza lontano. Quando re Numedide è caduto ai miei piedi, morto, e ho strappato la corona dalla sua testa insanguinata per metterla sulla mia, ho creduto di essere arrivato al limite dei miei sogni. In realtà mi ero preparato a prendere la corona, non a tenerla: ai vecchi tempi, quando ero libero, tutto quello che chiedevo era di avere una spada affilata e una strada che mi portasse dritto ai miei nemici. Ora nessuna strada è più diritta e la spada è inutile.
«Ho rovesciato Numedide e il popolo mi ha chiamato liberatore: adesso sputa sulla mia ombra. Nel tempio di Mitra hanno eretto una statua a quel porco e la gente va a pregarci e a lamentarsi, invocando la sacra effigie del monarca messo a morte da un barbaro usurpatore. Quando ho guidato i suoi eserciti alla vittoria, Aquilonia ha dimenticato che ero uno straniero; ora non riesce a perdonarmelo.
«Nel tempio di Mitra bruciano incenso alla memoria di Numedide, e a farlo sono gli stessi che i suoi torturatori hanno mutilato e accecato, gli stessi che hanno perso i figli nelle sue prigioni e le figlie nei suoi harem. Stupidi voltagabbana!».
«In gran parte è colpa di Rinaldo» rispose Prospero, stringendo di un’altra tacca la fibbia a cui portava la spada. «Canta canzoni che fanno impazzire gli uomini. Impiccalo, vestito da quel buffone che è, alla torre più alta della città. E che inventi ritornelli per gli avvoltoi!»
Conan scosse la testa leonina. «No, Prospero, lui è oltre la mia portata. Un grande poeta è più grande di qualunque re. Le sue canzoni sono più forti del mio scettro, e quando si è degnato di cantare per me mi ha quasi strappato il cuore dal petto. Io morirò e sarò dimenticato, ma i versi di Rinaldo vivranno per sempre.
«No, Prospero,» continuò il re, con un’ombra di dubbio negli occhi «c’è qualcosa di nascosto, una corrente sotterranea di cui non ci rendiamo conto. Lo sento come da giovane sentivo la tigre acquattata nell’erba alta: nel regno c’è agitazione, inquietudine. Sono come un cacciatore che si accuccia al suo piccolo fuoco nel bosco e sente il passo vellutato delle belve, e già gli sembra di vedere il luccichio degli occhi. Se potessi battermi con qualcosa di tangibile, qualcosa che potessi tagliare con la spada…! Ti dico che non è un caso se i pitti, ultimamente, hanno attaccato la frontiera così spesso, tanto che i bossoniani hanno dovuto chiedere aiuto alla capitale. Sarei dovuto partire anch’io con l’esercito.»
«Publio temeva che fosse una trappola per attirarti oltre confine e ucciderti» replicò Prospero, lisciando la tunica di seta sulla cotta di maglia. Poi ammirò la sua al...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Nota editoriale
- Conan il barbaro
- La spada della fenice
- La rocca scarlatta
- La Torre dell’Elefante
- Colosso nero
- L’ombra ghermisce
- Il pozzo dei neri
- Nella casa di notte