Quattro anni dopo
«Sua Signoria è a casa, milady.»
Per molte mogli una simile affermazione non sarebbe stata degna di nota, ma non per lady Grayson; l’aveva udita così raramente da non riuscire a ricordare l’ultima volta che il suo maggiordomo l’aveva pronunciata.
Restò per un attimo ferma nell’ingresso, togliendosi i guanti prima di consegnarli a un valletto in attesa, prendendosi qualche altro momento per ritrovare il controllo di sé e accertarsi che i balzi del suo cuore impazzito non fossero visibili dall’esterno.
Grayson era tornato.
Isabel non poté fare a meno di chiedersi perché. Aveva respinto ogni sua missiva, e non le aveva mai scritto. Avendo visto la lettera della vedova, lei sapeva bene che cosa lo aveva fatto crollare, il giorno in cui aveva abbandonato Londra. Poteva immaginare il suo dolore, sapendo quanto era entusiasta e orgoglioso all’idea di diventare padre. Avrebbe voluto che Gray le permettesse di confortarlo un po’ più a lungo di quell’unica ora, ma lui si era allontanato da lei, e gli anni erano passati.
Si lisciò la gonna di mussola e si portò istintivamente una mano ai capelli raccolti, poi si bloccò mormorando una maledizione. Quello era Gray: non gli sarebbe importato nulla del suo aspetto. «Nello studio?»
«Sì, milady.»
Come quel giorno.
Lei annuì e drizzò le spalle per darsi coraggio. Era pronta, almeno per quanto poteva esserlo. Salì le scale ed entrò nella prima stanza a destra. Nonostante tutti i suoi preparativi fisici e mentali, la vista del marito la colpì come un pugno. Era in piedi, di spalle, e la sua figura stagliata contro la finestra appariva più alta e decisamente più robusta. La schiena possente si affusolava in vita, e il fondoschiena splendidamente arrotondato era sorretto da lunghe gambe muscolose. Incorniciato dalle tende di velluto verde scuro, il suo fisico perfetto le tolse il respiro.
Ma l’atmosfera cupa e opprimente che lo circondava era lontana dalla spensieratezza che lei aveva sempre associato alla sua immagine. Si costrinse a prendere un altro respiro profondo prima di parlare.
Come se avesse sentito la sua presenza, Gray si girò senza darle il tempo di pronunciare una parola. Le si serrò la gola. Quello non era affatto l’uomo che aveva sposato.
Si guardarono, rimanendo entrambi immobili. Erano passati solo pochi anni, eppure sembravano una vita intera. Grayson non appariva più un ragazzo, nemmeno a voler fare uno sforzo di immaginazione. Il suo volto aveva perso ogni pur debole residuo di gioventù, e il tempo aveva lasciato il segno nelle rughe di espressione che gli circondavano la bocca e gli occhi. Non rughe di contentezza, a quanto pareva. Rughe provocate dal cipiglio, dal dolore. L’azzurro brillante delle sue iridi, che aveva fatto innamorare molte donne, era adesso di una tonalità più profonda, più scura. Quegli occhi non sorridevano più, e sembravano aver visto molte più cose di quanto fosse possibile in soli quattro anni.
Isabel si portò una mano al corsetto, cercando di controllare il rapido sollevarsi e abbassarsi del proprio petto.
Gray prima era bello. Ora non c’erano parole per descriverlo. Isabel cercò di controllare il respiro e combatté contro un improvviso, disperato attacco di panico. In passato sapeva benissimo come gestire il ragazzo che aveva sposato, ma questo… questo uomo non era addomesticabile. Se lo avesse incontrato ora per la prima volta, se ne sarebbe tenuta ben alla larga.
«Salve, Isabel.»
Anche la sua voce era cambiata. Era più profonda adesso, un po’ roca.
Lei non aveva idea di cosa dirgli.
«Non sei cambiata per niente» mormorò lui avvicinandosi. La sfrontatezza del suo portamento di un tempo era scomparsa, sostituita da quella sicurezza che si acquisisce dopo aver attraversato l’inferno ed esserne usciti.
Inspirando profondamente, Isabel venne sopraffatta da un profumo familiare. Un po’ più speziato, forse, ma sapeva comunque di Gray. Guardando il suo volto impassibile, non poté fare altro che scrollare le spalle.
«Avrei dovuto scrivere» disse lui.
«Sì, avresti dovuto» concordò Isabel. «Non solo per avvertirmi della tua intenzione di venire a trovarmi, ma prima, se non altro per dirmi che stavi bene. Ero preoccupata per te, Gray.»
Lui le indicò con la mano una sedia e lei vi si lasciò cadere con gratitudine. Mentre si accomodava sul divano di fronte a lei, Isabel notò il suo abbigliamento bizzarro. Benché indossasse un completo formale, con giacca e panciotto, si trattava di indumenti semplici, di materiali comuni. Qualunque cosa avesse fatto negli ultimi anni, a quanto pareva non comportava la necessità di seguire l’ultima moda.
«Mi scuso per averti fatto preoccupare.» Un angolo della bocca si sollevò verso l’alto in una debole imitazione del suo vecchio sorriso. «Ma non potevo dirti che stavo bene, quando era ben lontano dal vero. Non sopportavo le lettere, Pel. Non perché erano tue. Per anni ho evitato anche la sola vista della corrispondenza. Ma ora…» Fece una pausa e serrò la mascella, con apparente determinazione. «Non sono in visita.»
«Davvero?» Isabel sussultò. Il loro antico cameratismo era svanito. Invece di sentirsi a suo agio con lui, come accadeva un tempo, ora la sua presenza la rendeva decisamente nervosa.
«Sono venuto a vivere qui. Se riuscirò a ricordare come si fa.»
«Gray…»
Lui scosse la testa, facendo ondeggiare leggermente i capelli, appena più lunghi di quanto richiedesse la moda. «Non compatirmi, Isabel. Non lo merito. Anzi, non lo desidero.»
«Che cosa vuoi allora?»
Lui incrociò direttamente il suo sguardo. «Voglio un sacco di cose, ma soprattutto voglio compagnia. E voglio esserne degno.»
«Degno?» Isabel si accigliò.
«Ero un amico orribile, come la maggior parte delle persone egoiste.»
Isabel si fissò le mani e notò la fede d’oro, simbolo del suo impegno per la vita con un vero e proprio estraneo. «Dove sei stato, Gray?»
«A fare il punto della situazione.»
Così non aveva intenzione di dirglielo. «Molto bene, dunque. Che cosa vuoi da me?» Sollevò il mento. «Come posso esserti d’aiuto?»
«In primo luogo, ho bisogno di essere presentabile.» Gray fece un gesto vago con la mano, indicando se stesso. «Inoltre dovrò informarmi sugli ultimi on dit. Ho letto i giornali, ma noi due sappiamo bene che raramente il pettegolezzo è la verità. E soprattutto, avrò bisogno della tua assistenza.»
«Non sono certa di poterti essere molto d’aiuto, Gray» gli rispose con onestà Isabel.
«Me ne rendo conto.» Gray si alzò e le andò vicino. «Le voci che circolano sono state ingenerose con te in mia assenza, ed è il motivo per cui sono tornato. Che razza di uomo sono, se non sono in grado di prendermi cura di mia moglie?» Si abbassò, rannicchiandosi accanto a lei. «Ti chiedo molto, Pel, lo so. Non è quello che avevi accettato di fare quando abbiamo stretto il nostro patto. Ma le cose sono cambiate.»
«Tu sei cambiato.»
«Dio, posso solo sperare che sia vero.»
Gray le prese le mani, e lei le sentì ruvide e callose contro la punta delle dita. Guardò in basso e vide la pelle scurita dal sole e arrossata dal lavoro. Quelle mani contrastavano con le sue, piccole e bianche, come la notte e il giorno.
Le diede una stretta delicata. Isabel sollevò lo sguardo e rimase nuovamente sbalordita dall’avvenenza dei suoi tratti.
«Non ti costringerò, Pel. Se vuoi continuare a vivere la tua vita come stai facendo, rispetterò la tua decisione.» Quel leggero accenno del sorriso che ricordava trasparì di nuovo. «Ma ti avverto, non mi farò scrupolo di supplicarti. Ti devo molto, e sono abbastanza determinato.»
Fu quel breve accenno del vecchio Gray a rassicurarla. Sì, il guscio esterno era cambiato, e forse era molto diverso anche all’interno, ma gli era rimasto qualcosa dell’ammaliatore impenitente che lei conosceva. Per il momento, era sufficiente.
Isabel sorrise, e il suo sollievo era tangibile. «Cancellerò i miei impegni per questa sera e metteremo a punto una strategia.»
Grayson scosse la testa. «Ho bisogno di organizzarmi e di familiarizzare con il fatto di essere di nuovo a casa. Divertiti questa sera. Ben presto sarò un fardello per te.»
«Ti andrebbe di prendere il tè insieme, tra un’ora o poco più?» Forse allora sarebbe riuscita a farsi raccontare qualcosa di ciò che aveva fatto mentre era via.
«Volentieri.»
Si mise in piedi, e lui si alzò a sua volta.
Cielo, se era alto! Lo era sempre stato? Non riusciva a ricordarselo. Cercando di nascondere la sorpresa, Isabel si voltò verso la porta, ma si accorse che lui le teneva ancora una mano.
Imbarazzato, Gray la lasciò andare con una scrollata di spalle. «Ci vediamo tra un’ora, Pel.»
Gerard attese che Isabel lasciasse la stanza prima di accasciarsi sul divano con un gemito. Da quando se n’era andato, l’insonnia lo aveva tormentato costantemente. Avendo bisogno dello sfinimento fisico per poter dormire, si era messo a lavorare i campi delle sue molte proprietà e in tal modo si era abituato a dolori muscolari e acciacchi. Ma non si era mai sentito così intorpidito come ora. Non si era reso conto di quanto fosse teso finché non era rimasto solo e la seducente fragranza floreale lasciata da sua moglie si era dissipata.
Isabel era sempre stata così bella? Non riusciva a ricordarselo. Certo, nei suoi pensieri aveva usato la parola “bella” per descriverla, ma la realtà era ben al di là delle parole. I suoi capelli erano più accesi, gli occhi più brillanti, la pelle più splendente di quanto lui ricordasse.
Negli ultimi anni l’aveva chiamata “mia moglie” centinaia di volte, quando pagava i suoi conti e si occupava di questioni che la riguardavano. Tuttavia, fino a oggi non aveva mai effettivamente associato l’appellativo con il volto e il corpo di Isabel Grayson.
Gerard si passò una mano tra i capelli,...