Applausi a scena vuota
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Applausi a scena vuota

  1. 180 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Applausi a scena vuota

Informazioni su questo libro

Il palcoscenico è deserto. Il grido echeggia da dietro le quinte. Il pubblico in sala a poco a poco si zittisce. Un uomo con gli occhiali, di bassa statura e di corporatura esile, piomba sul palco da una porta laterale. Signore e signori un bell'applauso per Dova'le G.! C'è qualcosa di strano nella serata. Tra le sedie c'è un intruso, trascinato fino a quella cittadina poco raccomandabile da una telefonata inattesa: è l'onorevole giudice Avishai Lazar, amico d'infanzia di Dova'le. Deve giudicare la vita intera di quello che, lo ricorda solo ora, era un ragazzino macilento e incredibilmente vivace, con l'abitudine stramba di camminare sulle mani. Dova'le sul palco si mette a nudo, e imprigiona la sala nella terribile tentazione di sbirciare nell'inferno di qualcun altro. Nella storia di un bambino che camminava a testa in giù e da quella posizione riusciva ad affrontare il mondo. Un ragazzino che al campeggio paramilitare viene raggiunto dalla notizia della morte di un genitore e deve partire per arrivare in tempo al funerale. Ma chi è morto? Nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo, o forse lui non ha compreso. Il giovane Dova'le ha un viaggio intero nel deserto per torturarsi con l'angoscia di un calcolo oscuro che gli avvelena la testa. Mio padre o mia madre? Ora eccolo, quel ragazzino, ancora impigliato nell'estremo tentativo di venire a capo di quella giornata lontana, ancora incapace di camminare dritto. Dal fondo del palcoscenico Dova'le scocca il suo sorriso più smagliante ed è pronto a consegnare al pubblico, all'onorevole giudice, tutto quello che ha: lo spettacolo della sua storia.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804648680
David Grossman

Applausi a scena vuota

Romanzo
Traduzione di Alessandra Shomroni
Mondadori
Buona sera, buona sera, buona seeeraaa Cesarea, tempio dello spettacolo!!!
Il palcoscenico è deserto. Il grido echeggia da dietro le quinte. Il pubblico in sala a poco a poco si zittisce, sorride in attesa. Un uomo con gli occhiali, di bassa statura e di corporatura esile, piomba sul palco da una porta laterale, come se vi fosse stato buttato, o scalciato dentro. Fa qualche passo, inciampa, è lì lì per cadere, ma frena la caduta appoggiando entrambe le mani al pavimento di legno. Poi, di colpo, solleva il sedere. Risatine fra il pubblico e applausi. Dalla hall entra altra gente, chiacchierando ad alta voce. Signore e signori, annuncia a labbra strette un uomo seduto alla console del controllo delle luci, un bell’applauso per Dova’le G.!
L’uomo sul palco, ancora curvo in una posizione scimmiesca e con i grandi occhiali di traverso sul naso, gira lentamente il viso verso la sala e l’osserva a lungo, senza battere ciglio.
Ah, borbotta, non siamo a Cesarea? Risate. Si raddrizza, adagio, e si ripulisce le mani dalla polvere. Il mio agente mi ha fregato ancora una volta? Gli spettatori sghignazzano, urlano, gridano. L’uomo li guarda sconcertato: Come?! Cos’avete detto? Tu, al tavolo sette, sì, sì, tu, complimenti per le labbra. La donna ridacchia, nascondendosi la bocca con la mano. L’uomo si dondola lentamente lungo il bordo del palcoscenico. Sii seria, tesoro, davvero hai detto Netanya?! Gli occhi gli si dilatano fino a riempire le lenti. Fammi capire, mi stai dicendo chiaramente e senza mezzi termini che mi trovo a Netanya, e per di più senza giubbotto antiproiettile? Incrocia le mani sull’inguine, con aria inorridita, e il pubblico ruggisce, divertito. Qua e là volano fischi. Entra ancora qualche coppia, seguita da un gruppo vociante di giovani, probabilmente soldati in libera uscita. La piccola sala si riempie. Conoscenti si salutano con la mano. Tre cameriere in pantaloncini corti e canottiere viola fosforescente escono dalla cucina e si disperdono fra i tavoli.
Ehi, labbroni, dice l’uomo alla donna del tavolo sette, sorridendo. Non ho ancora finito con te, facciamo due chiacchiere... No, è che mi sembri una ragazza seria, dai gusti originali. Se ho ben capito la tua acconciatura è opera... fammi indovinare, dell’architetto delle moschee sul Monte del Tempio e del reattore di Dimona? Risate del pubblico. E se non sbaglio, sento puzza di denaro... Ho ragione? Una riccastra della palta... pardon, dell’alta società? No? Davvero? Lo dico perché vedo tracce di botulino e di un seno ridotto ai minimi termini. Credimi, taglierei le dita al chirurgo.
La donna accosta le braccia al seno e si nasconde il viso con le mani, lasciandosi sfuggire un gridolino divertito. L’uomo parla attraversando veloce il palcoscenico, sfregandosi le mani ed esaminando i presenti. Porta stivaletti da cowboy col tacco alto, che scandiscono i suoi movimenti con un secco tamburellare. Spiegami soltanto, carina, grida senza guardare la donna, come mai una ragazza intelligente come te non sa che una notizia del genere va data con cautela, con criterio, con accortezza. Non si può buttare lì: “Sei a Netanya!”. Bum! Ma che ti prende? Una persona va preparata, soprattutto se è magra come me. L’uomo solleva rapidamente la maglietta sbiadita e gli spettatori hanno un sussulto. Non ho forse ragione? Gira il corpo nudo a destra e a sinistra, con un grande sorriso. Vedete? Pelle e ossa, ma più che altro cartilagine. Se fossi un cavallo mi avrebbero già abbattuto, no? Risatine imbarazzate. Vedi, tesoro, prosegue tornando alla donna del tavolo sette, te lo dico, così la prossima volta lo sai, una notizia del genere va data con prudenza, con un po’ di anestetico, di cloroformio, Dio santo. Prima si anestetizzano i lobi delle orecchie: “Congratulazioni, Dova’le, il più bello fra gli uomini, hai vinto, sei stato scelto per partecipare a uno speciale esperimento in una città della costa, una cosa breve, di un’oretta e mezzo o due. Il tempo massimo consentito a una persona normale di rimanere esposta alla gente di qui...”.
Il pubblico ride e l’uomo è sorpreso: Ma che ridete, deficienti? Parlo di voi! Gli spettatori ridono ancora di più. Un momento, fatemi capire, vi hanno già detto che siete solo il pubblico d’apertura, in attesa di fare entrare quello vero? Fischi, applausi, risate. Da qualche angolo della sala arrivano dei “buuu” prolungati e colpi sui tavoli ma la maggior parte della gente appare divertita. Due giovani entrano in sala, alti, esili, con i capelli biondi e sottili che rimbalzano simultaneamente sulla fronte. Un ragazzo e una ragazza, o forse due ragazzi, fasciati in tute nere lucide e con i caschi della moto sotto il braccio. L’uomo sul palco lancia loro un’occhiata e sulla fronte gli si inarca una ruga sottile.
Si muove senza sosta. Di tanto in tanto accompagna le parole con un rapido pugno in aria e lo scarto di un pugile che cerca di schivare l’avversario. Il pubblico ride, si diverte, e lui, schermandosi gli occhi con una mano, spia la sala ormai completamente immersa nel buio.
Cerca me.
Detto fra noi, fratelli, a questo punto dovrei mettermi una mano sul cuore e dirvi che vado pazzo per Netanya, giusto? Giusto, rispondono alcuni ragazzi. E che non sogno altro che stare con voi di giovedì sera in uno scantinato della vostra incantevole zona industriale, proprio sopra deliziosi depositi di radon, a sparare a raffica barzellette del cazzo, giusto? Giuuusto! gli risponde il pubblico a gran voce. E invece sbagliato, proclama l’uomo sfregandosi le mani con gioia. Sono tutte cazzate. A dirvela tutta, io non sopporto la vostra città. Mi spaventa a morte, Netanya. Ogni tre persone che incontro per strada una mi sembra un criminale, l’altra un testimone di giustizia e la terza il cadavere in un sacco di plastica nero nel bagagliaio dell’auto del primo. E, credetemi, se non dovessi pagare gli alimenti a tre fantastiche mogli per... uno due tre quattro cinque, cinque figli, dice sollevando la mano con le dita aperte, non me ne starei qui. Ve lo giuro. Davanti a voi vedete il primo uomo nella storia che ha sofferto di depressione post parto. Per ben cinque volte. Anzi, quattro, visto che una volta erano gemelli. Anzi no, cinque, se contiamo anche la depressione post parto dopo la mia, di nascita. Comunque qualcosa di buono è saltato fuori da tutto ’sto casino, cara Netanya, la città più eccitante di Israele, perché se non fosse per i miei vampiri con i denti da latte, col cazzo che me ne starei qui stasera per i settecentocinquanta shekel che Yoav mi paga in nero, senza fattura e senza neanche una buona parola. Quindi, fratelli carissimi, forza, festeggiamo, scateniamoci, applausi a Netanya la regina!!!
Gli spettatori battono le mani, un po’ disorientati dal cambio di rotta di Dova’le ma spronati dalla sua esortazione affettuosa e dal dolce sorriso che gli illumina improvvisamente il volto, trasformandolo. L’espressione tormentata, amara e sarcastica si è dissolta e, come in un flash, è comparso un viso da intellettuale, gradevole e delicato, quasi fragile, che non può avere niente a che fare con tutto quello che l’uomo ha berciato finora.
E lui, senza dubbio, gode dello sconcerto. Compie un giro su se stesso, lentamente, ruotando su una gamba a mo’ di compasso, e quando completa il giro la sua espressione torna a essere torva e amara.
Eccovi un annuncio ufficiale, gente di Netanya, non crederete alla vostra fortuna. Oggi, venti agosto, guarda caso è anche il mio compleanno. Grazie, grazie di cuore. Dova’le china umilmente il capo. Sì, oggi, esattamente cinquantasette anni fa, il mondo diventava un posto un po’ peggiore. Grazie, cari. Attraversa il palco ancheggiando e facendosi aria con un ventaglio immaginario. È bello da parte vostra, no, davvero, non dovevate, avete esagerato, lasciate pure gli assegni nella cassetta all’uscita, le banconote me le potete appiccicare al petto e se avete un buono per una notte di sesso gratuito presentatevi immediatamente qui e consegnatemelo di persona...
Qua e là qualcuno alza il bicchiere in un brindisi. Altre coppie entrano, facendo un gran baccano. Gli uomini battono le mani mentre camminano, prendono posto ai tavoli vicini a quello che un tempo era il bancone di un bar e sventolano le mani in un saluto mentre le donne chiamano Dova’le per nome. Lui, strizzando gli occhi, risponde con un esitante saluto da miope. Si gira più volte verso il mio tavolo, in fondo alla sala. Dal momento in cui è salito sul palco cerca i miei occhi. E io non riesco a guardarlo in faccia. Non mi fa bene l’aria che c’è qui. Non mi fa bene. Non mi fa bene l’aria che respira lui.
Chi ha compiuto cinquantasette anni alzi la mano, riprende Dova’le. Qualche mano si alza. Lui le scruta, annuisce con stupore: Che culo! Complimenti per la longevità, Netanya! Non è facile arrivare a un’età così avanzata da queste parti! Yoav, punta un riflettore sul pubblico, vediamo un po’... Ho detto cinquantasette, signora, non settantacinque... Un momento ragazzi, uno alla volta, c’è abbastanza Dova’le per tutti. Sì, tavolo quattro, cos’hai detto? Anche tu compi cinquantasette anni? Cinquantotto? Addirittura! Incredibile! Gagliardo! Anticipi i tempi! E quando, hai detto? Domani? Auguri. Come ti chiami? Come? Ripetilo... Yor... Yorai? Stai scherzando, vero? È il tuo nome o quello di una specie animale sconosciuta? Oddio, fratello, diciamocela tutta. I tuoi genitori te l’hanno fatta grossa a darti un nome tanto strano. L’uomo ride di gusto mentre sua moglie, una donna dalla corporatura robusta, gli si appoggia contro accarezzandogli la testa calva.
E quella lì accanto a te, fratello, quella lì che marca il territorio, è la signora Yorai? Ti sono vicino, fratello, condoglianze... probabilmente speravi che “Yorai” fosse l’ultimo colpo che ti ha inferto il destino, no? Avevi solo tre anni quando ti sei reso conto di cosa ti avevano combinato i tuoi genitori... Dova’le cammina lentamente sul palco, fingendo di suonare un invisibile violino. Te ne stavi solo soletto in un angolo dell’asilo, a rosicchiare la cipollina che la mamma ti aveva messo nel cestino mentre guardavi i bambini che giocavano, e ti sei detto: “Coraggio, Yorai, un fulmine non colpisce mai due volte...”, e invece, sorpresa! Sì che colpisce due volte! Buona sera, signora Yorai! Di’ un po’, dolcezza, ti va di raccontarci così, tra amici, che sorpresa birichina hai preparato al maritino nel giorno della sua festa? No, perché guardandoti so benissimo cosa ti passa per la mente: “Visto che è il tuo compleanno, Yoraino, questa sera te la do, ma non azzardarti a ritentare quello che hai fatto il dieci luglio del 1986!”. Il pubblico sghignazza e anche la donna ride, facendo sobbalzare le pieghe del viso. Ora dimmi, Yoraina – Dova’le abbassa la voce in un sussurro –, detto fra noi, pensi davvero che tutte quelle catenine e collane possano nascondere i doppi menti? No, sul serio, ti sembra giusto che in tempi come questi, in cui si tira la cinghia e un sacco di giovani devono accontentarsi di un unico mento – l’uomo si liscia il proprio, sfuggente, quasi inesistente, che a tratti lo fa assomigliare a un roditore spaventato –, tu, bella bella, te ne concedi due? No, un momento, tre! Signora mia! Solo con la pelle del tuo collo si potrebbe produrre una fila di tende per gli indignados di Tel Aviv!
Qualche risata fra il pubblico. La signora sorride a denti stretti.
E, a proposito, Netanya, visto che siamo arrivati a parlare delle mie teorie economiche, vorrei sottolineare subito, onde evitare dubbi, che sono a favore di una riforma globale del mercato finanziario! Dova’le fa una pausa, respira, si posa le mani sui fianchi e sogghigna: Sono un genio, sul serio, mi escono di bocca parole che nemmeno capisco! Sentite bene, è da almeno dieci minuti che sono convinto che le tasse vadano calcolate solo ed esclusivamente in base al peso di un individuo. Non un grammo di più! Un’imposta sulla ciccia! Mi lancia un’altra occhiata, stupita, quasi spaventata. Cerca in me il ragazzino magro di un tempo. Cosa ci sarebbe di più giusto, ditemi? Di più imparziale al mondo? Ancora una volta solleva la maglietta fin quasi al mento, arrotolandola in modo seducente e rivelando ai nostri occhi una pancia scavata, attraversata da una cicatrice, un torace stretto e costole orrendamente sporgenti su cui è tesa una pelle secca e ulcerata. Si potrebbe calcolare questa tassa in base al numero dei menti, come ho detto, o si potrebbero applicare scaglioni di imposta. Ancora non abbassa la maglietta. Gli spettatori lo fissano disgustati, qualcuno distoglie lo sguardo e risuonano deboli fischi. Dova’le osserva le reazioni con entusiasmo palese, vorace. Esigo una tassazione progressiva sulla ciccia! Con aliquote fissate in base ai rotolini di grasso sulla pancia, sui fianchi, sul culo, alla percentuale di cellulite, di tette flosce per gli uomini e di carne flaccida alle braccia per le donne! E la cosa fantastica è che non c’è modo di imbrogliare o di sgarrare! Sei ingrassato? Paga! Finalmente lascia ricadere la maglietta. Francamente non capisco l’idea di tassare chi guadagna soldi. E che c’entra?! Ascoltami bene, pubblico di Netanya. Lo Stato deve far pagare le tasse solo a chi desta ragionevole sospetto di stare bene e di spassarsela in base ai seguenti criteri: a chi sorride fra sé e sé, è cicciottello, sano, ottimista, scopa di notte e fischietta di giorno. Ecco, bisogna far pagare le tasse solo a questi cazzoni. Spellarli vivi e senza pietà!
La maggior parte del pubblico applaude in segno di approvazione ma i più giovani in sala, una minoranza, increspano le labbra, come bertucce, e urlano “buuu”. Dova’le si asciuga il sudore dalla fronte e dalle guance con un enorme fazzoletto rosso, da clown. Lascia che le due fazioni si insultino ancora un po’, per il divertimento di entrambe. Nel frattempo riprende fiato, si scherma gli occhi con la mano e torna a cercare i miei: “Guarda cosa ci ha combinato il tempo” sembra volermi dire. “Eccomi qui davanti a te, non avere pietà.”
Subito, però, distoglie lo sguardo, alza una mano, zittisce il pubblico: Cosa? Non ho sentito... Parla più forte, tavolo nove. Sì. Ma prima spiegami come fai, perché proprio non riesco a capirlo... Come cosa? Quella cosa lì delle sopracciglia! No, dai, dimmelo, te le cuci l’una con l’altra? È una cosa che vi insegnano a fare da piccoli? Parla, tavolo nove, parla pure, pago io la chiamata. Cos’hai detto? No, non è uno scherzo, Gargamella. È davvero il mio compleanno. Proprio adesso, più o meno a quest’ora, nel vecchio ospedale Hadassah di Gerusalemme, mia madre, Sara Greenstein, mi partoriva! Incredibile, vero? Una donna che, a suo dire, voleva solo il mio bene. Pensate a quanti telefilm polizieschi ci sono, indagini, arresti, processi per omicidio. Però non ho mai sentito parlare di un processo per nascita. Né per nascita preterintenzionale, né per nascita dolosa né per nascita colposa! E non dimentichiamo che, in questo caso, la vittima è un minorenne! Dova’le spalanca la bocca e si fa aria con le mani, come se stesse soffocando: C’è un giudice in sala?! C’è un avvocato?!
Io mi faccio piccolo. Non lascio che il suo sguardo mi catturi. Per fortuna tre coppie di giovani sedute poco lontano da me sventolano le mani. A quanto pare sono studenti di giurisprudenza. Fuori! grida lui con voce tonante, agitando braccia e piedi, scalciando. La folla li bersaglia di fischi. L’angelo della morte, riprende Dova’le ridendo senza fiato, va da un avvocato e gli dice di essere venuto a portarlo via. L’avvocato piange, strepita: Ho solo quarant’anni! Non a giudicare dal numero delle ore che addebiti ai tuoi clienti, risponde l’angelo.
Un pugno veloce, una piroetta. Gli studenti ridono più degli altri.
Ora, a pr...

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