Appena Grant Morgan la vide, si rese conto che quella donna così bella non sarebbe mai stata la moglie di nessuno.
Seguì il barcaiolo attraverso le dense volute della nebbia che gli accarezzavano la pelle, mentre piccole gocce di condensa umida scintillavano sulla lana del suo cappotto. Teneva le mani sprofondate nelle tasche, mentre il suo sguardo percorreva senza sosta la scena intorno a lui. Il fiume aveva un aspetto oleoso alla luce fioca delle lampade appese ai grandi blocchi di granito che ne fiancheggiavano la riva. Due o tre barche traghettavano i passeggeri da una sponda all’altra del Tamigi, sobbalzando sull’acqua come navi giocattolo. Ondate d’acqua gelida sciabordavano contro i gradini di pietra della banchina. Una pungente brezza marzolina tormentava il viso e le orecchie di Grant, insinuandosi continuamente sotto il bordo della sua cravatta. Trattenne un brivido mentre fissava il fiume scuro: era impossibile sopravvivere più di una ventina di minuti nel gelo di quelle acque.
«Dov’è il corpo?» La sua fronte si accigliò in un moto di impazienza. Allungò la mano in fondo alla tasca del cappotto e tastò l’orologio al suo interno. «Non ho tutta la notte.»
Mentre si voltava a osservare l’uomo dietro di lui, il barcaiolo inciampò. La nebbia li circondava con il suo alone giallognolo, costringendolo a strizzare gli occhi. «Voi siete Morgan, vero? Il signor Morgan in persona… Non ci crederà nessuno, quando lo racconterò. Non pensavo che quelli come voi si occupassero del lavoro sporco.»
«Purtroppo sì, invece» mormorò Grant.
«Da questa parte, signore, e fate attenzione ai gradini. Le scale sono molto scivolose, specie in una notte umida come questa.»
Irrigidendo la mascella, Grant scese verso la piccola forma inzuppata d’acqua che era stata deposta sugli ultimi gradini. Vedeva molti cadaveri con il suo lavoro di investigatore, ma i morti per annegamento erano tra i più sgradevoli. Il corpo era stato lasciato a faccia in giù, ma si trattava chiaramente di una donna. Giaceva scomposta, come una bambola di pezza gettata via da una bimba, le gonne fradicie ammucchiate intorno alle gambe.
Accucciandosi accanto a lei, Grant le afferrò una spalla con la mano guantata e fece per girarla. Si ritrasse di colpo, stupefatto, quando la donna iniziò a tossire violentemente e a vomitare acqua in preda agli spasmi.
Il barcaiolo alle sue spalle si lasciò sfuggire un grido di paura, poi si avvicinò. «Credevo fosse morta» disse incredulo. «Era stecchita, lo giuro.»
«Idiota» borbottò Grant. Per quanto tempo quella povera donna era rimasta esposta al vento gelido, mentre il barcaiolo aveva mandato a chiamare un agente di Bow Street? Avrebbe avuto molte più possibilità di sopravvivere, se le fosse stato prestato soccorso immediatamente. In quello stato di cose, era difficile che ce la facesse. Grant la girò sulla schiena e le sollevò la testa, appoggiandosela sul ginocchio. I suoi lunghi capelli gli inzupparono i pantaloni. Aveva un colorito cereo nella luce fioca e un brutto bernoccolo su un lato della testa. Nonostante tutto, riuscì a distinguere i suoi lineamenti delicati: la conosceva.
«Mio Dio» sussurrò. Per lui era doveroso non lasciarsi mai sorprendere da nulla… ma trovare Vivien Rose Duvall lì, in quelle condizioni… era inconcepibile.
Aveva gli occhi socchiusi, appannati dalla consapevolezza della morte imminente. Ma Vivien non era tipo da andarsene senza lottare. Emise un lamento e sollevò un braccio, sfiorando con la mano il cappotto di Grant in un debole tentativo di salvarsi. Rianimandosi, l’investigatore la prese tra le braccia e la sollevò. Era di corporatura minuta, ma le gonne inzuppate quasi raddoppiavano il suo peso. Grant la strinse al petto, emettendo un mormorio di disappunto quando anche i suoi vestiti si impregnarono d’acqua gelata.
«La portate in Bow Street, signor Morgan?» chiese il barcaiolo, affrettandosi a seguirlo su per le scale. «Credo che dovrei venire con voi e lasciare il mio nome a Sir Ross. Ho fatto un favore a qualcuno, trovando la signora prima che tirasse le cuoia, non è vero? Non che pretenda un ringraziamento, ovvio… mi basta sapere di aver fatto la cosa giusta… ma potrebbe esserci una ricompensa, vero?»
«Cercate il dottor Jacob Linley» gli ordinò Grant in tono brusco, interrompendo le speranzose fantasticherie dell’uomo. «Di solito a quest’ora si trova al caffè di Tom. Ditegli di venire alla mia residenza di King Street.»
«Non posso» protestò il barcaiolo. «Devo lavorare, sapete… Potrei ancora guadagnare anche cinque scellini, stasera.»
«Sarete pagato quando porterete Linley in King Street.»
«Ma se non lo trovo?»
«Portatelo lì entro mezz’ora» tagliò corto Grant «o vi farò confiscare la barca e vi spedirò in prigione per tre giorni. Questa vi sembra una motivazione sufficiente?
«Pensavo che foste un grand’uomo,» rispose il barcaiolo in tono cupo «prima di conoscervi. Non siete affatto come vi descrivono sui giornali. E io che ho passato ore e ore nelle taverne a sentir leggere ad alta voce i resoconti delle vostre imprese…» Si allontanò, sprigionando disapprovazione da ogni centimetro del suo corpo tozzo.
Le labbra di Grant si incurvarono in un sorriso amaro. Sapeva bene in che modo le sue avventure venivano descritte dai giornali. Redattori e scrittori le esageravano al punto da farlo apparire quasi sovrumano. La gente lo considerava una leggenda, non un uomo normale con i suoi difetti.
Aveva fatto del suo lavoro di poliziotto un mestiere molto redditizio, guadagnando una fortuna con il recupero dei beni sottratti alle banche. Si era occupato anche di casi di altro genere: aveva ritrovato un’ereditiera rapita, fatto da guardia del corpo a un monarca in visita, catturato assassini; tuttavia i suoi clienti preferiti restavano le banche. Ogni caso risolto gli aveva garantito una maggiore popolarità, finché non era diventato uno dei principali argomenti di conversazione nei bar e nelle taverne londinesi.
Lo divertiva il fatto che gli aristocratici gli avessero schiuso le porte del loro mondo dorato, reclamando la sua presenza in occasione di eventi mondani. Si diceva che il successo di un ballo era assicurato se, in calce all’invito, la padrona di casa poteva aggiungere: “Con la partecipazione del signor Morgan”. Eppure, a dispetto dell’apparente popolarità di cui godeva presso i nobili, Grant non era certo uno di loro. Era più una figura di intrattenimento che un membro riconosciuto delle alte sfere. Le donne erano eccitate dalla presenza di una figura potenzialmente pericolosa, mentre gli uomini cercavano la sua amicizia per apparire a loro volta più coraggiosi e mondani. Grant sapeva bene che non sarebbe mai stato accettato da loro, se non a un livello estremamente superficiale, e che non avrebbe mai goduto della loro fiducia. Conosceva troppi dei loro disdicevoli segreti, i loro punti deboli, le loro paure e i loro desideri.
Un mulinello di aria gelata lo investì, facendo gemere e tremare la donna che portava tra le braccia. Stringendo maggiormente a sé il suo recalcitrante fardello, Grant lasciò la banchina e attraversò una strada acciottolata, sporca di fango e letame. Attraversò a grandi passi un piccolo cortile ingombro di barili d’acqua stagnante, di una lurida porcilaia e di un carro dalle ruote rotte. Covent Garden era pieno di cortili come quello, da cui si dipanava una serie intricata di catapecchie buie e ammassate le une sulle altre. Qualsiasi gentiluomo in possesso delle sue facoltà mentali avrebbe avuto il terrore all’idea di avventurarsi in quella zona della città, infestata di covi di ladri, prostitute, malfattori e criminali pronti a uccidere per pochi spiccioli. Ma Grant non era certo un gentiluomo e i bassifondi londinesi non lo spaventavano affatto.
La testa della donna era appoggiata alla sua spalla e il suo respiro gli arrivava come un soffio freddo sul mento. «Be’, Vivien,» mormorò Grant «c’è stato un tempo in cui ho desiderato tenerti fra le braccia… ma non era esattamente questo che avevo in mente.»
Assurdo che stesse trasportando la donna più desiderabile di Londra attraverso le case diroccate e le stalle all’aperto di Covent Garden. Tagliagole e mendicanti sollevavano lo sguardo con curiosità al suo passaggio, mentre le prostitute emergevano dall’ombra. «Ehi, bello,» gli gridò una donna scheletrica dalle guance incavate «ho una bella ciotola di crema dolce per te!
«Magari un’altra volta» rispose Grant in tono sarcastico, senza neanche voltarsi.
Attraversò l’angolo nordoccidentale della piazza e raggiunse King Street, dove gli edifici in declino cedettero rapidamente il posto a una fila ordinata di linde casette, sale da tè e anche un paio di editori. Era una strada ricca ed elegante, abitata da esponenti del bel mondo. Grant aveva comprato lì una lussuosa casa a tre piani, molto luminosa. Il frenetico quartier generale in Bow Street era a pochi passi, ma sembrava distante anni luce da quel luogo lindo e sereno.
Grant salì rapidamente le scale di casa sua e sferrò un calcio rumoroso alla grande porta di mogano. Non ci fu risposta, così fece un passo indietro e la colpì con un altro calcio. All’improvviso, la porta si spalancò e apparve la governante, protestando indignata per il trattamento riservato alla pannellatura in legno lucido.
La signora Buttons era una cinquantenne dal viso gradevole, di buon cuore, ma dalle maniere estremamente formali, dotata di un carattere deciso e animata da intransigenti convinzioni religiose. Non era un segreto che disapprovasse la professione di Grant, inorridita dalla violenza e dalla corruzione con cui aveva a che fare quotidianamente. Tuttavia, riceveva instancabilmente il nutrito assortimento di visitatori in arrivo dai bassifondi, trattandoli con cortesia e discrezione.
Come tutti gli altri poliziotti al comando di Sir Ross Cannon, i cosiddetti Bow Street Runners, Grant era talmente immerso in quel mondo oscuro, da chiedersi quale fosse la reale differenza tra lui e i criminali a cui dava la caccia. Una volta la signora Buttons gli aveva manifestato le proprie speranze di vederlo entrare nella luce della verità cristiana. «Non c’è più speranza di salvezza per me» le aveva risposto Grant con un sorriso. «Fareste meglio a indirizzare le vostre speranze verso uno scopo raggiungibile, signora Buttons.»
Alla vista del fardello sgocciolante fra le braccia del suo datore di lavoro, il viso solitamente impassibile della governante assunse un’espressione di totale sbalordimento. «Mio Dio!» esclamò. «Che cosa è successo?»
I muscoli di Grant cominciavano a risentire di quel peso inerte. «È quasi affogata» tagliò corto lui, oltrepassando la governante e puntando verso le scale. «La porto nella mia stanza.»
«Ma come? Chi…?» domandò la signora Buttons senza fiato, con uno sforzo evidente per ricomporsi. «Non bisognerebbe portarla in ospedale?»
«È una mia conoscente» rispose Grant. «Voglio che la veda un medico privato. Sa Iddio cosa le farebbero in ospedale.»
«Una conoscente» ripeté la governante, affrettandosi per tenere il passo. Moriva dalla voglia di saperne di più, ovviamente, ma non si sarebbe mai permessa di fare domande.
«Una signora della notte, per la verità» aggiunse Grant in tono asciutto.
«Una signora della… e voi l’avete portata qui!» La sua voce trasudava indignazione. «Signore, ancora una volta avete superato voi stesso.»
Un rapido sorriso si affacciò sul viso di Grant. «Grazie.»
«Non era un complimento» lo informò la governante. «Signor Morgan, non sarebbe meglio far preparare una delle stanze per gli ospiti?»
«Starà in camera mia» ribatté Grant, con un tono che metteva fine alla questione.
Accigliata, la signora Buttons ordinò a una cameriera di asciugare le pozze d’acqua che Grant aveva lasciato sul marmo dell’atrio.
La casa, con le finestre alte, i mobili raffinati e i tappeti lavorati a mano, era il genere di abitazione in cui un tempo Grant non si sarebbe mai sognato di poter vivere. Era un luogo ben diverso dall’appartamento affollato in cui abitava da bambino, tre stanze per gli otto figli di un modesto libraio e di sua moglie. O alla successiva sfilza di orfanotrofi e ricoveri di mendicità, quando suo padre era finito in prigione per debiti e la famiglia si era sgretolata.
Grant si era ritrovato a vivere per strada, finché un pescivendolo di Covent Garden, impietosito, gli aveva offerto un lavoro stabile e un pagliericcio su cui dormire la notte. Rannicchiato in cerca di calore accanto alla stufa della cucina, Grant aveva sognato qualcosa di meglio, qualcosa di diverso, anche se i suoi sogni avevano assunto una forma precisa solo il giorno dell’incontro con un agente di Bow Street.
Questi, di ronda sulla piazza del mercato, aveva catturato un uomo dopo il furto di un pesce. Grant era rimasto a fissare rapito il poliziotto con il suo bel panciotto rosso, armato di coltello e pistole. Gli era sembrato più grande, più bello, più forte degli uomini normali e, d’un tratto, aveva capito che l’unica possibilità di sfuggire alla vita a cui sembrava destinato era diventare come lui. Si era arruolato nella pattuglia appiedata all’età di diciotto anni, era stato promosso a far parte della pattuglia diurna nel giro di un anno e pochi mesi dopo era stato scelto da Sir Ross Cannon per completare la sua squadra d’élite, composta da una mezza dozzina circa di agenti scelti.
Per dimostrare il suo valore, Grant si era gettato nel lavoro con zelo inarrestabile, facendo di ogni caso una questione personale. Faceva di tutto per catturare un colpevole. Una volta, per arrestare un assassino, aveva attraversato la Manica fino in Francia. Con il susseguirsi delle sue imprese, Grant aveva iniziato a chiedere somme ingenti per incarichi privati, col risultato di essere sempre più richiesto.
Su consiglio di un ricco cliente che gli doveva un favore, aveva investito in compagnie tessili e di trasporti, acquistato una partecipazione in un hotel e comprato diverse proprietà di grande valore nella zona ovest di Londra. Con fortuna e determinazione, era arrivato così in alto che, a trent’anni, avrebbe potuto tranquillamente andare in pensione con un patrimonio notevole. Ma non riusciva proprio a dimettersi dal corpo di Bow Street. Il brivido della caccia, il fascino del pericolo erano per lui bisogni viscerali, apparentemente insaziabili. Non aveva mai indagato le ragioni che gli impedivano di mettere radici e condurre una vita normale, ma certamente non erano segno di buon carattere.
Giunto in camera sua, Grant depose Vivien sul grande letto di mogano che, come molti dei suoi mobili, era stato realizzato su misura per adattarsi alla sua taglia fuori del comune. Per un uomo alto e possente come lui, la parte superiore delle porte e le travi dei soffitti rappresentavano spesso un pericolo incombente.
«Il copriletto!» esclamò la signora Buttons mentre i vestiti di Vivien impregnavano d’acqua la pesante stoffa di velluto con ricami in oro e fili di seta blu. «Si rovinerà irrimediabilmente.»
«Ne comprerò un altro» rispose Grant massaggiandosi le braccia indolenzite e togliendosi il cappotto bagnato. Lasciò cadere a terra l’indumento e si chinò sulla sagoma immobile di Vivien. Deciso a levarle di dosso gli abiti il più in fretta possibile, provò ad allentarle il vestito sul davanti. I bottoni e i ganci che lo chiudevano rimasero ostinatamente chiusi, come trincerati nella stoffa di lana bagnata.
Borbottando per via del danno al copriletto, la signora Buttons cercò di aiutarlo nell’impresa, poi si ritrasse con un sospiro rassegnato. «Bisognerà tagliarli. Prendo le forbici?»
Grant scosse la testa e allungò la mano verso lo stivale destro. Con un gesto fluido, generato da una lunga abitudine, estrasse un coltello dal manico d’avorio e dalla lunga lama affilata.
A bocca aperta, la governante lo guardò tagliare la pesante stoffa di lana dell’abito come se fosse stata burro. «Santo cielo!» esclamò sgomenta.
Grant era concentrato sul suo lavoro. «Nessuno sa usare un coltello come un ex pescivendolo di Covent Garden» osservò Grant in tono asciutto, aprendo i lembi tagliati del vestito della donna e rivelando diversi capi di biancheria immacolata. La camicia di Vivien era bagnata e le aderiva alla pelle candida, lasciando trasparire le punte rosate dei capezzoli. Benché Grant avesse visto innumerevoli corpi femminili, qualcosa nelle forme discinte di Vivien lo indusse a esitare. Lottò con l’ingiustificata sensazione di violare qualcosa di delicato e verginale. Un pensiero ridicolo, considerato che Vivien Duvall era una prostituta navigata.
«Signor Morgan,» disse la governante, giocherellando con il bordo del suo grembiule bianco «posso chiedere a una delle cameriere di aiutarmi a svestire la signorina…»
«D...