
- 266 pagine
- Italian
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Nel corpo di Napoli
Informazioni su questo libro
Una serie di personaggi ossessionati dall'amore e dalla giovinezza che sta finendo, vivono le loro storie in una Napoli, città-mondo, metropoli favolosa e abnorme, una sorta di universo rovesciato dove tutto accade all'insegna dell'eccesso e del disordine. Un romanzo sconcertante con il quale l'autore è arrivato ad essere selezionato come finalista al premio Strega 1999.
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Informazioni
Print ISBN
9788804473749eBook ISBN
9788852058035Nel corpo di Napoli
Oisive jeunesse
à tout asservie
par délicatesse
j’ai perdu ma vie
RIMBAUD
Eravamo arrivati a una questione secondo noi fondamentale, e ci stavamo chiedendo se la verità faceva bene alla vita o se invece la vita era fondata sulla menzogna, quando la porta della stanza di Landrò si aprì sbattendo sul muro, e entrò un uomo basso e rotondo, con i capelli bianchi e un elegante vestito blu. Landrò aveva appena finito di sostenere che nel crollo di tutto il vecchio mondo la verità dei filosofi contemporanei “esprimeva solo la loro miseria”, quando l’ometto con voce stridula lo interruppe.
«Sì, sì... lui vuole sapere “la verità”... ’A verità? ’E ppatane so’ bbone cotte, è vero o no? Le patate sono buone cotte, chesta è ’a verità! Tieni quasi trent’anni e non ti sei laureato, chesta è ’a verità!»
Landrò ammutolì, e sembrò fisicamente ritrarsi, come faceva davanti ai piatti che non gli piacevano.
«È vero o no? Mo’ è pure domenica, e a messa non ci sei andato, eh?» disse rivolto a Landrò, e subito, picchiando a terra un bastone da passeggio che finiva con una punta di metallo, riprese. «Ehhh! ’E ppatane so’ bbone cotte... Ma mio figlio non tiene rispetto per niente, e si crede di capire la verità. Lui pensa, lui pensa! Sempre con questo Nicce... Ma chi è ’stu Nicce, che ’a fatto? Uno che è uscito pazzo, è!»
Landrò si era fatto prima paonazzo e poi pallidissimo, e non parlava. Soltanto muoveva rapidamente e impercettibilmente la testa a destra e a sinistra, arricciando il naso e mordendosi le labbra tirandole in dentro. Il vecchio, implacabile, avanzò lentamente nella stanza, picchiando il bastone sul pavimento.
«Ti guadagni il mangiare, tu? Te lo guadagni? Ma che, niente! Tu non sai da dove ti viene, tu tiene ’a pappa pronta! Eh? E che, vuo’ fà ’o filosofo? Io so’ viecchio, ma tengo ancora chisto» e sbatté con frenesia il bastone su una poltrona che aveva davanti. «Questa è la bella vita tua, senza lavoro, libero e franco! E tu vulisse pure penzà? Sì, sì, domani... E che cosa stavate dicendo? Scusatemi, se vi ho disturbato... Scusatemi assai, che io sono un vecchio padre stanco, sono... E nessuno sa com’è veramente mio figlio, nessuno lo conosce a questo qua! Non ci parla, con me, dice che nun capisco niente... Ma io ’o ssaccio, io ’o ssaccio... So tutto! ’E ppatane so’ bbone cotte, eh? Ma lui con me non ci parla, lui è filosofo... E allora, me lo volete spiegare voi? O so’ troppo ignorante?»
Ora il vecchio si rivolgeva a me puntandomi contro un dito peloso e grassoccio. Pensai che Landrò stesse per svenire, perché si era afflosciato come un cencio, e ora non muoveva nemmeno più la testa di qua e di là, ma un tremito visibile sembrava scuoterlo tutto. Con una voce appena udibile sibilò:
«Vattene... Per favore. Ti prego di andartene... Questa è la mia stanza» concluse con un tono quasi implorante.
«Ahà... La mia stanza! Eh, mio figlio parla bene, non è vero? È preciso, mio figlio, e non va a messa, eh? Non dice cchiù nemmeno ’e preghiere...»
E il vecchio cavò di tasca un libriccino bianco, rilegato in pelle e con sopra stampato un calice con l’ostia.
«Se l’è scordato, questo qua, è vero? Lui pensa! Ma questo non ve lo spiega, a voi... Che lui diceva sempre ’e preghiere quann’era piccerillo... Ma ora non va a messa, non ci va! Lo sentite? Non parla, non dice niente... E fà bbuono, fà! Lui la vita non sa nemmeno cos’è. ’E ppatane so’ bbone cotte, chesta è ’a verità, e la robba cruda non piace a nessuno, a nessuno... Ah, ma lui pensa! Tiene quasi trent’anni e pensa... Te si’ laureato? Eh? Rispondi!»
Landrò si prese la testa fra le mani e gridò:
«Statte zitto... Statte zitto...»
«Ahà! Mi devo pure stare zitto... A casa mia? Io il diritto di parlare lo tengo, hai capito? Io sono o-ne-sto! Rovìnati, rovìnati con le mani tue! Facisse almeno ’nu poco ’e sport, come il figlio di Savione... Ti iscrivi alla sua palestra, là so’ tutti bravi giovani, figli di amici miei... E no! Qua ci sta il superuomo, eh? Tengo ’o superommo dint’ ’a casa mia...»
Landrò si era addossato al muro basso su cui si apriva la finestra. Di colpo voltò le spalle al padre e appoggiò la fronte al vetro. Intanto il vecchio, sempre lentamente, come spossato dallo sforzo di girarsi, e picchiando con forza il bastone, uscì dalla stanza. Io ero ammutolito, e non avevo il coraggio di guardare che cosa stesse facendo Landrò. Intanto la voce stridula del vecchio aveva ripreso a salmodiare il suo odioso ritornello, e finché si sentì l’urto del bastone che lo ritmava nessuno di noi due si mosse. A un tratto Landrò si staccò dalla finestra, attraversò a scatti isterici la stanza oscillando le braccia come un bizzarro fenicottero, e si precipitò fuori sbattendo la porta proprio come aveva fatto suo padre entrando.
Quella scena così imbarazzante si ripeteva quasi ogni volta che andavo a casa sua. Spesso Landrò ribatteva a suo padre, ma con frasi mormorate e lasciate invariabilmente a metà, o gridava, anche lui in dialetto: “Vavattenne! Vavattenne!”, agitando le lunghe braccia come a scacciare un fantasma. Ma questo accadeva molto di rado. I due non si parlavano, o rispondevano oggi a una cosa detta una settimana prima, gridandosi frasi vecchie di anni come se le avessero appena scoperte. Ma il malessere che queste scene mi davano era forse accresciuto da un particolare che col tempo mi apparve quasi osceno: era la straordinaria somiglianza tra padre e figlio. Nel vecchio Landrò il pallore della carnagione si era fatto cadaverico, gli occhi chiari erano diventati acquosi e i capelli biondi si erano scoloriti, come se tutto fosse stato toccato dal decadimento. Eppure, soprattutto dimenticandosi della loro statura, che era sproporzionatamente a favore del figlio, e della magrezza di Landrò, i due avevano la stessa espressione facciale, gli stessi tic, e la stessa voce molle e isterica che nei momenti di rabbia finiva in una sorta di stridulo lamento. Ma in realtà, come si accaniva a dimostrarmi Landrò, non c’era niente che potesse legarli. Suo padre era un borghesuccio, un essere che non si era mai sviluppato, e poi era pure un pezzente.
«Un pezzente, sì, un pezzente!»
Si metteva a ridere istericamente, in questi casi, e gridava. Sua madre invece, quella era una vera signora, che aveva avuto l’unica debolezza di sposare quel pezzente. Quando pensava al matrimonio da cui era nato cominciava a balbettare, e gli compariva agli angoli della bocca una schiumetta bianca.
«Figurati, lui... Per lui tutto deve essere piccolo... È meschino, ecco cos’è! Dirigente? E chi lo ha messo, là, eh? Chi lo ha messo in quel posto? Mio nonno... E lui non è stato capace di muoversi da quella sedia, e dice pure che è stato onesto! Onesto? Onesto? Quello è un incapace! L’o-ne-stà prima di tut-to!»
Faceva il verso con rabbiosa voluttà a questa frase che il padre ripeteva spesso, digrignava i denti, e cominciava a saltare da un argomento all’altro: la fabbrica di suo nonno, la villa enorme dove aveva giocato da bambino, la mancanza di coraggio del padre. “Mio padre è un inetto” diceva disgustato. Nella sua ditta tutti si erano fatti i soldi, anche il direttore generale che sì, era finito davanti a un tribunale, ma era stato grande almeno a rubare.
«E lui, lui con la sua o-ne-stà e la sua messa ogni domenica... Povero, è rimasto povero! È ’nu spellecchione!»
Pronunciava male il dialetto, ma si beava di quella parola, la ripeteva, ne assaporava tutto il disprezzo. Poi, di colpo, mentre girava in tondo nella stanza si fermava, e a piccoli passetti rapidi andava alla porta, come per vedere se qualcuno stesse origliando. Poi ritornava al centro della stanza e ricominciava, ma con un tono di voce basso, quasi inudibile. Se io parlavo a voce normale si avvicinava con un salto e mi prendeva per un braccio facendomi segno di abbassare la voce. Non si poteva parlare! C’era una congiura contro di lui, il “rimbambito” sicuramente ci spiava, e io sarei stato testimone di tutto. Dovevamo uscire per forza, perché in casa non si poteva più parlare. Sì, c’era solo suo padre, “ma è più che abbastanza”, concludeva misteriosamente. Allora uscivamo frettolosi, come due cospiratori, e andavamo a prendere il treno o l’autobus per Napoli. E questo per Landrò era un altro motivo di recriminazione: lo vedevo, lo vedevo dove lo aveva fatto nascere suo padre? E non l’aveva fatto apposta, eh? Noi stavamo proprio dentro “il buco del culo del diavolo”, quella era la verità, mi gridava salendo e scendendo dai marciapiedi e urtando incurante i passanti.
Landrò era uno specialista nel parlare camminando. Facevamo a piedi chilometri, sempre parlando e gesticolando, alzando la voce e lanciandoci frasi che dovevano essere ogni volta definitive. A volte eravamo così sprofondati in quelle discussioni che non ci rendevamo conto di essere tornati già due o tre volte sullo stesso percorso: un giro che poteva partire da piazza Garibaldi, salire per il Rettifilo, arrivare a Montesanto e ritornare al punto di partenza scendendo per i Tribunali e ripetendosi da capo uguale. E fu in uno di questi giri che Landrò cavò fuori una sua nuova teoria, che includeva anche suo padre. La nostra principale preoccupazione in quel periodo era se avremmo potuto continuare a “cercare la verità”, e nello stesso tempo se dovevamo o no affrontare la realtà: insomma, saremmo stati costretti anche noi a lavorare? Landrò, che si ostinava a combattere quella che definiva la mia “aristocratica accidia”, ripeteva che per lui si trattava invece di “fare come tutti”. Ma lo diceva soprattutto quando voleva contraddirmi, anche se sosteneva di farlo per aiutarmi a non cadere in un “semplicistico idealismo”. La sua teoria su che cosa avrebbe fatto “da adulto”, era invece molto diversa da quei propositi di normalità. Una volta lo avevo inchiodato.
«Tu sei così, e parli, e parli, solo perché non devi lavorare. Ma quanto durerà, eh? Fra dieci anni, ti voglio vedere!... Sì, ti voglio vedere fra dieci anni!»
Lui era rimasto interdetto. Dieci anni? Che volevo dire? Si era avvicinato a pochi centimetri dalla mia faccia, fissandomi con sospetto e appuntendo lo sguardo dietro gli occhialetti dorati.
«Io? Io non sono... Io non voglio essere un privilegiato! Sei tu che vuoi fare l’aristocratico... Fra dieci anni! Fra dieci anni? E che ne so!»
Si era messo a ridere istericamente, sbottando poi a dire che tanto lui aveva già passato da molto tempo il punto più alto della sua parabola.
«Guarda qua! Guarda! Mi stanno pure cadendo i capelli!»
Si picchiava con l’indice al centro della testa, sghignazzando e facendo smorfie.
«’E rughe, tengo pure ’e rughe!»
Tra poco ci sarebbe stato solo il ricordo, dei suoi capelli biondi e lunghi, e allora che cosa gliene poteva importare di se stesso fra dieci anni?
«Già mo’ sono un cadavere. Nu muorto!»
Ma questo non voleva dire ancora niente, perché un piano per il futuro ce l’aveva, lui non agiva “con leggerezza”. La questione non mi doveva preoccupare, no, se mi preoccupavo ero proprio fuori strada. Lui avrebbe fatto il portiere in un albergo, niente di più niente di meno. Là avrebbe avuto tutto il tempo per pensare, perché tanto a un vero filosofo a che gli servivano i libri? E se non gli riusciva quel piano, ne aveva pronto un altro.
«Mille! Ne tengo mille, di piani! Uno più sicuro dell’altro...»
Poteva fare qualsiasi lavoro, che ci voleva? Andava di moda il turco? E lui avrebbe insegnato il turco. Sì, sì, non lo sapeva, il turco, e con ciò? Si poteva insegnare benissimo quello che non si sa, anzi, meno si conosceva una cosa e meglio era. Ma comunque quelle erano sciocchezze, era inutile che glielo dicessi io, lo sapeva già da solo. E poi il suo vero progetto era un altro.
«È tutto previsto, tutto calcolato. Che ti credevi?»
Si era documentato, aveva studiato la questione a fondo. Sua madre era morta giovane, nella sua famiglia erano morti tutti giovani, anche i genitori, i fratelli e i cugini di sua madre. Insomma nella famiglia materna c’era “oggettivamente” quella tendenza alla morte precoce.
«E io ho preso di mia madre! Non arrivo a cinquant’anni, è sicuro. Morirò all’età di Nietzsche, no, all’età in cui è impazzito... Ora ho già... Diciamo ventotto anni, quasi...»
Sull’età cominciava a diventare misterioso, come sempre, ma i calcoli li faceva lo stesso: quelli della famiglia paterna vivevano a lungo, suo padre per quanto fosse decrepito si manteneva in forma, e sarebbe arrivato almeno a novant’anni. Poi sbottava:
«Sono figlio di un vecchio, ’e capito? Ma perché mia madre si è sposata a ’stu scemo? Lei si è sposata ’o viecchio e a me mi cadono i capelli!»
Comunque suo padre si curava, e sarebbe vissuto esattamente fino a novant’anni, proprio quando lui, Landrò, sarebbe morto. Allora si lanciava in calcoli che scendevano fino ai dettagli più minuti. Sprezzante com’era nei confronti dei soldi, cominciava ad invischiarsi in una serie di cifre suddivise per anni, basate sul presunto ammontare della pensione di suo padre, “tanto”, sosteneva, “io ho bisogno di pochissimo”. L’idea sembrava conquistarlo, ci tornava sopra, e si vedeva che doveva già averci pensato. Eh, il “rimbambito” teneva pure certi soldi da parte, qualche centinaio di milioni, e parecchi dollari, una bella cifra in dollari, mi diceva sogghignando. Ma proprio quando tutto sembrava risolt...
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