Ho ucciso il cane nero
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Ho ucciso il cane nero

Come ho sconfitto la depressione e riconquistato la vita

  1. 192 pagine
  2. Italian
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Ho ucciso il cane nero

Come ho sconfitto la depressione e riconquistato la vita

Informazioni su questo libro

"Quale maleficio s'insinua nella depressione? Chi decide che dobbiamo passare sotto le sue forche caudine, inermi e inerti, subendo e soffrendo? Perché la natura che ho sempre amato e onorato mi diventa ostile? Perché i libri, che sono la mia vita, perdono ogni interesse? Perché tengo alla larga gli amici e, quando mi sono vicini, è come se fossero assenti? Perché la mattina non mi alzerei mai? Perché invidio l'ultimo clochard che incontro per strada, alla stazione, sui gradini di una chiesa? Il 'cane nero', il 'male oscuro', è un'ossessione senza fine, che non ti dà tregua, non si placa mai. Una lancia che ti si conficca nel costato, un coltello che ti scalca il cuore. Chi non conosce questo morso feroce ti esorta a farti coraggio. Ma come ti può comprendere chi non è mai entrato in questo antro infernale? Esasperato e disperato, t'illudi di trovare uno sfogo nel pianto. Versi, singhiozzando, tutte le lacrime che hai nel cuore, e vorresti morire. T'imbottisci di psicofarmaci, che ci vogliono, ma ben dosati: mai abusarne. L'effetto si fa sospirare e una mattina ti svegli con un'ansia che sfiora l'angoscia, ma che non è angoscia. Piano piano, impercettibilmente, le ante della tua finestra si dischiudono, ma non puoi ancora affacciarti. Solo uno spiraglio, che vagamente fa filtrare un pallido raggio di luce. È l'inizio della rinascita. Ma non illudetevi: ci vuole pazienza."

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852058783
Print ISBN
9788804649601

Di nuovo al “Corriere”: le grandi interviste

Nello scorcio degli anni Settanta, dopo sei di lontananza (me ne andai quando arrivò Pier Leone Mignanego, in arte Piero Ottone), riapprodai in via Solferino. A chiamarmi fu Franco Di Bella, il miglior direttore del “Corriere della Sera” dal dopoguerra, che per essere come me iscritto a una loggia massonica, e da me presentato al Gran Maestro, fu cacciato con infamia dal quotidiano cui tanto aveva dato. Tanto, e più di tutti.
Furono tre anni straordinari al “Corriere” perché, all’acme della maturità, mi fu offerta l’occasione, un’occasione d’oro, di girare il mondo come inviato speciale e d’intervistare i grandi, alcuni già leggendari, personaggi del tempo.
Fu in quel mezzo lustro che incontrai, fra gli altri, molti altri, Rita Hayworth, Lauren Bacall, Christiaan Barnard, Jorge Luis Borges, Guido Carli, Salvador Dalí, Georges Simenon, Piero Chiara, William Colby, Eduardo De Filippo, Oriana Fallaci, Federico Fellini, Enzo Ferrari, Milton Friedman, Arthur Miller, il rugoso dandy Gianni Agnelli, Aldo Gucci, Michail Gorbačëv, Helmut Kohl, Konrad Lorenz, Mino Maccari, Yehudi Menuhin, monsignor Milingo, Rudolf Nureiev, Moana Pozzi, Ronald Reagan, David Rockefeller, Gustavo Rol, Oscar Luigi Scalfaro, Andrés Segovia, Frank Sinatra, Anastasio Somoza, Franco Zeffirelli.
Nel gennaio 1979 ero in California per una serie d’interviste. Avevo appena incontrato a Stanford il premio Nobel per l’economia Milton Friedman e mi ero poi trasferito a Los Angeles, dove mi attendeva il produttore italiano, già marito di Silvana Mangano, Dino De Laurentiis.
Nell’Eldorado del cinema ero ospite del vecchio amico Aldo Gucci, che aveva una faraonica villa a Beverly Hills, non lontano dalla boutique che porta (e, credo, ancora porti) il suo nome.
Una sera, a cena, gli chiesi se conoscesse Rita Hayworth. Mi rispose che non solo la conosceva, ma, se mi faceva piacere, me l’avrebbe presentata. Tirò fuori dalla tasca della giacca un’agendina e chiamò la casa dell’attrice. Non parlò con lei, ma con la segretaria. Le disse che uno scrittore italiano, suo amico, desiderava incontrare Rita. L’appuntamento venne fissato l’indomani pomeriggio alle 14, nella boutique.
La Hayworth era stata per me, e per tanti come me che, nello scorcio degli anni Quaranta, non erano più bambini, un sogno, un’inebriante allegoria della bellezza.
Gilda, il film cui doveva l’immensa popolarità, oltre all’appellativo di “dea dell’amore” e di “atomica” (la sua foto fu incollata sulla fusoliera del bombardiere che sganciò l’apocalittico ordigno, su un bersaglio sperimentale), l’avevo visto non so quante volte. Non dimenticherò mai la sequenza più celebre e celebrata: quella in cui, avvolta in un lungo, aderentissimo abito nero con un gran spacco al centro, Rita mostrava la gamba destra mentre, con la mano sinistra, sfilava dall’altra un guanto dello stesso colore e tessuto del vestito.
Ricordavo lo sguardo sorridente e adescatore, gli straordinari capelli rossi e ondulati che, lambendo la guancia sinistra, cadevano sulla spalla, scivolando sul décolleté. Ricordavo gli occhi (uno più piccolo dell’altro) languidi e malinconici; il naso che sembrava scolpito nel velluto; le labbra simili all’orlo di un calice colmo di nettare, che Glenn Ford, l’amante, portava con avidità alle sue.
Avevo sempre sognato Gilda, sullo sfondo di un Elisio tanto più voluttuoso quanto più remoto. Per lei, oltre al sottoscritto, Orson Welles e Ali Khan, due dei suoi cinque mariti, anche Anthony Quinn, Fred Astaire, Victor Mature avevano perso la testa. Era trascorso tanto tempo ma Gilda restava un mito, magnetico e impalpabile come tutti i miti.
L’impietoso sipario delle stagioni era poi sceso su di lei. Il naufragio di tanti matrimoni, l’ingratitudine di quella “fabbrica dei sogni” che era, ed è, Hollywood, l’uso e l’abuso di alcool e una malattia terribile, l’Alzheimer, l’avevano isolata dal mondo.
Quando la vidi, non la riconobbi, nessuno l’avrebbe riconosciuta, non s’indovinava la donna di struggente venustà d’un tempo. Si muoveva a fatica, a fatica parlava, gli occhi nel vuoto puntati sull’interlocutore o fissi sulle proprie mani, bianche e immobili. Il naso squisito, le labbra senza trucco, socchiuse, incerte fra un sorriso forzato e un inconscio stupore; gli antichi capelli fulvi e ora di un innaturale, patetico biondo, tagliati qualche centimetro sopra le spalle ossute e curve; la pelle troppo tirata dal bisturi del chirurgo plastico, più che l’età, tradiva le sofferenze e le delusioni. Indossava una pelliccia di visone nero su un golfino di cachemire e una gonna in tinta. Al collo, una catenina d’oro e al polso un piccolo bracciale.
L’accompagnava la segretaria-infermiera, che la figlia Jasmine, avuta da Ali Khan, le aveva messo al fianco. Viveva con lei e non la lasciava mai sola. Rispondeva al telefono, evadeva la corrispondenza, prendeva gli appuntamenti, teneva i contatti con l’esterno.
Dopo averci presentato, Aldo ci lasciò soli e io approfittai per chiedere a Rita un’intervista. Mi guardò con un sorriso vago e assente. La segretaria mi fece capire che l’attrice, ormai incapace d’intendere e di volere, non era in grado di rispondere alle mie domande.
Avevo desiderato tanto quel momento e ora ero stordito. Il sogno si era trasfigurato in un penoso imbarazzo.
Quando la segretaria annunciò il congedo e si alzò con Rita, le chiesi dove fossero dirette e se potessi accompagnarle per un tratto di strada. La chaperon mi rispose che, come ogni pomeriggio, avrebbero fatto una breve passeggiata lungo il Sunset Boulevard, il viale del tramonto di Beverly Hills, reso indimenticabile dal film con Gloria Swanson e William Holden, diretto da Billy Wilder. A questo punto, entrò Aldo Gucci che, rivolgendosi alla segretaria, le propose: «Perché lei non resta qui, e il nostro amico accompagna Rita? Fra mezz’ora saranno di ritorno e nel frattempo le mostrerò l’ultima collezione». La donna sulle prime nicchiò, poi le insistenze di Aldo la convinsero ad affidarmi l’illustre paziente-padrona.
Presi Rita sottobraccio e insieme uscimmo dalla boutique avviandoci verso il Sunset Boulevard. La giornata era splendida ma soffiava un vento polare. La gente camminava in fretta e forse, anche per questo, ma non solo per questo, incrociandoci, non riconosceva chi era al mio fianco. Silenziosa, assente, amimica, Rita si lasciava guidare, sincronizzando con la meccanicità di un automa il suo passo con il mio. Se acceleravo, accelerava; se rallentavo, rallentava.
Il cielo, lustrato dal vento, rendeva i raggi del sole netti e taglienti. Per ripararsi, Gilda estrasse meccanicamente dalla borsetta un paio di occhiali dalle lenti fumé, diventando ancora più anonima.
Arrivati a un rondò davanti a un enorme cartellone pubblicitario, mi fece un cenno con la testa e io capii che bisognava tornare indietro. Il vento s’era fatto più sferzante, sul viale le ombre si allungavano diacce.
Affrettammo il passo e arrivammo alla boutique con qualche minuto di anticipo. La segretaria e Gucci erano sulla soglia ad attenderci. Sciolsi il braccio da quello di Rita, che l’offrì alla propria accompagnatrice quasi temesse di restare senza sostegno. Ci salutammo, le due donne si allontanarono e noi rientrammo.
Ripensai a Gilda e a quando, ragazzo, la vagheggiavo “dea dell’amore”, immortale come tutte le dee. Nella Rita che avevo conosciuto, della Gilda, della Gilda tanto vagheggiata e idealizzata non c’era più nulla. Ma che importanza aveva? Non era stata forse la femminile chimera dei miei anni più lontani e felici, quelli che solo hanno le ali, l’involontaria evocatrice di tante, ormai remote e svanite illusioni?
Dopo qualche giorno (ero ospite di Giovanni Sartori, illustre politologo, e di una delle sue tante mogli o compagne) partii per New York, dove avrei intervistato Lauren Bacall, Arthur Miller e Oriana Fallaci.
Incontrai la moglie e vedova di Humphrey Bogart nel celebre Dakota, il palazzone esclusivo affacciato su Central Park, dove abitava anche John Lennon insieme alla moglie giapponese Yoko Ono.
La domestica mi fece accomodare in un salotto pieno di tele e disegni di Picasso e di Miró, e di foto con dediche di “Bogie” – come Lauren chiamava Bogart –, di Spencer Tracy e di Katharine Hepburn, di Kennedy, di Truman e del più intellettuale e spiritoso degli aspiranti democratici alla Casa Bianca, Adlai Stevenson, di cui la Bacall mi citò una famosa battuta contro i rivali repubblicani durante una campagna elettorale: “Quando smetterete di dire bugie su di me, io smetterò di dire la verità su di voi”.
Dopo una breve e interminabile anticamera, ecco la vedova di Humphrey, reduce da uno shampoo. La chioma rugiadosa avvolta in un turbante di spugna bianca come l’accappatoio e le ciabattine dello stesso colore, scortata da un cagnolino, anche lui bianco.
Mi chiese: «Un tè?». Annuii e cominciammo a parlare. Io, a interrogarla; lei, a rispondermi. Il telefono squillava con fastidiosa petulanza finché Lauren intimò alla domestica di non passarle alcuna chiamata.
Mi rievocò con dovizia di aneddoti i trascorsi di attrice, di donna, di moglie. Le chiesi se avesse rimpianti.
Mi rispose: «Rimpianti no, ma non riesco a dimenticare il passato».
«Perché» incalzai, «il matrimonio con Bogie fu tanto felice? (“inimitabile” lo definì Hemingway).
Sospirò con romantica malinconia: «Eravamo fatti l’una per l’altro. Ci univano tante cose. Humphrey è stato per me un modello di vita e un formidabile pungolo professionale. Piaceva non solo a me, che l’ho adorato. Aveva un fascino irresistibile, unico».
«So» le domandai «che ha avuto una fugace e travagliata love story con Frank Sinatra, finita con una rottura tempestosa.»
«Per un certo periodo siamo stati bene insieme. Frank mi è stato di grande aiuto in un periodo difficile della mia vita. Mi chiese anche di sposarlo, ma quando la cosa si riseppe scoppiò il finimondo. Non si è fatto più vivo: un’umiliazione atroce. Ma devo essergli grata.»
«Perché?» domandai.
«Perché mi ha salvata da un sicuro fallimento. Si è comportato da perfetto merdoso. Avrebbe fatto meglio a dirmi la verità.»
Non incontrerò più una donna così affascinante. Cosa sarebbe successo se mi fossi buttato ai suoi piedi? Forse niente. Mi avrebbe aiutato a rialzarmi.
Dopo la Bacall, l’indomani, sempre a New York, appuntamento con Arthur Miller. Mi fu difficile, attraverso il suo agente, ottenerlo. Miller era un uomo schivo, ossessionato dal timore che si parlasse dell’ex moglie Marilyn Monroe, che lo aveva lasciato erede (indegno) della casa nel Connecticut. Io, messo sull’avviso dall’agente, mi guardai bene dal violare l’intimità di cui Miller era così geloso. Il matrimonio con l’attrice più celebre e contesa di Hollywood ebbe un’eco mediatica planetaria. La star californiana, assurta a sex symbol, diventava la moglie di uno degli intellettuali più intellettuali, dei liberal più liberal d’America. Una strana coppia che, di lì a poco, naufragherà.
Dopo le presentazioni di prammatica, mi disse che a New York capitava di rado, e solo per necessità, per qualche appuntamento di lavoro. Veniva in treno e in taxi raggiungeva l’ufficio dell’agente.
La più famosa testa d’uovo yankee ne aveva l’equivocabile aspetto, impegnato e problematico. Alto quasi due metri, sdutto e dinoccolato, con gli occhiali neri dalla pesante montatura, somigliava a Lincoln, senza baffi, pizzetto e favoriti.
Anche se a Broadway i suoi drammi non andavano più a ruba, anche se le nuove leve lo avevano spodestato, come avevano spodestato Eugene O’Neill, Tennessee Williams, Thornton Wilder, Robert Sherwood, restava un classico, il cui talento nessuno avrebbe osato mettere in discussione. Il pubblico parlava sempre meno di lui ma nel pantheon letterario americano aveva già, consolidata, un’erma di proscenio.
Passammo insieme quasi tre ore e lui, Marilyn esclusa, rispose a tutte le mie domande. Gli chiesi chi fossero stati, come drammaturgo, i suoi maestri.
Mi rispose: «I greci Sofocle, Eschilo, Euripide».
«E Ibsen?» incalzai.
«Gli devo moltissimo. Fu il solo autore teatrale del suo tempo a occuparsi in modo tragico, e non propagandistico, dei problemi sociali.»
Quanto ai suoi rapporti con i critici, mi confidò che s’ignoravano a vicenda: «Salvo eccezioni, io non prendo sul serio loro e loro non prendono sul serio me. Sul mio teatro, del resto, si sono ripetutamente contraddetti».
Continuai: «Sulla scena, ogni libertà è lecita?».
«Sì» rispose, «ma ciò non esclude che la pornografia sia sempre, e comunque, negativa. Il pubblico la rifiuta perché esclude la sublimazione.»
Restammo insieme fino alle diciannove e, al momento del commiato, gli offrii un passaggio in taxi fino alla stazione. Accettò e, quando scese, mi disse, forse per sdebitarsi: «Se capita nel Connecticut, mi telefoni e mi venga a trovare».
L’indomani sera invitai Oriana Fallaci al ristorante del Plaza. Ordinammo una bistecca e un piatto d’insalata. La bistecca era squisita: non ne avevo mai mangiata una più tenera e succulenta. L’insalata era una cornucopia di salse, che tanto piace agli americani e l’impingua.
Oriana, che conoscevo da anni, era minuta, pallida, schiva. Viveva come una reclusa, sola con i suoi libri, in una casa piccola e accogliente, ma senza pretese. Non c’...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tutto cominciò...
  4. Il depresso Indro
  5. Il primo morso del “cane nero”
  6. Il “cane nero” non mi dà pace
  7. Depresso a Milano
  8. Da Milano a Roma e tanti amori
  9. La Storia d’Italia
  10. Le prime pietre del bordello
  11. Incontro Vittoria
  12. Un passo indietro
  13. Giro e conosco il mondo
  14. Gli artigli della depressione
  15. Lettera 22 e alcova
  16. Un anno di disgrazia
  17. Di nuovo al “Corriere”: le grandi interviste
  18. La P2
  19. Ricado in depressione
  20. Conosco il Cavaliere
  21. Caccia al ladro
  22. Il picconatore depresso
  23. La “seconda” Repubblica
  24. Divento impotente
  25. Ringraziamenti
  26. Copyright