A modo mio (My Way)
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A modo mio (My Way)

  1. 144 pagine
  2. Italian
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A modo mio (My Way)

Informazioni su questo libro

"Non penso mai alla sfortuna. Se pensi alla sfortuna parti parecchi metri indietro e non recuperi più. E siccome la vita è una corsa, ma bisogna pensarla come una corsa divertente, è meglio non prendersi degli handicap. Se usi tanto i piedi e le gambe nel tuo lavoro è possibile che qualcosa si rompa prima o poi, ma è la testa che comanda. La testa è la cosa fondamentale, sempre. Senza testa non si trovano vie d'uscita." Ha nome italiano e mentalità americana, Giuseppe Rossi, al punto che ha voluto, per questo libro in cui parla per la prima volta di sé, un titolo nelle sue due lingue. È principalmente grazie a questo eccezionale mix di piedi e testa che è riuscito a rialzarsi ogni volta che il destino lo ha sgambettato e spinto a terra. Dal primo serio infortunio sul campo del Real Madrid, la sua carriera rievoca gli elementi essenziali di un racconto omerico: l'eroe con incredibile talento e con il tallone d'Achille posizionato nel ginocchio destro, cha passa dalla gloria di una strepitosa vittoria alla polvere dell'ennesimo crack fisico. Ma il suo doppio talento, piedi buoni e testa fina, ha consentito a Giuseppe Rossi di rimettersi sempre in piedi, a colpi di interventi chirurgici, pazienza, fisioterapia, esercizi di ogni tipo e soprattutto aggrappandosi a una volontà d'acciaio, alla certezza che ci sarà sempre un domani, alla consapevolezza che il sacrificio produce sempre i suoi frutti, senza mai cedere al facile lamento della vittima. A modo mio (My way) è il libro che racconta il talento e la mentalità, la sfortuna e la grinta, la fantasia e la fatica di un campione, e le armi che utilizza per vincere la sua battaglia contro la sventura. Per diventare più forte degli infortuni, più forte del dolore, più forte dello scoramento, più forte di prima. Giuseppe Rossi (New Jersey, 1 febbraio 1987) è attaccante della Fiorentina e della Nazionale italiana. Prima ha giocato per Manchester United, Parma, Newcastle e Villareal. Alessandra Bocci è giornalista della "Gazzetta dello Sport".

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852058967
Print ISBN
9788804642732

L’età dell’innocenza

Mio padre mi svegliava per vedere le partite del Milan. Era tifoso, e lo ero anche io, da ragazzino. Poi uno entra nel calcio dei grandi, capisce di essere un professionista, e gusti e orientamenti cambiano. Comunque, ho conosciuto il calcio italiano in quel modo lì, con Fernando che mi svegliava per trascinarmi a vedere le partite in televisione. Erano i primi anni Novanta, e il Milan era una squadra meravigliosa: prima la grande rivoluzione tattica, poi l’esplosione del talento. Non ho mai pensato che i sistemi di gioco o la teoria possano rendere una squadra magnifica, ma sono sicuro che senza studio, preparazione, analisi, senza un minimo di sfruttamento scientifico dei mezzi che si hanno a disposizione, insomma, non si possa dare vita a grandi spettacoli sportivi. Credo faccia parte del mio essere americano. Numeri, formule, realtà e videotape, che adesso si è trasformato in un tablet.
Le prime analisi di calcio di cui abbia memoria sono state quelle prodotte da mio padre. Erano analisi libere: la costrizione non aveva spazio nei suoi metodi. Tutto era allegria, naturalezza, studio e tradizione insieme. Il venerdì c’era la pizza, la domenica la partita di calcio: una routine che fa parte di me, dei miei ricordi, ma in qualche modo anche della vita di adesso. In quegli anni, quando ero un bambino a Clifton, mi ispiravo al Milan, ma era alla Nazionale italiana che pensavo, e so di non essere stato molto originale, in questo, perché ogni giovane calciatore sogna la maglia della propria nazionale.
Dunque, papà e il resto della famiglia mi sognavano calciatore, e io lo sognavo ancora di più: lo volevo con tutto me stesso. E non sono cambiato, nonostante le cose che mi sono capitate, i momenti negativi che in qualche caso mi hanno letteralmente “invaso”, superando gli argini e allagando i campi della mia vita. Ma a me non interessa: ogni singola volta, in qualche modo, io rimedio e riparto. La mia idea fissa di diventare un calciatore importante e di vincere il più possibile non è stata sommersa dalle acque della negatività.
Non cambio strada, perché so dove voglio arrivare. Come narra Dante nella Divina Commedia, “mi ritrovai per una selva oscura”, ma non mi lascio intimidire: il calcio resta un sogno, un desiderio, un obiettivo. Esattamente come quando ero piccolo.
È raro che cambi strada. Nel 2006 ho ricevuto una telefonata da Bruce Arena, il selezionatore della nazionale americana. Era in programma uno stage in Scozia, e lui mi chiese: «Che fai? Vieni con noi? Pensaci». Io ci ho pensato, ma sono rimasto fermo sulle mie posizioni. Gli ho risposto che era un onore essere chiamato nella nazionale di un grande paese, ma che io volevo altro: desideravo una bella storia con i colori con i quali sono cresciuto calcisticamente. Il sogno era vedermi con la maglia azzurra. Siamo italoamericani fieri. Adoriamo l’America, che ci ha dato tutto, e grazie a lei la mia famiglia ha lavorato e ha trovato il proprio posto nel mondo. L’America è generosa, con quelle frontiere sempre aperte, ma l’Italia per noi rappresenta tanto. L’Italia è l’altro pezzo di mondo, è la terra nella quale si sono sviluppate le nostre radici. Fatto sta che ho confermato la mia voglia di giocare con i colori dell’Italia, e non mi sono mai pentito della scelta, anche se il mio rispetto per la nazionale degli USA è enorme e all’ultimo Mondiale, quando mi sono ritrovato davanti alla TV dopo tante delusioni, ho tifato come un pazzo per i miei compagni con la maglietta azzurra, ma anche per gli americani, accanto agli amici del New Jersey.
La mia è stata una scelta naturale. Sono americano, ma calcisticamente mi sento italiano. Nell’ambiente in cui sono cresciuto esisteva soltanto il calcio italiano, e io volevo entrare a far parte di quel mondo. Quando ho cominciato a seguire questo sport, cioè molto presto, la MLS, la lega professionistica americana, ancora non c’era. È nata quando io ero già grandicello e deciso a seguire la mia strada. Da piccolo, la maglia azzurra era per me un sogno, e quando ho cominciato a giocare è diventato anche un obiettivo. Perché un obiettivo è qualcosa di ottenibile, e io mi sento anche un po’ il rappresentante di tutti gli italoamericani che vorrebbero raggiungere lo stesso traguardo.
Gli italoamericani sono una comunità importante negli Stati Uniti: hanno avuto successo in ogni campo, diventando una delle componenti di questo paese. Il calcio, però, è un’altra cosa, e questo fenomeno che tanta importanza riveste nella cultura e nella vita quotidiana degli italiani, in America era più o meno tabù. Io sono arrivato ad alti livelli da emigrante al contrario, come dico sempre: ho raggiunto il successo percorrendo una strada lunga e diversa. Sono milioni i ragazzi che hanno giocato a calcio nel New Jersey, ma non hanno avuto le mie stesse opportunità. Loro non ce l’hanno fatta, io sì, e sono arrivato al top di questo affascinante universo. È un traguardo inconsueto.
In America il calcio non è nemmeno lontanamente lo sport principale: piace, entusiasma e viene seguito ogni quattro anni, quando la nazionale gioca il Mondiale. Devo dire, però, che mi pare di respirare un’aria nuova, perché quello a cui ho assistito negli Stati Uniti durante l’ultimo torneo continentale in Brasile non l’avevo mai visto. Adesso c’è davvero più interesse: la partecipazione è cresciuta, e il calcio sta entrando a far parte della cultura sportiva del Nord America, anche se il cammino è appena iniziato. Ma a livello di nazionale, io considero la questione da un punto di vista diverso, cioè quello degli italoamericani che vedono uno di loro giocare nella Nazionale italiana. Guardano me, e vivono l’avventura insieme a me: in fondo, è un pezzo di sogno americano che riaffiora. Gli italiani d’America hanno sempre tifato per gli Azzurri, e io non posso fare a meno di collegarli strettamente a quella squadra e a quella maglia. Vivo a trenta minuti dalle loro case, ho studiato con loro o con i loro figli, e adesso mi vedono con la maglia azzurra. Sono un collegamento speciale. Sono un altro obiettivo raggiunto, la frontiera che si sposta ancora più in là, perché questa parte del cammino è ormai stata percorsa.
Amo l’Italia e la Nazionale, e tante persone in America possono identificarsi con me. Il resto, però, viene quasi tutto dagli Stati Uniti, dall’influenza di questa terra in cui sono cresciuto. Il mio modo di essere fuori dal campo, di reagire, di pensare la vita è profondamente americano, ma il pallone dice Italia. L’azzurro era il sogno di sempre, anche della mia famiglia. Papà non mi ha mai fatto pressione, mi ha sempre detto: decidi tu. C’era poco da riflettere, in verità: la risposta era già scritta. Sapevo che sarebbe stato difficile trovare un posto nella Nazionale italiana, ma era quello che volevo. Non c’è retorica nella mia scelta, non ne ho mai trovato tracce nelle parole di papà o degli altri componenti della mia famiglia. Chi conosce gli italiani d’America sa che per loro queste cose non sono retorica, ma vita. È tutto nel sangue che ti scorre nelle vene. Tu puoi avere la bandiera a stelle e strisce in giardino, tutti ce l’hanno, ma poi ci sono il ricordo, la pulsione, la pressione del sangue. C’è la percezione dei luoghi da cui sei venuto, davanti al mare o in mezzo a una campagna riarsa, e la voglia di non staccarti da lì. C’è una doppia identità che nessuno di noi può e vuole dimenticare.
È così che ho deciso di darmi da fare per conquistare l’opportunità di indossare la maglia azzurra. Non è stato e non sarà facile, mai, ma per raggiungere e poi restare ad alti livelli devi soprattutto credere in te stesso, e io, di me, sono sicuro. Sapevo che ce l’avrei fatta. Sono infiniti gli eventi che compongono la storia di un calciatore – successi, infortuni, gioie, delusioni e accidenti vari –, e nella mia, di storia, resta molto da scrivere.
Non mi sono mai pentito della scelta. Le difficoltà non sono mancate, come le sensazioni forti. D’altra parte, ho abituato la mia famiglia ai gol complicati. Ho segnato in Nazionale contro gli Stati Uniti, ed è stata una gioia a metà. Non era una partita come le altre, inutile dirlo. Io sono nato a Teaneck e sono cresciuto a Clifton: il New Jersey è la mia casa. Se ho scelto l’Italia è perché il sangue chiama, le radici rispondono. Mi sono ritrovato con la maglia azzurra addosso nella Confederations Cup del 2009 dopo un anno di apprendistato, felice di aver superato brillantemente i primi test, ma quello non è stato un momento normale. In quella gara sono entrato nel secondo tempo e ho segnato una doppietta. Inutile, per la verità, visto che l’Italia sarebbe stata comunque eliminata al primo turno. Qualcuno negli Stati Uniti mi ha dato del traditore, ma sono cose che circolano su Internet e ormai non ci faccio più tanto caso. Lì per lì feriscono, ma poi passano.
Ogni tanto rivedo al rallentatore il mio primo gol, e questo non è strano, visto che esamino infinite volte qualsiasi partita e qualsiasi gesto, come consigliava mio padre. Sono cresciuto con questo spirito dedito all’analisi del calcio in tutti i suoi aspetti. Chiamatela ossessione o pignoleria eccessiva, se volete: io penso soltanto che sia passione per il gioco. Il gioco, the game. Adesso è questo che riempie le mie giornate, poi magari sarà diverso... La vita è evoluzione, ma per ora nella mia mente c’è il pallone.
E allora mi rivedo mentre rubo palla a centrocampo e tiro da fuori battendo Howard, un atleta che stimo. Howard sta facendo tanto per la popolarità del calcio in America, e al Mondiale brasiliano è stato fantastico. È un professionista incredibile, un uomo di carattere. L’ho conosciuto quando giocavo in Inghilterra, e lì ho imparato a stimarlo. Di quella partita in Confederations Cup ricordo anche le giocate di Pirlo e il mio secondo gol, di controbalzo. Non spetterebbe a me dirlo, ma è stato un bel gol. Una doppietta con la maglia della Nazionale non è una cosa normale, capita di rado, e a parecchi attaccanti anche bravi non capita mai. Be’, era capitato a me, e sentivo che qualcosa mi esplodeva dentro. Ho esultato, e qualche critica dall’America mi è arrivata, posso capirli e chiedo scusa. Ma l’emozione quando fai gol con quella maglia addosso è troppo forte da contenere.
Io sono italiano e americano, e i miei idoli appartengono al mondo. Giocano a calcio o praticano altri sport e mi piacciono per come sono, oltre che per come giocano. I campioni che studio hanno l’atteggiamento e la giocata giusti. Hanno il talento, in poche parole. They got the game. È per questo che lotto.

Ragtime

C’è sempre qualcosa che succede prima e tu ci pensi dopo. È un po’ come andare fuori tempo con i ricordi, ma poi li rimetti a posto e capisci che tutto ha avuto una sua coerenza, il verso giusto, il ritmo più adatto, magari sincopato. E allora penso che prima della grande scelta, prima di Lippi e dei gol in Confederations Cup, c’è stato il momento di passaggio nelle rappresentative giovanili. Under 16, Under 17, Under 18, Under 21: tutte le tappe al momento dovuto, una specie di educazione sentimentale alla Nazionale che io ho seguito senza perdere nemmeno una lezione. Quando è arrivato il momento del salto verso la maglia più ambita e sognata, i muscoli erano già stati preparati da tempo.
La prima convocazione nell’Under 21 me l’hanno spedita Casiraghi e Zola, e il mio esordio, con la Croazia, è stato molto bello. Per la prima volta mi sono trovato davanti a un pubblico italiano: in quel periodo ero al Manchester United e per gli italiani ero ancora essenzialmente uno sconosciuto, il ragazzo americano del quale ogni tanto si leggeva qualcosa sui giornali perché la sua era una storia curiosa e inconsueta. Da allora in poi, sono stato sempre presente.
Mi ricordo la partita contro il Portogallo, spareggio per qualificarsi ai Giochi Olimpici di Pechino 2008. In quel Portogallo c’erano Nani, Moutinho, Varela e tanti altri che poi si sono visti sui campi dei campionati più importanti e della Champions League. Era una squadra difficile da affrontare, la partita era molto tesa e c’erano tanti sentimenti compressi e contrastanti. Insomma, la tensione era a mille, perché partecipare alle Olimpiadi non è una cosa come le altre, nemmeno per un calciatore.
Si dice: l’Olimpiade è fatta per altri sport, il calcio è un ospite. Magari è vero, ma proprio per questo, se ha l’opportunità di prendervi parte, un calciatore si butta con tutto quello che ha nell’impresa. Noi abbiamo fatto così, letteralmente. Tutti. Il punteggio non si sbloccava dallo 0 a 0 iniziale, e nel secondo tempo io sono stato espulso. Sembrava quasi che l’arbitro, il francese Stéphane Lannoy, ce l’avesse con me: mi ha dato il primo giallo per un fallo veniale, e la seconda ammonizione per uno che nemmeno c’era. Lui ha fischiato, e io ho urlato: «Nooooooo», mi sono girato e ho visto il rosso. È stato orribile. Era come osservare una scena da fuori e dire: “Sono io questo, che cosa sta succedendo?”. Once in a lifetime, sono stato espulso. È...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’urlo e il furore
  4. Di qua dal paradiso
  5. Fiesta
  6. Colazione da Tiffany
  7. Foglie d’erba
  8. Chiedi alla polvere
  9. Manhattan Transfer
  10. L’età dell’innocenza
  11. Ragtime
  12. Via col vento
  13. L’invenzione della solitudine
  14. Isole nella corrente
  15. Da dove sto chiamando
  16. Non è un paese per vecchi
  17. Moby Dick
  18. Copyright