Il giorno di Natale, in uno sperduto paesino di montagna sommerso come ogni anno da una fitta coltre di neve, accade un fatto sconvolgente: mentre la gente si dispone a mettere da parte i rancori, cercando di essere più buona almeno per le festività, le statuine di Gesù Bambino scompaiono misteriosamente da tutti i presepi. Le prime ad accorgersene sono tre madri di famiglia che, indignate, accusano i figli del furto. Quando però si sparge la voce che l'inquietante fatto non ha colpito solo quel borgo ma addirittura il mondo intero, la rabbia cede il posto al panico. Cosa può nascondersi dietro a un evento così assurdo e angosciante? L'umanità ha disperatamente bisogno di risposte. Teologi e satanisti, esperti e millantatori si lanciano in teorie e ipotesi. Non si arrendono di fronte a nulla, l'importante è individuare un colpevole. Ma la ricerca sembra essere destinata a non avere fine. Eppure basterebbe sottrarsi alla frenesia e riflettere per un momento in silenzio per rendersi conto che quel mistero ci coinvolge tutti. Se solo avessimo il coraggio di guardare dentro ai nostri cuori e interrogare le nostre coscienze...

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Una lacrima color turchese
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Letteratura generaleUna lacrima color turchese
Al Papa Francesco.
Che Dio lo aiuti.
Che Dio lo aiuti.
Finché uno basa i propri ragionamenti sull’“io”, riuscirà tutt’al più a essere furbo, mai saggio. Gli esseri umani sono stolti, ed è arduo per loro mettere da parte l’“io”.
YUKIO MISHIMA
L’uomo diventerà migliore quando gli avremo mostrato com’è.
ANTON ČECHOV
21 giugno 2014, ore 11.32, baita del Ghiro
Inizio questa storiella qui, nella tana di baita del Ghiro, solo soletto come sempre. Principiare una fiaba natalizia il primo giorno d’estate può sembrare balordo. Ma io sono balordo. Mi è venuto in mente di dar inizio a questo progetto e quando una roba urge, ogni giorno va bene, come va bene un vino cattivo quando non c’è quello buono. Va bene tutto e in ogni stagione. Sarà una specie di fiaba che metterà a nudo l’ipocrisia del Natale e di tutti i buonisti a tempo determinato. Quelli che la domenica vanno a messa, fanno segni di croce e onorano le feste comandate e non sanno cosa sono la tolleranza, la carità, la generosità, il perdono. Che sono razzisti, xenofobi e falsi. Qui si ritroveranno tutti anche se, ovviamente, daranno la colpa ad altri di quel che succederà.
Quando s’avvicina il Natale, precisamente verso il primo dicembre, ci disponiamo tutti alla bontà. O meglio, a essere più buoni, perché buoni siamo convinti di esserlo già.
Nell’umanità alberga la ferrea certezza di essere buona, irreprensibile e onesta. Insomma, di non avere alcuna pecca.
Acciuffati uno per uno e interrogati, gli abitanti del pianeta si dichiarano perfetti. A mala pena riconoscono qualche difetto, ovviamente di poco conto. Ma forse non è così. La realtà, che rivela di che pasta sia fatto l’essere umano, si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua ferocia e virulenza. Salvo innumerevoli eccezioni, l’uomo si colloca da sé in due categorie: il “feroce idiota” e il “feroce intelligente”. In ogni caso binomio devastante nel passato, presente, futuro.
Per fortuna, a metterci una pezza e riporre tutto in ordine, arriva una volta all’anno il Natale, altrimenti sarebbero guai. In quel periodo, infatti, bisogna essere buoni! Almeno sulla carta, giacché nei fatti non cambia nulla: l’uomo, anche a Natale o Pasqua, nel giorno dei morti o dei santi, continua a essere “feroce idiota” o “feroce intelligente”. Con quel che ne consegue e che si può vedere. Di questo, però, qualcuno se ne è accorto e la storia che state per leggere ne è la conferma.
Tutta questa faccenda iniziò due giorni prima di Natale, in un paesino di montagna, mentre cadeva la neve.
Non è importante sapere l’anno e forse neppure il paese. Però, se proprio si vuol precisare qualcosa, accadde ai nostri giorni, quei giorni da dimenticare che stanno in coda agli anni del terzo millennio. Esattamente il 2014.
Allora, quella mattina nevicava e aveva cominciato la sera precedente. Nelle strette viuzze di quel paese remoto, lo spessore cresceva. Qualche capofamiglia aveva messo mano al badile per liberare l’ingresso di casa. Lo spazzaneve passava, ma solo sulla strada principale, quella che gli abitanti chiamavano statale. Il resto ognuno doveva pulirlo da sé. E lassù, quando nevica, nevica, non è per finta. Anche se il clima è cambiato, e fa caldo pure d’inverno, e non viene più neve come un tempo, pare che in quel paese dannato la regola non conti: lassù nevica e basta. E fa anche molto freddo. Ciononostante la gente si era preparata a trascorrere il Natale nel miglior modo possibile, soprattutto era disposta a metter via i rancori cercando, per quindici giorni, di essere migliore. Senza ovviamente il proposito di fare i buoni tutto l’anno. Per fare i buoni, bastava e avanzava il periodo natalizio, poi si potevano riavviare odi e ripicche, rancori e vendette, come succede in tutti i paesi del mondo, anche in quelli senza neve.
Insomma, la gente di quel posto ostile si dava da fare per la Santa Festa: già da fine novembre avevano cominciato a trafficare.
Per prima cosa, tutti tagliarono un abete per rallegrare un angolo di casa: chi grande chi piccolo, non c’era famiglia che non avesse addobbato l’alberello con palline e luci colorate, spesso esagerando con pacchiane novità elettroniche. Ma il pezzo forte era il presepe. Doveva essere lui il re della festa e tutti miravano ad abbellirlo. A farlo più originale possibile, il migliore di tutti, a costo di spendere cifre spropositate. Pur di avere figurine preziose, facevano follie. Nella regione avevano addirittura istituito un concorso per individuare il presepe più bello.
C’erano uomini, in quel dannato paese, capaci di scolpire il legno e alcuni intagliavano loro stessi le statue del presepe.
Nel 1787, Ermanno Tronoder, un vecchio scultore, aveva cavato da un pino cembro le figure della natività per la chiesa. Più di cinquanta statue alte due spanne, compresi pastori e pecorelle. Quelle opere sono state quasi tutte rubate, o andate perdute. Ma una decina, le essenziali, si sono salvate. Maria, Giuseppe, il Bimbo e i re magi, due pastori, il bue e l’asino sono lì a testimoniare il virtuosismo del vecchio scultore. Si possono vedere ogni anno a Natale nella chiesa di quel paese popolato da inquieti.
Intanto continuava a nevicare, le strade erano intasate di auto e neve nonostante gli spalatori. Attraverso le finestre piovevano luci colorate e qualche volta giungevano, mescolandosi nella via, nenie natalizie e canti di ubriachi. La gente non poteva ancora rilassarsi: la corsa forsennata ai regali non era finita, e non potevano respirare né aspettare in pace il santo evento.
I davanzali erano corredati di festoni luccicanti e lucine intermittenti. Non di rado vi appariva esposto qualche presepe lasciato lì, in balia del freddo e della neve, come se Gesù Bambino non ne avesse abbastanza di intemperie. La notte non finiva mai e pareva che tra i fiocchi vorticassero diavoli venuti a disturbare quel piccino che stava per nascere.
Siccome continuava a nevicare senza sosta, a un certo punto le auto furono lasciate ferme. Allora, senza i rombi dei motori, nel paese e nei paesi della valle tornò quel silenzio antico e dimenticato, perduto nel caos dei clangori che ormai infestano la montagna in ogni dove. Un silenzio che non si percepiva da molto tempo, finalmente non disturbato da nulla. Solo ogni tanto, come se qua e là si svegliassero da un sonno lontano, si potevano udire le nenie natalizie piovere dai balconi e conficcarsi nella neve che le spegneva, sfrigolando come fossero candele. Regnava un’atmosfera di magica sacralità, come nei vecchi Natali dimenticati, quando vi erano pochi aiuti economici e niente automobili. Non fosse stato per le canzoncine automatiche che partivano dai balconi a tempo programmato per dondolare sulla notte e conficcarsi nella neve, si sarebbe detto un Natale di cinquant’anni prima. E forse anche di più.
Quelle ore magiche passavano lentamente. Chi non riusciva a dormire poteva godersi una rarissima nevicata di silenzio.
Verso l’alba, però, l’incanto finì. Ricominciarono a rombare spazzaneve e frese, camion spargisale e trattori con le benne.
Il giorno successivo sarebbe stato Natale, bisognava preparare le strade pulite e sabbiate come si deve. Il silenzio se n’era andato e con lui la toccante magia del Natale cresciuta durante la notte.
Il giorno trascorse negli ultimi preparativi, la sera ci sarebbe stata la messa di mezzanotte e per allora tutto doveva essere pronto. A dire il vero, le messe di mezzanotte non esistono più. Sono andate a farsi benedire. I preti, impegnati in altre faccende, e in quelle di chiesa piuttosto frettolosi, le celebrano alle ventuno, rubando gran parte di intensità al fascino natalizio. Ma piuttosto che scompaiano del tutto, cosa che avverrà tra non molto, meglio ascoltarle in anticipo. Potrebbe andar bene, a questo punto, anche mezzodì, sempre meglio di niente.
Venne finalmente il momento di quella nascita anzitempo, spostata dai preti alle ventuno. La gente si recò alla messa di Natale, sotto la neve che vorticava. Dura e fina, ticchettava nella notte come colpisse vetri.
In chiesa troneggiavano fari, lucine e musichette, un grande albero addobbato mandava intermittenze da un angolo. In quello opposto, viveva nella sua dolce rigidità ciò che restava del presepe scolpito duecentoventotto anni prima da Ermanno Tronoder.
Tutto sembrava perfetto, il Bambino sorrideva pieno di speranza, le braccine aperte. Fasci di ceri ardevano dappertutto, a Natale non bisogna fare i crumiri. Sugli altari mi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Una lacrima color turchese
- Copyright
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