Nel 1894 l'osservatorio di Greenwich fu bersaglio di un fallito attentato anarchico. Da quell'episodio di cronaca Conrad trasse lo spunto per questo romanzo, pubblicato nel 1907, quasi un antesignano di tutte le spy stories del Novecento. Sembra un uomo tranquillo, il signor Verloc, che da anni gestisce un negozio nella capitale britannica. Ma in realtà è l'agente segreto di un non meglio precisato stato dell'Europa dell'Est, incaricato di sorvegliare gli anarchici. Quando il suo ambasciatore gli chiede di organizzare un'azione violenta per alimentare nell'opinione pubblica sentimenti di ostilità verso i rivoluzionari, tutto quello che Verloc riesce a fare è uccidere per errore il cognato. È l'inizio di una catena di vendette che sfoceranno in assurdi delitti.Tra i primi libri a trattare temi come spionaggio o terrorismo, L'agente segreto ha la forma di un giallo, ma si rivela soprattutto un fine esercizio di indagine psicologica e sociologica, un momento altissimo nella storia del romanzo moderno che riesce a contaminare il più popolare dei generi con le profonde intuizioni morali e l'ardito sperimentalismo linguistico di un grande artista.

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L'agente segreto (Mondadori)
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1
Mr Verloc, quando usciva la mattina, affidava il negozio alle cure, si fa per dire, del cognato. Lo poteva fare perché tanto di lavoro non ce n’era mai né tanto né poco, e prima di sera non ce n’era quasi per niente. A Mr Verloc non importava granché della sua attività di copertura. E comunque il cognato era affidato alla cura di sua moglie.
Il negozio era piccolo, come del resto anche la casa, una di quelle casette in mattoni annerite dalla fuliggine come ce n’erano tante prima che su Londra si levasse l’era della ricostruzione. Era una specie di scatola quadrata, questo negozio, con una vetrina a piccoli pannelli. Di giorno la porta restava chiusa, mentre di sera veniva lasciata discretamente accostata, in modo equivoco.
In vetrina stavano foto di ballerine più o meno discinte; pacchetti anonimi incartati come medicinali; buste gialle chiuse, sottili sottili, con il prezzo indicato in grosse cifre nere: due scellini e sei pence; qualche numero di antiche pubblicazioni umoristiche francesi appese a un filo come ad asciugare; una zuppiera di porcellana di un azzurro cupo, uno scrigno di legno nero, bottigliette di inchiostro indelebile e timbri di gomma; qualche libro dal titolo volgarmente allusivo; quelle che avevano tutta l’aria di essere vecchie copie di oscuri giornaletti, stampati male, dai titoli incendiari come La torcia, Il gong. Le fiammelle dei due beccucci a gas nella vetrina erano tenute sempre bassissime, per riguardo verso il portafoglio o per riguardo verso i clienti.
Questi clienti, o erano uomini molto giovani, che indugiavano un poco davanti alla vetrina prima di infilarsi dentro di slancio; oppure uomini di età più matura, ma con un aspetto come se fossero per lo più squattrinati. Alcuni di questi ultimi avevano il bavero del cappotto rialzato fino ai baffi e schizzi di fango sui risvolti dei pantaloni che davano l’idea di essere lisi e di qualità scadente, come del resto, se è per questo, anche le gambe che contenevano. Con le mani sprofondate nelle tasche del cappotto, si infilavano di sbieco, una spalla in avanti, quasi avessero paura di far suonare la campanella.
La campanella, appesa alla porta per mezzo di una striscia d’acciaio ricurva, era difficile da aggirare. Era irrimediabilmente crepata, ma la sera, alla minima provocazione, si metteva a strepitare alle spalle del cliente con impudente virulenza.
Strepitava; e, a quel segnale, dalla polverosa porta a vetri dietro il bancone di legno verniciato, Mr Verloc sbucava di corsa dal retrobottega. I suoi occhi erano gonfi di natura; aveva l’aria di uno che si fosse rivoltato tutto il giorno su un letto sfatto, vestito di tutto punto. Un altro avrebbe pensato che un simile aspetto fisico sarebbe andato a suo discapito. Nelle transazioni commerciali, specie se al dettaglio, molto dipende dall’aspetto affabile e piacevole del venditore, ma Mr Verloc sapeva che cos’era che vendeva e non stava lì a tormentarsi con dubbi estetici riguardo al suo aspetto fisico. Con uno sguardo calmo, impudentemente fisso, che sembrava tenere in serbo la promessa di una qualche abominevole minaccia, procedeva alla vendita di oggetti che ovviamente, e scandalosamente, non valevano i soldi scambiati nel corso della transazione: per esempio una scatoletta di cartone apparentemente vuota, una di quelle sottili buste gialle chiuse con cura, oppure un libro bisunto dal titolo pieno di promesse. Di tanto in tanto accadeva che una delle ballerine sbiadite e ingiallite venisse venduta a un estimatore, quasi fosse stata viva e giovane.
A volte era la signora Verloc ad apparire, richiamata dalla campanella crepata. Winnie Verloc era una giovane dal seno prosperoso, stretto in un corpetto attillato, e dai fianchi larghi. I capelli erano sempre perfettamente a posto. Aveva lo stesso sguardo calmo del marito e, al riparo dietro il bancone, conservava sempre un’aria di insondabile indifferenza. In quei casi il cliente d’età relativamente più giovane restava sconcertato nel trovarsi di fronte una donna e, con la rabbia nel cuore, chiedeva una bottiglietta di inchiostro indelebile, valore al dettaglio sei penny (prezzo nel negozio di Verloc uno scellino e sei penny), che poi una volta in strada avrebbe lasciato cadere furtivamente in un rigagnolo.
I visitatori serali, gli uomini col bavero rialzato e i cappelli flosci ben calcati sulla faccia, facevano un cenno alla signora Verloc e bofonchiando un saluto alzavano l’estremità ribaltabile del bancone per passare nel retrobottega, che dava accesso a un piccolo corridoio e a una ripida rampa di scale. La porta del negozio era l’unica via d’accesso alla casa in cui Mr Verloc svolgeva la sua attività di venditore di merci equivoche, esercitava la sua vocazione di protettore della società e coltivava le sue virtù domestiche. Queste ultime erano spiccate. Era perfettamente addomesticato. Né i suoi bisogni spirituali, né quelli mentali, né quelli fisici erano tali da costringerlo a uscire granché. In casa trovava gli agi del corpo e la pace della coscienza, insieme con le attenzioni coniugali della signora Verloc e il rispetto deferente della madre della signora Verloc.
La madre di Winnie era una donna pingue, con il respiro asmatico e una grossa faccia dalla carnagione scura. Sotto la cuffietta bianca portava una parrucca nera. Le sue gambe gonfie la rendevano inattiva. Vantava ascendenze francesi, il che poteva anche essere vero; e dopo parecchi anni di vita coniugale con un bettoliere di infima categoria, aveva provveduto agli anni della vedovanza affittando appartamenti ammobiliati a uomini soli vicino a Vauxhall Bridge Road, in una piazza che un tempo aveva conosciuto un certo splendore, ancora inclusa nel distretto di Belgravia. Questa circostanza topografica aveva i suoi vantaggi quando si trattava di reclamizzare le stanze; ma gli ospiti della brava vedova non erano proprio gente del gran mondo. Comunque fossero, sua figlia Winnie aiutava a occuparsi di loro. Tracce dell’origine francese di cui si gloriava la vedova erano evidenti anche in Winnie. Erano evidenti nell’acconciatura linda ed elaborata dei suoi lucidi capelli neri. Winnie aveva anche altre attrattive: la sua gioventù; la figura piena, formosa; la pelle chiara; una insondabile riservatezza molto provocante, che non arrivava mai al punto di impedire la conversazione, che i pensionanti da parte loro sostenevano con animazione e lei, da parte sua, con imperturbabile amabilità. Mr Verloc non doveva essere insensibile al suo fascino. Mr Verloc era un ospite intermittente. Andava e veniva senza una ragione apparente. Generalmente arrivava a Londra (come l’influenza) dal Continente, solo che arrivava senza essere annunciato dalla stampa; e le sue visite esordivano all’insegna del rigore. Faceva colazione a letto, dove rimaneva poi a crogiolarsi con l’aria di chi se la gode in santa pace, ogni mattina fino a mezzogiorno, e a volte anche più tardi. Quando usciva, però, sembrava incontrare grandi difficoltà a ritrovare la strada per tornare alla sua casa temporanea nella piazza di Belgravia. Ne usciva tardi e vi tornava presto: le tre o le quattro della mattina; e quando si svegliava alle dieci si rivolgeva a Winnie, che gli portava il vassoio con la colazione, con cortesia scherzosa ed esausta e la voce roca, flebile, di chi abbia parlato con veemenza per ore e ore. Da sotto le palpebre calate i suoi occhi sporgenti roteavano di qua e di là languidamente, amorosamente e, tirandosi su le coperte fino al mento, gli scuri baffi lisci coprivano le sue grosse labbra capaci di smancerie insinuanti.
A detta della madre di Winnie, Mr Verloc era un signore molto perbene. Dalla sua esperienza di una vita trascorsa in diverse “abitazioni con esercizio commerciale annesso”, la brava donna aveva tratto, ora che stava a riposo, un ideale di signorilità basato sugli avventori delle salette riservate dei bar. Mr Verloc si avvicinava a quell’ideale; anzi, lo eguagliava.
«Ovviamente, mamma, ci portiamo via i tuoi mobili», aveva detto Winnie.
La casa con camere ammobiliate doveva essere lasciata. A quanto pareva non conveniva continuare a mandarla avanti. Sarebbe stata d’impiccio per Mr Verloc. Avrebbe interferito con l’altra sua attività. Quale fosse la sua attività non veniva specificato; dopo il fidanzamento con Winnie, però, lui si prese la briga di alzarsi prima di mezzogiorno e, scendendo nel seminterrato, di intrattenersi con la madre di Winnie nella stanza della prima colazione dove lei spendeva la sua esistenza da invalida. Accarezzava il gatto, attizzava il fuoco, si faceva servire lì il pranzo. Lasciava quell’intimità leggermente soffocante con evidente riluttanza, però poi comunque restava fuori fino a notte inoltrata. Non si offrì mai di portare Winnie al teatro, come avrebbe dovuto fare un signore così perbene. Le sue serate erano tutte impegnate. Il suo lavoro in un certo senso era politico, disse una volta a Winnie. Avrebbe dovuto, la avvertì, essere molto gentile con i suoi amici politici. E lei con il suo sguardo serio, insondabile, gli rispose che, certo, lo sarebbe stata.
Che cos’altro lui le avesse detto riguardo alla sua occupazione alla madre di Winnie non riuscì mai di scoprirlo. La coppia, dopo il matrimonio, la portò via insieme con i mobili. L’aspetto squallido del negozio la stupì. Il trasferimento dalla piazza di Belgravia alla stradina angusta di Soho ebbe ripercussioni negative sulle sue gambe. Divennero di dimensioni enormi. D’altro canto, le sue preoccupazioni materne trovarono un completo sollievo. La pesante bonomia del genero le ispirava un senso di assoluta sicurezza. Il futuro di sua figlia era ovviamente assicurato e anche per quello di suo figlio Stevie non doveva più stare in pena. Non era riuscita a nascondere a se stessa che era un terribile impaccio, il povero Stevie. Ma considerando l’affetto di Winnie per il suo delicato fratello e l’indole gentile e generosa di Mr Verloc, aveva la sensazione che il povero ragazzo fosse al sicuro in questo mondo ostile. E in cuor suo, forse non le dispiaceva che i Verloc non avessero figli. Visto che questa circostanza sembrava lasciare del tutto indifferente Mr Verloc e che Winnie aveva trovato nel fratello un oggetto di affetto quasi materno, tutto sommato per il povero Stevie era meglio così.
Perché era difficile da gestire, il ragazzo. Era delicato e, per quanto un po’ fragilino, anche bello, se non fosse stato per quel suo labbro inferiore pendulo. Grazie al nostro eccellente sistema di istruzione obbligatoria, aveva imparato a leggere e a scrivere, nonostante quel labbro inferiore, che certo non aiutava. Ma come fattorino non si era rivelato un gran successo. Si dimenticava i messaggi; si lasciava facilmente fuorviare dalla retta via del suo dovere dagli allettamenti offerti da cani e gatti randagi, che si metteva a seguire per vicoletti angusti fino a cortili maleodoranti; dalle mille commedie della strada, che contemplava con la bocca spalancata, a detrimento degli interessi del suo datore di lavoro; o dalle tragedie dei cavalli finiti per terra, il pathos e la violenza delle quali lo inducevano a volte a lanciare degli urli laceranti in mezzo a una folla che non gradiva di essere disturbata da grida di dolore mentre si godeva in santa pace lo spettacolo nazionale. Quando veniva trascinato via da un poliziotto severo e protettivo, spesso saltava fuori che il povero Stevie si era dimenticato il suo indirizzo: almeno momentaneamente. Una domanda brusca lo faceva balbettare fino al punto di soffocare. Sbigottito da qualcosa di sconcertante storceva orribilmente gli occhi. Di convulsioni però non ne aveva mai avute (il che era incoraggiante); e di fronte ai naturali scoppi di insofferenza da parte di suo padre poteva sempre, da bambino, correre a ripararsi dietro le gonnelline della sorella Winnie. Qualcuno lo avrebbe potuto sospettare di nascondere un fondo temerario e pestifero. Quando compì quattordici anni, un amico del suo povero padre, rappresentante di una ditta straniera di latte in scatola, lo assunse come fattorino, e un pomeriggio nebbioso, quando il padrone era fuori, si fece beccare mentre accendeva fuochi d’artificio per le scale. Fece partire, uno dopo l’altro, un assortimento di razzi tremendi, girandole furibonde, petardi che scoppiavano fragorosamente: la faccenda avrebbe potuto avere conseguenze serissime. L’intero edificio fu travolto da una violenta ondata di panico. Impiegati con gli occhi sbarrati corsero giù per i corridoi pieni di fumo tossendo violentemente, si videro cilindri e anziani uomini d’affari rotolare giù per le scale indipendentemente gli uni dagli altri. Stevie non sembrò ricavare alcuna gratificazione personale da quanto aveva fatto. Le motivazioni dietro questo suo colpo di ingegno furono difficili da scoprire. Fu solo tempo dopo che Winnie riuscì a strappargli una confessione confusa e nebulosa. Pare che due altri fattorini nello stesso stabile avessero infiammato i suoi sentimenti con storie di ingiustizie e di soprusi, fino ad aizzare la sua compassione al punto di farla esplodere con quel gesto folle. Ma l’amico di suo padre, ovviamente, lo licenziò sui due piedi in quanto capacissimo di mandargli l’azienda in rovina. Dopo il suo exploit altruistico, Stevie fu messo a lavare i piatti nella cucina del seminterrato e a lucidare le scarpe dei signori che frequentavano la dimora di Belgravia. Ovviamente non c’era futuro in un lavoro del genere. I signori di tanto in tanto gli davano uno scellino di mancia. Verloc si mostrava più generoso degli altri. Ma nell’insieme il tutto non ammontava a un granché, né come fonte di guadagno né come prospettiva; cosicché, quando Winnie annunciò il suo fidanzamento con Mr Verloc, sua madre non potè fare a meno di chiedersi, con un sospiro e un’occhiata verso il retrocucina, che cosa ne sarebbe stato adesso del povero Stephen.
A quanto pareva Verloc era disposto a portarsi dietro anche lui, con la madre di sua moglie e quei mobili che erano l’unica fortuna visibile della famiglia. Mr Verloc accolse tutto, così come veniva, nel suo ampio petto indulgente. I mobili vennero sistemati per tutta la casa in modo da fare la più bella figura possibile, ma la madre della signora Verloc fu confinata in due stanzette sul retro al primo piano, in una delle quali dormiva lo sfortunato Stevie. A quel punto una sottile e soffice peluria aveva cominciato ad attenuare, come una nebbiolina dorata, le linee squadrate della sua piccola mandibola. Aiutava sua sorella nelle faccende domestiche con amore cieco e remissivo. Mr Verloc pensava che una qualche occupazione gli avrebbe fatto bene. Il tempo libero lo impiegava a disegnare cerchi con compasso e matita su un pezzo di carta. Si applicava a questo passatempo con grande impegno, chinato con i gomiti larghi sul tavolo in cucina. Attraverso la porta aperta del soggiorno sul retro del negozio, Winnie, sua sorella, di tanto in tanto gli lanciava un’occhiata vigile, materna.
2
Queste erano la casa, la famiglia e l’attività che Mr Verloc si lasciò dietro alle dieci e mezza del mattino dirigendosi verso ovest. Era insolitamente presto per lui; tutta la sua persona esalava il fascino di una freschezza quasi rugiadosa; indossava il suo cappotto di panno blu sbottonato; i suoi scarponi erano lucidi; le sue guance, rasate di fresco, avevano una loro lucentezza; e perfino i suoi occhi dalle palpebre pesanti, rinfrescate da una notte di tranquillo riposo, lanciavano occhiate relativamente sveglie. Attraverso le cancellate del parco queste occhiate contemplavano uomini e donne che cavalcavano nel Row, coppie che gli passavano accanto armoniosamente al piccolo galoppo, altre che incedevano pacatamente al passo, gruppi di tre o quattro che indugiavano, cavallerizzi solitari dall’aspetto poco socievole e amazzoni solitarie, seguite da lontano da uno stalliere con una coccarda sul cappello e una cintura di cuoio sulla giacchetta aderente. Delle carrozze passavano sfrecciando, per lo più dei tiri a due coperti e di tanto in tanto una vittoria con dentro la pelle di un qualche animale feroce e un viso e cappellino da donna che spuntavano al di sopra del mantice ripiegato. E un sole tipicamente londinese – su cui non c’era niente da eccepire se non che sembrava iniettato di sangue – dava luminosità al tutto col suo sguardo. Era sospeso a una modesta altitudine sopra Hyde Park Corner con un’aria di puntuale e benigna vigilanza. Lo stesso marciapiede sotto i piedi di Mr Verloc si tingeva d’oro antico in quella luce diffusa, in cui né muri, né alberi, né bestie, né uomini avevano un’ombra. Mr Verloc andava verso ovest attraversando una città senza ombre in un’atmosfera impolverata di oro antico. C’erano riflessi rossi, ramati, sui tetti delle case, sugli angoli dei muri, sulle fiancate delle carrozze, sugli stessi manti dei cavalli, e sull’ampio dorso del cappotto di Verloc, dove producevano un effetto di ruggine opaca. Ma Mr Verloc non era minimamente consapevole di essersi arrugginito. Attraverso le cancellate del parco valutò i segni dell’opulenza e del lusso della città con uno sguardo di approvazione. Tutta questa gente andava protetta. La protezione è la prima necessità dell’opulenza e del lusso. Andavano protetti; e i loro cavalli, le carrozze, le case, i servitori andavano protetti; e la fonte della loro ricchezza andava protetta, nel cuore della città e nel cuore del paese; l’intero ordine sociale, propizio alla loro igienica oziosità, andava protetto dalla vacua invidia dei poco igienici lavoratori. Andava… e Mr Verloc si sarebbe sfregato le mani per la soddisfazione se non fosse stato costituzionalmente avverso a ogni sforzo superfluo. La sua indolenza non era igienica; ma a lui andava più che bene. In un certo senso le era devoto con una sorta di inerte fanatismo, o forse piuttosto con una fanatica inerzia. Nato da genitori operosi e destinato a una vita di fatiche, aveva abbracciato l’indolenza seguendo un impulso tanto profondo quanto inspiegabile e imperioso, come l’impulso che dirige la preferenza di un uomo verso una particolare donna, tra mille. Era troppo pigro anche per un semplice demagogo, per un tribuno operaio, per un leader sindacale. Troppa fatica. Aveva bisogno di una forma più assoluta di agio; o magari era semplicemente vittima di un’incredulità filosofica verso l’efficacia di qualsiasi sforzo umano. Una tale forma di indolenza richiede, sottende, una certa quantità di intelligenza. Mr Verloc non era privo di intelligenza: e di fronte all’idea di un sistema sociale minacciato avrebbe forse ammiccato a se stesso se questo segno di scetticismo non avesse richiesto uno sforzo. I suoi grandi occhi sporgenti non erano fatti per ammiccare. Erano piuttosto di quel tipo che si chiude solenne per dormire con effetto maestoso.
Riservato e corpulento come può esserlo solo un grasso maiale, Mr Verloc, senza né sfregarsi le mani per la soddisfazione né ammiccare scetticamente ai propri pensieri, continuò per la sua strada. Pestava pesantemente il marciapiede con i suoi scarponi ben lucidati, e la sua tenuta in genere era quella di un agiato artigiano indipendente. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, da un corniciaio a un fabbro; un imprenditore in piccolo. Ma c’era in lui una certa aria indefinibile che nessun artigiano potrebbe aver acquisito nella pratica del suo mestiere, per quanto disonestamente esercitato: quell’aria comune a coloro che vivono dei ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione di Richard Ambrosini
- Cronologia
- Bibliografia
- L’agente segreto
- Nota dell’autore
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- Postfazione di Virginia Woolf
- Copyright