Juan Rico vive in un futuro non troppo lontano, in cui il mondo è stato pacificato e, dopo una devastante guerra mondiale, si è instaurato un governo aristocratico che vede la Terra far parte di una Federazione di pianeti. Figlio di un ricco industriale, il giovane Rico sceglie di non lavorare nell'azienda paterna, ma, anche seguendo il consiglio dei suoi maestri di storia e morale, di arruolarsi volontario nel corpo di Fanteria spaziale mobile. Dopo un periodo di addestramento, Juan viene inviato al fronte; qui dovrà affrontare i nemici alieni impegnati in un confitto senza tregua contro la specie umana; ma le battaglie che dovrà combattere saranno più psicologiche che militari, e lo trasformeranno alla fine, da frivolo diciottenne, in un vero uomo.
Capolavoro della fantascienza d'azione, vincitore del prestigioso premio Hugo nel 1960 e ispiratore di svariati videogiochi e film (primo fra tutti il celebre, omonimo kolossal di Paul Verhoeven): Starship Troopers è ancora oggi una grande lettura, la storia di un'iniziazione, di un'avventura, un racconto di guerra a forti tinte narrato con grande forza e incisività.

- 350 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Starship Troopers
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
1
Avanti, scimmioni! Volete vivere in eterno?
(un sergente al suo plotone, 1918)
Mi viene sempre la tremarella prima del lancio. Mi hanno fatto l’iniezione, naturalmente, e la preparazione ipnotica, so benissimo che in realtà non ho paura. Lo psicoanalista della nave, che mi ha controllato le onde del cervello e fatto un sacco di domande mentre ero addormentato, mi assicura che non si tratta di paura, che è una cosa senza importanza, un po’ come il tremito di un cavallo da corsa che scalpita prima dell’inizio della gara.
Sarà. Non sono mai stato un cavallo da corsa, quindi non mi pronuncio. So una cosa sola: che tutte le volte, immancabilmente, è la stessa storia.
Trenta minuti prima dell’ora fissata, dopo che ci eravamo adunati nel vano di lancio della Rodger Young, il nostro comandante di squadrone giunse per l’ispezione. Non era il vero comandante dello squadrone, era il sergente, il sergente Jelal della Fanteria spaziale mobile, detto Gelatina. Il comandante, il tenente Rasczak, c’era rimasto durante l’ultimo lancio. Jelly era un finno-turco di Alexandretta, un ometto olivastro a cui non avresti dato due soldi, e invece io l’ho visto con i miei occhi agguantare due soldati alti il doppio di lui, sbattere le due teste una contro l’altra come se fossero state noci e farsi da parte mentre quelli crollavano a terra.
Fuori servizio non era cattivo, per essere un sergente. Si poteva persino chiamarlo Gelatina in sua presenza. Non i nuovi arrivati, naturalmente, ma solo quelli che avevano fatto almeno un lancio di combattimento.
Al momento, però, era in servizio. Ognuno di noi aveva ispezionato il proprio equipaggiamento da battaglia (si tratta della pellaccia, mi spiego?), quello che fungeva da sergente ci aveva già passati in rivista attentamente dopo l’adunata, e adesso Gelatina ci ispezionava di nuovo, con faccia feroce e occhi ai quali non sfuggiva niente.
Si fermò davanti all’uomo di fronte a me e gli premette un pulsante della cintura per avere i dati circa le sue condizioni fisiche. — Fuori dai ranghi!
— Ma, sergente, è solo un po’ di raffreddore. Il medico ha detto che...
Gelatina lo interruppe. — Ma sergente, un corno! — sbraitò. — Il medico non deve mica lanciarsi... e nemmeno tu, con la febbre che ti ritrovi. Credi che abbia tempo di stare qui a discutere con te prima di un lancio? Fuori, ho detto!
Jenkins ci lasciò, immusonito e furente. La cosa seccava anche a me. Visto che il tenente ci aveva lasciato le penne, durante l’ultimo lancio, c’era stata una rivoluzione nei quadri, e io mi trovavo ora a essere vicecapo della seconda squadra. Senza Jenkins, nella squadra c’era un vuoto che non avevo modo di colmare. Brutto affare. Significava che uno avrebbe potuto trovarsi nei guai, chiedere aiuto e non avere nessuno che glielo avrebbe dato.
Gelatina non scartò nessun altro. Finita l’ispezione si fermò di fronte a noi, ci squadrò ben bene e scosse la testa disgustato.
— Che manica di schiappe! — brontolò. — Se in questo lancio ci restate secchi tutti quanti, forse allora si potrebbe cominciare daccapo a mettere insieme il gruppo di uomini che il tenente si illudeva di fare di voi. E magari neanche, con quello schifo di reclute che si arruolano al giorno d’oggi. — D’improvviso s’impettì e prese a urlare: — Allora, cocchi di mamma, ci tengo solo a ricordarvi che ognuno di voi, tra munizioni, armature, strumenti, addestramento eccetera, compreso tutto quello che vi siete mangiato, è costato al governo qualcosa come mezzo milione. Aggiungeteci i trenta centesimi che ognuno di voi vale, e vedrete che si tratta di una bella somma. — Ci fulminò con lo sguardo. — Perciò, cercate di portare a casa la pelle. Di voi possiamo anche fare a meno, ma è quel patrimonio che avete addosso che ci sta a cuore. Non voglio eroi nel mio squadrone. Al tenente non sarebbero piaciuti. Avete un compito da svolgere. Andate giù, fate quello che dovete fare, tenete aperte le orecchie per quando vi sarà ordinato di rientrare e tenetevi pronti per il recupero, secondo l’ordine stabilito. Intesi? — Altra occhiataccia. — Il piano d’operazione dovreste averlo memorizzato in ipnosi. Ma siccome quando uno non ha cervello è inutile cercare di ipnotizzarlo, ve lo ripeterò ancora una volta, a voce. Sarete lanciati su due linee d’attacco, distanziate a due chilometri. Controllate la posizione rispetto a me appena atterrate, e mentre vi portate al riparo controllate anche posizione e distanza nei confronti dei compagni di pattuglia, su tutti e due i lati. Nel frattempo, avrete già sprecato dieci secondi, perciò fracassate e distruggete tutto quello che vi viene a tiro fino a quando non toccate terra. — (Ce l’aveva con me: come vicecaposquadra mi sarei trovato ultimo sul fianco sinistro senza nessuno a coprirmi dall’altra parte. Cominciai a tremare.) — Una volta atterrati tutti, raddrizzate le linee. Regolate gli intervalli! Fate solo questo! Dodici secondi. Poi avanzate a balzi, pari e dispari. I vicecapisquadra si occuperanno del conto dei secondi e guideranno il movimento a tenaglia. — Fissò me. — Se la manovra sarà eseguita correttamente, cosa di cui dubito, le due ali si saranno congiunte nel momento in cui suonerà la ritirata. E a questo punto si rientra alla base. Nessuna domanda?
Non ce ne furono. Non ce n’erano mai.
Lui continuò. — Un’ultima cosa. Questa è una semplice incursione, non un combattimento. È una dimostrazione di potenza bellica a scopo intimidatorio. La nostra missione è far capire ai nemici che avremmo potuto distruggere la loro città, ma non l’abbiamo fatto, e che possiamo provocare danni ingenti anche se ci asteniamo da un bombardamento totale. Non dovete prendere prigionieri. Ucciderete soltanto se non potrete farne a meno, ma l’intera area dell’incursione dovrà essere rasa al suolo. Non voglio vedere nessuno di voialtri scansafatiche tornare a bordo con bombe inesplose. Ci siamo capiti? — Controllò l’ora. — I Rompicollo di Rasczak hanno una reputazione da difendere. Prima di morire il tenente mi ha incaricato di dire che vi terrà costantemente d’occhio, e che si aspetta di vedere i vostri nomi risplendere di gloria!
Gelatina guardò il sergente Migliaccio, capo della prima sezione. — Cinque minuti per il Padre — concesse. Alcuni dei ragazzi uscirono dai ranghi e si inginocchiarono davanti a Migliaccio, non solo quelli che aderivano alla sua stessa fede.
Musulmani, cristiani, agnostici, ebrei, chiunque volesse una parola da lui, prima di un lancio, lo trovava là. Ho sentito dire che un tempo c’erano eserciti i cui cappellani non combattevano a fianco dei compagni. Non l’ho mai capito. Mi spiego: come fa un cappellano a benedire qualcosa che non è disposto a fare lui stesso? In ogni modo, nella Fanteria spaziale mobile tutti si lanciano e tutti combattono, compreso il cappellano, il cuoco e il gatto. Una volta iniziata la scivolata lungo il tubo di lancio, a bordo dell’astronave non sarebbe rimasto un solo Rompicollo. Salvo Jenkins, s’intende, ma non era colpa sua.
Io non mi avvicinai. Temevo sempre che da vicino qualcuno si accorgesse che tremavo. Del resto il Padre poteva benedirmi ugualmente dal punto in cui si trovava. Ma fu lui stesso ad accostarsi a me, appena l’ultimo di quelli in ginocchio si fu rialzato, premendo il suo elmetto contro il mio per parlarmi in privato.
— Johnnie — mormorò — è il tuo primo lancio come graduato.
— Già. — In realtà non ero un graduato, come del resto Gelatina non era un ufficiale.
— Volevo dirti solo una cosa, Johnnie. Porta a casa la pelle. Sai quello che devi fare. Fallo. Fallo e basta. Non cercare di guadagnarti una medaglia.
— Grazie, Padre. Non lo farò.
Aggiunse sottovoce qualcosa, in un linguaggio che non conoscevo, mi batté la mano sulla spalla e tornò di corsa alla sua squadra.
Jelly gridò: — At-tenti! — E tutti scattammo.
— Squa-drone!
— Squa-drone! — fecero eco Migliaccio e Johnson.
— Per squadre, a tribordo e a babordo, prepararsi per il lancio! Via!
— Squadre! Pronti alle capsule! Via!
— Pattuglie! — Dovetti aspettare che le pattuglie Quattro e Cinque s’infilassero nelle capsule e scivolassero giù per il tubo di lancio prima che la mia capsula apparisse lungo il binario del portello e potessi ficcarmici dentro. Mi chiedevo se quei famosi guerrieri dell’antichità avessero provato lo stesso terrore nell’infilarsi dentro il cavallo di Troia, o se fosse un privilegio tutto mio. Gelatina era addetto alla chiusura di ogni capsula. Si premurò personalmente di chiudere la mia. Nel farlo si chinò verso di me e disse: — Testa a posto, Johnnie. Non è niente di più di un’esercitazione.
La calotta si chiuse sopra di me e mi ritrovai solo. Niente di più di un’esercitazione, a sentire lui! Cominciai a tremare come una foglia.
Poi, nella cuffia, sentii Gelatina dal tubo centrale: — Ponte di comando! Rompicollo di Rasczak... pronti per il lancio!
— Diciassette secondi, tenente! — sentii rispondere dall’allegra voce di contralto della comandante dell’astronave, il capitano Deladrier. E ci soffrii a sentirla chiamare Gelatina “tenente”. D’accordo, il nostro tenente era morto e forse Gelatina avrebbe preso il suo posto, ma per ora eravamo ancora i Rompicollo di Rasczak.
La comandante aggiunse: — Buona fortuna, ragazzi.
— Grazie, capitano.
— Tenetevi pronti! Mancano cinque secondi.
Ero tutto legato con le cinghie: vita, fronte, stinchi. Ma tremavo più che mai.
Va meglio, una volta scaricati. Fino a quel momento, si stava nel buio più completo, rigidi come mummie per via dell’accelerazione, riuscendo appena a respirare, sapendo che attorno nella capsula c’è soltanto azoto (anche ammesso che si potesse sollevare il casco, e non si può), sapendo che la capsula è bloccata nel tubo di lancio e che se l’astronave viene colpita prima che ti sparino fuori, non hai nemmeno il tempo di dire amen. Crepi così, senza poterti muovere, senza poter fare niente.
È quell’attesa interminabile nel buio che dà la tremarella: pensi che si siano dimenticati di te... forse la nave è stata colpita ed è rimasta in orbita, senza vita, e tra poco farai la stessa fine anche tu, morirai soffocato, senza poterti muovere... oppure la nave esploderà, e farai in tempo ad arrostire vivo...
Poi la manovra d’arresto dell’astronave ci colpì d’improvviso e io smisi di tremare. Gravità otto, a occhio e croce, forse anche dieci. Quando un’astronave è pilotata da una donna la faccenda non è mai piacevole: uno si ritrova lividi dappertutto. Sì, lo so, come piloti valgono più degli uomini, le loro reazioni sono più rapide e tollerano un maggior numero di gravità. Possono accelerare e decelerare più rapidamente, quindi le probabilità di cavarsela sono maggiori per tutti, per te come per loro. Detto ciò, non è piacevole ricevere in piena spina dorsale un urto pari a dieci volte il proprio peso normale.
Devo ammettere, però, che il capitano Deladrier sapeva il fatto suo. Dopo avere bloccato la Rodger Young, non sprecò un solo istante. Immediatamente la sentii ordinare: — Tubo di lancio centrale... fuoco! — Ci furono due scossoni di rinculo mentre Gelatina e quello che fungeva da sergente di squadrone venivano scaricati. Poi, subito: — Tubi di babordo e tribordo a tiro automatico... fuoco! — E uno dopo l’altro cominciammo a schizzare fuori dai tubi.
Bump, e la tua capsula scatta in avanti di un posto. Bump, e scatta di nuovo, proprio come cartucce che vanno a inserirsi nella canna di una vecchia arma automatica al posto di quelle appena sparate. Ecco, proprio questo eravamo in effetti, salvo che le canne del fucile nel nostro caso erano due tubi di lancio gemelli costruiti dentro lo scafo di un’astronave da trasporto truppe, e ogni cartuccia costituiva una capsula grande abbastanza (ma non un filo di più) per contenere un soldato di fanteria con tutto il suo equipaggiamento da combattimento.
Bump... Ero abituato a sentirmi sbalzare fuori al bump numero tre. Ora, invece, facevo da fanalino di coda: ero l’ultimo di tre pattuglie complete. È un’attesa noiosa, anche se le capsule escono una al secondo. Cercavo di contare i bump. Dodici, tredici, quattordici (con un tonfo un po’ diverso dagli altri: era la capsula vuota dentro cui si sarebbe dovuto trovare Jenkins).
Poi finalmente... clang! È il mio turno, la capsula entra nella camera di scoppio e... buuum! L’esplosione colpisce con una forza tale che, al confronto, la manovra di arresto del pilota diventa una carezza affettuosa. E d’improvviso il nulla. Assolutamente nulla. Niente rumore, niente pressione, niente peso. Si fluttua nell’oscurità, in caduta libera, forse da quattro o cinquemila metri oltre l’atmosfera, precipitando senza peso verso la superficie di un pianeta mai visto. Ma a questo punto non tremo più, è l’attesa che logora. Una volta scaricati, la paura cessa perché, se qualcosa dovesse andare male, tutto avverrebbe con una tale rapidità che ci si ritroverebbe morti senza nemmeno rendersene conto.
Subito sentii la capsula deformarsi e ondeggiare, poi si stabilizzò in modo che tutto il mio peso poggiasse sulla schiena, aumentando rapidamente, fino a raggiungere quello definitivo che avrei avuto in rapporto alla forza di gravità del pianeta (gravità 0,87, ci avevano detto) via via che la capsula raggiungeva la velocità definitiva per i rarefatti strati superiori dell’atmosfera. Un pilota che sia veramente un artista (e il nostro capitano lo era) deve avvicinarsi ed eseguire la manovra di frenata in modo che la velocità di lancio, quando si viene sparati fuori dal tubo, coincida con quella di rotazione del pianeta a una data latitudine. Le pesanti capsule possono così penetrare attraverso i venti deboli degli strati superiori dell’atmosfera senza subire deviazioni sensibili dalla loro posizione. Ovviamente ogni squadrone è ugualmente destinato a disperdersi durante la discesa e a deviare dalla perfetta formazione in cui è stato scaricato. Un cattivo pilota, però, può peggiorare enormemente questo effetto e disperdere i componenti di un gruppo in un’area così vasta da metterli nell’impossibilità di riunirsi per la ritirata e soprattutto di portare a termine la loro missione. Un fante può combattere soltanto se viene recapitato esattamente sulla sua zona d’operazione. In un certo senso, quindi, i piloti sono essenziali al buon esito dell’attacco tanto quanto la fanteria stessa.
La mia capsula penetrò nell’atmosfera con estrema facilità, e io capii subito che il capitano ci aveva sganciati in modo perfetto. La cosa mi rallegrò, non solo perché avremmo toccato terra in formazione compatta, evitando di sprecare tempo prezioso a regolare le distanze, ma anche perché un pilota che sa eseguire con precisione lo sganciamento è altrettanto abile nel riprenderti a bordo.
L’involucro esterno incendiandosi doveva essersi sfaldato in maniera non uniforme, visto che mi ritrovai a testa in giù. Poi il resto dell’involucro volò via e subito mi raddrizzai. I freni a scossa del secondo involucro entrarono in azione, e cominciò un ballo che ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Ringraziamenti
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- Nota storica
- Copyright