Debole di costituzione
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Debole di costituzione

Difetti e anacronismi della nostra Carta fondamentale

  1. 182 pagine
  2. Italian
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Debole di costituzione

Difetti e anacronismi della nostra Carta fondamentale

Informazioni su questo libro

La nostra Costituzione è ancora adeguata al suo ruolo, che oggi è quello di favorire la fase di passaggio del Paese dalla società industriale a quella postindustriale o dei servizi? Secondo Luigi Mazzella no: l'insigne costituzionalista individua le cause della "debolezza" della nostra Carta principalmente nelle sue origini ideologiche e nella sostanziale latitanza di una concezione della vita consociata che sia volta soprattutto a garantire ai cittadini quell'effettiva ed efficace certezza del diritto che è propria degli ordinamenti liberali (in senso lato). Il libro è di agevole lettura e di facile comprensione anche per i non addetti ai lavori, grazie all'esposizione sempre nitida, lineare e familiare di Luigi Mazzella, che si dimostra non solo un uomo particolarmente colto, ma anche un conversatore garbato, un giurista brillante e ricco di fascino affabulatorio.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
eBook ISBN
9788852058448
Print ISBN
9788804650676
1

Il clima costituente

In quale clima, politico e umano, è nata la nostra Costituzione, la legge fondamentale della Repubblica italiana, che ha compiuto i sessantacinque anni di vita?
Rovente e confuso.
Perché rovente?
L’Italia usciva da una terribile, cruenta lotta fratricida, la guerra civile, combattuta in larga parte dello Stivale tra forze fasciste e antifasciste (comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, repubblicani e liberali, tutti presenti nel Comitato di liberazione nazionale).
Perché confuso?
Uscivamo da una guerra, la Seconda mondiale, in cui il salto finale dalla parte dei vincitori, conseguente alla caduta del fascismo, non ci aveva evitato né la distruzione fisica del Paese né la vergogna morale della sconfitta. La confusione era alimentata anche dal fatto che eravamo stati “liberati” dalla tirannide nazifascista grazie a un coagulo di Stati tutt’altro che omogenei. C’erano gli Alleati, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, esempi di consolidata democrazia liberale, ma c’erano anche l’Unione Sovietica e la Cina, espressioni di dittature non meno feroci di quelle da cui ci eravamo affrancati.
Secondo lei, quel clima politico ancora rovente e confuso ha influito nella stesura della Carta?
Inevitabilmente, ma non bisogna dirlo!
Perché?
Perché l’Italia è un Paese che ama abbellire la sua storia e tutto ciò che la riguarda.
Veramente, dicono di noi che siamo degli incalliti autodenigratori!
Ha ragione: forse, perché amiamo gli eccessi!
Facciamo qualche esempio di abbellimento!
Ho parlato, prima, di guerra civile fratricida: secondo la vulgata comune, avrei dovuto parlare di lotta di Resistenza al fascismo.
In altre parole, nel fare ciò si è dimostrato un eretico! Perché?
Perché tendo ad avvicinarmi il più possibile alla verità e a usare comunque il raziocinio. Come si può parlare di Resistenza a un regime tirannico in un Paese che al fascismo aveva offerto lo spettacolo di adunate oceaniche e altre buffonate di massa?
Forse gli italiani non avevano mai opposto alcun serio ostacolo al loro duce perché ogni tirannide ha, come ogni tirannide, anche il fascismo aveva metodi di governo anche feroci.
Indubbiamente. Ma non si può definire “Resistenza al fascismo” una lotta che comincia dopo la sua caduta e dopo la sconfitta in guerra della nazione a opera degli Alleati. È una contraddizione in termini.
Qualche altro esempio a conforto della sua tesi dell’abbellimento.
C’è un esempio di abbellimento sostanziale, non formale o terminologico. Da un opposto angolo visuale, nel nostro Paese si è chiamata “brigantaggio” la guerra civile serpeggiante nel suo territorio dopo l’unificazione sotto il regno dei Savoia.
Perché un terrore così accentuato dell’espressione “guerra civile”?
Perché gli italiani sono tendenzialmente ottimisti. Il che è certamente un bene. Amano l’ampollosità di termini che indicano traguardi da raggiungere nel futuro e non la crudezza di parole che ricordano il passato e lo stesso presente.
Ne viene fuori, però, una melassa di finzioni, e la lente distorta dell’ipocrisia non ci fa vedere la realtà che è all’origine delle nostre contraddizioni. Allora, ritornando al nostro tema, le chiedo: possiamo tentare di ricostruire quel clima di conflitti e di successiva riconciliazione nazionale?
Possiamo farlo, ma ci tireremo addosso l’accusa di essere eretici.
È passato tanto tempo, però. Più che come eretici ci bolleranno con il termine altrettanto ingiurioso di “revisionisti”.
Lei è ottimista perché forse si rifiuta di constatare che il Bel Paese è tuttora caratterizzato dalla presenza degli eredi di quei tre assolutismi ideologici che da decenni egemonizzano la vita politica italiana.
Credo che lei sia, per converso, troppo pessimista. L’assolutismo religioso dei cattolici si è molto annacquato e quello filosofico dell’idealismo posthegeliano dei fascisti e dei comunisti convince, ormai, solo pochi nostalgici.
Ha ragione: quelle ritenute e asserite Verità assolute mostrano, oggi, un volto consunto dagli eventi. Però, mi creda: rinvenire uno spirito libero non condizionato da esse, sia pure in modo molto mediato e confuso, è ancora un’impresa ardua da realizzare lungo lo Stivale.
Proviamoci e prendiamo lo spunto da un libro che raccoglie su un tema specifico (Roma) alcuni scritti di Raffaele La Capria.1
L’ho letto con molta partecipazione, non soltanto intellettuale ma anche emotiva. Lo scrittore ricorda che a Ernesto Rossi, cui lui si era imparentato con le prime nozze, gli avversari politici attribuivano la qualifica di “anarchico”. Era una definizione ritenuta dispregiativa e già attribuita dalla gauche a Albert Camus, quando aveva abbandonato il Partito comunista, cui era rimasto legato, invece, Jean-Paul Sartre. Sono stato un lettore accanito di Rossi e di Camus, come lo sono di La Capria, può capirmi.
Comprendo bene ciò che dice. Era una qualifica data, negli anni del fascismo dominante o del comunismo strisciante e pronto a impadronirsi del potere, a chiunque, in tutta l’Europa continentale, non condivideva il verbo della filosofia idealistica.
Era anarchico chiunque rifiutava il letto di Procuste delle semplificazioni concettuali di Hegel e dei suoi seguaci. L’assolutistico rigore nel pretendere di dare un ordine al mondo, incasellando l’“Io universale” in una costellazione di “io individuali” con giochi e simmetrie di vario tipo e ricca fantasia era divenuto il contenuto di una vera e propria “religione laica”.
Nel libro, La Capria sostiene: «A Roma in quell’epoca si scontravano fondamentalmente due culture, quella comunista e quella cattolica», mentre la cultura laica, meno persa tra sogni e utopie, era, come lui dice, «più difficile…».
Esatto!
E più avanti aggiunge: «La cultura di sinistra incuteva, a tutti, rispetto, ci si faceva sempre i conti… in qualche modo intimidiva. Molti grandi intellettuali erano comunisti, la loro era una cultura condivisa dai giovani. Mentre, invece, l’altra, quella democristiana, appariva meno affascinante, meno suggestiva». Condivide questi giudizi?
Sì! Anche se quelle due culture s’incontravano sulla base comune dell’egualitarismo…
Mi permetta: più facile comunque a dirsi che a realizzarsi su questa Terra, come ben si prevedeva nell’apologo della cruna dell’ago, del cammello e del ricco, che resta tale ma non entra nel regno dei cieli. Chiusa la parentesi.
… pur nel comune presupposto, dicevo, i fanatici della filosofia posthegeliana, con i loro postulati sia assistenzialistici (tipici dei fascismi) sia utopici ed egualitari (tipici dei comunismi), guardavano, con malcelato disprezzo, i religiosi, ritenendosi essi soltanto i portatori di una cultura superiore.
Nella «Filosofia della Pratica»2 l’idealista Benedetto Croce teorizza che il filosofo considera il credente fideistico come un fratello minore.
Ecco! La Capria, nel suo bel libro, dà testimonianza di quella realtà che esisteva nel dopoguerra.
E che, secondo lei, permane tuttora.
Sì!
Questo, però, La Capria non lo dice.
È vero. Anche perché non era l’obiettivo della sua narrazione. La Capria dice (e io condivido) che quelle forze politiche, in senso sincronico in alcune parti del mondo o diacronico in altre (come in Italia e nella Germania dell’Est), che avevano osannato con pari entusiasmo il nuovo ordine nazista e il ferreo regime sovietico, non potevano accettare il pensiero di un uomo come Ernesto Rossi (o di un altro laico come lui), libero da ogni condizionamento ideologico e poco incline a farsi portare per il naso in viaggi di fantasie ugualitarie.
O che potessero farlo i cattolici.
Sì! I devoti e fedeli osservanti del potere autocratico cattolico erano stati adusi nei secoli a digerire Crociate, Borgia, Inquisizione e patiboli dei papa-re. Era già una fortuna che Ernesto Rossi potesse dialogare con Ennio Flaiano, Sandro De Feo, Giovannino Russo, Vitaliano Brancati, Leo Longanesi e con quei laici che, pur dichiarandosi liberali, non avevano subito il fascino di filosofi idealisti, sistematici per vocazione accademica, come Benedetto Croce.
Non salva neppure Benedetto Croce? Capisco che voglia sfidare gli assolutisti, meritandosi il titolo di eretico, ma attaccando Croce rischia di essere considerato un bestemmiatore dai liberali.
Lo so, ma a mio giudizio un liberale non può nutrirsi di una filosofia che ha in sé il seme di una verità ritenuta assoluta: può nascere unicamente nelle patrie dell’empirismo pragmatico e nelle baie del dubbio.3
Lei ritiene, quindi, che non sia un caso se oggi Croce è divenuto l’astro polare dei comunisti, convertiti tardivamente al liberalismo dopo il crollo dell’Impero bolscevico. Così come Giovanni Gentile lo era divenuto dei fascisti, prima della costituzione della Repubblica di Salò.
Esatto!
La Capria dichiara di dovere molto, sul piano formativo, allo zio della sua prima moglie. Lo slogan degli “utili idioti”, inventato da quell’uomo libero e indipendente, riuscì a vaccinarlo dal conformismo partitico, pur non preservandolo, del tutto, da una certa simpatia per il Pci.
E ciò lascia nel lettore e negli amici la curiosità di sapere se quell’antica simpatia di La Capria per gli incalliti sottoscrittori di proclami (anche in connessione con i fatti d’Ungheria, di Praga e via discorrendo) sia tuttora viva o abbia subito qualche appannamento, anche alla luce dei più recenti avvenimenti politici italiani e mondiali.
Lei non crede che la disaffezione per la cultura che si rimprovera ai giovani d’oggi, attribuita con piglio severo al Web, ai giochi elettronici, presenti anche nei telefoni cellulari, al cinema di pura evasione (dall’horror alla fantascienza e ai cartoon) potrebbe avere anche una causa ben diversa e, certamente, più seria: gli esempi dati nel “secolo breve” da troppi cattivi maestri?
Scagioniamo subito il Web. Se i vincoli culturali e identitari si stanno dissolvendo, la colpa non è dei social network. La cultura in pillole di Internet è certamente un surrogato; ma di qualcosa che non c’è più, che è s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. DEBOLE DI COSTITUZIONE
  5. 1. Il clima costituente
  6. 2. La Corte costituzionale
  7. 3. La magistratura e il suo Consiglio superiore
  8. 4. L’obbligatorietà dell’azione penale
  9. 5. Il lavoro
  10. 6. La sovranità popolare
  11. 7. La sovranità territoriale
  12. 8. La funzione sociale della proprietà
  13. 9. Il turismo
  14. 10. La cultura, le scienze, le arti
  15. 11. Confessioni religiose e professione di fede
  16. 12. La libertà di pensiero
  17. 13. La libertà e la segretezza della comunicazione
  18. 14. L’emenda costituzionalizzata
  19. 15. Matrimonio e famiglia
  20. 16. La decretazione d’urgenza
  21. 17. Rapporti internazionali e bilancio dello Stato
  22. 18. Le guerre civili e l’impopolarità di Montesquieu in Italia
  23. 19. La trasparenza nella pubblica amministrazione
  24. 20. Il sistema tributario
  25. Copyright

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