Vittorio è un uomo solo, dal cuore indurito, perseguitato dagli incubi di un'insonnia perenne, dall'incapacità di dormire e pertanto di sognare. Anzi quelli come lui che non dormono sognano e non se ne accorgono. Ha storie occasionali, non d'amore. È abitudinario, logico. Il martedì, la sua serata di libertà, si concede un film al cinema. Sceglie sempre un film d'insuccesso. Lei è Laura. E sta alla cassa del cinema. È bella e provata dalla vita, ironica e sognatrice. Sogna il mare cristallino, la sabbia bianca, le donne sinuose dai lunghi capelli neri dipinte da Gauguin e un chiosco da grattachecca. Sparire e ricominciare da capo. È l'unica cosa che importa. Che sia lontano e che ci sia il mare. Fra i due scocca una scintilla e l'intreccio si fa allora sorprendente. E tra sentimenti, passioni e colpi di scena ci conduce a un finale inatteso e commovente, la grazia dell'inaspettato. Pagina dopo pagina Vittorio si fa sempre più Flavio. E sentiamo nettamente la voce calda, emozionante, avvincente di Insinna raccontarci questa storia ricca di umanità, questa fiaba romantica che parla un po' di tutti noi.

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- Italian
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La macchina della felicità
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La macchina della felicità

La felicità è un viaggio?
O una destinazione?
Mi piace vivere? O non mi piace? Me lo chiedo ogni mattina. Appena sveglio. Lo faccio sempre. Anzi, prima ancora di svegliarmi, in sogno o nello smarrimento semicosciente del dormiveglia, già me lo sono chiesto un miliardo di volte, che moltiplicato per tutte le notti insonni della mia vita fa… vabbè, lascia stare. Non dormo mai, e comunque il mio ultimo pensiero a occhi chiusi è per i miei genitori, che non ci sono più.
E il mio risveglio è sempre uguale: mi piace vivere oppure no? Vivo solo, non che gli animali non mi piacciano, anzi. Ma trovo poco dignitoso sfruttare un gatto, un cane, un cardellino per farmi fare un po’ di compagnia. Se non do niente, non accetto. Fa parte del mio modo di vedere le cose. E a un animale potrei offrire solo uno spazio, neppure un balcone, né tempo né affetto. Fossi capace di voler bene a qualcuno, avrei già preso un cane, un criceto o un canarino. E ancora di più non sopporto quelli che, per la stanchezza di vivere da soli, si aggrappano a un’altra persona pensando “Be’, proprio amore non è, non ci amiamo, ma ormai, insomma… dai, ci facciamo compagnia”.
Di compagnia ne ho quanta ne voglio, senza troppa fatica, a un piano di distanza da casa, al bar del Casinò dove lavoro. Qua si incontrano anime di passaggio che in un giro di bevute raccontano di sé più di quanto fuori da qui racconterebbero in una vita. Uomini ricchi con il lusso del gioco, uomini immiseriti dallo stesso lusso, donne annoiate dalla fortuna che sperano di vincere una somma di entusiasmo, donne in cerca di fortuna, ai tavoli o nei pantaloni di uno ricco, e rigorosamente nessun bambino intorno. Il Casinò appare come un luogo di adulti senza famiglia, padri, madri che per qualche ora, una sera, o tutte le sere, si aggirano in questo spazio senza legami. E anche io sono un ospite, altrettanto strano, in questa che da anni, solo per convenzione, non per convinzione, chiamo casa. Il mio appartamento è bianco, elegante, impersonale. Gli asciugamani, l’accappatoio, le pantofole, tutto bianco, tutto con sopra la sigla del Casinò.
La scorta di shampoo e di sapone è in boccette di plastica da trenta millilitri, non ho lavatrice né lavastoviglie, perché per le pulizie c’è il personale. Niente cucina, solo un piccolo frigo e un’astronave che se sapessi pilotare dovrebbe produrre tazzine di caffè. La mia giornata è scandita abbastanza bene, sveglia all’ora di pranzo, tuta da ginnastica, la prima discesa in ascensore la faccio fino al piano piscina, quaranta vasche, senza forzare, l’età avanza, bisogna tenersi in forma, torno su nella stanza: barba, doccia, giacca, cravatta, pantaloni. Poi di nuovo in ascensore, sosta al bar per la colazione. La faccio dopo lo sport. Il preparatore atletico del nostro centro benessere dice che a stomaco vuoto si bruciano più calorie. Sarà, ma un paio di volte stavo per annegare, collassando. Il pomeriggio sono pronto per entrare in servizio. Vestito da sera, fino alla mattina dopo. Perché al Casinò c’è solo luce artificiale. È notte sempre, soprattutto di giorno.
Il mio giorno di luce naturale, invece, è il martedì, giorno di riposo, quando mi regalo una lunghissima passeggiata all’aperto e poi, appena fa buio, naturale pure quello, mi aspetta il cinema, la mia passione. Ci vado fin da piccolo, prima con i miei genitori, poi senza, con i soldi della paghetta, adesso, da solo, con quelli dello stipendio. Ho attraversato tutte le fasi anagrafiche di chi ama il cinema, cartoni animati, film di guerra, d’azione, commedia americana, all’italiana, film d’autore, francese, russo o giapponese. E non ho aspettato Quentin Tarantino per accorgermi del fascino degli spaghetti western e dei film considerati di serie B. Ho attraversato il periodo romantico in cui volevo vedere un film e basta, per poi pensarci bene e mantenerlo vivo dentro di me il più possibile; e sono arrivato fino al momento bulimico da maratona, quando uscivo da una sala per correre subito in un’altra e godermi lo spettacolo successivo, stordito e confuso al punto di chiedermi se alla fine Zorro si sposa con Rossella O’Hara e se Shrek è il fratello segreto di Hulk. Negli anni ho seguito i consigli dei critici, mi sono divertito a entrare in una sala senza sapere neanche il titolo del film, oppure ho stabilito il mio record, ventitré volte Grease, per poi correre a casa e provare tutti i passi di Danny Zucco. Negli ultimi anni però ho adottato una filosofia che mi diverte molto: entro al cinema per guardare soltanto film di insuccesso.
«Il peggior incasso della settimana?» chiedo anche questo martedì sera a una delle casse del Multisala. Stesso cinema, stesso orario. Mi capitano film belli ma incompresi, oppure film la cui bruttezza è stata compresa benissimo.
Il mio martedì con la luce naturale vola via veloce ed è già mercoledì, si ricomincia a lavorare. L’altissimo fungo di cemento che ospita la piscina, il centro benessere, il bar, il ristorante, l’albergo e soprattutto il Casinò Atmosphere ha le porte sempre aperte e qui dentro i clienti fanno la muffa, come fungo comanda. In quanto supervisore, il mio compito è di aggirarmi con fare distinto, tra i tavoli di roulette, chemin de fer, black jack, poker, poker caraibico e soprattutto nelle sale con le slot machine dove la febbre da gioco è solo febbre, niente gioco. Perché, almeno ai tavoli, i giocatori sono convinti di partecipare al proprio destino, possono prendersi il merito o la colpa di quello che gli accade, lottano, si dimenano, tentano strategie, e a ogni giro si lanciano sguardi, tormentano le fiches con le dita, improvvisi boati di disappunto, di soddisfazione, scattano invidie o addirittura costose offerte di gruppo: “Champagne per tutti!”.
Davanti alle slot machine, invece, non accade nulla di tutto questo. Ognuno è solo contro il proprio demone di ferro, paralizzato davanti alla stessa macchina, perché prima o poi, carica di monete com’è, dovrà pure svuotarsi, no? (Fidati, lo penseresti anche tu se ti ritrovassi davanti a una di quelle macchine.) E, soprattutto, il giocatore disperato pensa: “Dopo averla nutrita così amorevolmente, arriva un altro che bello bello, magari con un unico tiro, raccoglie tutti i frutti che ho concimato io”. Insopportabile pensiero. E allora, meglio rimanere aggrappati alla macchina dell’infelicità, non più per vincere, per non far vincere un altro. Gianni, trentacinque anni, biondo, con la camicia eccessiva sempre fuori dai pantaloni e i polsini slacciati. Mette soldi nella slot e mangia gelati, esclusivamente gelati con lo stecco di legno, perché appena finito di mangiare infila il bastoncino nella fessura della slot e quella gira in automatico. Neanche il piacere di premere il tasto ogni tanto per far allineare i tre rulli e sperare nelle tre ciliegie. Era il giovanissimo direttore di una concessionaria di furgoni, gli affari andavano a meraviglia, poi una noiosa sera di novembre a Gianni viene la fantastica idea di mettersi in tasca un assegno della concessionaria, per giocare un po’ di più e naturalmente vincere molto di più. E tu lo sai come va, un assegno tira l’altro… insomma se non l’avessero denunciato e licenziato si sarebbe giocato la concessionaria con tutte le segretarie sedute ai computer.
Qualche macchina più in là, i coniugi Della Piana. Loro giocano fino a esaurimento totale delle scorte. Capisci che sono al verde quando, prima di tornarsene a casa, e prima o poi si giocheranno pure quella, fanno un salto al buffet e riempiono, senza farsi notare troppo, un paio di buste di tramezzini. Quello è il pasto dei giorni a venire, finché la carta di credito non riprenderà faticosamente a respirare. Con i Della Piana ci conosciamo da tanto tempo, per la precisione da due negozi fa.
Tommaso, cinquant’anni, gommista, lui invece è divorziato. Lasciato fra urla, lacrime e insulti da una moglie esausta di usurai e bugie. Ha i calli sulle mani e le dita raspose come la carta vetrata. Ma non potresti dire se sono frutto del suo lavoro o dei colpi rabbiosi sui tasti delle slot.
A volte quando li guardo perdere penso che tutti insieme dovrebbero far causa a Paul Newman, se fosse ancora vivo. Che c’entra Paul Newman con Tommaso, Gianni, i coniugi Della Piana e questo esercito di disperati qua dentro? Be’, non ti ricordi, è lui che ne Il colore dei soldi dice a Tom Cruise: “Il denaro vinto è più dolce del denaro guadagnato”. Sì, certo, come no… Vallo a dire alla moglie di Tommaso.
E qui dentro, mentre girano le carte gira la pallina le campanelle i sette le ciliegie delle slot, gira tutto il mondo: i poveracci, quelli con i soldi, i disperati che si sono impegnati l’orologio della madre per giocare ancora, e perso anche quello, si sconnettono definitivamente dalla vita, connettendosi per giocare on line appena arrivano a casa. E poi girano i benestanti veri, quelli solo in apparenza, quelli che, oltre al gioco d’azzardo, azzardano anche uno stile di vita impossibile. E lo azzardano anche quando il conto in banca è clinicamente morto.
E poi gli inutilmente aspiranti vip, mezzi vip, vip conclamati e i ricchi da far schifo. Gonfi di soldi come rospi pieni d’acqua si presentano non più di cinque volte l’anno, perdono tanto, in poco tempo, ridono, brindano, allungano mance, e un po’ più sgonfi di quando sono entrati se ne vanno. Sorridendo. “Girano” anche a loro quando perdono, ma sorridono, perché gli hanno insegnato che si fa così. E soprattutto perché il loro conto in banca domani mattina non se ne accorgerà nemmeno della serata storta al Casinò. E in questo meraviglioso barattolo, piantato nel bel mezzo della Città Eterna, non possono certo mancare i turisti. Gruppi organizzati, fidanzatini, o sprovvedute coppie in viaggio di nozze. Mediamente ignari di ciò che li aspetta e in parte gli sta già capitando, tra un bacetto e l’altro, cadono nel mantra del principiante: “La prossima giocata è l’ultima… la prossima è l’ultima… giuro, è l’ultima”. Perdono, puntano ancora, perdono e vai col mantra… la prossima è l’ultima. Ma perché non sei andato a mettere la mano nella Bocca della Verità?, te l’avesse divorata veramente, avresti sofferto meno. Li hai mai visti due in viaggio di nozze separarsi per un rosso di troppo alla roulette? Io sì.
Il disastro non inizia quando giochi, quando perdi. Neanche quando perdi tutto è veramente un disastro. No. La tragedia, quella vera, inizia quando un giocatore decide che deve rifarsi e si convince che ce la farà: quello che ha perso al gioco, il gioco stesso glielo dovrà ridare. Ecco: là, inizia il vero disastro. In quel momento. Da lì, si scende verso l’inferno. Senza ritorno. E quelli come me (che Dio ci perdoni) sono qua con il sorriso sulle labbra proprio per questo. Per farli giocare. Non devi truccare niente, a perdere ci pensano da sé. È matematica della vita. Se riesci a farli entrare, giocano, se giocano perdono, se perdono tornano. Tornano per rifarsi, e perdono ancora. E più perdono, più tornano. Più tornano, più perdono. Perdono e tornano. Tornano, tornano e perdono, mentendo al marito, alla moglie, all’amico del cuore, al mondo intero, ma soprattutto a se stessi. Disposti a tutto pur di trovare qualche altro spicciolo e continuare a perdere, si buttano in ginocchio, chiedono perdono e poi perdono di nuovo. Pèrdono e perdóno. Nel lampo di un accento che si sposta, c’è uno strozzino che ti attende nel portone, il direttore della banca che ti chiama e tuo padre che per la vergogna non esce più di casa. Ma loro tornano tornano tornano sempre, con la folle convinzione che quella sera sarà LA LORO SERA, la sera di tutte le sere. La sera dove sbancheranno e vendicheranno tutti i torti e le ingiustizie del mondo. Quella sera là, LA LORO SERA, naturalmente non arriva mai, ma loro tornano, continuano a tornare. Come le onde che sbattono sulla spiaggia, sulle pietre, sugli scogli, e contro il molo, non riescono a passare e ci riprovano.
Sì, le giocatrici, i giocatori tornano come torna il mare e muoiono sbattendo sugli scogli come barche pilotate da un marinaio senza esperienza. Come neanche il più stupido degli innamorati, decidono che chi ha strappato loro il cuore glielo dovrà restituire. E con gli interessi addirittura. Vorrebbero urlare al mondo la loro vendetta, il l...
Indice dei contenuti
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