Le affinità elettive
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Le affinità elettive

  1. 320 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

L'ineluttabilità della sofferenza amorosa nella vicenda di due coppie "sbagliate", travolte da nuove passioni. Una delle opere memorabili del grande poeta tedesco (1749-1832).

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804486077
eBook ISBN
9788852057748

PARTE SECONDA

I

Nella vita di tutti i giorni accade spesso quello che, nell’epopea, lodiamo di solito come un accorgimento del poeta, e cioè che, quando i protagonisti se ne vanno, si nascondono o non si danno più da fare, ecco che subito un secondo o un terzo personaggio, finora quasi inosservato, ne prende il posto e con il suo assiduo impegno ci sembra altrettanto meritevole di attenzione, di interesse, anzi addirittura di lode e di stima.
Così, subito dopo la partenza del Capitano e di Edoardo, acquistò di giorno in giorno maggior rilievo quell’architetto, dal quale soltanto dipendevano l’organizzazione e l’esecuzione di moltissimi lavori: mentre, nel portarli a compimento, si dimostrava preciso, assennato e attivo, si adoperava inoltre in mille modi per le signore e sapeva tener loro compagnia nelle ore di calma e di noia. Già il suo aspetto era tale da ispirare fiducia e destare simpatia. Un giovanotto, nel vero senso della parola, ben fatto, snello, forse un po’ troppo alto, riservato, ma non timido, dai modi confidenziali, ma non importuni. Con entusiasmo si fece carico di ogni fastidio, di ogni grattacapo e, poiché aveva grande facilità nel tenere i conti, presto l’intero andamento della casa non ebbe più segreti per lui e il suo favorevole influsso si estese ovunque. Di solito gli facevano ricevere i forestieri, ed egli era bravissimo nel respingere una visita inaspettata o, perlomeno, nel preparare le signore, affinché non si risolvesse in un fastidio per loro.
Tra gli altri, un giorno, gli diede molto da fare un giovane giurista, mandato da un nobiluomo del vicinato per discutere una questione che, seppur di poca importanza, toccava intimamente Carlotta. Dobbiamo menzionare questo fatto, poiché esso mise in moto certe cose che altrimenti sarebbero forse restate ferme a lungo.
Sappiamo quali trasformazioni Carlotta aveva effettuato al cimitero. Tutte le lapidi erano state spostate dalla loro sede e poste a ridosso del muro, lungo lo zoccolo della chiesa. Lo spazio restante era stato spianato. Eccetto un largo sentiero, che portava alla chiesa e, passandole davanti, alla porticina dall’altra parte, tutto il resto era stato seminato a trifoglio delle più diverse varietà, verdissimo e in piena fioritura. Le nuove fosse sarebbero state scavate secondo un ordine stabilito a partire dal fondo, ma poi si sarebbe di nuovo livellato e seminato il terreno. Nessuno poteva negare che questa disposizione procurasse uno spettacolo lieto e solenne a chi si recava in chiesa nei giorni festivi. Perfino l’anziano pastore che, attaccato alle vecchie usanze, all’inizio non si era mostrato particolarmente entusiasta della sistemazione, adesso era invece ben contento quando, standosene a riposare davanti alla porta posteriore sotto i vecchi tigli, come Filemone con la sua Bauci, si vedeva di fronte, in luogo di tumuli irregolari, un bel tappeto variopinto che, oltre a tutto, gli dava anche dei vantaggi economici, giacché Carlotta lasciava alla parrocchia il reddito del terreno.
Ciò nonostante molti parrocchiani avevano disapprovato, fin dall’inizio, che venisse tolta l’indicazione del luogo dove riposavano i loro morti e che così ne restasse in qualche modo cancellata anche la memoria: infatti le lapidi, in buono stato, indicavano sì chi fosse sepolto, ma non dove lo fosse, e proprio questo «dove» era importante secondo molti.
Di tale opinione era anche una famiglia del vicinato che, parecchi anni prima, si era riservata un’area per sé e per i suoi in quel cimitero comune, facendo a questo fine una piccola donazione alla chiesa. Ora, un giovane giurista era stato mandato da costoro, per revocare la donazione e comunicare che i pagamenti sarebbero cessati, giacché la condizione in base alla quale erano avvenuti fino a quel momento era stata soppressa unilateralmente e senza tener conto delle rimostranze e delle obiezioni. Carlotta, l’ideatrice di quella trasformazione, volle parlare di persona con il giovanotto, il quale espose con vivacità, ma anche con garbo, le ragioni sue e del suo cliente, dando materia di riflessione alla compagnia.
«Loro vedono» aveva detto dopo un breve preambolo, destinato a giustificare la propria insistenza «come tanto alla persona più umile quanto alla più altolocata importi indicare il luogo dove riposano i suoi cari. Per il più povero dei contadini, che seppellisce un figlio, è una specie di consolazione mettere sulla tomba un’esile croce di legno e ornarla con una corona, per conservare il ricordo almeno tanto quanto dura il dolore, anche se tale segno, come il lutto stesso, verrà cancellato dal tempo. I benestanti, queste croci le fanno di ferro, le fissano e le assicurano in mille modi, cosicché la loro durata è già di parecchi anni. Ma, poiché alla fine anche queste cadono e non si vedono più, la soluzione migliore per i ricchi è quella di erigere una lapide, che promette di durare parecchie generazioni e potrà essere rimessa a nuovo e restaurata dai discendenti. Non è la pietra però che c’interessa, bensì quel che sta sotto, quel che proprio lì è affidato alla terra. Non si tratta tanto della memoria, quanto della persona stessa, non del ricordo, bensì della presenza. Un caro scomparso riesco a stringerlo in un abbraccio molto più intenso davanti a una fossa, che non davanti a un monumento: tuttavia, intorno a quest’ultimo, come intorno a una pietra miliare, continueranno a radunarsi, perfino dopo la loro dipartita, coniugi, parenti e amici; e il vivo deve mantenere il proprio diritto di respingere e di allontanare anche dai suoi morti gli estranei e i malevoli.
«Ritengo pertanto che il mio cliente abbia pienamente ragione di revocare la donazione: e si tratta di una misura tutt’altro che severa, giacché i membri della sua famiglia vengono danneggiati in un modo che non ammette risarcimento alcuno. Devono privarsi del sentimento, dolce e doloroso insieme, di chi può prestare omaggio alla tomba dei propri cari, devono fare a meno della consolante speranza di riposare un giorno accanto a loro.»
«La questione non è di tale importanza» replicò Carlotta «da richiedere che per essa si vada in giudizio. Tanto poco mi pento della mia iniziativa che sono pronta a risarcire la chiesa della somma che verrà a perdere. Ma devo dirle francamente che i suoi argomenti non mi hanno convinta. Un’idea così pura, come quella che alla fine tutti, almeno dopo la morte, sono uguali, mi sembra più rasserenante di questo rigido, ostinato attaccamento alle nostre personalità, ai nostri affetti, alle nostre condizioni di vita. E lei, che cosa ne dice?» domandò poi, rivolgendosi all’architetto.
«In una questione del genere» rispose l’interpellato «non vorrei essere né parte in causa né giudice. Mi permetta di esprimere modestamente ciò che è più vicino alla mia arte, al mio modo di pensare. Da quando non abbiamo più la fortuna di poterci stringere al petto, racchiusi in un’urna, i resti della persona amata, dal momento che non siamo più né abbastanza facoltosi, né abbastanza serafici per conservarli incorrotti dentro grandi sarcofaghi ricchi di ornamenti, anzi, visto che per noi e per i nostri cari ormai non troviamo più posto nemmeno nelle chiese, ma dobbiamo andarcene fuori, all’aperto, abbiamo tutte le ragioni di approvare le disposizioni che Lei, gentile Signora, ha introdotto. Quando i membri di una comunità giacciono gli uni accanto agli altri, allora riposano vicino, in mezzo ai loro cari; e, visto che un giorno la terra dovrà accoglierci tutti, non c’è a mio parere nulla di più naturale e di più giusto del livellare subito i tumuli, che sono sorti a caso e stanno a poco a poco sprofondando, affinché la coltre, dato che così la devono portare tutti, divenga più lieve per ciascuno.»
«E dovrebbe dunque finire tutto così, senza un segno di ricordo, senza qualcosa che venga in aiuto alla memoria?» obiettò Ottilia.
«Niente affatto,» replicò l’architetto «non si tratta di rinunciare al ricordo, ma solo al luogo. L’architetto, lo scultore hanno tutto l’interesse che l’uomo si attenda da loro, dalla loro arte, dalla loro mano un prolungamento della propria esistenza; per questo vorrei monumenti ben ideati e ben fatti, che non siano disseminati qua e là a caso, ma vengano eretti in un luogo in cui possano durare. Visto che perfino le persone pie e altolocate rinunciano al privilegio di riposare, con le loro spoglie, nelle chiese, almeno si collochino in esse o sotto i bei porticati, che corrono intorno alle aree destinate alla sepoltura, delle lapidi, dei monumenti, per erigere e adornare i quali ci sono migliaia di forme e di decorazioni possibili.»
«Se gli artisti hanno tante possibilità» ribatté Carlotta «allora mi dica un po’: come mai non c’è verso di tirarsi fuori dalle solite forme del misero obelisco, della colonna mozza o dell’urna funeraria? Invece delle mille soluzioni, di cui lei mena vanto, io per parte mia ho sempre e solo visto mille ripetizioni.»
«È indubbiamente così da noi» le rispose l’architetto «ma non dappertutto. In generale il problema è quello dell’invenzione e della sua giusta esecuzione. Nel nostro caso, in particolare, si rivela piuttosto difficile allietare un tema grave e non cadere nello spiacevole trattando un soggetto spiacevole. Schizzi per monumenti di ogni tipo ne ho raccolti molti e, se verrà l’occasione, li potrò mostrare: ma il più bel monumento resta pur sempre l’immagine stessa dell’uomo. Più di qualsiasi altra cosa essa ci dà un’idea di ciò che egli fu: è il miglior testo per molte o poche note; solo che bisognerebbe farlo nell’età migliore, cosa che di solito non capita. Nessuno si preoccupa di conservare le forme viventi e, quando lo si fa, lo si fa in modo insufficiente. In tutta fretta si prende il calco al morto, si mette questa maschera su un piedistallo e l’insieme si usa chiamarlo busto. Quant’è raro che l’artista riesca a ridargli vera vita!»
«Lei, probabilmente senza saperlo e senza volerlo» disse Carlotta «ha dato al discorso una piega a me favorevole. L’immagine di un uomo è dunque qualcosa di indipendente; ovunque stia, vi sta di per sé, e non pretenderemo che si indichi il punto esatto dove si trova il tumulo. Ma Le confesserò una mia strana sensazione. Perfino per i ritratti ho una sorta di ripulsa: ho infatti sempre l’impressione che mi muovano un tacito rimprovero, che alludano a qualcosa di lontano, che non ha più alcun rapporto con noi, e mi ricordino quanto è difficile tenere nel giusto conto il presente. Se pensiamo a tutti gli uomini che abbiamo incontrato, che abbiamo conosciuto, se consideriamo quanto poco noi abbiamo contato per loro e loro per noi, che tristezza! Incontriamo l’uomo di spirito, ma non gli parliamo, lo studioso, ma non impariamo nulla da lui, colui che ha molto viaggiato, ma non stiamo ad ascoltarlo, l’affettuoso e non gli usiamo alcuna gentilezza.
«E, purtroppo, questo non capita solo con chi si incontra per caso e di sfuggita. Società e famiglie si comportano così nei confronti dei loro membri più cari, le città verso i cittadini più degni, i popoli verso i prìncipi migliori, le nazioni verso gli uomini eminenti.
«Una volta sentii domandare come mai dei morti si dica bene senza riserve, mentre con i vivi si usa sempre una certa cautela. Fu risposto: perché dai morti non abbiamo nulla da temere, mentre, in qualche modo, i vivi potrebbero ancora sbarrarci il passo. Tanto poco limpida è la nostra sollecitudine per la memoria degli altri! Il più delle volte è solo un giochetto da egoisti, mentre assolveremmo a un compito sacro, se mantenessimo sempre vivi e attivi i nostri rapporti con chi è rimasto.»

II

Per via di quel che era avvenuto e dei discorsi, che a tal proposito si erano fatti, il giorno dopo si recarono al cimitero, e l’architetto diede parecchi e felici suggerimenti su come abbellirlo e conferirgli un aspetto più sereno. Ma le sue cure finirono per estendersi anche alla chiesa che, fin dall’inizio, aveva attirato la sua attenzione.
Questa chiesa esisteva da parecchi secoli, costruita nelle giuste proporzioni secondo lo stile e l’arte tedesca e felicemente decorata. Si poteva supporre che l’architetto di un monastero vicino si fosse dedicato con intelligenza e passione anche a questo edificio minore: all’osservatore essa continuava a ispirare una sensazione di piacevole gravità, anche se la nuova sistemazione interna, destinata al culto protestante, le aveva sottratto qualcosa della sua pace e della sua maestà.
All’architetto non fu difficile ottenere da Carlotta una modesta somma, destinata a restaurare nello stile antico sia l’esterno sia l’interno, armonizzandoli con il cimitero, che si stendeva lì davanti. Già lui, di per sé, era dotato di molta abilità manuale: decisero inoltre che alcuni operai, ancora impegnati nella costruzione del padiglione, si trattenessero finché non fosse terminata anche quest’opera pia.
Quando arrivò l’occasione di esaminare materialmente l’edificio con tutti i suoi annessi, si scoprì, con grandissimo stupore e piacere dell’architetto, una piccola cappella laterale, che pochi avevano notato, ma dalle proporzioni ancora più ingegnose e leggere, dal decoro ancor più gradevole e accurato. Conteneva anche parecchi resti di sculture in legno e di pitture del culto precedente che, con ogni sorta di immagini e di arredi, sapeva caratterizzare le diverse solennità e celebrarle ciascuna nel modo più opportuno.
L’architetto non poté fare a meno di inserire subito la cappella tra i propri progetti, di dedicarsi anzi in particolare al restauro di quel piccolo ambiente, di quel monumento dei tempi passati e del loro gusto. Già si immaginava le pareti nude decorate come piaceva a lui, felice all’idea di potervi esercitare il proprio talento pittorico; ma in casa, sulle prime, tenne segreta la cosa.
Come aveva promesso, mostrò innanzi tutto alle signore diverse riproduzioni e bozzetti di antichi monumenti funerari, di urne e di altri oggetti del genere. Quando poi il discorso cadde sui ben più semplici tumuli dei popoli nordici, fece vedere la sua collezione di armi e di arnesi di vario genere, trovati in quelle tombe. Li teneva tutti in perfetto ordine e facilmente trasportabili, in cassetti e scomparti, su ripiani intagliati e ricoperti di stoffa, cosicché, grazie al suo modo di disporli, questi oggetti, antichi e severi, acquistavano un non so che di leggiadro, e dar loro un’occhiata era piacevole come curiosare tra le scatole di un mercante di mode. Dal momento che ormai aveva incominciato a mostrarli e visto che l’isolamento esige qualche distrazione, era solito presentarsi ogni sera con una parte dei suoi tesori. Erano perlopiù di origine tedesca: bratteati, monete, sigilli e simili. Tutti questi oggetti indirizzavano la fantasia verso i tempi più antichi e poiché, da ultimo, egli si era messo a illustrare la propria conversazione, mostrando i primi esemplari di stampe, silografie e antichissime incisioni in rame, e dal momento che, giorno per giorno, anche la chiesa veniva, in quello stesso senso, come riportata al passato grazie al colore e alle altre decorazioni, c’era quasi da chiedersi se si stesse realmente vivendo nell’epoca moderna o se non fosse un sogno l’avere ormai costumi, abitudini, idee e modi di vita tanto diversi.
Dopo una preparazione del genere, fece grande effetto una cartella di notevoli dimensioni che egli mostrò per ultima. Conteneva quasi esclusivamente figure tratteggiate, che però, essendo state ricopiate dai ritratti originali, avevano mantenuto in pieno il loro carattere antico, ed era questo che piaceva tanto a chi le guardava! Ogni personaggio esprimeva la più pura delle esistenze; erano da considerarsi tutti, se non proprio nobili, senz’altro buoni. I volti, i gesti ispiravano un sereno raccoglimento, uno spontaneo riconoscimento dell’Essere supremo, una tacita attesa e dedizione amorosa. Il vecchio dalla testa calva, il fanciullo ricciuto, il giovinetto vivace, l’uomo serio, il santo trasfigurato, l’angelo in volo, tutti apparivano beati in un innocente appagamento, in una pia attesa. Anche la vicenda più comune aveva qualcosa della vita celeste, e in ognuno pareva perfettamente connaturato un atteggiamento religioso.
A un simile mondo i più guardano, indubbiamente, come a una età dell’oro, ormai scomparsa, come a un Paradiso perduto. Soltanto Ottilia forse era in condizione di sentirsi tra i suoi simili.
Chi dunque si sarebbe potuto opporre, quando l’architetto si offrì di dipingere, secondo questi modelli, gli spazi tra le ogive della cappella, e lasciare così imperituro ricordo di sé in un luogo dove si era trovato tanto bene? Spiegò le sue intenzioni con un po’ di malinconia, poiché, da come stavano le cose, capiva benissimo che la sua permanenza tra persone tanto squisite non sarebbe potuta durare in eterno, anzi forse sarebbe finita presto.
Del resto quelle giornate, pur non ricche di avvenimenti, davano spesso occasione per conversare seriamente. Ne approfittiamo quindi per riportare qualcosa di quel che Ottilia annotava nei suoi diari; e per venirne a parlare non c’è collegamento più opportuno del paragone suggeritoci dalla lettura di quelle pagine deliziose.
Sappiamo di una speciale disposizione della marina inglese, secondo la quale le corde della flotta regia, dalle più robuste alle più sottili, sono tessute in modo che vi sia sempre intrecciato un filo rosso; e questo filo non lo si può tirar fuori, senza sciogliere insieme l’intera corda, cosicché, anche per i pezzi più piccoli, si riconosce che appartengono alla Corona.
Allo stesso modo il diario di Ottilia è percorso da un filo di amore e di dedizione, che collega tutto e caratterizza l’insieme. Grazie a esso, le osservazioni, le considerazioni, le massime che abbiamo estrapolato e qualsiasi altra cosa vi si possa trovare risultano intimamente legate alla persona che le ha scritte e hanno per lei un particolare significato. Ciascuno dei passi, scelti e riportati da noi, anche se preso da solo, lo dimostra inconfutabilmente.

Dal diario di Ottilia

Riposare un giorno accanto a coloro che amiamo è la prospettiva più gradevole che l’uomo possa avere, quando gli capita di andare con il pensiero oltre la vita. «Ricongiungersi con i propri cari» è un’espressione così af...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. «Le affinità elettive di Goethe» di Thomas Mann
  4. Cronologia
  5. Bibliografia
  6. Le affinità elettive
  7. PARTE PRIMA
  8. PARTE SECONDA
  9. Postfazione di Hans-Georg Gadamer
  10. Copyright