L'eletto
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L'eletto

  1. 256 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Libera rielaborazione di una leggenda medievale sulla vita di Gregorio Magno, L'eletto riecheggia grandi miti dell'umanità occidentale, primo tra tutti quello di Edipo, ma anche la vicenda di Mosè o il folle amore di Narciso. Nato da un rapporto incestuoso tra fratello e sorella, il piccolo Gregorio viene allevato da un pescatore fino al giorno in cui salva la donna che ignora essere sua madre, se ne innamora e la sposa. Quando scopre la verità, si ritira a espiare vivendo per decenni come eremita su un isolotto fino al giorno in cui, secondo le parole di una profezia, viene condotto a Roma per occupare la sede papale vacante. In questa che è una delle sue opere più mature Thomas Mann riesce a dissolvere in un'ironia dal sapore grottesco una materia estremamente tragica che affonda le proprie radici nelle profondità del mito e nel buio della storia del Novecento, consegnandoci il suo sogno di una comunità retta da una universalità spirituale e un grande progetto civile.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804455080
eBook ISBN
9788852057793

CHI SUONA?

Suonar di campane, tripudiar di campane supra urbem, sopra l’intera città, nell’aria tutta traboccante di suoni! Campane, campane, che si muovono e oscillano, ondeggiano e si slanciano, vanno e vengono vibrando ampie e solenni dalle loro travi, nei loro castelli, con mille voci, in un assordante tumulto. Lente e veloci, rombanti e tintinnanti, in esse non c’è ritmo né accordo; parlano tutte in una volta e la parola dell’una sopraffà la parola dell’altra, sopraffà la sua propria: i battagli cominciano a percuotere il bronzo ma non lasciano tempo all’eccitato metallo di placarsi che già vibrano percotendo all’orlo opposto e sopraffacendo il proprio rombo, così che mentre echeggia ancora: «In te Domine speravi», risuona già: «Beati, quorum tecta sunt peccata», ma vi si ode anche il tintinnio chiaro di chiese più piccole, come se il sagrestano agitasse la campanella all’elevazione.
Suona dall’alto e dal profondo, dai sette sacrosanti luoghi di pellegrinaggio e da tutte le chiese delle sette parrocchie ai lati del Tevere, che in due curve si piega. Suona dall’Aventino, dai santuari del Palatino e da S. Giovanni in Laterano, suona sopra la tomba di colui che detiene le chiavi, sul colle del Vaticano, da S. Maria Maggiore, in Foro, in Domnica, in Cosmedin e in Trastevere, da Ara Coeli, da S. Paolo fuor delle Mura, da S. Pietro in Vincoli e dalla chiesa della Sacrosanta Croce in Gerusalemme. Ma suona anche dalle cappelle dei cimiteri e dai tetti delle chiese e dagli oratori nelle vie. Chi può nominar tutti i nomi, chi sa tutti i titoli? Come quando il vento, anzi la tempesta fa impeto nell’arpa eolia e tutto il mondo dei suoni si desta, suoni vicini e lontani, tutti fusi nel fremito di una sola armonia; così, ma tradotto nel bronzo, avviene nell’aria fremente di suoni, perché tutte le campane suonano per la grande festa, per l’ingresso sublime.
Chi suona le campane? Non i campanari. Anch’essi come tutto il popolo sono accorsi sulla strada chiamati da quello scampanare misterioso e immenso. Persuadetevi: le celle campanarie sono vuote. Inerti pendono le funi, e tuttavia le campane ondeggiano e sbattagliano. Si dirà forse che nessuno le suona? No, solo una testa ignara di grammatica e di logica potrebbe affermare una cosa simile. “Le campane suonano” vuol dire: vengono suonate, anche se tutte le celle campanarie sono vuote. – Chi dunque suona le campane di Roma? – Lo spirito della narrazione – Può dunque egli essere da per tutto, hic et ubique, può, per esempio, essere nello stesso tempo sulla torre di S. Giorgio in Velabro e lassù a Santa Sabina, che conserva ancora le colonne dell’esecrabile tempio di Diana? Può suonare nello stesso tempo in cento luoghi sacri? – Certo, lo può. È aereo, incorporeo, onnipresente, non legato allo spazio, non soggetto alle differenze del Qui e Là. È lui che dice: «Tutte le campane suonano» e di conseguenza è lui che le suona. Così spirituale è questo spirito e così astratto che di lui, grammaticalmente, si può parlare solo nella terza persona e si può dire solo: «Egli è». Ma questo “Egli” può anche raccogliersi in una persona e cioè nella prima, e impersonarsi in qualcuno che in essa parla e dice: «Sono io. Io sono lo spirito della narrazione che, seduto là dove ora mi trovo, e precisamente nella biblioteca del chiostro di S. Gallo, in terra alemanna, dove una volta sedeva Notkero il balbuziente, racconto questa storia per divertimento e straordinaria edificazione e comincio dalla sua fine gloriosamente santa e suono le campane di Roma, id est, racconto che in quel giorno dell’ingresso tutte le campane cominciarono a suonar da se stesse».
Ma affinché anche la seconda persona grammaticale non venga trascurata, la domanda è questa: Chi sei tu che dicendo “Io”, seduto al leggìo di Notkero, impersoni lo spirito della narrazione? Io sono Clemente d’Irlanda, ordinis divi benedicti, qui in visita, accolto fraternamente come ospite e inviato del mio abate Chiliano del chiostro di Clonmacnois, la mia casa in Irlanda, per coltivare le antiche relazioni esistenti fin dai tempi di S. Gallo e di S. Colombano fra la mia patria e questa solida rocca di Cristo. Nel mio viaggio ho visitato numerosi luoghi, alberghi di pia dottrina e sedi di Muse, come Fulda, Reichenau e Gandersheim, Sant’Emerano di Ratisbona, Lorsch, Echternach e Corvey. Ma qui, dove l’occhio si conforta negli evangeliari e nei salteri dipinti d’oro e d’argento su fondo di porpora con tratti di cinabro, di verde, di azzurro; qui, dove i confratelli salmodiano sotto la guida del maestro di canto, dolcemente come non ho mai sentito in altro luogo; qui dove il ristoro del corpo è ottimo, per non dimenticare il cordiale vinello, e dove dopo desinare è così salutare far due passi nel cortile del chiostro intorno alla fontana zampillante; qui ho voluto far sosta per un soggiorno un po’ più lungo. Ho preso alloggio in una delle celle sempre pronte per gli ospiti e dove il reverendissimo abate che ha nome Gosberto ha avuto la cortesia di porre una croce irlandese. Vi si vede ritratto un agnello attorto da serpenti, l’arbor vitae, una testa di dragone con la croce nelle fauci e la Ecclesia che raccoglie in un calice il sangue di Cristo mentre il diavolo cerca di strappar via un sorso e un boccone. Il lavoro dimostra l’alto grado raggiunto dalla nostra arte irlandese.
Io amo molto la mia patria, l’isola di S. Patrizio, ricca di insenature, i suoi pascoli, le sue siepi, le sue paludi. Là spirano arie umide e miti, e mite è anche l’aria che si respira nel nostro chiostro. Voglio dire: propizia a una cultura temperata da moderato ascetismo. Con il nostro abate Chiliano io sono del ben ponderato parere che la religione di Cristo e la cura degli antichi studi debbano andare di pari passo nella lotta contro la rozzezza: è sempre la stessa ignoranza a non voler saper nulla né dell’una né dell’altra, ma dove l’una ha messo le radici, sempre si diffonde anche l’altra. In verità il grado di cultura del nostro ordine è notevolmente alto, e, secondo la mia esperienza, superiore perfino alla cultura del clerus romano che spesso mostra di curar troppo poco la sapienza degli antichi e i cui membri scrivono talora un latino davvero miserevole, pur se non così cattivo come quello che si scrive dai monaci tedeschi. Uno di questi, vero è che è un agostiniano, mi scriveva recentemente: «Habeo tibi aliqua secreta dicere. Robustissimus in corpore sum et saepe propterea temptationibus Diaboli succumbo». Dichiarazione mal tollerabile, sia per lo stile, sia anche per il resto. Una rozzezza simile non sarebbe certamente potuta venir mai da una penna romana. Comunque sarebbe errato credere che io voglia generalmente parlar male di Roma e della sua supremazia, di cui anzi mi professo seguace fedele. Certo noi monaci irlandesi abbiamo sempre tenuto molto all’indipendenza del nostro agire e siamo stati i primi a predicare la dottrina cristiana in molte contrade del continente, acquistando meriti straordinari con l’erigere da per tutto, in Borgogna, in Frisia, in Turingia e in Alemagna monasteri, come baluardi della fede e della missione. Questo non impedisce che noi, fino dai tempi più antichi, abbiamo riconosciuto il vescovo del Laterano come capo della chiesa cristiana, ravvisando in lui un essere di specie quasi divina, e reputiamo forse solo il luogo della divina risurrezione più sacro di S. Pietro. Si può dire apertamente, senza mentire, che le chiese di Gerusalemme, di Efeso, di Antiochia, sono più antiche della romana, e se Pietro – nel considerare il suo nome incrollabile non piace ricordare certi canti di gallo – ha fondato il vescovato di Roma (e l’ha fondato), lo stesso si può dire incontestabilmente della comunità di Antiochia. Ma queste cose possono aver solo il valore di osservazioni occasionali al margine della verità, e la verità è che prima di tutto il nostro Signore e Salvatore, come si legge in Matteo, a dir vero solo in lui, ha eletto a suo vicario quaggiù Pietro, che ha trasmesso il vicariato al vescovo di Roma, dandogli la preminenza su tutti gli episcopati del mondo. Leggiamo anzi in decretali e protocolli dei primi tempi perfino il discorso che lo stesso apostolo tenne nell’ordinare il suo primo successore, il papa Lino: ciò che io reputo una vera prova di fede e che è una sfida allo spirito umano, affinché provi la sua forza e mostri tutto quanto è capace di credere.
Nella mia condizione molto più modesta di monaco, in cui s’incarna lo spirito della narrazione, mi sta molto a cuore che si consideri con me l’elevamento alla sedia gestatoria come l’elezione più alta e più ricca di grazie. E un segno della mia devozione a Roma si può veder subito già in questo: che io porto il nome di Clemente. Il mio nome nel mondo è infatti Moroldo. Ma io non ho mai amato questo nome perché mi sembrava barbaro e pagano e con la tonaca ho assunto quello del terzo successore di Pietro, e così ora nella tonaca cinta dal cordone e nello scapolare non c’è più il volgare Moroldo ma un ingentilito Clemente. Si è avverato ciò che S. Paolo nell’epistola ad Ephesios chiama con parola così felice: «L’esser vestiti dell’uomo nuovo». Sì, non è più il corpo di carne, che andava in giro nella veste di quel Moroldo, ma è un corpo spirituale, stretto dal cingolo, un corpo quindi per cui la mia parola precedente, che qualchecosa “s’incarna” in me, ciò è lo spirito della narrazione, non sarebbe stata del tutto degna di lode. Io non amo molto questa parola “incarnazione”: essa deriva dal corpo e dalla carne, di cui mi sono spogliato insieme col nome di Moroldo. Il corpo è da per tutto dominio di Satana ed è capace e si sente pronto a commettere orrori per mezzo di lui, orrori ai quali non si concepisce come non si sottragga. D’altro lato è il portatore dell’anima e della ragione di Dio, senza cui queste sarebbero prive del loro appoggio, cosicché bisogna chiamare il corpo un male necessario. Questo è il riconoscimento che gli compete, uno più alto e gioioso non gli spetta nella sua miseria e nella sua vergogna. E come del resto, mentre si è in procinto di narrare o di rinnovare (perché già raccontata e perfino più volte, anche se insufficientemente) una storia tutta piena degli orrori del corpo e che offre una prova terribile di tutto ciò a cui esso senza ribellarsi si abbandona, come si potrebbe esser disposti a menar gran vanto di essere un’incarnazione?
No, lo spirito della narrazione incarnatosi nella mia persona, in me, monaco, detto Clemente l’irlandese, ha conservato molto di quell’astrattezza che lo rende capace di suonare nello stesso tempo da tutte le basiliche titolari dell’urbe. E ne porterò subito due prove. E primieramente l’una, che al lettore di questo manoscritto potrà forse essere sfuggita, ed è tuttavia degna di nota: io gli ho fornito, è vero, l’indicazione del luogo dove siedo, che è S. Gallo, presso il leggìo di Notkero, ma non ho detto in che tempo e in quale anno e secolo dalla nascita del nostro Salvatore siedo qui e copro la pergamena con la mia scrittura minuta ed elegante, erudita e adorna. Per stabilire il tempo non offro alcun riferimento certo, e nel mio caso nemmeno il nome del nostro abate Gosberto può esser considerato come tale. Questo nome, come per esempio quello di Fridolìn e di Hartmut, ritorna troppo spesso nel tempo perché possa servire di indicazione davvero sicura. Se alcuno, per malizia o per celia, mi domandi: Sai tu forse, pur sapendo il luogo dove sei, anche il tempo in cui scrivi? gli risponderei benevolmente: Non c’è nulla da sapere, perché impersonando io lo spirito della narrazione godo di quell’astrattezza, a dimostrar la quale darò ora la seconda prova.
Io sono infatti qui e mi accingo a narrare una storia orribile e nello stesso tempo altamente edificante. È del tutto incerto in quale lingua io scriva, se in latino, francese, tedesco o anglosassone, e non importa nemmeno saperlo perché se io scrivo qualche cosa in tedesco, come parlano gli Alemanni che abitano la Elvezia, domani sulla carta ci saranno forse parole britanniche, e io avrò scritto un libro britannico. Non affermo affatto di aver la padronanza di tutte le lingue ma esse, mentre scrivo, confluiscono nella mia penna e diventano una cosa sola: la lingua. Lo spirito della narrazione, è uno spirito libero da ogni vincolo fino all’astrattezza, il suo mezzo è la lingua in sé e per sé, che si pone come assoluto, e poco si cura delle varie favelle e degli dèi indigeni delle lingue. Ciò sarebbe politeista e pagano. Dio è spirito, e sopra le lingue è la Lingua.
Una cosa è però certa, ed è che io scrivo prosa e non versicoli per i quali nell’insieme non nutro una considerazione troppo grande. Nei loro confronti mi tengo piuttosto alla tradizione dell’imperatore Karolus, che non fu solo un grande legislatore e giudice di popoli ma anche patrono della grammatica e protettore zelante della prosa pura ed esatta. Certo, io sento dire che il metro e la rima dànno una forma più nobile. Ma vorrei sapere perché il saltellare su tre o quattro piedi giambici, durante il quale continuamente s’inciampa in ogni specie di dattili e di anapesti, e un pizzico di divertente assonanza delle parole finali, dovrebbero rappresentare una forma più nobile rispetto a una prosa ben costrutta, con i suoi legamenti ritmici molto più fini e segreti, e perché se io volessi cominciare:
Ci fu un principe, Grimaldo nommé,
un tristo morbo al suol l’abbatté.
Lasciò due bimbi, splendidi fiori.
Ahi, quale coppia di peccatori!
o in modo simile: vorrei sapere perché questo dovrebbe essere una forma più nobile della prosa grammaticalmente pura e nella quale io esporrò adesso e plasmerò in forma esemplare e definitiva la mia storia mirabile, così che in seguito francesi, angli e tedeschi possano attingervi per comporre le loro rimette.
Questo premesso comincio come segue.

GRIMALDO E BADUHENNA

Ci fu un tempo un duca in Fiandra e in Artois, di nome Grimaldo. La sua spada si chiamava Eckesachs. Il suo destriero castigliano aveva nome Guverjorss. Nessun principe sembrava più di lui nel favore di Dio. Il suo sguardo girava arditamente sopra l’ereditato paese ricco di pingui città e forti rocche e con severa compiacenza si posava sul suo seguito di cavalieri scudieri corridori cuochi sguatteri trombettieri tamburini violinisti flautisti e sui paggi addetti alla sua persona, dodici ragazzi di illustre casato e di gentili costumi, tra i quali erano anche due ragazzi saraceni; ma egli non permetteva che i loro compagni cristiani li beffassero perché seguaci di Maometto. Quando con sua moglie, la nobil madonna Baduhenna, incedeva alla chiesa o a festivo banchetto, questi paggi, tenendosi a due a due per mano, con calze variopinte, saltavano loro innanzi incrociando i piedi.
L’avito maniero dove il duca Grimaldo per lo più teneva corte era Chastel Belrapeire, situato sulle alture dell’Artois ricche di pascoli. Da lontano sembrava lavorato al tornio: tetti, balconi, propugnacoli, mura turrite. Erano l’armato rifugio di un principe contro i selvaggi nemici esterni e anche contro i malvagi capricci dei propri sudditi, e nondimeno dimora oltremodo confortevole e grata. L’edificio centrale era un alto donjon quadrangolare. Nel suo interno erano stanze fastose, ma stanze simili erano non solo nella torre bensì in molti edifici isolati e nelle ali interne lungo la cinta delle mura. Dalla sala del donjon una ripida scala esterna scendeva nel cortile del castello e al giardino erboso dove, cinto da un muro, un tiglio largiva la sua ombra. Sulla panca che girava intorno a questo albero soleva riposarsi nei meriggi estivi, seduta su serici cuscini di Aleppo e di Damasco, la ducal coppia, mentre intorno, ai suoi piedi, sopra tappeti stesi da paggi sull’erba sempre curata, sedeva in bell’ordine, leggiadramente disposta, la compagnia del castello e ascoltava storie vere, o inventate, dei giullari. Questi, pizzicando le corde, narravano del re Artù, sire di tutti i britanni, e di Orendeli, re di Gutwetter che nel tardo autunno subisce un grave naufragio e schiavo diventa del gigante del ghiaccio. Raccontavano le lotte dei cavalieri cristiani con popoli orrendamente stranieri, abitanti remoti paesi come la Etnisia, Gylstram, Rankulat, popoli con teste di gru, un solo occhio sulla fronte, piedi piatti, popoli di pigmei e di giganti; gli straordinari pericoli della montagna di Magnete; il modo con cui vengono ingannati i grifoni per derubarli dell’oro rosso; la contesa sostenuta davanti all’imperatore Costantino da San Silvestro con un ebreo. Costui sussurrò a un toro nell’orecchio il nome del suo dio, e subito il toro stramazzò morto al suolo. Ma Silvestro invocò Cristo: e il toro si rialzò allora sulle gambe e con un mugghio tonante proclamò la superiorità della vera fede.
Tutto questo solo come esempio. Inoltre si proponevano sottili indovinelli o tenevano ragionamenti vari, pieni di cortesia e di garbo, tal che molte allegre risate di madonne e messeri empivano l’aria.
Per parte mia debbo ridere se alcuni credono che lassù nelle sale del castello ardessero per far luce fumose tede di paglia e schegge di pinastro. Ah, no! Dal soffitto pendevano lampadari scintillanti, e dalle pareti bracci che reggevano fasci di candele, ciascuno di dieci luci, illuminavano le stanze. C’erano due caminetti di marmo su cui bruciava legno di aloe e di sandalo e larghi tappeti coprivano il pavimento. Su di essi, in occasione di qualche festa o quando, per esempio, il principe di Kanvoleis o il re di Angiò – Bien soi venu, beau Sire! – erano ospiti del duca Grimaldo, venivano sparsi giunchi, ramoscelli, fiori. A tavola, su seggi con cuscini di arabico Achimardo, sedevano messer Grimaldo e madonna Baduhenna; e dinanzi a essi il cappellano. I suonatori sedevano in fondo alla tavola o in un cantuccio, ma gli ospiti a tavole per quattro, staccate dalla parete e coperte da bianche tovaglie; a ogni tavola quattro paggi servivano e porgevano ai commensali bacili d’oro e variopinti pannolini di seta, e inginocchiandosi trinciavano le vivande. Le vivande erano quali convengono a corte: aironi e pesci, costolette di pecora, uccelli presi con vergello e grassi carpioni. Ogni pietanza era accompagnata da salsa, pepe e agrass (con ciò intendo succo di frutta) e i paggi pronti, il viso acceso (perché essi stessi bevevano dietro le porte), empivano i calici con vino, sidro di more, rosso sinopio e claretto, nel quale, con meraviglioso piacere e frequentemente, messer Grimaldo inumidiva la gola.
Non voglio dilungarmi ancora nelle lodi del bel vivere a Belrapeire, anche se sarebbe una grave mancanza tacere che le cassapanche erano piene zeppe di tele damaschi sete velluti finissimi pelli di lontra e anche di odoroso zibellino; che le mensole e le credenze brillavano nella luce di sontuoso vasellame di Assagauk, di calici fatti di pietre preziose, di coppe d’oro; che i cassetti appena riuscivano a contenere le provviste di spezierie: erbe e legni, ambra, teriaca, garofano, moscato e cardamomo, con i quali si profumava l’aria, cospargevano i tappeti, spolveravano i letti; che in segreti forzieri erano nascoste parecchie mezze libbre d’oro del Caucaso, strappate agli artigli dei grifoni, e gioielli e pietre prodigiose sciolte: carbonchio, onice, cornalina, corallo e comunque esse si chiamino, agata, sardonica, malachite, perle e diamanti; che i magazzini e le armerie erano pieni di nobili armi, corazze, celat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione di Lea Ritter Santini
  4. Bibliografia
  5. Nota di Thomas Mann sul romanzo «L’eletto»
  6. L’ELETTO
  7. Chi suona?
  8. Messer Poitewin
  9. La seconda visita
  10. Copyright