Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull
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Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull

Introduzione di Roberto Fertonani

  1. 368 pagine
  2. Italian
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Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull

Introduzione di Roberto Fertonani

Informazioni su questo libro

La figura di Felix Krull ha accompagnato per quasi mezzo secolo l'esperienza letteraria di Thomas Mann. Ispirato alle memorie del geniale avventuriero Manolescu, questo libro narra la turbolenta esistenza di un singolare imbroglione che, grazie alla sua estrema disinvoltura, riesce progressivamente a inserirsi nel mondo della grande borghesia ottenendo un incredibile successo. Dotato di notevole prestanza fisica unita a una naturale eleganza, Felix Krull rimarrà alla fine vittima compiacente della propria inesauribile fantasia, rivelandosi non tanto un volgare mistificatore, quanto piuttosto un esteta che esercita l'inganno con gusto raffinatissimo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2015
eBook ISBN
9788852057779
Print ISBN
9788804483915

LIBRO TERZO

Capitolo primo

Si troverà comprensibile, anzi lodevole, che io non solo abbia dedicato al precedente straordinario episodio un capitolo intero, ma abbia concluso non senza solennità con esso la seconda parte di queste confessioni. Fu, lo posso ben dire, un’esperienza per la vita e non vi sarebbe stato bisogno della fervida preghiera della protagonista perché io non la dimenticassi. Una donna singolare nel senso più perfetto quale Diana Houpflé e il meraviglioso incontro con lei non sono fatti per essere dimenticati. Ciò non vuol dire che la situazione in cui il lettore poté coglierci, la semplice situazione effettiva, sia rimasta isolata nella mia carriera. Le signore che viaggiano sole, specialmente se anziane, non sono sempre soltanto atterrite quando scoprono che un giovanotto si è introdotto di notte nella loro camera; non sempre in tale caso insperato il loro primo impulso è dare l’allarme. Se però ho avuto simili esperienze (ed io le ho avute!) esse rimasero tutte bene inferiori per significato ed originalità a quelle della notte di Diana. Anche a rischio di sminuire l’interesse del lettore per le mie ulteriori confessioni, debbo dichiarare che in seguito, benché io salissi nei gradi sociali, mai più mi toccò di venire apostrofato in versi alessandrini.
Per il bottino di furto e d’amore rimastomi fra le mani grazie alla barocca idea di una poetessa, ottenni dal maestro Pierre Jean-Pierre, che non si stancò di battermi sulla spalla congratulandosi, seimila franchi. Siccome però il tiretto di Diana aveva offerto al furtivo iddio anche denaro liquido, e cioè quattro biglietti da mille celati fra la biancheria, io ora, compreso quel che possedevo prima, ero un uomo da 12.350 franchi – signore di un capitale che naturalmente non mi portai attorno per molto tempo, ma alla prima occasione depositai al Credito Lionese in conto corrente al nome di Armand Kroull, detratta una sommetta di poche centinaia di franchi per le mie spese minute nei pomeriggi di libertà.
Il lettore accoglierà certo approvando e sentendosene tranquillato la notizia di tale comportamento. Sarebbe facile concepire un vagheggino che, giunto a simili ricchezze mediante il favore e la tentazione della fortuna, subito lascia un posto senza stipendio, si prende un appartamentino da scapolo e si procura tutti i godimenti che Parigi può offrire, sino al prevedibile esaurimento del gruzzolo. Io neppure ci pensai, o se ci pensai, respinsi quel pensiero appena nato con la più morale risolutezza. A che mi avrebbe condotto l’attuarlo? Dove sarei finito, presto o tardi, a seconda della vivacità della mia condotta, appena consumato il tesoretto? Troppo ricordavo le parole del mio padrino Schimmelpreester (col quale scambiavo di tanto in tanto cartoline illustrate con testi laconici), le sue parole sulla carriera alberghiera e sulle mete cui essa, sia procedendo diritto, sia con eventuali deviazioni, avrebbe potuto condurre, per non dominare la tentazione di mostrarmi sconoscente verso di lui sciupando quella chance che le sue relazioni internazionali mi avevano offerta. È vero che, restando fedele al mio posto di partenza, non pensavo granché o forse per nulla alla strada dritta e non mi vedevo finire primo cameriere, concierge, e neppure direttore. Ma tanto più mi erano rimaste in mente le deviazioni eventuali e dovevo solo guardarmi dallo scambiare il primo vicolo cieco che mi si offrisse per una via secondaria degna di fiducia e portante alla fortuna.
Sebbene possessore d’un libretto d’assegni rimasi dunque lift-boy nell’albergo Saint James and Albany. Non era privo di un certo fascino sostenere tale parte sul nuovo segreto sfondo pecuniario, col che la mia elegante livrea veniva in realtà a trasformarsi in uno di quei costumi che il mio padrino soleva farmi indossare fanciullo. La segreta ricchezza – giacché i miei depositi conquistati in sogno tali mi apparivano – tramutava l’uniforme, ed insieme il lavoro che in essa assolvevo, in un travestimento, in una semplice conferma della mia “testa mascherata”; se più tardi io mi feci passare con fortuna folgorante per più di quel che ero, per il momento mi facevo credere invece meno di quel che fossi – ed ancora mi chiedo in quale inganno io trovassi più intima compiacenza, maggior gioia nell’incantesimo favoloso.
È vero che in quell’albergo d’apparenza lussuosa per i clienti paganti io ero mal nutrito e male alloggiato; però almeno non avevo spese e, pur non ricevendo stipendio, non soltanto non intaccavo le mie riserve, ma me ne affluivano di nuove sotto forma di pourboires o come preferisco chiamarle, di douceurs prodigate di continuo dal pubblico viaggiante a me come ai miei colleghi degli ascensori, o per essere più preciso, un po’ meglio che a loro, con una certa preferenza in cui si manifestava soltanto l’umano intuito per una materia più fine e che del resto non mi venivano neppure malignamente invidiate dai colleghi più rozzi. Un franco, due o tre, anche cinque, in casi isolati di segreta prodigalità addirittura dieci, mi venivano fatti scivolare dai partenti o dai clienti fissi, a intervalli di una o due settimane, nella mano non certo protesa, ma discretamente pendente, distogliendo il volto oppure con uno sguardo sorridente negli occhi, dalle donne e persino da uomini, i quali però spesso dovevano essere incitati dalle rispettive mogli. Ricordo più d’una scenetta matrimoniale che non dovevo avvertire e che mi davo anche l’aria di non cogliere, certe gomitate nel fianco di un cavaliere, accompagnate da un mormorio come: «Mais donnez donc quelque chose à ce garçon, Give him something, he is nice», dopo di che il marito brontolando traeva il portamonete e doveva ancora udire: «Non, c’est ridicule, that’s not enough, don’t be so stingy!». Arrivavo comunque ai dodici o quindici franchi per settimana, piacevole contributo alle spese voluttuarie per i pomeriggi liberi che ogni quindici giorni l’avara amministrazione dell’albergo ci concedeva.
Avveniva talvolta che trascorressi tali pomeriggi e serate insieme a Stanko, il quale già da un pezzo aveva lasciato il letto per tornare ai suoi piatti freddi nel garde-manger, questa raccolta di leccornie per i grandi buffets. Aveva simpatia per me e anch’io per lui e mi adattavo alla sua compagnia nei caffè e nei locali allegri, benché l’averlo compagno non fosse proprio un ornamento. Aveva una cert’aria da bulo e tradiva ambiguità esotica nell’abito borghese di gusto troppo vistoso e quadrettato, mentre faceva molto miglior figura nella giacca bianca professionale, coll’alto berretto di tela da cuoco ritto in capo. Così è: la classe dei lavoratori non dovrebbe cercare l’eleganza seguendo modelli cittadini e borghesi. Lo fa con goffaggine e non giova al proprio credito. In questo senso sentii più volte discorrere il mio padrino Schimmelpreester e l’aspetto di Stanko mi ricordava le sue parole. Egli diceva che bisognava deplorare l’avvilirsi del popolo mediante il suo adattarsi alla pseudo eleganza diffusasi con la normalizzazione borghese del mondo. I costumi festivi dei contadini e delle organizzazioni artigiane dei tempi antichi erano certo più simpatici che i cappellini con le piume o gli abiti a strascico di una rozza domestica che la domenica tenta di fingersi dama, o il non meno goffo abito da società dell’operaio di fabbrica che vuol fare l’elegante. Essendo tuttavia passato il tempo in cui le diverse classi si distinguevano tra loro con pittoresca dignità, egli avrebbe preferito una società in cui non vi fossero più stati distinti, né serva né dama, né cavaliere né plebeo, e dove tutti vestissero allo stesso modo. Parole d’oro, proprio rispondenti al mio sentimento. Io stesso, pensavo tra me, protesterei forte contro camicia, calzoni, cintura e basta? Mi sarebbe anzi molto piaciuto, ed a Stanko sarebbe andato meglio che l’eleganza mal riuscita. In genere tutto si confà all’uomo fuorché ciò che è stonato, sciocco o non genuino.
Questo sia detto in margine, come glossa. Insieme a Stanko dunque frequentai per un certo tempo i cabarets e le terrazze dei caffè, specie quella del Café de Madrid, dove dopo la chiusura dei teatri la vita è intensa e interessante. Ma una volta andammo alla serata di gala del circo Stoudebecker che era da alcune settimane a Parigi. Due parole, o forse anche qualcuna di più, su questo spettacolo! Non perdonerei alla mia penna se sfiorasse appena una simile esperienza, senza conferirle un poco di colore ch’essa ebbe in così ampia misura.
La celebre impresa aveva issato la grande rotonda della sua tenda presso la Senna e il teatro Sarah-Bernhardt, sullo Square St. Jacques. Il successo fu grandioso, poiché evidentemente gli spettacoli pareggiavano o superavano il meglio che mai fosse stato offerto in questo campo dello haut-goût più audace e disciplinato. E quale assalto ai sensi, ai nervi e alla voluttà era invece un simile programma svolgentesi con ininterrotto mutar di quadri, di esercizi giungenti al limite delle possibilità umane e pure eseguiti fra un sorriso ed un bacio, di cui è primo modello il salto mortale! Tutti quegli artisti giocano con la morte, col rompersi il collo, ma sono educati alla grazia pur nell’estremo ardimento, fra il fragore di una musica la cui volgarità s’accorda bensì al carattere meramente fisico di quegli spettacoli, ma non alla loro temerità e che s’interrompe mozzando il respiro quando arriva l’ultimo sforzo non attuabile e tuttavia sempre attuato.
L’acrobata accoglie con un breve cenno del capo (giacché il circo non conosce l’inchino) il fragoroso applauso della folla che riempie la tenda, di quello strano pubblico formato in modo eccitante e sconcertante da una cupida massa plebea e da mondani appassionati di cavalli. Ufficiali di cavalleria col berretto di traverso siedono nei palchi; giovani fêtards dalla faccia rasata, con il monocolo, garofani e crisantemi al risvolto degli ampi soprabiti gialli; donne allegre mescolate alle dame curiose di quartieri aristocratici accompagnate da cavalieri competenti in finanziera e cilindro grigio col cannocchiale sportivo appeso al collo come alle corse di Longchamp. Ed insieme l’inebriante intensità della pista, lo splendore dei costumi multicolori, il luccicare di lustrini, l’odore di stalla che dà all’ambiente la sua specifica atmosfera e infine le nudità femminili e maschili. Ogni gusto è saziato, ogni piacere eccitato da seni e da spalle, dalla bellezza al suo più accessibile livello, da attrattive violente che si offrono in inaudite acrobazie alla smaniosa crudeltà della folla. Cavallerizze ungheresi con aria da ossesse balzano sul dorso nudo del cavallo, l’aizzano con grida rauche ed eseguono volteggi così arditi da fare impazzire. Ginnasti chiusi nella rosea guaina delle loro maglie; nerborute braccia depilate di atleti, fissate dalle donne con espressione stranamente fredda, e graziosi adolescenti. Come ammirai un gruppo di saltatori e di equilibristi, che non solo avevano scelto abiti borghesi sportivi del tutto estranei alla cornice del fantastico, ma si compiacquero del trucco per cui fingevano di predisporre con facile conciliabolo ognuno dei loro esercizi in parte terrificanti. Il migliore elemento, certo il prediletto fra loro, era un quindicenne che, lanciato in aria da un trampolino a molla, faceva due volte e mezzo il giro su se stesso, per poi, senza neppure un’oscillazione, reggersi in piedi sulle spalle del compagno retrostante, un fratello maggiore, il che per vero dire gli riuscì solo al terzo tentativo. Due volte il gioco fallì, egli mancò le spalle e scivolò a terra, ma il suo sorriso, il suo scuoter del capo a quell’insuccesso era non meno delizioso del gesto ironico e galante con cui il maggiore lo invitava a risalire sul trampolino. È possibile che fosse tutto intenzionale, giacché a quel modo riuscì ancora più travolgente e mischiato ad urla di “bravo!” l’applauso della folla, quando egli la terza volta dopo il suo salto mortale si piantò lassù senza oscillare, ed anzi allargando le braccia con un “me voilà!” poté trascinare l’ovazione a una vera tempesta. Ma certo in quel calcolato o semidesiderato insuccesso era stato più prossimo alla frattura della spina dorsale che non nel suo trionfo.
Che uomini quegli artisti! Ma sono poi uomini? Subito i clowns, stranissima sorte di burloni con piccole mani rosse, piedini dalle calzature leggere, ciuffi rossi sotto cappellucci conici di feltro, col loro gergo, il loro camminare sulle mani, il continuo inciampare e capitombolare, il correre senza meta e l’inutile voler aiutare, coi loro sempre sfortunati tentativi salutati dall’urlio della folla di imitare per esempio sulla corda sospesa le acrobazie dei colleghi più seri – questi figli dell’assurdo, adolescenti senza età, di cui Stanko ed io ridevamo cordialmente (io però non senza meditabonda simpatia) sono davvero coi loro volti infarinati e truccati nel più pazzo dei modi – sopracciglia a triangolo, solchi verticali sotto gli occhi lacrimosi, nasi inverosimili, labbra contratte in sorrisi idioti – maschere insomma che fanno da assoluto contrasto allo splendore dei costumi – per esempio raso nero costellato di farfalle d’argento, un vero sogno infantile – costoro, io chiedo, sono uomini, maschi, persone che possiamo comunque concepire ed assegnare a un mondo borghese e naturale? A mio avviso è mero sentimentalismo dire che sono “anche uomini”, con le giovialità degli uomini, possibilmente con mogli e bambini. Io li onoro, io li difendo dicendo: no, non lo sono, sono strani mostriciattoli del ridicolo che fanno vibrare il diaframma, sono monaci dell’assurdo estranei alla vita, capitombolanti bastardi, frutto dell’uomo e dell’arte impazzita.
Per la mentalità comune tutto deve essere “umano” e si crede di superare l’apparenza con mirabile calore e saggezza sostenendo di riscontrare e di dimostrare un elemento umano anche lì. Era umana Andromaca, La fille de l’air, come si chiamava sul foglietto del programma? Ancora io la sogno, e benché la sua persona e la sua sfera fossero quanto possibile lontane dalla follia, era lei in realtà cui mi riferivo parlando dei clowns. Era la stella del circo, il numero famoso, ed eseguiva al trapezio esercizi incomparabili. Li eseguiva – questa era una novità sensazionale, qualcosa di inedito nella storia del circo – senza rete di sicurezza, insieme ad un collega di capacità rispettabili ma non paragonabili alle sue, il quale in verità, con personale riserbo, le porgeva soltanto la mano durante le sue temerarie evoluzioni fra i due trapezi oscillanti, da lei attuate con meravigliosa perfezione. Aveva vent’anni, oppure meno, o molti di più? Chi lo può dire? I lineamenti erano severi e nobili e non venivano affatto deformati, anzi risultavano ancor più nitidi e cattivanti quando infilava un berretto elastico per trattenere durante gli esercizi la massa dei capelli bruni che si sarebbero altrimenti sciolti quando nelle sue acrobazie si gettava a capo all’ingiù. Era di statura più che media e indossava una specie di corazza d’argento attillata e succinta, guarnita con piumino di cigno, dalle cui spalle, per confermare il suo nome di “Figlia dell’aria” si staccavano due alette pure in piuma bianca. Come se l’avessero potuta aiutare a volare! Il petto era scarso, il bacino stretto, la muscolatura delle braccia naturalmente più sviluppata del normale in una donna, e le sue mani pronte ad afferrare non erano di proporzioni maschili, ma neppur piccole abbastanza da escludere del tutto il dubbio, se essa alla fine, in nome di Dio, non fosse in segreto un giovanetto. No, la linea femminea del petto era comunque ben chiara e così anche, malgrado la magrezza, la forma delle cosce. Non sorrideva quasi. Le belle labbra, non mai contratte, erano per lo più lievemente socchiuse, ma si aprivano ben tese anche le alette del naso di linea greca e lievemente aquilino. Dispregiava ogni civetteria col pubblico. A mala pena, quando dopo un tour de force riposava su uno dei trapezi con una mano alla fune, tendeva l’altro braccio per un breve cenno. Ma i suoi occhi severi, dallo sguardo dritto in avanti sotto le sopracciglia regolari, non corrugate ma immobili, non partecipavano al saluto.
Io la adoravo. Si alzava, imprimeva una forte oscillazione al trapezio, se ne staccava di colpo passando a volo oltre il compagno proveniente dall’altro e con le sue mani né virili né femminee afferrava il secondo trapezio che le veniva incontro, eseguendo attorno alla barra, col corpo completamente teso, il cosiddetto giro totale, di cui pochissimi ginnasti sono capaci – e del tremendo impulso così acquisito si serviva per il volo di ritorno, passando di nuovo oltre il compagno per raggiungere il trapezio da cui era venuta e facendo nell’aria ancora a mezza via un salto mortale prima di afferrare la barra oscillante, di issarvisi con un leggero gonfiarsi dei muscoli bracciali, per finalmente mettersi a sedere, impassibile, con la mano alzata.
Era qualcosa di incredibile, di infattibile, ma che veniva pur fatto. Un brivido d’entusiasmo coglieva chi vi assisteva, facendogli gelare il cuore. La folla la venerava più che non l’acclamasse, la adorava al pari di me nel mortale silenzio determinato dall’interrompersi della musica durante i più temerari suoi esercizi. Si comprende senz’altro che in tutto quanto essa faceva un calcolo precisissimo era condizione vitale. Il trapezio da raggiungere a volo lasciato dal compagno doveva oscillare verso di lei esattamente nell’istante, nella frazione di secondo dovuta, e non da lei allontanarsi mentr’...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. CENNI BIBLIOGRAFICI
  5. Confessionidel cavaliere d’industria Felix Krull
  6. LIBRO PRIMO
  7. LIBRO SECONDO
  8. LIBRO TERZO
  9. Copyright