Un'estate da ricordare
eBook - ePub

Un'estate da ricordare

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Kit, conte di Ravensberg, non è certo quello che la buona società londinese di inizio Ottocento definirebbe un gentiluomo: dopo aver abbandonato la carriera militare si è trasferito nella capitale e passa le giornate dedicandosi alla sua attività preferita, scandalizzare i benpensanti. Dal canto suo Lauren, dopo essere stata abbandonata sull'altare, è decisa a non commettere mai più l'ingenuità di donare il proprio cuore a un uomo. I due desiderano più di tutto evitare un matrimonio, ma un fidanzamento può far comodo a entrambi: Kit non dovrà subire le candidate proposte dalla sua famiglia e Lauren potrà agire in piena libertà. Nessuno dei due ha però fatto i conti con un ospite inatteso: l'amore vero. Un romanzo sensuale e romantico, il capolavoro di Mary Balogh, regina indiscussa della narrativa femminile anglosassone, amatissima per le ricercate ambientazioni storiche.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852059056
Print ISBN
9788804571773

1

Londra. Hyde Park era avvolto da tutto lo splendore di una mattina di maggio. Il sole brillava in un cielo azzurro e luminoso, e si rifrangeva su milioni di gocce di rugiada, donando all’erba e agli alberi un aspetto fresco, appena lavato. Uno scenario perfetto per la consueta passeggiata lungo la celebrata Rotten Row, con i cavalieri che procedevano al piccolo galoppo lungo la larga pista erbosa che andava da Hyde Park Corner al Queen’s Gate, mentre i pedoni gironzolavano sul sentiero che lo costeggiava, separato dai cavallerizzi da una robusta staccionata.
Tutto perfetto, se non fosse stato per uno stridente dettaglio. In mezzo a un prato, ben visibile da Rotten Row, una certa agitazione stava attirando una folla di curiosi. Fu subito chiaro che si trattava di una rissa. Non di un duello: i partecipanti erano quattro e non due, e l’ora era ormai troppo tarda. Era un’indecente scazzottata.
Alcuni gentiluomini, e anche qualche signora, si avvicinarono con i loro cavalli per vedere cosa stesse succedendo. Molti dei signori si fermarono a osservare l’andamento della rissa, trovando un maggior motivo di interesse in quella mattinata. Pochi altri, quelli così sfortunati da fare da accompagnatori alle signore, furono costretti a procedere oltre, e in fretta, perché certamente non era uno spettacolo decoroso per occhi femminili. Si avvicinarono alla scena anche alcuni di quelli che passeggiavano lungo il sentiero vicino, per vedere meglio o allontanarsi rapidamente, a seconda soprattutto del loro sesso.
«È uno scandalo!» sentenziò una voce maschile e altezzosa al di sopra del frastuono della gente radunata intorno allo spazio aperto in cui la rissa procedeva speditamente. «Qualcuno dovrebbe andare a chiamare una guardia. Non si può lasciar entrare nel parco una marmaglia simile, che offende la sensibilità della gente perbene.»
Ma mentre gli abiti cenciosi e l’aspetto sudicio e trascurato di tre dei partecipanti alla rissa li qualificava senza possibilità di dubbio quali appartenenti alle classi più basse, gli indumenti eleganti, per quanto scarsi, e l’atteggiamento del quarto uomo erano tutta un’altra faccenda.
«È Ravensberg, sir» spiegò all’indignato marchese di Burleigh il signor Charles Rush.
Il nome, evidentemente, spiegava già tutto. Il marchese si portò il monocolo all’occhio e, dal suo punto d’osservazione in groppa al cavallo, scrutò al di sopra delle teste di quelli appiedati il visconte Ravensberg, nudo fino alla cintola, che in quel momento stava avendo la peggio. Due degli assalitori gli bloccavano le braccia, mentre il terzo lo colpiva con sincero entusiasmo allo stomaco.
«Scandaloso!» ripeté il marchese, mentre tutt’intorno a lui gli altri applaudivano o schernivano, e due o tre erano persino impegnati a raccogliere scommesse sull’esito di uno scontro tanto impari. «Non credevo che sarei vissuto fino a vedere Ravensberg cadere così in basso da fare a botte con la marmaglia.»
«Vergogna!» gridò qualcuno quando il gigante rosso di capelli che picchiava cambiò la direzione dell’assalto e piazzò un pugno contro l’occhio della sua vittima inerme. «Tre contro uno non è corretto.»
«Ma lui non accetterebbe il nostro aiuto» obiettò un po’ sdegnato Lord Arthur Kellard. «La sfida l’ha lanciata lui, e ha sostenuto che tre contro uno gli andava benissimo.»
«Ravensberg ha sfidato quegli straccioni?» domandò il marchese notevolmente indignato.
«Hanno osato fare gli insolenti dopo che lui li ha ripresi per aver abbordato e infastidito una ragazza, una sguattera» spiegò il signor Rush. «Ma lui non si sarebbe mai limitato a punirli con la frusta, come suggerivamo noi. Ha insistito per… oh, guardate!»
L’esclamazione fu provocata dalla reazione di Lord Ravensberg al pugno nell’occhio. Fece una risata, un suono assurdamente allegro, e all’improvviso sollevò con precisione una gamba e colpì con la punta dello stivale il suo aggressore sotto il mento. Ci fu il forte rumore di un osso spezzato e di denti che si schiantavano. Nello stesso istante approfittò dello stupore dei due che lo tenevano per le braccia e se ne liberò. Girò su se stesso per affrontarli in posizione di guardia bassa, da pugile, con le braccia protese e le dita che li invitavano a farsi sotto. Sogghignava.
«Avanti, canaglie» li sollecitò con linguaggio volutamente volgare. «O succede che all’improvviso i numeri non sembrano più a vostro favore?»
Forse l’avversario con la mandibola rotta da poco la pensava così. Ma anche se aveva gli occhi aperti, appariva più occupato a contare le stelle che roteavano nel cielo mattutino che non a pensare alle probabilità di vincere.
La folla di spettatori, che era continuata a crescere, emise un ruggito di approvazione.
Il visconte Ravensberg faceva una figura molto migliore senza camicia. Di media statura e snellezza aggraziata, senza dubbio era sembrato un bersaglio facile ai tre delinquenti che pochi minuti prima lo avevano sfidato con un sogghigno di disprezzo. Ma le gambe asciutte, fasciate dalle eleganti brache da cavallerizzo e dagli alti stivali, apparivano ben dotate di muscoli, ora che non stava più in sella. E il petto nudo, le spalle e le braccia erano quelle di un uomo che aveva allenato il proprio corpo portandolo a tutto il suo potenziale. Le tracce chiare di numerose cicatrici sugli avambracci e sul petto, e una lungo il bordo inferiore della mascella sinistra, dimostravano, a differenza dei suoi abiti, il suo passato da militare combattente.
«Che linguaggio scandaloso da usare in pubblico!» osservò sempre sdegnato il marchese. «E che inopportuna esibizione di carne. Tutto per una sguattera, dite? Ravensberg non è degno del nome che porta. Suo padre mi fa compassione.»
Ma nessuno gli prestava attenzione, nemmeno il signor Rush cui erano rivolte le sue osservazioni. Due di quei mascalzoni che avevano pensato di divertirsi strappando baci non voluti a una ragazza senza accompagnatore facevano a turno per scagliarsi contro il visconte, che li respingeva ridendo a suon di pugni ogni volta che gli arrivavano a tiro. Chi lo conosceva sapeva bene che spesso passava qualche ora nella sala da boxe di Jackson, ad allenarsi con partner che lo sovrastavano in peso e altezza.
«Prima o poi» disse con noncuranza «unirete i vostri mezzi cervelli per farne uno intero, e capirete che contro di me avrete qualche opportunità se mi attaccate contemporaneamente.»
«Questo non è uno spettacolo per signore» affermò severamente il marchese. «Stanno arrivando la duchessa di Portfrey e sua nipote.»
Ma anche se un gentiluomo, sentendo il nome della duchessa, si allontanò in fretta (e forse riluttante) dalla folla, la voce di disapprovazione del Lord fu ampiamente soffocata da grida entusiaste: i due aggressori del visconte avevano accolto il suo consiglio e gli si erano scagliati addosso insieme. Ma solo per vedersi bloccare l’avanzata quando lui tese le braccia e fece cozzare le due teste una contro l’altra. Caddero a terra come se le loro gambe si fossero trasformate in gelatina, e a terra rimasero.
«Bravo, Ravensberg!» gridò qualcuno al di sopra del coro di fischi e di applausi.
«Questo pazzo furioso mi ha spaccato la faccia» si lamentò il terzo ragazzotto, stringendosi la mandibola tra le mani e girandosi verso l’erba per sputare sangue, e almeno un dente. Aveva smesso di contare le stelle ma non aveva l’aria di voler riprendere lo scontro.
Il visconte stava nuovamente ridendo, e si asciugava le mani sulle brache. «È stato troppo facile, per Giove» disse. «Mi aspettavo una prova migliore, da parte di tre dei migliori esponenti della classe operaia londinese. Non si meritavano che scendessi da cavallo, tanto meno che mi spogliassi per loro. Se fossero stati nel mio reggimento in Spagna, che diavolo!, li avrei mandati in prima linea a far da scudo ai miei uomini più validi.»
Ma la mattinata aveva da offrire un altro avvenimento interessante, sia per lui che per i plaudenti spettatori. La ragazza che era stata la causa involontaria della rissa attraversò di corsa il prato, con la gente che si faceva diligentemente da parte per farla passare, e gli gettò le braccia al collo, premendo il proprio corpo contro il suo.
«Oh, grazie, grazie, vostra signoria» gridò con calore «per avere difeso la virtù di una fanciulla. Sono una brava ragazza, io, e quelli lì volevano da me un bacio e magari anche peggio, ma per fortuna siete passato voi e mi avete salvato. Ma un bacio lo do invece a voi, come premio, perché ve lo siete pienamente meritato.»
Era grassottella, ma ben fatta e dannatamente graziosa. Attirò fischi e commenti d’ammirazione, anche un po’ licenziosi, da parte degli spettatori. Il visconte Ravensberg le rivolse una smorfia divertita, e chinò la testa per approfittare della sua offerta, lentamente e a fondo. Quand’ebbe finito le diede una mezza sovrana d’oro e, strizzandole l’occhio ancora sano, le assicurò che era davvero brava.
Risuonarono altri fischi mentre si allontanava senza fretta, tutta fossette e anche che ondeggiavano sbarazzine.
«Scandaloso!» ripeté ancora una volta il marchese. «E anche in pieno giorno! D’altra parte, cosa ci si può aspettare da Ravensberg?»
Il visconte lo udì e si voltò ad abbozzargli un inchino beffardo. «Io svolgo un pubblico servizio, signore» precisò. «Fornisco alle conversazioni salottiere argomenti un po’ più interessanti del clima e della situazione politica.»
«Credo, Ravensberg» disse ridacchiando il signor Rush mentre il marchese si allontanava con la schiena impalata come un fuso e quasi visibilmente percorsa da un fremito d’indignazione «che i più raffinati parlino poco di voi, Ravensberg. Vi conviene venire da White e mettervi una bistecca su quell’occhio. Quel farabutto ve l’ha fatto dannatamente pesto.»
«Fa un male del diavolo» ammise allegramente il visconte. «Perdio, la vita dovrebbe essere sempre così divertente. Farrington, la mia camicia, per piacere.»
La prese dalle mani di Lord Farrington, cui aveva affidato i suoi indumenti all’inizio della rissa, e si guardò intorno. La folla si stava disperdendo. Alzò le sopracciglia.
«Ho fatto scappare dallo spavento tutte le signore, eh?» chiese aguzzando la vista in direzione di Rotten Row, come cercandone una in particolare.
«In effetti questo è un luogo molto pubblico, Ravensberg» rise Lord Farrington assieme a lui. «E voi eravate nudo fino alla cintola.»
«Ah» fece con indifferenza il visconte prendendo la giacca e infilandosela «ma io ho da difendere una reputazione da spregiudicato, sapete, anche se per stamattina credo di aver fatto il mio dovere.» Aggrottò all’improvviso la fronte. «Che cosa ne facciamo di questi tre balordi morti di sonno, secondo voi?»
«Se li lasciassimo dormire lì dove si trovano? Io sono già in ritardo per colazione, Ravensberg, e quell’occhio ha bisogno di cure. Basta guardarlo per farsi passare l’appetito.»
«Ehi, tu!» Il visconte alzò la voce e gettò una moneta sull’erba, vicino all’unico dei tre che sembrava cosciente. «Sveglia i tuoi amici e portali nella più vicina birreria, prima che passi una guardia e vi porti tutti dentro. Direi che un boccale o due a testa vi aiuterà a riprendere un’aria sana. E tenete a mente, in futuro, che quando una ragazza dice di no è probabile che voglia dire di no. Si tratta di un semplice fatto linguistico. Sì significa sì, no significa no.»
«Maledizione» borbottò quello, continuando a tenersi la mascella con una mano e cercando di prendere la moneta con l’altra. «Capo, io non oserò nemmeno guardarla, un’altra servotta.»
Ridendo, il visconte balzò in sella al proprio cavallo, nel frattempo tenuto a bada dal signor Rush.
«Colazione» annunciò allegro «e una bistecca cruda e sugosa per il mio occhio. Andiamo.»
Qualche minuto dopo, la zona di Hyde Park nei pressi di Rotten Row era di nuovo, come sempre, elegante e alla moda, senza più traccia alcuna della rissa scandalosa che sarebbe andata ad aggiungersi alla lunga lista di piccanti indiscrezioni per le quali Christopher “Kit” Butler, visconte Ravensberg, era diventato tristemente famoso.
«Tu non sai, cara Lauren» stava dicendo qualche minuto prima Elizabeth, duchessa di Portfrey, a sua nipote «che piacere mi fa la tua compagnia. Il mio matrimonio si sta rivelando più felice di quanto mi aspettassi e Lyndon ha per me tante attenzioni, specialmente da quando sono in attesa, ma non può starmi sempre appiccicato, povero caro. Perciò ci siamo rallegrati oltre ogni dire quando hai accettato il nostro invito a venire da noi fino a dopo il parto.»
La signorina Lauren Edgeworth sorrise. «Sappiamo entrambe» disse «che sei tu a farmi un favore molto più grande, Elizabeth. Newbury Abbey mi è diventata insopportabile.»
Lauren si trovava a Londra da due settimane, ma fino a quel momento né lei né la duchessa avevano accennato alla ragione per cui era lì. Ovviamente, il bisogno di compagnia negli ultimi due mesi di gravidanza era stato un pretesto.
«La vita continua, Lauren» disse Elizabeth. «Ma non intendo sminuire il tuo dolore insistendo su quell’argomento, sarebbe una mancanza di sensibilità da parte mia. Non ho mai provato qualcosa di paragonabile a quello che hai sofferto tu. Però vorrei che il mio caso ti rassicurasse. Io ho finalmente trovato la felicità, e avevo trentasei anni compiuti quando ho sposato Lyndon l’autunno scorso.»
Il duca di Portfrey aveva davvero un mucchio di attenzioni per la moglie, della quale era profondamente innamorato. Lauren sorrise a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Un’estate da ricordare
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. Copyright