«Dobbiamo risalire all'inizio di tutto, al giorno che cambiò per sempre la vita del Mondo Emerso. A un tempo remoto che nessuno ricorda, e che forse non è mai stato cantato. All'ultima ora di gioia, prima che la Storia iniziasse davvero.» Nata a Roma nel 1980, è l'autrice fantasy italiana più venduta nel mondo, grazie allo straordinario successo delle saghe del "Mondo Emerso", della "Ragazza Drago" e dei "Regni di Nashira". Laureata con una tesi sulle galassie nane, collabora con l'Università di Roma Tor Vergata come astrofisica. La memoria delle imprese di Nihal contro il Tiranno è ancora vivissima nel cuore del Mondo Emerso e nelle leggende che da oltre cent'anni i suoi abitanti si tramandano, di padre in figlio. Una notte d'inverno un misterioso cantastorie si presenta in una locanda con tre storie da raccontare, storie che le pagine delle Cronache non hanno mai narrato. Tra le note calde e ammalianti del suo liuto si schiudono così i misteri più preziosi della vita di Nihal: l'infanzia prima dell'incontro con Livon, lo spirito che si impossessò di Sennar sulle rive di una cascata magica, il sortilegio che riportò in vita la guerriera per difendere un popolo inerme e infine l'ultimo, sconvolgente segreto che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. A dieci anni dal grande esordio, l'eroina della saga più letta e celebrata di Licia Troisi torna nel Mondo Emerso per combattere una nuova, epica battaglia.

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Cronache del Mondo Emerso - Le storie perdute
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TERZA STROFA

I
Fu, prima di ogni altra cosa, un odore inebriante di erbe.
Poi furono le parole, in una lingua dolce e vibrante; una litania che sembrava attraversarla da capo a piedi, e che rinnovava le sue fibre a una a una, man mano che le toccava.
Si sentiva a casa, cullata da quelle parole e da quegli odori, ma al tempo stesso qualcosa non le tornava, qualcosa che non era al suo posto.
Aprì lentamente gli occhi. Sulla sua testa, un tetto di legno e foglie. Intorno, una nebbia odorosa, dalla quale emergevano confuse figure che non riusciva a mettere a fuoco. Due minute, di cui intravedeva i volti chinati su di lei, e una terza più alta e allampanata. Era quella che stava recitando la litania. Le immagini che aveva davanti non coincidevano con le ultime che la memoria le riproponeva, confuse.
«Oh, dei, ha aperto gli occhi, ha aperto gli occhi!» esultò una voce.
I dettagli andavano pian piano definendosi. Quello che aveva parlato era un individuo basso e calvo, con una lunga barba che gli scendeva sul petto. L’altro sembrava un ragazzino, vedeva una chioma folta e spettinata coprirgli la testa. La cosa che più la colpì fu il colore delle iridi, gialle cerchiate di rosso, decisamente fuori dal comune. Il tizio alto aveva invece il volto lungo e scavato, i capelli tagliati corti e il mento glabro. La guardava con un’espressione seria e assorta.
La litania cessò, e i tre si piegarono su di lei.
«Parla, ti prego. Facci sapere che stai bene, che sei tornata» disse l’uomo calvo.
Capiva a malapena quello che le stavano dicendo, doveva porre attenzione alle parole. Mosse le braccia, e il tentativo le costò uno sforzo immane, come se fossero immobili da secoli. Si sollevò lentamente, un poco alla volta.
L’individuo calvo si portò le mani alla bocca. «È lei…» e guardò estasiato il tizio alto.
Dall’altro lato del tavolo di legno su cui si trovava, colse una superficie riflettente. Vide un’immagine fugace, la sua immagine: una giovane donna dagli occhi viola, minuta, con i capelli blu. Fu allora che comprese, mentre l’ultimo tassello si ricomponeva nella sua mente: la fine, la lancia che colpiva il talismano, il mondo che diventava buio tutto d’un tratto, la morte.
«Dove… dove sono?» chiese.
L’uomo alto la scrutò attentamente. E come lui ebbe modo di osservare lei, così anche Nihal poté vedere lui: il suo volto severo, il naso adunco, ma soprattutto le orecchie appuntite, i capelli verde scuro e gli occhi viola. Un elfo.
Gli diede una gomitata, saltò giù dal tavolo, ma le gambe non le ressero e si ritrovò in ginocchio.
«Nihal, fermati. Non vogliamo farti del male.»
Era stato il giovane a parlare, e lei lo spinse con violenza contro il muro.
Sentì un conato di vomito risalirle la gola. Lo represse, mentre cercava di fermare il mondo che le vorticava intorno.
Il ragazzino le si fece di nuovo vicino. «Devi stare calma, ti sei appena ripresa» disse, stringendola per le braccia.
Lei si divincolò e riuscì ad alzarsi e raggiungere la porta. Con la mano cercò d’istinto la spada, ma era disarmata. Ovviamente.
«Lascia che ti spieghiamo» la supplicò il ragazzo, raggiungendola.
Nihal si appoggiò alla porta, quindi lo abbatté con un calcio. Si sentiva ancora a pezzi, ma i muscoli iniziavano a reagire.
Spalancò la porta e fu fuori. La luce l’accecò, ma lei proseguì dritta, fino a quando qualcosa non la colpì allo stomaco e la bloccò. Si stropicciò gli occhi e si accorse di essersi sporta da una balaustra di legno, che dava su un abisso profondo almeno una settantina di braccia. Si girò, e alle sue spalle vide la capanna in legno da cui era uscita, arroccata su una parete di roccia.
Un villaggio huyé, le suggerì la memoria.
«Prendetela!» urlò una voce.
Non era il momento di porsi domande. Vide avanzare verso di lei due guardiani, armati di lance e pugnali. Afferrò la punta della lancia del più veloce e la tirò a sé. Quello perse l’equilibrio, e lei fu rapida a sfilargli il pugnale dalla cintola. Sentì la testa girarle, mentre l’altro huyé avanzava. Non era in grado di combattere, doveva fuggire.
Furono i ricordi, ancora una volta, a venirle in soccorso. Cercò con lo sguardo un montacarichi, lo trovò poco distante. Ci si lanciò con le poche forze che aveva. Si aggrappò alla corda che lo sorreggeva, sbloccò il meccanismo e si lasciò trasportare in basso a tutta velocità. Vide i volti dei suoi inseguitori farsi piccoli, in cima alla balaustra, e udì qualcuno gridare degli ordini.
Poco prima che il montacarichi si sfracellasse al suolo, Nihal saltò e si aggrappò al ramo di uno degli alberi che crescevano sotto il villaggio. Le mani, troppo deboli per tenere salda la presa, la tradirono, e cadde in basso. Si ammaccò rotolando tra i rami, finché non si ritrovò al suolo. L’odore umido della terra, la consistenza delle foglie sotto le dita, lo stormire delle fronde. Ogni percezione le sembrava troppo forte, e il mondo pieno di odori e colori troppo intensi. La testa le girava, i muscoli le rispondevano solo a tratti, e le dolevano. Ma non poteva perdere tempo, doveva scappare il prima possibile.
Si sollevò a fatica, incespicò. Si accorse di essere vestita solo di una tunica in lino grezzo. Ai piedi aveva dei sandali, non proprio l’ideale per una corsa nel bosco, ma almeno aveva rimediato il pugnale.
Si mise a camminare più rapida che poteva, riflettendo sull’assurdità di quello che le stava capitando. C’era di che impazzire. Doveva essere morta e sepolta, e invece il suo corpo si muoveva, respirava, provava dolore. Chi l’aveva riportata in vita, e perché? E quanto tempo era passato dalla sua morte?
E poi, cosa ci facevano huyé ed elfi insieme? Si erano sempre odiati, o quanto meno, da un certo punto in poi avevano scelto di ignorarsi. Perché sembravano essersi alleati?
Domande senza risposta. Ma lei era tornata: questa era l’unica cosa certa.
II
«Non era questo che ci aspettavamo da voi» disse Athor, il capovillaggio. «E volevate anche essere pagato prima del rito!»
Si erano riuniti nella sala del Consiglio, in cima al dirupo. Il capovillaggio, seduto su uno scranno coperto di cuscini, il mago Lefthika, col naso gonfio per la gomitata, e Ren, il suo assistente, anche lui malconcio per i colpi ricevuti da Nihal.
«Non può essere andata lontano, non ha ancora il pieno controllo del suo corpo» assicurò Lefthika.
«Sì, ma intanto non sappiamo dove si trovi!» gridò Athor battendo un pugno sul tavolo.
«È stata una reazione assolutamente imprevedibile. Doveva essere tramortita, incapace di muoversi, dopo essere passata dalla morte alla vita. E invece quel mezzelfo ha una forza che non ci è possibile comprendere.»
«Voi le avete ridato la vita, e voi dovevate fermarla» insorse Athor.
«Appunto. Io le ho ridato la vita, il che mi dà diritto al pagamento» disse Lefthika.
Athor fece un gesto d’impazienza. I tempi erano cambiati, certo, ma tra elfi e huyé continuava a non correre buon sangue. Eppure la situazione in cui si trovava la sua gente era disperata, e in tempi disperati ci si rivolgeva a chiunque potesse offrire aiuto. Ma quanto, quanto avrebbe preferito non dover ricorrere ai servigi di quell’essere ambiguo e imperscrutabile.
«Avrete metà del pagamento» capitolò.
«Non erano questi i patti.»
«Avrete il vostro pagamento quando Nihal tornerà qui. E, beninteso, metà.»
Lefthika si fece più avanti sulla sedia e mise le mani sul tavolo. Il suo sguardo si era fatto tagliente. «Sono un mago potente, e lo sapete bene.» Tacque affinché Athor potesse cogliere tutti i sottintesi di quella frase. «Non amo che mi si manchi di rispetto, e non ho intenzione di farmi prendere in giro. Vi consiglierei dunque prudenza, nei miei riguardi.»
Athor fremette, ma si mantenne fermo. «Sappiamo anche noi come fronteggiare un mago, e siamo in maggioranza, qui al villaggio.»
I due si guardarono a lungo, poi Lefthika si appoggiò alla sedia. «Non sono disposto ad attendere più di tre giorni. Se non sarà tornata, mi pagherete e io mi riterrò libero da qualsiasi obbligo nei vostri confronti.»
Athor contrasse la mascella. «E sia» disse. Nihal non poteva essere andata lontano, nelle condizioni in cui si trovava; sarebbero stati in grado di catturarla presto.
La riunione si sciolse e Lefthika uscì con il suo incedere altero, Ren che lo seguiva da presso.
Quando si ritrovarono su una delle passerelle del villaggio, il mago si rivolse al suo assistente. «Trovala» disse.
«Ma, padrone…»
Lefthika si girò e lo fulminò con uno sguardo irato. «Non mi piace aspettare per denaro che mi è dovuto, è chiaro? È affar tuo come rintracciarla.»
Ren non osò contraddirlo e annuì con convinzione.
«Così mi piaci. E vedi di usare a buon fine la libertà che sono costretto a concederti finché non avrai compiuto il tuo dovere.»
Lefthika toccò con un dito il collare di rame che il ragazzino aveva al collo. Gli bastò una sola parola: il collare si riscaldò, e così fecero le bande metalliche che aveva ai polsi e alle caviglie. Poi si spensero, e Ren trasse un sospiro di sollievo.
«Puoi andare.»
Lui non se lo fece ripetere. Scese rapido le scale e si inoltrò nel bosco, pronto a compiere la sua missione.
Nihal avanzava lenta nella foresta. Le prime ore furono le più dure; il corpo non le rispondeva, si sentiva confusa e dolorante. Ma più si muoveva, più le membra ritrovavano la misura di quel mondo. La ferita alla gamba era scomparsa, qualcuno doveva averla curata prima che si risvegliasse. Non poteva ancora credere ai propri occhi. Era di nuovo padrona di se stessa, poteva sentire i profumi del bosco, l’aria fresca sul viso, il fruscio dell’erba sotto i piedi. E non sapeva se esserne lieta o inorridita.
Presto iniziò a muoversi più spedita. Dopo un primo tratto in cui si era orientata con il sole, cominciò a riconoscere quei posti: quante volte li aveva sorvolati con Sennar quando lo accompagnava nelle sue esplorazioni! A quel pensiero, si sentì stringere il cuore. Ma continuò a camminare, a lungo, con tenacia, non avrebbe saputo dire per quanto.
A un tratto si ritrovò in un sentiero che le era familiare. Eppure, notò che tra quel luogo e i suoi ricordi c’erano sottili differenze. Alcuni alberi erano scomparsi, o ne restavano tronchi mezzo marci; altri, un tempo teneri arbusti, erano ora piante rigogliose. Riconosceva pietre e monti, ma la vegetazione era diversa.
La sera, non appena si ricavò un giaciglio a cavallo di un ramo, le domande l’assalirono tutte assieme: quanto tempo era passato dalla sua morte? Giorni, mesi? E Sennar e Tarik? Dov’erano? Erano sani e salvi? Il suo sacrificio, alla fine, era servito?
Sapeva che solo andando avanti avrebbe trovato le risposte, e che alla fine di quel cammino avrebbe saputo.
Arrivò alla meta verso il tramonto del giorno dopo. Il muricciolo bianco che circondava la casa occhieggiò attraverso la vegetazione, e le ricordò la dedizione e la gioia con cui lei e Sennar avevano ammassato le pietre l’una sull’altra. Sembrava tutto così luminoso, all’epoca, ed eterno. Poco distante, riconobbe la radura in cui si accoccolava Oarf. Lampi della vita passata le balenarono davanti agli occhi, mentre una tenue speranza le nasceva in fondo al cuore. Non sapeva perché l’avessero riportata in vita, ma sapeva cos’avrebbe fatto dell’esistenza che le era stata restituita: avrebbe ricominciato da dove l’aveva interrotta.
Corse, pregustando i momenti di felicità che ancora l’aspettavano, ma un’ombra spense il suo sorriso. Avrebbe trovato Sennar e Tarik oltre la porta? O Tarik era cresciuto, e Sennar si era innamorato di un’altra donna? I pochi passi che ormai la separavano dalla verità le parevano infiniti. Pregò in silenzio che fosse tutto com’era, che Tarik l’accogliesse sulla soglia gettandole le braccia al collo e Sennar la baciasse fino a toglierle il fiato.
Ma mentre si avvicinava alla casa, la speranza a poco a poco si affievolì.
Il tetto era sfondato, e a terra c’erano frammenti di tegole ovunque. L’edera e altre erbe infestanti avevano ricoperto i muri, e alcune pietre avevano ceduto. Le imposte di legno erano marce e pendevano dalle finestre, nere occhiaie vuote, come drappi strappati. C’erano segni di assi nuove, come se qualcuno avesse fatto delle riparazioni, ma il tempo si era portato via anche quelle.
Per lunghi istanti fu incapace di muoversi. Le rovine che si presentavano ai suoi occhi parlavano di un luogo abbandonato da anni, probabilmente decenni. Se anche qualcu...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Cronache del Mondo Emerso. Le storie perdute
- Mappa del Mondo Emerso. Era del Tiranno
- Mappa del Mondo Emerso. Era della guerra degli Elfi
- PRELUDIO
- PRIMA STROFA
- Interludio
- SECONDA STROFA
- Interludio
- TERZA STROFA
- Interludio
- RIPRESA
- CODA
- PERSONAGGI E LUOGHI
- Ringraziamenti
- Copyright