La nascita della Corea del Nord nel settembre del 1948 è stata uno degli atti di maggior rilevanza simbolica all'inizio della guerra fredda, e neppure il collasso dell'Unione Sovietica è riuscito a scalfire il muro eretto dal regime creato dalla famiglia Kim. In realtà l'apparente immobilismo coreano cela al proprio interno cambiamenti di strategia necessari per la sopravvivenza del regime, e altrettanto pericolosi per il mondo intero. In questo volume sei esperti analizzano diversi aspetti del passato e del presente nordcoreano - le dinamiche sociali, economiche e politiche interne, i rapporti con Cina e Stati Uniti, l'evoluzione del programma missilistico e nucleare - guidando il lettore verso la conoscenza e l'interpretazione critica degli eventi storici e delle dinamiche di un Paese che potrebbe destabilizzare la regione asiatica e il mondo e che, oggi più che mai, merita attenzione.

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Enigma Corea del Nord
Storia e segreti di una nuova potenza atomica
- 176 pagine
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Enigma Corea del Nord
Storia e segreti di una nuova potenza atomica
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Argomento
Politica e relazioni internazionaliCategoria
Relazioni internazionali1
«Nel nome del padre»: le due successioni a confronto
di Antonio Fiori
Gli assunti confuciani, che hanno permeato a fondo la cultura coreana, furono strumentalizzati, in Corea del Nord, per consentire al «padre della patria» – il Grande Leader Kim Il Sung – di consolidare la propria autorità e porre il Partito dei lavoratori di Corea sotto il suo diretto controllo. La relazione tra sovrano e individuo, reciprocamente vincolante in base ai precetti tradizionali del Confucianesimo, fu trasformata in obbedienza assoluta, come articolata nel sistema del Suryong, o «Leader Supremo», istituito da Kim Il Sung e preservato dai suoi diretti successori. Il «mandato del Cielo», principio confuciano secondo cui il sovrano avrebbe ricevuto direttamente dalle divinità il diritto a governare, imponeva al sovrano stesso di amministrare in maniera giusta ed equa a beneficio dell’intera popolazione. Il sistema del Suryong, quindi, poneva Kim Il Sung al vertice in virtù delle sue qualità di saggezza e benevolenza, grazie alle quali i cittadini avrebbero vissuto in una società prospera e giusta. A partire dal momento in cui Kim Il Sung si autodesignò Suryong, nel 1949, egli cominciò a modellare un sistema di governo basato su un’ideologia elaborata, contraddistinto dalla presenza di un solo partito di massa a guida unica, da un’economia pianificata, così come dal monopolio dei mezzi di comunicazione e da un sistema di sicurezza che prevedeva un elevato grado di repressione nei confronti dei dissenzienti. In questa fase, oltre a dare inizio a una feroce campagna di epurazione contro coloro che si opponevano al suo ruolo di guida della nazione, Kim Il Sung instradò la Corea del Nord verso un modello di autosufficienza d’ascendenza marxista-leninista, definito Juche, che ne divenne l’architrave in ambito politico, economico, di difesa e di politica estera.1 In base all’ideologia Juche, i cittadini avrebbero dovuto contribuire a sviluppare il potenziale della nazione attraverso le risorse in loro possesso, sotto la guida del Leader Supremo.
Nonostante la sua grandezza intrinseca, però, anche il Suryong è mortale: per evitare che il sistema collassasse sotto i colpi dei traditori della rivoluzione, era dunque indispensabile che fosse designato un «successore», incaricato di dare continuità alla visione profetizzata dal Leader. Senza ombra di dubbio, la dottrina della successione fu concepita al fine di legittimare lo status di Kim Jong Il come erede del padre.
La successione in ambito politico è un processo complesso che può potenzialmente modificare il quadro di riferimento in varia misura. In molti casi, essa rappresenta una «giuntura critica» per la stabilità dello Stato, dato che una modificazione nell’assetto della leadership può far emergere dei seri interrogativi sul futuro dello Stato stesso. La storia del mondo comunista mostra chiaramente come alcune successioni abbiano dato il via a crisi che, a loro volta, hanno condotto a cambiamenti radicali nelle caratteristiche del regime o, addirittura, al suo collasso.
La successione implica dei cambiamenti burocratici e politici, e dà il via a un periodo di transizione in cui all’erede è richiesto di fortificare la sua base di potere più velocemente possibile al fine di gestire l’incertezza e raggiungere un nuovo grado di stabilità. Di conseguenza, mentre i predecessori possono mettere alla prova la lealtà dei successori, questi ultimi sono concentrati a ridurre l’eventuale instabilità consolidando in fretta il loro potere. Una delle ragioni per cui sia Kim Il Sung sia Kim Jong Il hanno scelto di trasferire la responsabilità del controllo del regime nelle mani di un figlio stava proprio nel convincimento che un discendente diretto potesse essere più fedele e leale di chiunque altro nel paese. Inoltre, almeno nella prima transizione, la scelta venne effettuata con molto anticipo proprio per dare la possibilità a Kim Jong Il di stabilizzare la propria base di potere sotto la protezione del padre e minimizzare, così, l’incertezza futura.
L’obiettivo di questo capitolo, quindi, è un’attenta analisi delle due transizioni in Corea del Nord, attraverso la disamina delle condizioni politiche interne in cui esse sono avvenute.
Le caratteristiche dell’ascesa del Caro Leader
Prima di succedere al padre, Kim Jong Il dovette dimostrare le proprie doti ai membri del gruppo dirigente. Dopo aver completato gli studi universitari nel 1964, egli mosse i primi passi in ambito politico all’interno della sezione centrale del dipartimento di Organizzazione e Guida, spostandosi poi in quello di Propaganda e Agitazione, di cui divenne vicedirettore nel 1969, e in cui guidava il settore Cultura e Arte: tale posizione gli consentì di rappresentare in maniera quasi mitologica le capacità militari del padre nella lotta contro i giapponesi, contribuendo a far sorgere nel paese un solido culto della personalità.2
Oltre all’attività di propaganda, Kim Jong Il dimostrò eccellenti abilità organizzative, guidando con successo i preparativi del V Congresso del Partito dei lavoratori di Corea, nel novembre 1970, e persuadendo così i membri della leadership nordcoreana che egli fosse il più indicato a raccogliere la successione del padre. Nel 1973, nel corso del VII plenum del V Comitato centrale, Kim Jong Il fu posto alla testa sia del dipartimento di Organizzazione e Guida sia di quello di Propaganda e Agitazione.3 Nel febbraio dell’anno successivo, egli fu eletto membro del Politburo, guadagnandosi, di fatto, l’investitura quale successore designato del padre.4 Da questo momento, Kim Jong Il si conquistò anche l’appellativo di «centro del Partito» (tang jungang), che i media nordcoreani cominciarono a usare accostandolo al nome di Kim Il Sung.5 Nonostante la giovane età del successore, la leadership nordcoreana non pose alcun ostacolo alla transizione, probabilmente anche sulla scorta di ciò che era avvenuto in Cina nell’agosto 1973, quando, in occasione del X Congresso del Partito comunista, un «giovane» politico – Wang Hongwen – era stato nominato vicepresidente del Partito: tale posizione, che lo collocava immediatamente a ridosso di Mao Zedong e Zhou Enlai, indicava che egli sarebbe stato destinato a guidare la compagine a dispetto dell’età. L’avvio della campagna di «destalinizzazione» a opera di Krusciov – che aveva condotto a una degenerazione del socialismo e, in ultima analisi, al decadimento dell’Unione Sovietica – e l’erronea scelta di Mao – che aveva indicato Lin Biao come suo successore e da cui, però, fu successivamente tradito6 – avevano verosimilmente intimorito Kim Il Sung. Questi, quindi, decise che il suo successore sarebbe stato scelto mentre lui fosse stato ancora in vita e, ovviamente, si sarebbe dovuto trattare di una persona nella quale egli nutriva assoluta fiducia.
Data la criticità della scelta del successore, su che basi avrebbe dovuto muoversi la Corea del Nord? Uno dei criteri adottati da Kim Jong Il per suggellare la transizione di potere fu quello della «purezza del sangue», una prerogativa che apparteneva esclusivamente a chi aveva preso parte al movimento di indipendenza antinipponico durante il periodo coloniale. Kim Il Sung e la sua prima moglie, Kim Jong Suk, avevano combattuto i giapponesi dai confini sino-coreani del monte Paekdu e, in base a ciò, si stabilì che il successore sarebbe stato scelto fra coloro che avevano ereditato la «purezza del sangue del monte Paekdu».7 In ossequio a questa logica, Kim Jong Il dette vita, nel 1974, ai «dieci princìpi del sistema ideologico monolitico» (tang ui yuil sasang chaegye hwakrip 10te wonch’ik) che avrebbero costituito, da quel momento, la linea ufficiale del Partito dei lavoratori di Corea. Tali princìpi non solo puntavano al completo sradicamento di qualunque posizione ideologica che non fosse quella del Grande Leader, ma implicavano anche che Kim Jong Il fosse ormai dotato di una considerevole autorità.8 Ciò aiutò Kim Jong Il a sbarazzarsi dell’ingombrante figura della matrigna, Kim Song Ae, la quale avrebbe potuto ostacolarlo nel percorso verso la successione. Kim Song Ae, infatti, aveva sposato Kim Il Sung durante la guerra di Corea, dopo che la prima moglie – madre di Kim Jong Il – era morta di parto nel settembre 1949. Song Ae aveva mosso i suoi primi passi in ambito politico alla metà degli anni Sessanta, diventando vicepresidentessa dell’Unione democratica delle donne, e conquistando poi la presidenza della stessa organizzazione nel 1969.9 La più grande aspirazione della donna, tuttavia, era che Kim Pyong Il, il maggiore dei figli avuti dal Grande Leader, succedesse al marito. La lotta tra Kim Song Ae e Kim Jong Il, però, si risolse a favore di quest’ultimo, il quale, infatti, reagì costruendo delle prove relative a episodi di corruzione in cui sarebbero stati coinvolti i fratelli della matrigna.10 Dopo questo episodio, Kim Song Ae non poté fare altro se non abbandonare la sfera politica, limitandosi semplicemente al ruolo di moglie del Grande Leader. Fu soltanto nel luglio 1994, durante l’incontro che Kim Il Sung ebbe con l’ex presidente americano Jimmy Carter, che Kim Song Ae riapparve in pubblico; quando, tre settimane dopo, il Grande Leader morì, il nome della moglie non appariva che al centoquattresimo posto nella lista della commissione che si sarebbe dovuta occupare dell’organizzazione dei funerali.11
Per rafforzare ulteriormente la sua posizione nella lotta alla successione, Kim Jong Il dette anche vita al concetto di «ramo collaterale» (kyotkaji, in opposizione al ramo principale – wonkaji – rappresentato dallo stesso Kim Jong Il e dalla sorella Kim Kyung Hee) della famiglia.12 In base a questo assunto, solo la discendenza di Kim Il Sung e Kim Jong Suk avrebbe ereditato la «purezza del sangue del monte Paekdu», mentre tutti gli altri non potevano essere considerati se non appartenenti a un «ramo collaterale» della famiglia e dovevano, anzi, essere tenuti sotto stretto controllo. Neppure Kim Yong Ju, fratello minore di Kim Il Sung, rappresentava un’eccezione. Si ritiene, infatti, che fino alla fine degli anni Sessanta Kim Il Sung fosse intenzionato a nominare proprio Yong Ju come suo successore.13 Questi, non a caso, ricopriva ruoli chiave, come quello di direttore del dipartimento di Organizzazione e Guida del Partito, ed era membro sia del Politburo sia del Segretariato. Secondo alcuni, però, Yong Ju non si era distinto in maniera significativa nella lotta contro i colonizzatori nipponici.14 In conseguenza di ciò, e complici le precarie condizioni di salute dello zio, Kim Jong Il ebbe dunque la strada spianata verso la successione: Yong Ju venne «degradato» a vice primo ministro e l’anno dopo addirittura posto agli arresti domiciliari, scomparendo dalla scena pubblica fino al 1993,15 quando fu richiamato a Pyongyang da Kim Il Sung per occupare la posizione simbolica di vicepresidente della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Dopo la morte del Grande Leader, e l’assegnazione in perpetuo della carica di presidente a Kim Il Sung, Kim Yong Ju venne nominato vicepresidente onorario del Presidio dell’Assemblea suprema del popolo, ruolo che conserva ancora oggi. Gli stessi fratellastri e sorellastre di Kim Jong Il furono trattati come appartenenti al «ramo collaterale» della famiglia e, dopo che il Caro Leader – come Kim Jong Il veniva definito – ebbe acquisito formalmente la carica di successore, obbligati a vivere all’estero in uno stato di quiescenza.
In occasione del VI Congresso del Partito, nel 1980, Kim Jong Il fece la sua prima apparizione come successore designato. In quella sede, egli entrò di diritto nella Commissione permanente del Politburo, nella Commissione militare centrale del Partito e nel Segretariato.16 Di conseguenza, egli si trovò a essere l’unico, insieme al padre, a occupare tre posizioni cardinali in seno al Partito e, nel decennio successivo, le cariche acquisite furono ulteriormente consolidate. Il completamento della transizione di potere, comunque, poteva avvenire soltanto aggiungendo un ulteriore tassello, e cioè assicurandosi il pieno controllo delle forze armate. Per centrare questo obiettivo, Kim Jong Il aveva necessità di compiere una scelta radicale: il potere del Suryong, quindi, non sarebbe più transitato esclusivamente attraverso il Partito. Tra il 1990 e il 1994, anno della scomparsa del padre, Kim Jong Il assunse il completo controllo delle forze armate con il grado di maresciallo e divenne comandante supremo dell’Esercito popolare e presidente della Commissione nazionale di difesa. Attraverso la revisione costituzionale del 1992, inoltre, quest’ultimo organismo era diventato completamente indipendente, essendo stato slegato dal Comitato centrale, assurgendo alla massima centralità nell’assetto organizzativo del regime. Tale modifica alla costituzione verosimilmente indicava che le dinamiche stavano cambiando: la «sicurezza nazionale» cominciava ad assumere un ruolo chiave, segno che la percezione prevalente del regime rispetto agli eventi internazionali di quella particolare congiuntura storica stava mutando. La fine della guerra fredda e la scomparsa dell’Unione Sovietica, uno dei pilastri tradizionali della Corea del Nord, aveva spostato l’attenzione sulla sopravvivenza stessa del regime. Una più chiara divisione dei compiti tra Partito, governo e forze armate stava quindi emergendo, con queste ultime che assumevano un’influenza crescente e il Partito che restava sempre più sullo sfondo.
«L’esercito prima di tutto»: il cambiamento di paradigma in Corea del Nord
Il sistema del Suryong continuò a funzionare in maniera pressoché immutata fino alla morte di Kim Il Sung, come testimoniato dalla fluidità del trasferimento di potere nelle mani del figlio. Subito dopo, però, esso fu esposto a una serie di sollecitazioni risultanti dai cambiamenti intervenuti tanto nel quadro interno quanto in quello internazionale.
Il primo di questi «sconvolgimenti» emerse alla metà degli anni Novanta, durante quella delicatissima fase che fu poi denominata eufemisticamente l’«ardua marcia» (gunan-ui haenggun).17 In questo periodo, infatti, l’economia nordcoreana si trovò a fronteggiare una serie di prove durissime, peraltro in una condizione di progressivo isolamento: i rapporti con Mosca si erano deteriorati dopo il collasso dell’ideologia comunista, mentre Pechino aveva cominciato ad applicare regole più stringenti agli scambi commerciali con Pyongyang.18 La già difficile situazione divenne tragica quando una serie di inondazioni colpì il paese, devastandolo, tra il 1995 e il 1996. I danni a carico dell’agricoltura nordcoreana condussero in breve tempo alla carestia e, in molti casi, alla morte di un alto numero di cittadini. Tale circostanza rischiò di gettare il paese nel caos, dato che una vasta schiera di cit...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione. di Paolo Magri
- ENIGMA COREA DEL NORD
- Introduzione. di Axel Berkofsky e Antonio Fiori
- 1. «Nel nome del padre»: le due successioni a confronto. di Antonio Fiori
- 2. L’economia al servizio del Grande Leader. di Roger Cavazos
- 3. La Corea del Nord vista dalla Cina. Paese alleato, «amico a metà», minaccia militare. di Axel Berkofsky
- 4. Ostilità permanente, gestione della crisi e «impunità» nelle relazioni tra Washington e Pyongyang. di Scott Snyder
- 5. L’evoluzione storica delle relazioni inter-coreane, dal 1948 ai giorni nostri. di Marco Milani
- 6. Lo sviluppo del programma nucleare e missilistico e le sue implicazioni regionali. di Francesca Frassineti e Antonio Fiori
- Note
- Gli autori
- Copyright
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