È una poesia di pensiero, quella di Giancarlo Pontiggia, alimentata peraltro, sempre, da un'immaginazione fervida eppure controllata, frutto di una sapienza felicemente in equilibrio con un estro inquieto, nel corpo di una scrittura che è testimonianza di un esercizio della mente, di un percorso che passo dopo passo viene a tessere i momenti di un'avventura dell'esistere. E dunque di una vicenda, quanto mai articolata e insistita tra lo «stridìo rigoglioso delle cose» e «l'unghia del tempo». Un tempo «che non consola», nella sua «linea infinita», quella che ci precede e seguirà, quando il nostro ansioso esserci cadrà, come è suo destino, nel vuoto. Pontiggia osserva dunque «il moto delle cose», «la teoria semplice delle cose» che si producono e avvengono sotto un «firmamento algido», nel misterioso ordine della totalità che si versa nell'uno. Ma c'è una vivissima emozione nel suo sentire e osservare il mondo, un'emozione che si trasmette al lettore e che increspa l'attenta tessitura di una poesia che sa muoversi anche in azzurri paesaggi, tra il nulla e la luce calda e breve del vivere, magari in cerca di un misterioso senso dell'origine. Pontiggia passa dalla breve strofa concisa e quasi epigrammatica, al frammento scolpito, fino al respiro più ampio del poemetto, a sua volta condotto su misure essenziali, sobrie, asciutte. La sua è una pronuncia impeccabile e limpida, classica, che talvolta si apre in lievi volute sonore, in giochi fonici o in eleganti armonie sottili, come sottile e profonda è la sua perlustrazione poetica dell'esserci e del mondo.

- 168 pagine
- Italian
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Il moto delle cose
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Argomento
LetteraturaCategoria
PoesiaHO SOGNATO IL TOUR
HO SOGNATO IL TOUR. ERO IO
Ho sognato il Tour. Ero io
lo stranito corridore in giallo
che sfilava à la danseuse sopra i gioghi
vasti aspri assolati
del Peyresourde, del Tourmalet?
In fuga, o, forse,
sempre più lento, imballato, alla deriva
tra gli ultimi, ultimo forse, solo, ormai
fuori tempo massimo? Ma com’è
che corridori non ce n’erano, e gente
per le strade neanche,
né macchine, né suiveurs, e che tutto
pareva così silente e sospeso
sull’orlo di un dirupo immane, scheggiato
di voli minacciosi, solitari? Eppure
quanta luce, ancora, e quanto ardore
se solo, nel sonno, la macchina
degli occhi si muoveva
verso i colli, le giogaie, i cieli
altissimi, imprendibili
des Pyrénées sauvages, e quanta
vita segreta pulsava nelle cose, brillava
nel sudore dei polpacci, nella bava
della bocca che si disfa, si traduce
in fiamme e splendori… Che fosse lui
il viandante beato, solitario, che nella fossa
del sonno si nasconde
al tempo, alla discesa
immedicabile degli anni
che se ne vanno, infimi e affannosi,
incontro al loro destino
e si sfanno
in polvere di secoli, in pulviscoli
di brezze e di
sabbie?
DI QUESTO VIVERE
Di questo vivere
sordo, spaesato
resta come un frammento immaginoso…
Quante fiamme che bruciano, in alto; e
quante ombre in cui ti stremi,
sostando, come siamo, tra suoni rovinosi,
in radure fulminate…
E NOI CI PERDEMMO IN QUESTO
E noi ci perdemmo in questo
possente inizio delle cose
che fu per tutti la vita – la vita
com’è, quando ancora niente è in noi
se non caldo grembo, cibo, sonno,
suoni stranieri che rimbombano nel cavo
della mente
E NASCEMMO
E nascemmo
alla vita che già c’era.
Le cose
c’erano, le tante, le inaudite
cose, di cui c’invaghimmo
a poco a poco.
E noi guardavamo
l’aria che luceva
e piove e nevi
e soli che stagnavano, tiepidi,
nelle mattine troppo
quiete.
E guardammo, un giorno, i nomi
le parole prime, scure,
che dicono sì e no, che oscillano
tra le cose
STRIDE, IL CIELO, E STRIDONO
Stride, il cielo, e stridono
le vertebre dell’aria. Guardi in su, dove
gli occhi si nutrono – stupiti – di una materia sottile,
più sottile, infinitesima, tenebrosa
quasi – e ti sprofondi
in una palude di ozi, di silenzi vasti e
lunghissimi
URTO CONTRO URTO
Urto contro urto,
polvere su polvere,
cosa che si fa cosa.
Era questo il respiro del mondo:
mondo
che si disfa in mondo, cosa
che ritorna cosa
TUTTO È NATURA, ANCHE LA FINE
Tutto è natura, anche la fine
– la fine, soprattutto, il soffio
che da noi evade,
scatta, sale,
sormonta
il giogo immenso del tempo, poi
sbatte, precipita,
s’infima
nella corteccia delle cose,
fumo, fuga,
impronta di ciò che fu, ultima
ruga
CIELI, TEMPI, COSE – ORI
Cieli, tempi, cose – ori
ombrosi della mente. Come in un’anfora
scaldata dal sole, tutto
fu veduto in un lampo
da un pertugio di fiamme
sopite. Anche tu, che guardi
dal di fuori; e sei dentro, invece: dentro
la notte che contempli, notte
della sua luce, luce
in cui ti annienti.
ANSIOSI, UN PENSIERO CI T...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il moto delle cose
- UN’APPARIZIONE
- TRE PROLOGHI
- ROVINE, TROMBE, QUANDO
- LE MURAGLIE DEL MONDO
- UNA LINEA INFINITA DI TEMPO
- IL MOTO DELLE COSE
- ESSER VIVO, ESSERE, ESSERCI
- SCALE
- AMORE DORMIENTE. (D’après Genovesino)
- CITERA. (Una sosta)
- HO SOGNATO IL TOUR
- VADO A VEDERE SE DI LÀ È MEGLIO
- LUX NOX
- DUE FRAMMENTI SULLA PIOGGIA
- STANZE DELLA MENTE INVASA
- QUANDO, DAL NIENTE. (Apparizioni, stridi)
- DAL PRIMA DELLE COSE
- NUOVI MESSAGGI
- UN PRESENTE REMOTO . (Polvere stellare)
- E LO VEDEMMO, INFINE. (Buio non buio, falle)
- IL TUFFATORE. (Prima di ogni epilogo)
- Note
- Copyright
Domande frequenti
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