Disdetta!
Divisi sono stati i cuori, e altrettanto i destini, dei due nostri giovani eroi e amanti.
Marta la montanara, conosciuta anche come la Brutta, ha mosso i suoi passi verso nord, attraverso i misteriosi e segreti sentieri delle grandi montagne, per recarsi in un luogo conosciuto solo a lei e, tra non molto, anche a voi che mi prestate orecchio. Suo marito, invece, quel prode avventuriero che la gente chiama Granduomo ma che noi conosciamo come Stecco, ha puntato l’ottuso muso del suo mulo verso ovest e, spronandolo, si è messo al trotto per la Via Gialla, diretto verso la Grande Vallata con lo scopo di tenere alto un onore che non gli appartiene.
Li attende un estenuante cammino non privo di pericoli. Ma, privati del piacere e del calore della reciproca compagnia, proprio il pericolo, come un lampo che squarcia il velo della notte, sarà per i nostri protagonisti l’unica distrazione che li sottrarrà a quel tedio che certe volte assale i viaggiatori di lungo corso.
Concedetemi quindi di stringere i tempi e le distanze, riducendo a poche parole quello che è durato giorni, in modo da non annoiarvi con le inutili descrizioni di tutto quello che è troppo ordinario per ascoltatori di rango quali siete voi. Che si dia corso all’azione, dunque. E all’azione soltanto!
Marta non era il tipo di persona che lasciava che segni e premonizioni influenzassero le sue scelte. Non credeva alle superstizioni dei popolani, alle benedizioni dei preti e ai malocchi degli iettatori. Anche rispetto agli altri montanari, che già di loro tenevano ben in poco conto la spiritualità e il mondo delle cose che non si toccano, Marta era una pragmatica. Credeva nelle montagne? Certo. Non poteva fare altro, perché quelle si innalzavano davanti ai suoi occhi ed erano fatte di solida e concreta pietra. Ma credeva pure che la potessero aiutare? No. Perché erano antiche come il mondo e avevano cose ben più serie a cui pensare che stare a curarsi delle prosaiche faccende degli esseri umani. Dal punto di vista di Marta, una divinità che perdeva tempo ad apparire nei sogni delle persone per dare qualche oscuro messaggio non era da prendere sul serio.
È per questo che la sua partenza da Forte Dorsoduro non aveva nulla a che spartire con la premonizione della Terza Sorella, anzi, la ragazza era quasi indispettita dal fatto che, in qualche maniera, potesse sembrare che avesse agito in funzione di quel ridicolo sogno. La faccenda era molto più seria di così e Marta sapeva che l’avrebbe dovuta affrontare da sola, confidando esclusivamente nelle sue capacità. La responsabilità delle sue azioni, nel bene e nel male, sarebbe ricaduta su di lei, e su di lei soltanto, e alla montanara stava bene così perché riteneva di essere una ragazza che sapeva quello che faceva. O almeno, lo sapeva per la maggior parte del tempo, tranne quando la vista le si faceva rossa e le veniva voglia di smembrare e uccidere. Ma, a quell’aspetto del suo carattere, Marta non voleva pensare. Era un problema che avrebbe dovuto risolvere, presto o tardi, ma di sicuro non in quel momento.
Quello di cui si doveva occupare adesso era fare in modo che suo marito non trovasse la morte nella maniera più dolorosa e stupida possibile. Perché Stecco non sapeva nulla di come si uccide un drago. D’altronde, in questo il ragazzo non era diverso dal resto della sua gente. Perché se era vero che c’era stato un tempo in cui gli uomini delle valli e delle pianure, seguendo l’esempio di Giorgio Setteinuncolpo, avevano appreso e affinato l’arte della caccia a quelle mostruose creature, era anche vero che quell’epoca era lontana e quelle conoscenze, perdute.
Oggi la morte non scendeva più dal cielo perché i draghi superstiti erano stati spinti verso le terre più lontane e disabitate del paese, in quegli stessi luoghi in cui erano stati confinati a vivere i montanari, dopo che Re Cristoforo li aveva banditi. Così, mentre il resto della popolazione di Attalya ritrovava la pace e lentamente dimenticava cosa significava vedersela con delle gigantesche bestie mangiauomini, la gente di Marta era stata costretta a imparare a combatterle, diventando la massima esperta nell’affrontare quelle malvagie creature.
Tra i molti bravi cacciatori di draghi che si distinguevano tra i montanari, Pietro il Duro era uno dei più rispettati. Alto oltre due metri e largo come l’armadio di una nobildonna, si era meritato l’aggettivo di “Duro” non tanto per i suoi muscoli (che erano comunque rimarchevoli), quanto piuttosto per la sua indole coriacea e per la sua volontà granitica. Per Pietro andare a caccia era una faccenda serissima che imponeva disciplina e concentrazione. Da affrontarsi con la massima serietà possibile.
Nonostante il suo cipiglio, il montanaro era un buon padre che aveva messo al mondo tre figli maschi e una femmina, da lui cresciuti con severità ma anche con affetto. Dai ragazzi, Pietro aveva saputo distaccarsi una volta che questi avevano raggiunto l’età adulta di tredici anni, affidandoli alle montagne e alla libertà, proprio come imponeva l’antica legge del Re. Non era riuscito a fare altrettanto con la sua unica bambina, invece. Forse perché quella ragazzina gli faceva tenerezza, con quella sua testa enorme rispetto al corpo minuto e quella faccia brutta come la fame d’inverno. O forse perché, nel carattere testardo e indomito della piccola, rivedeva la moglie scomparsa che tanto aveva amato. Sia come sia, Pietro aveva deciso di non separarsi dalla figlia e di tenersela accanto, vivendo con lei in una casa nascosta tra le rocce del Vallo di Altopasso, per insegnarle tutto quello che sapeva sulle montagne e sulla caccia. E così aveva fatto, fino a quando un drago particolarmente malvagio gli aveva strappato la vita dalle ossa, facendo di sua figlia un’orfana.
Marta ricordava ancora bene tutti gli insegnamenti di suo padre.
Il primo diceva: per uccidere un drago, ci voleva una Ammazzadraghi.
Ed era per questa ragione che la ragazza aveva dovuto abbandonare Stecco.
Giorgio Setteinuncolpo era un cavaliere e, come tale, aveva usato contro i draghi una lancia di legno d’abete, con il corpo lungo poco meno di quattro metri e dotata di un ampio paramano in metallo e di una splendente punta in argentacciaio. Un’arma magnifica a vedersi e letale sul campo di battaglia, ma di difficilissimo utilizzo senza un addestramento adeguato, e che aveva bisogno di un cavallo e di una sella su cui agganciarla.
Ai montanari le cose poco pratiche non erano mai piaciute e per questo avevano deciso di forgiare uno strumento più efficace per dare la caccia a quei mostri sputafuoco. Inizialmente, avevano pensato di impiegare i leggeri ma robusti arponi, usati dai marinai della Costa Coda di Lupo per dare la caccia agli enormi leviatani che infestavano i Quattro Mari e Mezzo. Dopo alcuni infruttuosi (e fatali) tentativi, avevano capito che per uccidere un drago ci voleva qualcosa pensato espressamente per un drago.
Avevano così disegnato un giavellotto dal corpo ben bilanciato, lungo soltanto due metri, costruito con il resistente ma straordinariamente leggero legno di frassino proveniente dagli alberi del Bosco Rosso. Una lancia che poteva tanto essere scagliata a grandi distanze, quanto usata nel corpo a corpo, tenendola ben salda con entrambe le mani. Sulla sommità di quel sottile fusto avevano poi fissato un artiglione dotato di rostri laterali retrattili, in grado di aprirsi e chiudersi a scatto, con un solo, rapido, colpo di polso. In questa maniera, chi impugnava l’arma avrebbe potuto decidere se piantarla nelle carni della preda per poi far scattare i crudeli uncini, impedendo che questa se ne liberasse strappandosela via, oppure ritrarla, per assestare ulteriori colpi mortali.
Per costruire il letale meccanismo, i montanari avevano deciso non di forgiarlo con il prezioso argentacciaio ma di scavarne le forme da un materiale ancora più raro: le ossa dei draghi stessi. L’arpone ottenuto grazie a questi accorgimenti era più resistente, versatile e maneggevole di una picca tradizionale e, soprattutto, era capace di aprirsi facilmente la strada tra le dure scaglie di cui erano ricoperte le bestie a cui era destinato a dare la morte. I montanari avevano inizialmente chiamato Scannaserpi queste magnifiche lance, ma poi qualcuno gli aveva fatto notare che armi così straordinarie avrebbero meritato un nome più commercialmente attraente.
Nacquero così le Ammazzadraghi. Quando fu chiaro a tutti che queste lance erano sì particolarmente adatte per i draghi, ma che funzionavano altrettanto bene con gli uomini, specie quelli in armatura pesante, non ci fu re, nobile, cavaliere, eroe o lestofante, che non volesse possederne una.
Visto però che i materiali per costruirle non erano facilmente reperibili e che molti di questi ramponi andavano persi durante la caccia, le Ammazzadraghi diventarono presto molto rare e preziose, tramandate di padre in figlio tra i montanari, come vere e proprie reliquie di famiglia.
Alle figlie, invece, queste armi leggendarie non venivano mai destinate.
Marta aveva preso l’abitudine, sin da piccola, di accompagnare suo padre nelle battute di caccia.
E, anno dopo anno, si era lentamente convinta che lui fosse l’uomo più astuto e invincibile del mondo. Aveva scoperto che si sbagliava il giorno in cui un drago ne aveva fatto scempio, e lei era stata costretta a seppellire il corpo orrendamente dilaniato di Pietro il Duro sotto un tumulo di sassi e pietre, affidandolo alla montagna.
All’inizio, la ragazza aveva deciso di destinare alla stessa sorte anche l’Ammazzadraghi ma poi ci aveva ripensato: i suoi fratelli avrebbero di certo reclamato quella preziosa lancia e l’idea che, spinti dalla bramosia, andassero a disturbare l’eterno sonno di suo padre per rientrarne in possesso le sembrava inaccettabile. Per questo l’aveva presa e se l’era portata indietro, fino a quella casa nascosta sopra il Vallo di Alto Passo, dove da quel giorno sarebbe vissuta da sola. Poi si era messa ad aspettare l’arrivo dei suoi consanguinei.
Non c’era voluto molto: le cattive notizie viaggiano veloci ma sono ancora più svelte quando c’è di mezzo una grossa eredità. Dopo una sola settimana dalla morte di Pietro il Duro, tutti e tre i suoi figli maschi erano venuti alla soglia della sua abitazione per piangerlo, certo, ma soprattutto per reclamare quello che, secondo loro, gli spettava di diritto. Argo, il primogenito, era certo che l’Ammazzadraghi dovesse passare a lui solo perché aveva avuto la fortuna di nascere prima degli altri. Brando, il secondogenito, perché era certo di essere quello che sapeva usarla meglio. Rullo, l’ultimo a venire alla luce prima di Marta, riteneva che dovesse passare a lui perché era il più grosso dei tre ed era abituato a vivere di prepotenze.
I fratelli avevano litigato a lungo e poi si erano azzuffati altrettanto a lungo, sotto lo sguardo annoiato di Marta che non aveva partecipato alla discussione (e alla seguente rissa) dato che non aveva alcun interesse ad avere l’Ammazzadraghi per sé. Anzi, a dire la verità, dopo la morte del padre aveva deciso di tenersi alla larga da qualsiasi cosa che avesse anche solo lontanamente a che fare con i draghi. Il suo cuore era ancora pieno del terrore che quella bestia le aveva suscitato e l’aspetto di quel mostro era impresso a fuoco nella sua mente. Era enorme, persino rispetto agli enormi draghi che la ragazzina aveva già avuto occasione di vedere in vita sua. E nero, anziché rosso, come gli altri della sue specie. Aveva ali capaci di oscurare il sole quando si librava in ...