Ero sommersa dalla realtà. Senza bussola, senza coordinate, senza punti di riferimento.
Faticavo ad ammettere di sentirmi così persa, pur vivendo quella che l’universo intero sembrava considerare una fiaba. Nessuno svela che cosa succede dopo il “vissero felici e contenti”, così finiamo per avere aspettative decisamente troppo alte. Le mie erano vertiginose, all’altezza degli ultimi, incredibili anni.
Sono nata e cresciuta in Svizzera, girando tutti i Cantoni al seguito di mio padre e dei suoi traballanti incarichi professionali. Quando fu lampante che non sarebbe riuscito a mantenere più alcun posto, mia madre prese in mano la situazione: prima lavorò per due (se non per quattro), quando non ce la fece più si separò. Da Ostermundigen, vicino a Berna, finimmo a Zuchwil, nel Canton Soletta (sfido chiunque ad averlo sentito nominare!), poco più di ottomila abitanti in un agglomerato urbano ai piedi delle montagne. Aprivo la finestra della mia camera e vedevo i prati con le mucche al pascolo, i campi punteggiati dalle fattorie con gli animali. Ero sempre fuori in bicicletta: passavo i pomeriggi nei boschi con gli amici. Capivo di dover tornare quando sentivo rimbombare un grido soave: «Miiiicheeeeelleeeeeee!». Era mia madre che, dal balcone e senza megafono, riempiva la valle con la sola potenza dei suoi polmoni.
Quando avevo sedici anni, mia madre si innamorò di un signore italiano. Un giorno di maggio pronunciò la fatidica frase: «Dobbiamo parlare», ci sedemmo in salotto e mi spiegò che a settembre ci saremmo trasferite in Italia, vicino a Bologna, a Trebbo di Reno.
La presi malissimo. Non mi spaventava cambiare scuola (ne avrò frequentate otto, invece delle canoniche tre, quattro con l’asilo) né Paese: dell’Italia mi ero innamorata l’estate precedente. Piuttosto, ero terrorizzata dallo sgretolarsi delle poche certezze che mi ero faticosamente costruita.
Il sistema scolastico svizzero funziona diversamente da quello italiano: ogni studente viene indirizzato dai professori verso il percorso che più gli corrisponde già a tredici-quattordici anni, in base alle sue attitudini e alle sue capacità. Io parlavo correntemente quattro lingue (l’olandese imparato da mia madre, il tedesco, il francese e l’inglese studiati a scuola) e spiccicavo qualche parola nell’italiano di mio padre. Oltre che il mio talento, le lingue erano anche la mia passione: a sedici anni, fresca di diploma, non vedevo l’ora di iscrivermi all’istituto per diventare interprete. Era il mio sogno: ero sicura che mi avrebbe permesso di viaggiare e, magari, di arrivare fino alla Nasa. Ebbene sì: ho una curiosità maniacale per i viaggi interstellari, le distanze siderali, le ipotesi di altre forme di vita. Per qualche ragione ero convinta che, a forza di insistere, sarei riuscita a mettere piede in quello che ritenevo essere il tempio dei misteri spaziali.
Avevo anche un fidanzato, Giorgio. Carino, quattro anni più di me, frequentava una scuola d’élite e aveva persino la macchina! Ricordo la faccia delle mie compagne di classe quando ci avevano visti uscire insieme: ero l’ultima che avrebbero mai immaginato potesse fare colpo su un tipo del genere. Eppure…
Abbiamo vissuto una storia romanticissima, come dovrebbe essere sempre a quell’età. Mi corteggiò a lungo, ci scambiammo il primo bacio sotto la pioggia d’estate, veniva a prendermi fuori dalla scuola e mi portava in giro in automobile per farmi ascoltare le compilation che aveva preparato appositamente per me: Pino Daniele, Vasco Rossi, Raf, Eros Ramazzotti… Per un colpo di fortuna, mia madre era molto amica dei suoi genitori e, in agosto, lasciò che accompagnassi la sua famiglia in vacanza in Sicilia, a Militello, di dove era originaria. Era la prima volta che uscivo dalla Svizzera, e mi piacque da matti: dai prati freschi di rugiada, trapuntati di stelle alpine e genzianelle, finii in un paesino in provincia di Catania, con la nonna di Giorgio che era in lutto da vent’anni e, quando non stava in cucina, passava il tempo seduta in strada, davanti alla casa, tutta vestita di nero. Parlava solo dialetto siciliano, non capivo nulla di ciò che diceva. Dormivo con lei, nella stessa stanza: per prendere sonno accendeva la televisione e si addormentava lasciandola accesa; se di notte mi capitava di svegliarmi vedevo passare le pubblicità su fondo giallo dei numeri erotici che iniziavano per 144. In un mese ingrassai di almeno quattro chili: per colazione la nonna portava in tavola la ricotta col siero caldo, resa croccante dalle briciole di pane raffermo, poi uscivamo per una seconda colazione (granita con brioche), a pranzo pasta al forno con le melanzane, a cena un piatto di sarde… Avevo quindici anni e lunghi capelli: la sera, quando “facevo le vasche” per il centro del paese al braccio di Giorgio, suscitavo commenti esilaranti. I passanti, vedendomi bionda e angelica, si rivolgevano a lui e gli dicevano cose come: «Minchia Giò, ti sei preso la Mado-o-ooonna!».
Certa che il nostro amore sarebbe durato per sempre, il mio piano era ovviamente sposare Giorgio, fare un sacco di bambini siciliani e andare ogni anno in vacanza a Militello.
Tutto sfumò nel giro di una conversazione. Addio alla scuola per interpreti, benvenuto cuore spezzato: tutta la disperazione che riuscivo a sentire la trasformai in rancore all’indirizzo di mia madre. La sera prima di partire salutai Giorgio nella casa ormai vuota: seduti contro il muro, piangevamo tutti e due. Lui ripeteva: «Ce la faremo, vedrai! Verrò a trovarti appena posso, poi frequenterò l’università a Bologna». Fu un momento tragico. Per un anno accadde veramente, il tenerissimo Giorgio venne a trovarmi, al prezzo altissimo di una decina di ore di treno. Poi non ce la fece più e rimasi alone in the dark nella ridente Trebbo di Reno.
Trattasi di una frazione di Castel Maggiore, in provincia di Bologna. Conta meno di duemilacinquecento abitanti. Le prime settimane furono un incubo. Ricordo file chilometriche per il permesso di soggiorno che, essendo formalmente extracomunitarie, mia madre e io dovevamo richiedere: ogni volta mancava un documento, un timbro, una marca da bollo, che ci costringeva a ricominciare tutta la trafila daccapo. Poi, la terribile presa di coscienza che, non essendo in vigore tra Italia e Svizzera accordi di parificazione sul percorso di studi, i miei anni di scuola non valevano: erano come evaporati. Dopo un estenuante rimpallo tra preside del liceo linguistico che avrei voluto frequentare e uffici scolastici comunali e provinciali, si decise che la soluzione sarebbe stata iscrivermi al primo anno. Avevo quasi diciassette anni, i miei compagni fra i tredici e i quattordici. Ogni mattina aprivo gli occhi, speravo che fosse stato tutto un incubo, poi realizzavo che non era così, anzi… Meglio alzarsi e cominciare a correre: ero già in ritardo per prendere l’autobus che, in soli quarantacinque minuti, mi avrebbe portato a Bologna.
Di giorno ero disperata per la scuola, di notte per Giorgio. Come tutte le ragazzine che soffrono per amore adoravo torturarmi: passavo ore nella mia cameretta, al buio, piangendo e ascoltando a ripetizione La solitudine di Laura Pausini.
All’inizio di ottobre la situazione si era un po’ stabilizzata: avevamo ottenuto il permesso di soggiorno e frequentavo il liceo Malpighi. Mi integrai facendo i compiti di tedesco e di francese per tutti. I miei compagni sapevano dire solo “Mein Name ist Michelle” o “Je suis italien”, mentre io ero molto più avanti: il tedesco era la mia lingua madre, il francese lo studiavo da nove anni. In compenso, avevo enormi difficoltà con l’italiano: il mio lessico si componeva di quindici-venti parole, un dramma. Studiare la grammatica, imparare a coniugare i verbi, memorizzare i vocaboli impegnava quasi tutto il mio tempo. Per il resto, mi annoiavo a morte. Delle lezioni capivo poco, e decisi che quel poco non mi interessava davvero. Imparare mi era sempre piaciuto ma, in quella situazione, qualsiasi cosa i professori avessero provato a inculcarmi si sarebbe scontrata con l’agghiacciante prospettiva di altri cinque anni di quella routine: una visione talmente sconfortante da rendermi indifferenti anche gli argomenti più interessanti. Seduta nel mio banco dell’ultima fila, invece di sforzarmi di seguire le lezioni, facevo i conti: “Ho sedici anni, a gennaio ne compio diciassette, se tutto va bene mi diplomerò a ventuno”. Un’eternità, mi sembrava di buttare via la mia vita. Cominciai a chiedermi se prendere il diploma fosse davvero quello che volevo. La risposta fu semplice: no, grazie. Mi dissi: “Parlare quattro lingue servirà pure a qualcosa”, e iniziai a spedire curricula a tappeto, come se non ci fosse un domani. Le prime commesse arrivarono dalle agenzie interinali, per fare la hostess in occasione delle fiere. In pratica, stavo in piedi nello stand di questa o quell’azienda indossando una maglietta con il loro logo, sorridevo ai gentili visitatori, li invitavo a entrare, distribuivo volantini, a volte gadget.
I miei primi talent scout sono stati i bolognesi. L’idea di lavorare come modella non mi aveva mai nemmeno sfiorato: in Svizzera “la sfilata delle più belle” è un avvenimento che riguarda le mucche in discesa dagli alpeggi, con tanto di campanaccio al collo (lo giuro: si svolge a Grimentz, nella Val d’Anniviers, e si chiama proprio così), certo non le studentesse sedicenni che vogliono diventare interpreti. Diciamo che nel Canton Soletta non c’era molto spazio per moda e glam… e di conseguenza poco ce n’era nella mia testa. Sono stati i bolognesi a suggerirmi questa carriera, durante il Motor Show e le altre fiere di Bologna cui ho preso parte, con i loro innumerevoli: “Mo’ scei bella, mo’ scei bionda, perché non fai la modella!”.
Era solo una sensazione, ma positiva. Questa volta fui io a convocare mia madre con un “Dobbiamo parlare” e a comunicarle il nuovo programma che stava prendendo forma nella mia testa. Volevo partire per Milano, individuare un posto dove stare, partecipare a tutti i casting possibili e lavorare, lavorare, lavorare.
Volevo essere autonoma dal punto di vista economico: dipendere da qualcuno, sebbene si trattasse di lei, cominciava a sembrarmi riprovevole. Avevo visto il bell’effetto che la mancanza di denaro aveva avuto su mio padre e sulla nostra famiglia. A me non era mai mancato niente di significativo, ma i soldi nella mia vita avevano sempre costituito un problema, per la soluzione del quale venivano spese ore a fare i conti e altrettante a riflettere sul come farli quadrare. Una notte, ero ancora bambina, ero riuscita a addormentarmi solo dopo essermi solennemente promessa che mai e poi mai sarei dipesa da altri. Nella mia testa continuare a vivere in quella casa significava anche questo: dipendere da mia madre in un periodo in cui – avevo avuto modo di constatare – potevo tranquillamente provvedere a me stessa. Sapevo che su di lei avrei sempre potuto contare, ma l’idea di non farlo mi elettrizzava, mi faceva sentire adulta, oltre che una figlia responsabile.
Non mi interessava diventare famosa, essere riconosciuta per strada, entrare a far parte del jet-set: smaniavo per partire, per costruirmi la mia strada. Il pensiero di continuare a frequentare il liceo in quelle condizioni mi dava la claustrofobia: avevo l’impressione che, se avessi acconsentito a vivere a quel ritmo – anno scolastico dopo anno scolastico, in attesa delle vacanze, delle domeniche e del sospirato diploma – avrei contribuito a inchiodarmi i piedi ai blocchi di partenza. A opera terminata non mi sarei più mossa, e in parte sarebbe stata responsabilità mia.
Non avevo idea di che cosa Milano mi avrebbe riservato: più che altro mi dava i brividi, non saprei se di eccitazione o di paura. Probabilmente entrambe. Ero sempre vissuta in cittadine microscopiche, dove tutti conoscono tutti e ci si muove a piedi o in mountain bike: rispetto a Zuchwil o Ostermundigen, dove sono nata, ma anche a Trebbo di Reno, a Bologna respiravo già l’aria galvanizzante delle metropoli. Milano era tutt’altra cosa: era il futuro, il cuore pulsante d’Italia. C’erano i grattacieli, la metropolitana, viali larghi come un isolato intero dei miei paesini, fiumi di persone sconosciute ai semafori. Tutte le maison d’alta moda erano presenti con uno show room, una boutique, un ufficio. Se volevo una possibilità, era lì che dovevo andare a prendermela.
Parte della mia fortuna è dovuta al fatto di essere figlia di una donna olandese. Mia madre, Ineke, non ha avuto una vita semplice. Nata in una famiglia di albergatori e ristoratori, ha perso il suo diritto all’infanzia per cause di forza maggiore. La sua famiglia viveva nelle vicinanze di un campo di concentramento: mio nonno aveva aiutato alcuni ebrei a evadere e, per questo, era stato internato a sua volta. Nel 1945 aveva fatto ritorno a casa, ma l’uomo che era stato prima della guerra non c’era più. Mia madre è stata bambina negli anni in cui i sopravvissuti furono chiamati allo sforzo titanico di ricostruire ciò che era andato distrutto. Non parla volentieri di quel periodo, quindi non so se sia stata questa esperienza a indurire i cuori di tutti o se ai tempi, semplicemente, l’anaffettività fosse una sorta di legge non scritta per tutte le famiglie. È cresciuta nella solitudine della peggior specie, quella che si prova pur essendo circondati da altri, e a diciotto anni, appena racimolati soldi a sufficienza, è scappata in Svizzera, dove ha conosciuto mio padre.
È una donna con le spine, forgiata da esperienze logoranti e da una cultura, quella nordica, che premia la capacità dei genitori di far sì che i figli imparino presto a camminare con le proprie gambe. Il che non significa abbandonarli a loro stessi, ma lasciare che sviluppino i propri strumenti per muoversi nel mondo, che si buttino, che imparino, che trovino soluzioni per conto loro. Lei mi ha educato così: a essere libera, indipendente, ma anche responsabile e attenta.
Quando le esposi le mie intenzioni, mi capì e mi sostenne. Accettò di accompagnarmi a Milano in cerca di un appartamento decente alla portata delle mie smunte tasche, che contenevano i quattro soldi guadagnati lavorando alle fiere, ma a una condizione: avrei dovuto prima trovarmi un lavoro. Non rimaneva che dirlo alla preside. Per evitare discussioni, le raccontai una bugia, cioè che sarei ripartita per la Svizzera: non so fino a che punto mi credette, ma almeno non mi trovai il Provveditorato alle calcagna.
Cominciai a muovermi in treno sulla direttrice Bologna-Milano, partendo all’alba e tornando a notte fonda. Avevo cercato sull’elenco del telefono e religiosamente trascritto su un taccuino nomi, indirizzi e numeri di telefono di svariate agenzie di modelle. Bussai a tutte, prendendomi un numero infinito di porte in faccia. Mi sentii rispedire al mittente in una varietà di modi diversi: “Troppo bassa”, “Polpacci grossi”, altri si limitavano a scuotere la testa. Alcuni semplicemente ridevano. Un noto talent scout mi squadrò, poi mi sorrise e mi chiese: «Ma dove vuoi andare?». Sembrava sincero. D’altra parte erano gli anni Novanta, il momento delle spilungone secche e con poco seno, uno standard al quale corrispondevo in minima parte.
Non so perché non mi arresi. Forse perché all’asilo non mi ero lasciata sconfiggere dalle botte, ma le avevo sfruttate per aumentare la mia motivazione. Oppure perché una parte di me era certa che, anche quella volta, se solo avessi atteso abbastanza, avrei incontrato un angelo. Nei momenti di crisi, sulla mia strada appare sempre una persona generosa che mi aiuta a superare l’ostacolo e a ribaltare la situazione. Per mia fortuna, sono sempre stata brava nell’identificarla. Mi era già accaduto con il signor Paschung, un insegnante svizzero tedesco con la testa piena di ricci che mi aveva preso sotto la sua ala dopo la separazione dei miei genitori: i miei voti erano in caduta libera, lui mi diede lezioni e mi aiutò a ricostruire la mia autostima, impedendomi di perdere l’anno. Avevo bisogno di qualcuno che credesse in me, il signor Paschung mi offrì il suo aiuto e io non solo fui promossa, ma passai da quasi bocciata a regina delle secchione: diventai una vera nerd (pronunciato rigorosamente con accento svizzero: “nrd”).
Allora, a credere in me fu Riccardo Gay. Il primo e unico (ma ne basta uno). Più che considerarmi adatta al mestiere di modella, credo che ebbe pietà di me: mi presentai nei suoi uffici con tanto di valigetta in mano, perché la sera mi sarei fermata a dormire a Milano. Facevo tenerezza: avevo diciassette anni, motivazione da vendere, ma ero visibilmente a un passo dallo sconforto. Credo di aver sdrammatizzato l’attesa dell’ennesima sentenza negativa con una battuta, e lui se ne uscì con la frase che più di ogni altra volevo sentire: «D’accordo, proviamo. All’inizio ti pagherò io l’affitto, mi ripagherai nel tempo. Non so se sto facendo un affare, ma sei troppo simpatica». Non disse che ero bella, ma simpatica. E mi prese.
Due giorni e un tour de force per mini-appartamenti dopo ero installata nella mia reggia di quarantuno metri quadrati. Era al piano terra di un caseggiato di fianco a un cinema porno. Oggi viale Premuda è una zona residenziale molto gettonata, al tempo sarebbe stato meglio non uscire la sera. Per appena un milione di lire al mese avevo a mia disposizione una sola finestra, che dava sulla strada, e due stanze: il bagno e un altro spazio multiuso (cioè soggiorno, camera da letto, cucina: tutto, in pratica). Il trasloco fu semplicissimo: presi le cianfrusaglie che avevo nella cameretta di Trebbo e le spostai a Milano.
Uscivo prestissimo, con una mappa della città, scarpe da ginnastica e le indicazioni dell’agenzia per presentarmi ai casting. Se ripenso a come vengono trattate le modelle mi vengono i brividi. Non capisco il perché dell’atteggiamento derisorio nei loro confronti: è un cliché che dovrebbe essere superato. Ho ancora gli incubi se sento la parola “next”… Arrivavo, mi mettevo in fila con altre centinaia di ragazze, quando finalmente raggiungevo il tavolo di chi doveva selezionarci allungavo il mio book. Spesso nemmeno lo guardavano, né guardavano me. Figuriamoci osare un cenno di saluto. Si limitavano a dire “next”, “la prossima”. Se catturavo l’attenzione di qualcuno mi sentivo dire: “Walk”, cammina. Muovevo quattro passi avanti e quattro indietro, rimediando di solito commenti tipo: “Ma fai cagare!”, “Troppo grassa”, “È una presa in giro?”, “Gambe grosse” o l’ennesima risata.
La sera tornavo nel micro-appartamento di viale Premuda. Uscivo poco perché, le volte che mi era capitato, avevo incontrato solo persone sbagliate: gente che si drogava, sedicenti manager che mi avrebbero aiutato a sfondare se solo avessi accettato di lavorare come ragazza immagine in discoteca per qualche serata, “e poi da cosa nasce cosa…”.
Non mi era andata megli...