Settembre
La mia scuola è intitolata a Ernest Hemingway, uno scrittore che consumava enormi quantità d’alcol, scriveva semplici proposizioni dichiarative, e alla fine si è ammazzato con una doppietta. Il Liceo Hemingway si vanta di avere il miglior corso di scrittura di New York. Al quarto anno, tutti noi studenti dobbiamo seguire un seminario sulla materia e portare a termine il nostro ultimo progetto per la maturità, un grosso scritto incentrato sulle nostre vite. Queste autobiografie, che spesso superano le cento pagine, hanno reso famosa la scuola. Non solo il premio per la migliore dell’anno ha messo in ombra l’onorificenza più prestigiosa del diploma, cioè l’assegnazione del discorso di commiato, ma c’è stato addirittura un editore importante che ha offerto un contratto a molti vincitori delle edizioni passate.
A farci da guida in questo compito immane, abbiamo la signorina Glass, che è noiosa, la signorina Curry, che è meschina e noiosa, o il signor Parke, che è matto da legare. Nei miei anni al Liceo Hemingway, ho visto spesso il signor Parke vagare per i corridoi, sorridendo e rivolgendo cenni della testa alla folla degli studenti, oppure immerso in un’animata conversazione con se stesso, del tutto ignaro del trambusto intorno a lui. Nessuno sa con precisione quanti anni abbia, ma immagino che debbano essere almeno una settantina. Ha gli occhiali spessi, dei peli che gli escono dal naso, e porta vecchie giacche rattoppate sui gomiti. La tradizione scolastica vuole che, quando era più giovane, avesse l’abitudine di bere parecchio e di provarci con le sue allieve. Persino adesso ha qualcosa di vagamente lascivo.
Io sono nel corso mattutino del signor Parke, insieme al tipico assortimento di atleti ottusi, pseudointellettuali, scoppiati, smanettoni del computer, scherzi della natura, ragazze che non sanno che esisto e ragazze che sanno che esisto ma non uscirebbero mai con me. Un campionamento casuale dei miei compagni potrebbe comprendere Sylvester Valentine, che l’anno scorso ha creato una certa agitazione vestendosi da donna per un’intera settimana, Rocco Mackey, che ride ogni volta che il signor Parke parla di copula o di attributi, e Dixie Crawford, che aiuta ragazzi come Rocco Mackey a riprodursi.
L’unica luce in tanto buio è Celeste Keller, stella della mia vita immaginaria sin dal primo anno delle superiori. Celeste è piuttosto bella, quel genere di bellezza fatta di occhiali e sorrisi disarmanti. È intelligente, estroversa, appassionata di politica, e legge lunghi libri di scrittori dai nomi russi, anche se questo mi sforzo di non rinfacciarglielo. Le avrei chiesto di uscire da un pezzo, ormai, ma quando sei alle prese con problemi di autostima e hai il terrore mortale di un’umiliazione pubblica e sai che i tuoi capelli sembrano sempre gonfiati con il fon, queste cose vanno gestite con delicatezza. Così faccio finta di non essere interessato a lei e spero per il meglio.
Il primo giorno di lezione, il signor Parke ci comunica la sua intenzione di condividere con la classe alcuni passi tratti dalle prefazioni alle nostre memorie che abbiamo scritto durante l’estate. Non è una buona notizia. Anzi, è l’annuncio di una potenziale catastrofe. Soffro tra un brano e l’altro, sento i dolori allo stomaco farsi sempre più forti e mi chiedo se sia possibile avere un’ulcera all’ultimo anno delle superiori. Sono un tale fascio di nervi che reagisco appena quando il signor Parke a un certo punto si interrompe, alza gli occhi senza guardare nessuno in particolare e dichiara «Darei il testicolo sinistro per scrivere una frase come questa» prima di rituffarsi nel testo.
Il mio è l’ultimo. Il professore legge la parte sul primo giorno di scuola alle medie, poi solleva lo sguardo e fa un sorriso ironico. «Non è terribile» dice «il modo che hanno certi insegnanti di mettere in imbarazzo i loro allievi?»
Alla fine della lezione, ci dà un altro compito. Dobbiamo andare a casa e scrivere il nostro necrologio.
Gli altri cominciano a fare domande tutti insieme, ma io ho già la testa che mi scoppia di idee. Nel corso degli anni ho passato molto tempo pensando a come sarei potuto morire. Di solito immagino che il mio aereo precipiti o che mi cada in testa un pezzo di cemento da un palazzo in costruzione. A volte penso di essere sepolto vivo, di morire di fame in prigione, di trovarmi di fronte a un plotone d’esecuzione, o di essere spinto sotto un treno in arrivo. Ma la mia trovata più originale è quella del lottatore di sumo.
Shakespeare Shapiro, 27 anni, lottatore di sumo e autore di haiku
Tokyo, 9 settembre, Associated Press
Shakespeare Shapiro, lottatore di sumo originario degli Stati Uniti, è morto oggi a Tokyo dopo essere stato schiacciato da un avversario di trecento chili durante un incontro amichevole. Il signor Shapiro, che aveva sviluppato un forte interesse per il sumo mentre studiava la poesia haiku in Giappone, era noto a livello internazionale per il suo uso controverso della “tecnica dello schiaccianoci”, una presa necessaria, a quanto asseriva, per rimanere competitivo rispetto a uomini che pesavano tre volte più di lui.
Figlio di un padre alcolista e di una madre nevrotica, il signor Shapiro aveva affrontato un’infanzia difficile, aggravata dalla sua inettitudine sociale e dalla sbalorditiva capacità di trasformare qualunque situazione in un completo disastro. Dopo essere sopravvissuto a fatica alla scuola superiore, il signor Shapiro aveva lavorato per molti mesi come manichino da crash-test e donatore di sperma prima di iscriversi al college statale della sua città. Fu al college che il signor Shapiro ebbe modo di palpare per la prima volta un seno femminile, avvenimento che gli valse sei mesi di prigione e un ordine restrittivo che gli imponeva di tenersi a una distanza di almeno quindici metri da qualsiasi madre occupata ad allattare. “È stato un periodo nero della mia vita” scrisse in seguito il signor Shapiro. “Ho sperimentato alcol, droghe e travestitismo, ma niente sembrava funzionare. Poi ho scoperto lo haiku.”
Negli haiku, il signor Shapiro trovò una forma poetica in grado di catturare alla perfezione ciò che era giunto a considerare lo squallore e la disperazione intrinseci alla condizione umana. In un componimento scrisse: “Tutto è dolore. / Di male un manto, Vita / mi circoncise”. La passione per gli haiku lo condusse al suo secondo arresto, quando in un bar aggredì un ubriaco che recitava limericks senza capo né coda.
Il suo desiderio ossessivo di scrivere il perfetto haiku lo portò in Giappone per studiare con gli anziani maestri, ma rimase amareggiato nello scoprire che questo componimento poetico non deve necessariamente consistere di diciassette sillabe. “È stato un periodo nero della mia vita” scrisse in seguito il signor Shapiro. “Ho sperimentato prostituzione, karaoke agonistico e automutilazione. Poi ho scoperto il sumo.”
Shakespeare Shapiro ha disputato più di duecento incontri di sumo in cinque anni, senza mai vincere e subendo ferite multiple che lo hanno costretto in ospedale in numerose occasioni. “Era davvero un pessimo lottatore” ha detto suo fratello, Gandhi. “D’altra parte, era pessimo in tutto. Francamente, sono sorpreso che sia durato tanto.”
Il signor Shapiro lascia i suoi genitori, suo fratello e il suo pesce rosso, Sushi.
«Deliziosi, proprio deliziosi» dice il signor Parke qualche giorno dopo, trotterellando in classe con i nostri compiti. «Alcuni di voi hanno vissuto vite davvero splendide.» Rovista tra i fogli. «Ah, eccoci.» Comincia a leggere il necrologio di Celeste, e lei si copre gli occhiali e la faccia con le mani – solo per un attimo – poi alza gli occhi con uno dei suoi sorrisi disarmanti. La vita di Celeste, naturalmente, è straordinaria: molti premi prestigiosi per l’attività giornalistica, la creazione di una rivista letteraria femminile acclamata da tutti, un premio Pulitzer, e la presa di coscienza, a sessantacinque anni, che la fama e i traguardi raggiunti l’hanno lasciata inappagata. Muore dopo aver trascorso gli ultimi dodici anni di vita dirigendo una scuola per orfani in India.
«Brava, Keller» dice il signor Parke. «Dovremmo essere tutti così nobili.» Strizza l’occhio a Dixie Crawford, che fissa Rocco Mackey e si tocca la profonda scollatura.
«Galaxy Veeder» dice il professore, estraendo un secondo foglio dal mucchio. «Ottantotto anni, astronoma.» Il necrologio di Galaxy è un gioco ingegnoso su quel nome insolito… i sogni infantili di diventare una stella, il matrimonio con un ex Mister Universo. Quando il signor Parke finisce di leggere, mi aspetto che faccia qualche volgare riferimento a Urano (alla divinità greca, intendo), ma per fortuna si limita a sorridere e a sventolare un terzo foglio.
«Signor Mackey» dice. «Un approccio al compito davvero interessante. Non ricordo di aver mai visto un necrologio con un’immagine così cruda.» Solleva il foglio, che mostra la foto di un uomo mentre viene ucciso da alcuni teppisti armati fino ai denti, con la didascalia “Il boss Rocco Mackey freddato su ordine della mafia”. Tutti ridono, e Rocco flette le braccia e si bacia i bicipiti.
Quando torna la calma, il signor Parke estrae un quarto foglio dalla pila. «Abbiamo tra noi qualcuno cui resta abbastanza poco da vivere» dice...